Istria: una sintesi storica

Prima di Roma

L’Istria emerse dalle acque fra i 180 e i 35 milioni di anni fa. Poi il mare si abbassò. Il fiume Arsa proseguiva fino a immettersi nel Paleo-Po, che sfociava nel mare Adriatico poco a sud della linea Ancona-Spalato. Dopo il 10.000 a.C. le acque si innalzarono e verso l’8.000 a.C. la piccola penisola assunse la sua forma odierna, ma ancora in epoca romana il mare aveva un livello inferiore di circa due metri e le terre emerse erano più estese. La prima traccia di presenza umana in Istria risale a circa un milione d’anni fa, mentre il primo resto umano fossile è databile intorno al 10.000 a.C.. Fra il 2.500 e il 1.800 a.C. si insediarono in un’ampia area comprendente anche Trieste e il Carso popoli definibili come proto-italici; sui colli sorsero villaggi, si cominciarono a lavorare i metalli e crebbero gli scambi con le aree vicine.

Dal 1.600 a.C. nuove genti costruirono castellieri sulle alture e realizzarono necropoli. Tra il XII e l’XI secolo a. C. arrivarono gli istri: la conseguenza fu che molti castellieri furono abbandonati, mentre in altri la vita continuò dopo una fase critica. Nell’Istria orientale e nel Quarnero si stanziarono invece i liburni. Dal IX secolo a.C. si ebbe, grazie all’intensificarsi dei commerci marittimi e terrestri, un crescente progresso artistico, economico e tecnico. Istri e liburni, abili navigatori, praticavano la pirateria o comunque esigevano un tributo da chi percorreva le “loro” acque. All’inizio del IV secolo a.C. un qualche evento traumatico sconvolse gli equilibri precedenti: forse proprio allora i carni si insediarono a Tergeste, i menoncaleni e i roditti a est della città, i catali a sud, i subocrini in Ciceria e nel Pinguentino, i fecussi nell’Istria centro-orientale e i giapidi intorno al Timavo superiore. Non è chiaro se questi popoli, citati solo in epoca successiva, fossero celtici o parzialmente celtizzati. Comunque gli istri restarono prevalenti nell’Istria meridionale e occidentale e i liburni nella fascia marittima orientale.

 

L’età romana

I romani, in espansione, si scontrarono più volte con gli istri fra il 220 e il 178 a.C.. Nel 177 li sottomisero definitivamente, vendendone come schiavi più di 5.000; agli altri, rimasti liberi, imposero un tributo e vietarono le armi. L’Istria divenne così un protettorato romano. Il processo di romanizzazione iniziò in modo lento, pacifico e spontaneo con il fiorire dei commerci lungo la costa occidentale. Durante il I secolo a.C. Tergeste, Parentium e Pola divennero prima municipi romani e poi colonie, con ampia autonomia amministrativa e giudiziaria. Tergeste controllava l’intera Istria centro-settentrionale e buona parte del Carso, mentre Julia Pola andava dal Canal di Leme all’Arsia. Parentium, fra il Quieto, il Canale di Leme e il vallone della Draga, era la colonia meno estesa. Nel 16 a.C. norici e pannoni invasero la penisola istriana. Augusto fissò il confine italico all’Arsa, al Monte Maggiore e al Nevoso, istituì la X Regio Italiae Transpadana et Histria e assegnò la Liburnia alla Provincia dell’Illirico. Nel 6 a.C. i pannoni devastarono ancora l’Istria. Seguì un lungo periodo di pace. Gli autoctoni si concentrarono nelle città e nelle ville rustiche, dove i coloni italici conducevano fiorenti attività. Dai porti di Tergeste, Pola, Parentium e Silvo (Salvore) transitavano verso Aquileia, l’Italia settentrionale, la Rezia, il Norico e la Pannonia i principali prodotti locali di esportazione: olio, olive, vino, legname e lana. Si diffuse la scrittura: i primi documenti scritti in Istria sono infatti latini. L’area meno romanizzata fu quella interna, dove rimase prevalente l’allevamento. Intorno al 170 d.C. l’Istria fu inclusa in una zona militare a difesa dai barbari. È probabile che in quell’occasione il confine d’Italia sia stato spostato sino ad includere le già dalmate Fiume, Cherso, Lussino e Veglia. Nel 248 goti, vandali e altri barbari fecero una pesante scorreria. Fra il 286 e il 295 sorse la Provincia annonaria Venetia et Histria, assegnata nel 395 all’Impero romano d’Occidente. I visigoti la devastarono nel 401 e nel 408. In seguito a ciò le ville rustiche furono abbandonate o trasformate in borghi e molti profughi si riversarono nelle cittadine insulari o ripopolarono alcuni castellieri abbandonati. Il cristianesimo cominciò a diffondersi dalle città principali e nel IV secolo vennero edificate le prime chiese.

