Tra Ragusa e Cattaro sulle tracce della memoria

Ce l’eravamo promesso un anno fa, a luglio: «Arrivederci sul “Barbara” la prossima estate, e questa volta si scende fino in Montenegro». Poi è arrivato l’inverno, con noi del “Barbara” che (pur di sognare) ci inviavamo e-mail di ricordi e fotografie del veliero (complice soprattutto Uccio, il nostro “magnalucheti”, lo ricordate?: non ha mai smesso di scrivere all’uno, all’altro, e all’altro ancora, tenendoci tutti in contatto)...
Infine l’estate è tornata e con lei finalmente le lettere di Graziella e Salvatore: «Pronti per partire? ». Altroché se eravamo pronti, da un anno lo eravamo! Il nostro veliero, il “Barbara” appunto, così maestoso e bello che in ogni porto ce lo fotografano (e noi fieri a pavoneggiarci sul ponte come se ci appartenesse!) questa volta ci avrebbe raccolti giù a Ragusa: appuntamento a Trieste la mattina del 26 giugno (nonostante il G8 e l’intera riva chiusa al traffico), dieci ore di pullman e all’ora di cena eravamo a destinazione. P.S.: quest’anno abbiamo sforato il numero dei trenta, dunque tutto esaurito sul “Barbara” e alcuni di noi hanno dovuto condividere la cabina con altri amici, il che non ha fatto che rendere ancora più divertente il nostro viaggio. A me come compagna di avventura è toccata Marisella, la simpatia fatta persona, e devo dire che, dopo alcune prove di sopravvivenza e scosse di assestamento, ci siamo adattate benissimo, dividendoci con diligenza cassetti, scaffali, letti, armadietti... se non fosse che riuscivamo in pochi metri di cabina a perdere tutto, dal phon alla biancheria, e che pretendevamo di ritrovarlo l’una tra le cose dell’altra. Qualche stranezza certo è rimasta: nessuna de lle due russava, ma entrambe ci ostinavamo a dormire con i tappi nelle orecchie (almeno finché Marisella non ha perso i suoi in qualche anfratto della cabina...).

L'IMPAGABILE ANTE

Che dire di Ragusa? Difficile descrivere l’armonia e la perfezione di una città che dai muri delle case e delle chiese parla ancora veneto, che brilla di luce propria e pare galleggiare sul blu di un mare ventoso e profumato. La vita scorre placida e serena a Ragusa, come il flusso incessante dei turisti (in gran parte italiani!), che sembrano assorbire dal luogo un se “Stradun”, la via principale, che dopo secoli ancora riecheggia quel nome italiano. Poiché il “Barbara” ancora tardava ad arrivare, nell’attesa il suo comandante, l’amico Ante Trgo, ci ha offerto un diversivo molto piacevole: un pullman ci ha portati a Osojnik, villaggio all’interno di quattrocento anime, dove una famiglia numerosa e gentile di biondi croati ci ha offerto un banchetto poderoso a base di agnello cotto sul fuoco a legna, prosciutto, formaggio di pecora e leccornie varie, il tutto accompagnato dal canto struggente di melodie dalmate. Difficile dire di cosa parlassero (lingua dura il croato!), ma qua e là parole come “mandolina” o “nostalgia” o “Dalmazia” aprivano le porte di ogni cuore, senza bisogno di traduzione: forse è la musica il linguaggio più universale. Ore 18, si torna a Ragusa e dall’alto dell’altissimo ponte candido che sovrasta il braccio di mare esultiamo tutti alla vista del “Barbara”: eccolo laggiù, inconfondibile con i suoi tre grandi alberi e la tela rossa che ricopre le vele, mentre solca veloce la distesa blu e ci viene dopo un anno a raccogliere! Ante ci aspetta a poppa e ci abbraccia uno a uno: che bello sentirci di nuovo a casa, che emozione riconoscere le piccole cose della nave, ritrovarle dove le avevamo lasciate, proprio come se nel frattempo non fossero saliti centinaia di altri turisti, non avessero occupato le “nostre” stanze, non si fossero sdraiati sui “nostri” lettini né si fossero tuffati come noi dall’alto del ponte, ma tutto fosse rimasto lì intatto solo per noi, ad aspettarci, e il tempo si fosse fermato per un anno.