 

Il periodo romano-germanico

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, l’Istria restò nella Prefettura del Pretorio d’Italia prima con Odoacre e poi con i re ostrogoti, che governavano per delega degli imperatori di Costantinopoli. In pratica la civiltà romano-cristiana continuò sotto un protettorato germanico. La classe dirigente locale mantenne il controllo politico e si consolidarono le sedi vescovili, mentre i barbari, scarsi di numero, gestirono l’esercito e i gradi più alti della giustizia acquisendo un terzo delle terre pubbliche. Le campagne istriane, allora floride, rifornirono di viveri la capitale Ravenna e le forze armate.

 

Bizantini e longobardi

Nel 539 e, definitivamente, nel 552 i bizantini conquistarono l’Istria, facendone l’estremo lembo nord-orientale della Prefettura del Pretorio d’Italia nell’Impero romano d’Oriente, e subentrarono agli ostrogoti, mentre i locali rivestirono ruoli importanti nei Municipi. La guerra greco-gotica non fece grossi danni, ma nel 566 arrivarono peste e carestia e dal 568 le cittadine insulari accolsero profughi in fuga dagli invasori longobardi. L’Istria si ridusse ad estremo avamposto di frontiera settentrionale dell’impero, isolato dal resto dell’Italia bizantina, e le autorità militari assunsero anche funzioni civili. Nel 588 i longobardi devastarono la fascia occidentale, che occuparono per circa un anno. A cavallo tra iI VI e il VII secolo gli istriani rivendicarono autonomia religiosa aderendo a uno scisma (l’unico della loro storia) che rivendicava autonomia sia dall’imperatore che dal papa, ma alla fine dovettero cedere. La peste colpì fra il 590 e il 602. Per giunta, fra il 592 e il 615 gli slavi fecero le loro prime scorrerie da soli o insieme a longobardi e àvari. Nuclei slavi si stanziarono nel 619 in Ciceria e nel 630 intorno al Monte Maggiore. Dopo il 680, nell’ambito di quanto rimaneva dell’Italia bizantina, sorse il Ducato d’Istria con capoluogo Pola. La classe dirigente politico-militare istriana, il patriarca di Grado e i vescovi istriani ampliarono i propri possedimenti terrieri. Nel 700 vi fu un’altra invasione slava e nel 727 anche l’Istria fu interessata dalla rivolta autonomista antiiconoclasta. Nel 751 i longobardi occuparono parte del ducato, che tuttavia nel 774 (o forse prima) tornò ai bizantini. 

 

Il feudalesimo

Nel 787-788 i franchi conquistarono l’Istria inglobandola nella Marca del Friuli. Contingenti istriani parteciparono alle vittoriose spedizioni franche contro gli àvari (791 e 795), i croati (799) e gli àvaro-slavi (803), scongiurando così l’arrivo di nuovi invasori. Ma il duca franco Giovanni, imponendo il suo dominio dispotico, sottrasse a città e castelli gli agri che possedevano da secoli affidandoli a suoi fedelissimi capi-distretto, impose gravami servili e fece insediare in aree interne slavi pagani destinando loro le decime ecclesiastiche. Date le proteste, tre messi imperiali di Carlo Magno decisero nel placito del Risano che il duca avrebbe risarcito gli autoctoni, ripristinato le leggi bizantine e allontanato gli slavi. Questi si trasferirono in aree incolte della Ciceria. Ma il sistema feudale cominciò ugualmente ad attecchire e ulteriori piccoli gruppi di slavi si insediarono nei secoli successivi in località disabitate. Nell’828 la Contea d’Istria passò alla Marca d’Aquileia, nel 952 al Ducato di Baviera e nel 976 al Ducato di Carinzia, tutte entità appartenenti al Sacro Romano Impero della nazione germanica. Dopo l’840 Venezia, emancipatasi da Bisanzio, cominciò ad affermare la propria egemonia economica sulla costa occidentale dell’Istria. Vana fu la reazione delle autorità imperiali, che nel 933 insieme ai rappresentanti delle città costiere dovettero firmare la Pace di Rialto, la quale garantiva notevoli privilegi ai veneziani. A partire dal X secolo i vescovi locali e il patriarca di Aquileia ottennero dagli imperatori germanici feudi sempre più numerosi, che ne accrebbero il potere politico. Nel 1040 l’Istria fu eretta a Marca; fiduciari dei marchesi germanici ressero città e castelli. Fra l’842 e l’880 pirati saraceni, croati e narentani assalirono vari centri costieri con gravi danni e lutti. Nel 960 e nel 964 i soli narentani tornarono alla carica e nel 960 la penisola subì anche incursioni croate condotte via terra. Inoltre nel 954, nel 958 e nel 1006 tornò la peste. Nel XII secolo i principali feudatari istriani, ovvero i patriarchi di Aquileia, i marchesi d’Istria, i vescovi e gli abati, cominciarono a subinfeudare terre e beni a signorotti che costruirono sulle alture castelli e borghi. Le guerre che dal 1120 videro contrapposti il patriarca e il marchese indebolirono entrambi, rafforzando indirettamente questi vassalli, che assunsero il controllo del territorio ed estesero abusivamente il loro potere.