MARIUCCIA, 40 ANNI DOPO

Domenica 28 giugno, secondo giorno di navigazione. Entriamo in Montenegro, Paese poverissimo e antico, dove la moneta corrente è l’euro e tutto è caro come in Italia, ma uno stipendio medio non arriva ai 400. La gente è cordiale e molti parlano un po’ d’italiano. Mentre arriviamo a Perasto, dentro le favolose Bocche di Cattaro (“Patrimonio dell’Umanità” dell’Unesco), noto Mariuccia in piedi a prua che guarda il porticciolo. In lei riafforano i ricordi: «Venni qui 40 anni fa, anche allora in barca, e vidi una scena che non ho mai scordato», mi dice. Poi racconta: «Il comandante dell’imbarcazione, un veneziano di nome Feruzzi, giunto in vista del porto suonò la sirena. A quel segnale convenuto una vecchietta corse alla finestra e sventolò verso di noi una grande bandiera con il Leone di San Marco... Dopo secoli, in Montenegro c’erano ancora i nostalgici della Repubblica di Venezia, che su tutta la costa aveva dominato per quasi 400 anni. Ancora viveva il sogno di sempre della Dalmazia di restare veneziana». Ante oggi non suona sirene né viene da Venezia, così nessuna finestra si apre al nostro passaggio nel breve tratto di mare montenegrino, in mezzo tra Croazia e Albania, ma Perasto è rimasta la stessa, con le sue case in pietra bianca di Dalmazia, le bifore veneziane, i leoni di San Marco scolpiti sulle facciate e le sue venti chiese (per 200 abitanti!), simbolo tangibile di un passato glorioso, legato a doppio filo con la nostra storia patria. A Perasto, che per quasi quattro secoli mantenne il titolo di “Fedelissima Gonfaloniera” di Venezia ed ebbe in esclusiva l’onore di fornire i dodici giovani per la guardia del corpo del Doge, riviviamo una delle pagine più belle della storia, ed è il sindaco Argeo Benco a raccontarmela: «Il 23 agosto 1797, caduta la Serenissima, prima che entrassero gli austriaci la popolazione si radunò per l’ultimo ammainabandiera di tutta la Repubblica e, pur di non cedere il Gonfalone al nemico, lo baciò e lo seppellì sotto l’altare del duomo». A me sono tornate in mente tante pagine lette sul libro di Padre Rocchi e tanti racconti di bandiere – il Tricolore italiano – ripiegate e nascoste dai nostri esuli prima di partire da Pola, Fiume o Zara, sepolte sotto un altare o invece portate in salvo nel fondo di una valigia. Magari si lasciava indietro qualcosa di valore, un piatto d’argento o una cornice preziosa, ma non il Tricolore... Capisco bene, ora, cosa mette le ali ai piedi del nostro “capospedizione” Silvio Mazzaroli, che ovunque arriviamo parte alla ricerca dei Leoni e li trova sulle facciate più nascoste, o le lacrime del sindaco Argeo mentre la sera sul ponte del veliero leggiamo il giuramento dei perastini, «Ti con nu, nu con Ti».