 

Venezia si afferma

Dal 1145 diverse cittadine rivierasche, volendo tutelare i propri interessi, sfidarono invano Venezia, che riaffermò la sua autorità. Il primo Comune istriano fu nel 1177 Pola. Nel 1209 il patriarca di Aquileia divenne marchese d’Istria. Contro di lui nel 1230 si allearono Pola, Capodistria, Parenzo e Pirano, che in seguito però gli confermarono fedeltà ottenendo in cambio più autonomia. Nel 1267 i Comuni di Capodistria, Pirano, Muggia e Buie, insieme ai feudatari di Pisino e Momiano, si ribellarono nuovamente al patriarca. Fra il 1267 e il 1283 i Comuni di Parenzo, Umago, Cittanova, San Lorenzo, Montona, Pirano e Rovigno, scegliendo il male minore, si diedero liberamente a Venezia, che in seguito prese anche Isola e Capodistria. Nel 1310 i Castropola divennero signori di Pola e della bassa Istria per conto del patriarca, ma nel 1318 dovettero rinunciare alla politica anti-veneziana. Malgrado ciò, nel 1331 furono rovesciati da una fazione avversaria e Pola, Valle e Dignano si affidarono al doge. Nel 1348 Capodistria, l’altra città istriana che aveva più volte tentato di creare una propria signoria, si ribellò per l’ultima volta a Venezia, ma fu espugnata. Nel 1354 i genovesi, in guerra con la Serenissima, devastarono Parenzo e Pirano e nel 1370 Umago. La peste mieté vittime nel 1338, 1348, 1361 e 1371; nelle aree desolate Venezia favorì l’insediamento di slavi, friulani e veneti. Genovesi e patriarchini investirono nel 1379-80 l’Istria veneta, che fra il 1411 e il 1413 subì anche un’invasione ungherese, nel mentre l’integrità del patriarcato veniva scossa.

 

Fra Venezia e l’Austria

Nel 1420 Venezia acquisì la residua Istria patriarchina e nel 1523, dopo una lunga guerra con l’Austria, estese ulteriormente i suoi domini istriani, che raggiunsero la massima estensione e rimasero invariati sino al 1797. L’Istria veneta si estendeva per circa 2.400 km², quella austriaca per quasi 1.000. La prima comprendeva l’intera costa da Muggia a Fianona. La seconda, per lo più interna, aveva come sbocco marittimo la costa nord-orientale fra Bersezio e Volosca. Fra il 1427 e il 1558 la peste colpì più volte. Per giunta, tra il 1469 e il 1512, i turchi fecero sanguinose incursioni. Le conseguenze furono devastanti e la popolazione si contrasse notevolmente. Tra la metà del ’400 e il 1726 la Serenissima insediò nelle aree rurali rimaste incolte profughi slavi, morlacchi, albanesi e greci, che si dimostrarono non sempre inclini a integrarsi con gli autoctoni malgrado le facilitazioni ottenute. Nei loro villaggi si affermarono i dialetti croato-ciacavi, ma l’istro-veneto, già subentrato all’istroromanzo nel centro-nord, rimase la lingua d’uso conosciuta da tutti. Anche gli austriaci nei loro territori istriani fecero arrivare slavi e morlacchi. Nel corso dei secoli i dialetti italiani e slavi dell’Istria si influenzarono a vicenda, specie nelle aree di maggiore contatto. Nel ’500 le idee della Riforma si diffusero e l’Inquisizione imperversò, ma l’Istria rimase fedele alla Chiesa e l’unità religiosa fu preservata sia tra gli italiani che tra gli slavi. Dal 1597 al 1617 i feroci attacchi degli uscocchi, protetti dagli Asburgo, indussero rappresaglie veneziane con saccheggi, stragi, incendi e barbarie da ambo le parti. Con la pace di Madrid del 1617 l’Austria dovette trasferire gli uscocchi nell’entroterra croato e sloveno. Da allora non vi furono più guerre aperte fra Venezia e l’Austria in territorio istriano, che fino al 1797 conobbe un lungo e benefico periodo di pace, anche se non mancarono scaramucce di confine, spesso per ragioni commerciali, soprattutto nell’area triestina. Assai turbolente furono le zone di confine con i territori arciducali. Nel 1687, inoltre, pirati ottomani depredarono Cittanova deportandone gli abitanti rimasti. La peste falcidiò nel 1621 e 1629-31 numerose località, con particolare accanimento a Pola e Parenzo. In seguito però non si verificarono più pestilenze gravi ed estese, anche grazie al miglioramento delle condizioni igieniche ed economiche, all’adozione di misure sanitarie, alla pace e alla stabilità sociale. Così, dopo due secoli di depressione e stagnazione, l’Istria veneta cominciò lentamente a rifiorire sul piano demografico, materiale e artisticoculturale. Tributariamente rendeva meno di quanto Venezia vi investisse, ma la riforniva di merci importanti. L’Istria veneta era suddivisa in Comuni e Feudi; ogni Comune aveva a capo un nobile veneziano scelto dal Senato di Venezia. Le altre cariche spettavano ai nobili locali. A partire dal 1584 il podestà e capitano di Capodistria assunse progressivamente funzioni di capo della provincia. Nel ’700 Rovigno divenne la città più popolosa ed economicamente attiva, ma Capodistria conservò il suo ruolo di capoluogo politicoculturale. L’Istria asburgica era formata dalla Contea di Pisino, da piccoli feudi e dal Capitanato di Castua, comprendente fino al 1719 anche Fiume. La popolazione, salvo i centri principali, era perlopiù slavofona, così come il clero. Il feudalesimo impedì lo sviluppo urbano, l’autonomia comunale e la crescita economica. Le attività pressoché uniche erano l’agricoltura, l’allevamento e la pastorizia. Molto diffusa era la servitù della gleba.

 

Il primo dominio austriaco

Quando, nel 1796-97, la Repubblica si trovò percorsa da truppe francesi e austriache, i Comuni istriani le confermarono il loro secolare attaccamento. Dimessosi però l’ultimo doge il 13 maggio 1797, giurarono fedeltà alla Municipalità provvisoria di Venezia guidata dai bonapartisti e iniziarono le riforme democratiche. A Isola i popolani uccisero il podestà, ritenuto complice dei nobili che tramavano per l’occupazione asburgica. Sommosse si ebbero anche altrove, ma fra il 10 e il 17 giugno gli austriaci occuparono l’intera Istria veneta, che Napoleone riconobbe loro con il Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797). Specie la nobiltà accolse con favore il nuovo regime più conservatore, che si presentava come erede della Serenissima. Gli austriaci tentarono di razionalizzare l’amministrazione veneta, ma il ripristino di alcuni privilegi nobiliari e, fra il dicembre 1804 e il luglio 1805, una forte militarizzazione del territorio provocarono nuovi malumori e tensioni.