ANTONELLA E LA FORZA DEL DESTINO
 
Aveva quattro anni Antonella Pavan – una delle new entry di quest’anno – quando papà e mamma in fretta e furia la caricarono sulla nave che lasciava l’Istria, nei primi giorni del 1947. Troppo pochi per rendersi conto di che cosa stesse accadendo, ma abbastanza per capire che era una tragedia, e decidere da quel giorno di chiudere gli occhi e dimenticare. «Sono nata a Rovigno nel 1943, dove la mia famiglia viveva dal XVI secolo. Quattro anni dopo siamo scappati da Pola con la prima nave dell’esodo e da allora io non ho più ricordato nulla. Ma per decenni, quando sentivo i racconti di foibe, mi veniva una specie di inconscia vertigine che non sapevo spiegarmi», mi racconta sul veliero che oggi la riporta sull’altra sponda dell’Adriatico. Ma c’è sempre un cassetto interiore in cui la memoria si conserva, pronta a riemergere quando meno te lo aspetti, e quella di Antonella è tornata a galla di colpo in una giornata del 1976, in autostrada: «C’era stato il terremoto in Friuli – racconta –, noi prendemmo i bagagli e decidemmo di partire per qualche giorno. In autostrada vedevo quelle file interminabili di auto in fuga, piene di masserizie, tante facce segnate... Di colpo ho ricordato tutto e ho rivissuto per la prima volta il mio esodo, il camion su cui eravamo andati via da casa, il terrore, il mio pianto e quello di mia sorella, che aveva solo due anni». Anche Antonella, come tutti i gli esuli, visse per anni senza più radici né certezze, scampando alla morte con una fuga rocambolesca. «Mia mamma ci portò da Rovigno a Pola a piedi, papà si era nascosto perché aveva saputo che lo cercavano per infoibarlo con gli altri, ma lungo la strada in una baracca di pietra aveva lasciato per mia madre dei vestiti da slava e i documenti per la fuga». Dopo i giorni di Pola, ci fu il Silos di Trieste, poi l’imbarco per Grado «dove il governo italiano aveva requisito alle famiglie le stanze libere per noi profughi. Facile immaginare come venivamo accolti... Fu l’unica volta che vidi mia madre piangere». Poi di nuovo tutti trasferiti a Trieste, per mesi accampati al Ferdinandeo in stanzoni senza pareti, con le coperte tese tra una famiglia e l’altra. Il primo ritorno a Rovigno per Antonella avvenne presto, nel 1953, perché sua madre era stata convocata dal Tribunale di Pola per una questione legata alla casa abbandonata. «Le “drugarize”, le poliziotte di Tito con la bustina sul capo e la stella rossa, perquisirono anche me, ma soprattutto spogliarono la mia bambola... No, non sono mai tornata a Rovigno in vacanza, come potrei?». Tre anni dopo il destino bussò ancora alla loro porta, quando l’amore per l’Italia fu più forte del sogno americano e a poche ore dalla partenza per New York la famiglia Pavan decise di restare a Trieste: «Corremmo a ricomprare i materassi che la mattina avevamo venduto e lasciammo partire la nave. Era l’Andrea Doria». Quello fu il suo ultimo viaggio: la mattina del 26 luglio 1956 davanti alle coste americane andò a picco con molti dei suoi passeggeri.
 
L’ISOLA CHE NON C’ERA
 
Credo che nessun popolo abbia la testa dura come i montenegrini. Per capirlo, basterebbe conoscere la storia di una splendida isoletta che abbiamo visitato di fronte a Perasto, e che ospita nel cuore del fiordo di Cattaro una chiesa dedicata alla “Gospa od Skrpjela”, la Madonna dello Scalpello. Nel 1400 in quel punto non esisteva alcuna isola, c’era solo uno scoglio, ma i perastini per voto collettivo decisero che lì andava costruito il tempio, così semplicemente cominciarono con il costruire prima l’isola, per questo presero a buttare rocce e sassi in quel punto di fondale profondo 40 metri. Ma tra il dire e il fare, è il caso di dirlo, c’era di mezzo il mare, così dopo un secolo erano ancora piuttosto indietro e decisero di occupare la vicina isoletta di San Giorgio (tuttora deliziosa), sulla quale sorgeva un monastero benedettino, massacrando l’abate. Il Papa li scomunicò tutti e Venezia li punì severamente, così ai perastini non restò che riprendere a gettar sassi in acqua per farsi la loro isola. Passò un altro secolo e per sveltire la cosa affondarono centinaia di relitti colmi di pietre: finalmente l’isola (l’unica artificiale dell’Adriatico) assunse proporzioni adatte e la chiesa barocca poté essere innalzata. Ma c’erano volute sei generazioni di perastini pazientissimi e tuttora ogni 22 luglio le barche della città portano il loro carico di sassi per rinforzare l’opera. Tra i tesori della chiesa c’è un altro esempio di caparbia pazienza: l’ex voto di una moglie che, per ottenere il ritorno del marito dal mare, volle tessere l’icona di una Madonna con i propri capelli al posto della seta. Ci vollero 25 anni per finirla, così man mano la donna invecchiava e il filo diventava bianco. Per la cronaca, il marito non tornò mai, ma il piccolo capolavoro di fede di quella donna ci ha colpiti profondamente. Da non perdere!