 

L’Istria sotto Napoleone

A partire dal 21 novembre 1805 i francesi occuparono l’Istria ex veneta, che il 26 dicembre fu annessa al Regno d’Italia e il 1° maggio 1806 eretta a Dipartimento. Si abolì ogni privilegio ecclesiastico e nobiliare, si soppressero ordini religiosi, congregazioni e confraternite, si rese obbligatorio il matrimonio civile, si trasferì l’anagrafe allo Stato e si elevarono i Feudi a Comuni. Sgradite novità furono le nuove imposte e la leva militare, ma fu potenziata la produzione del sale, unificati pesi e misure, migliorate igiene e beneficenza pubblica, create nuove scuole elementari e, a Capodistria, un ginnasio-liceo, favoriti i progressi tecnici, ripristinata la libertà di stampa, ammodernate le poste e semplificata la burocrazia. Gli istriani italofoni cominciarono allora a sviluppare il sentimento nazionale italiano. Dopo un’effimera rioccupazione del Dipartimento fra l’aprile e l’ottobre 1809, l’Austria cedette l’Istria anticamente asburgica alle neo-costituite Province illiriche dell’Impero francese. Nel gennaio 1810 Napoleone aggregò a questo nuovo stato semicoloniale anche la parte ex veneta, che nel 1811 fuse con quella anticamente asburgica nella Provincia d’Istria. Così, per la prima volta dopo secoli, l’intera penisola tornò unita anche sul piano amministrativo. Nel biennio seguente gli istriani dovettero difendersi da frequenti incursioni costiere inglesi. Le condizioni di vita peggiorarono.

 

Il secondo dominio austriaco

Riconquistata l’intera Istria, dal settembre 1813 gli austriaci vi ripristinarono il vecchio ordinamento. Il Trattato di Parigi del 1814 e il Congresso di Vienna del 1815 sancirono la sovranità asburgica. Nel 1816 la penisola, suddivisa nel Circolo dell’Istria ex veneta e in quello di Fiume (con l’Albonese, Cherso, Lussino, Veglia e il Castelnovano), fu assoggettata al Governatorato di Trieste, che insieme a quello di Lubiana costituì l’asburgico Regno d’Illiria. Nel 1822, soppresso il Circolo di Fiume, fu istituito il Circolo di Pisino (comprendente Albona, Veglia, Cherso, Lussino e Castelnuovo), che nel 1825 venne unito a quello dell’Istria ex veneta nel nuovo Circolo dell’Istria. I confini amministrativi definiti allora restarono inalterati sino al 1918. Vienna nominava il governo circolare e i commissari distrettuali, che nominavano i podestà. Venne così meno ogni forma di democrazia. L’italiano era lingua ufficiale accanto al tedesco, ma nei villaggi sorsero scuole slave gestite da sacerdoti.

Dopo il lungo periodo della Restaurazione, nel 1844-47 si ripristinarono molti Consigli comunali, dove prevalsero i liberal-nazionali. La maggioranza degli istriani aderì ai moti risorgimentali italiani del 1848-49. In particolare, i marinai imbarcati sulle navi da guerra austriache disertarono aderendo alla rinata Repubblica Veneta. La costituzione del 1849 soppresse il Regno d’Illiria ed elevò il Litorale Austro-Illirico a Provincia immediata della Corona asburgica. Anche le elezioni amministrative confermarono la prevalenza liberal-nazionale, ma a partire dal 1852 Vienna ripristinò un regime autoritario e impose nuovi dazi che fecero aumentare i prezzi e crollare gli scambi con Trieste. Dal 1856 la creazione della base della marina militare austriaca e di un arsenale attirò a Pola molti immigrati di varia nazionalità, che la resero in pochi decenni la principale e più moderna città della provincia.

Nel 1859, mentre i soldati di leva dovettero affrontare le truppe sabaude e francesi nella Seconda guerra d’indipendenza, volontari istriani fuoriusciti combatterono contro l’Austria e poi parteciparono all’impresa dei Mille. Molti istriani chiesero invano di far parte della Confederazione Italiana, che in base all’Armistizio di Villafranca avrebbe dovuto vedere la luce sotto la presidenza del papa. Nell’ottobre 1860 una sollevazione dei piranesi contro i funzionari doganali fu duramente repressa, ma l’obiettivo di favorire i commerci marittimi con Trieste fu presto raggiunto. Con la riforma amministrativa del 1860 il Circolo dell’Istria fu rinominato Margraviato e divenne una delle tre Province del Litorale Austro-Illirico. Nel marzo 1861 alle elezioni per la Dieta Istriana prevalsero ancora i liberalnazionali.