A Cetinje tappa per i nostalgici: dopo venticinque tornanti a filo di strapiombo, ecco ci nell’antica capitale del Montenegro, la città in cui era nata Elena, l’ultima regina d’Italia, moglie di Vittorio Emanuele III e madre di Umberto, il re di maggio deposto dal referendum nel 1946. Non aspettatevi Versailles, la palazzina dei re del Montenegro è piuttosto modesta, ed esce con le ossa un po’ rotte da decenni di dittatura comunista prima, poi da una guerra che negli anni ’90 ha risparmiato il Montenegro da bombe e pallottole, ma non dalla più nera povertà. Modesta Cetinje e la sua reggia, dunque, ma è un tuffo nella storia che va assolutamente fatto, e che per noi italiani ha un sapore particolare. Merita senz’altro una visita anche la splendida Cattaro, che dà il nome ai 30 chilometri di “fiordo” e che la sera offre uno spettacolo impagabile, quando le fortificazioni che si inerpicano intorno ai monti a picco sul mare, come una muraglia cinese costruita da Venezia per fermare i Turchi, vengono illuminate e sembrano incendiare la roccia nera.

GRAN FINALE CON ENRICO LO SVIZZERO
 
Dovremmo ora parlare delle isole, delle baie e delle nuotate, dell’acqua cristallina e dei fondali smeraldo. Dovremmo ricordare la splendida Curzola, che rivedevamo dopo un anno e nella quale incontravamo di nuovo il “sior Padovan”, l’amico simpatico e incoerente che in barba al suo cognome si riteneva croato verace. Dovremmo quindi continuare con Meleda e con la cena delle “smaritate” (iniziativa di successo, da ripetere gli anni a venire: tutte le donne di qualsiasi età imbarcatesi senza il marito hanno diritto a una cena sulla terraferma), nella konoba di Joseph. Questo il menù: olive, prosciutto dalmata, formaggio di Pago, insalata di polipo, spaghetti alle seppie, sardoni, ricciola, patate, frittelle di zucchine, fichi, palacinke alla ciliegia, liquore della casa, caffè, il tutto innaffiato con vino bianco e rosso a volontà... Smaritate a volte conviene! Dovremmo anche descrivere la vita di bordo, tra tuffi nell’acqua e bagni di sole, nel più assoluto relax... Ma dobbiamo chiudere, e lo facciamo – come l’anno scorso – con la storia di Enrico lo Svizzero, che si riserva sempre il gran finale delle nostre crociere. Un anno fa ci eravamo accorti improvvisamente che mancava solo lui sul veliero, credevamo fosse stato male in cabina, abbiamo fatto irruzione ma lì non c’era: lo avevamo dimenticato a terra! Anche quest’anno l’ultimo giorno ci siamo accorti di colpo che lui non c’era più, convinti di averlo di nuovo lasciato a terra. Invece no: questa volta stava male nella sua cabina, troppe seppie la sera prima! Visto comunque il lieto fine, siamo tutti d’accordo: se non ci fosse, dovremmo inventarcelo. E poi Uccio ed Eva, Elisabetta e… (nomi giusti?): quest’anno non erano con noi, ma li abbiamo tanto ricordati in tutte le nostre conversazioni che in fondo c’erano lo stesso. E poi l’hanno promesso: la prossima volta saranno ancora dei nostri, più in forma di prima. Infine un grazie a Graziella e Salvatore, instancabili organizzatori delle nostre avventure, e a Silvio Mazzaroli, direttore di questa “Arena di Pola”, la voce che ci tiene uniti e ci fa popolo. Senza essere dissacranti, ma anche noi al “Barbara” promettiamo per l’anno prossimo «Ti con nu, nu con ti!», il giuramento di Perasto.
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