Volendo appartenere al Regno d’Italia o quantomeno al Regno Lombardo- Veneto della monarchia asburgica, 20 consiglieri scrissero «Nessuno» sulla scheda per i 2 parlamentari da mandare a Vienna. Allora il governo sciolse la Dieta e convocò nuove elezioni, vinte dai filo-asburgici a causa del forte astensionismo. Fino al 1914, comunque, la Dieta provinciale rimase sempre in mani italiane, così come la gran parte dei Comuni. Prima della guerra italo-austriaca del 1866 Vienna sciolse le amministrazioni di Capodistria e Pirano; alcuni patrioti istriani si arruolarono nel regio esercito o tra i garibaldini sperando di contribuire a liberare la loro terra dominata dallo straniero. La minacciosa base navale di Pola funse da deterrente contro la flotta italiana. Il Compromesso del 1867 incluse il Litorale Austro-Illirico nella parte austriaca dell’Impero Austro-Ungarico. La nuova legislazione che tolse alla Chiesa cattolica alcuni privilegi soprattutto in campo scolastico e matrimoniale fu accolta con favore dalla maggior parte degli italiani dell’Istria, che erano cattolici sì ma moderati e intrisi ormai (sacerdoti compresi) di cultura liberal-risorgimentale, e dunque non ostili alla fine dell’ormai anacronistico Stato Pontificio. Al contrario sloveni e croati delle campagne si legarono ancor di più al loro clero.

Contrariamente alle speranze di tanti istriani, la conquista di Roma (1870) segnò la fine della politica risorgimentale del regno sabaudo. Nel 1878 la chiamata alle armi per la repressione del movimento insurrezionale nei nuovi protettorati asburgici della Bosnia- Erzegovina e di Novi Pazar indusse diversi giovani istriani a disertare rifugiandosi in Italia, dove già dimoravano alcuni esuli anche triestini e trentini. Ma nel 1882 la Triplice Alleanza tra Italia, Austria-Ungheria e Germania gelò i sogni irredentisti abbandonando a se stessi gli italiani dell’Impero asburgico. Visto il ripudio compiuto dalla madrepatria, nella classe dirigente italofona dell’Istria prevalse una linea moderata, autonomista e patriottica, ma legittimista. La minoranza irredentista era invece radicata soprattutto fra i giovani e nella sinistra laico-democratica. Solo a ridosso della Prima Guerra Mondiale cominciò a formarsi un irredentismo nazionalista conservatore. Il tentativo di creare un partito cattolico italiano austriacante riuscì, ma tardivamente.

Specie in alcune aree della provincia, dagli anni ’70 dell’800 sacerdoti sloveni e croati nazionalisti, spesso originari di altre province, slavizzarono nomi e cognomi italiani sui registri dello stato civile con l’assenso delle autorità asburgiche. Ne seguirono proteste anche al parlamento di Vienna. Dal 1885 l’associazione Pro Patria promosse attività scolastiche, culturali, ricreative e sportive. Sciolta nel 1890 perché accusata di irredentismo, le subentrò nel 1891 la Lega Nazionale, che fino al 1915 istituì scuole, giardini d’infanzia e ricreatori, assegnò borse di studio e organizzò varie iniziative. Invano chiese l’istituzione di un’università in lingua italiana. Simile sul fronte slavo fu l’attività dell’associazione Santi Cirillo e Metodio. Appena dal 1890 il governo italiano cominciò a sostenere finanziariamente, tramite la società “Dante Alighieri”, le attività educative, culturali, sportive e politiche degli italofoni d’Istria. Ma lo fece di nascosto e quasi mai chiese all’alleato asburgico il rispetto dei diritti dei propri connazionali.

Nel 1886 il Comune di Pisino e nel 1887 quello di Pinguente furono conquistati dal partito che raggruppava gli slavi, presenti soprattutto nel circondario. Lo stesso partito assunse il controllo dei Comuni rurali dell’Istria nord-orientale e delle isole. Nel 1888 sloveno e croato divennero obbligatori nei tribunali accanto all’italiano. Dal 1891 tutte le elezioni per il Parlamento diedero sempre un risultato di parità fra italiani e slavi, mentre fino ad allora erano prevalsi gli italiani.

Nel 1894 l’affissione forzata di tabelle bilingui (italiano-sloveno) sul locale palazzo di giustizia provocò una rivolta a Pirano. Un analogo tentativo di installare l’insegna a Rovigno fallì. In seguito non furono affisse nuove tabelle bilingui nel resto dell’Istria, ma quella di Pirano rimase al suo posto, a lungo protetta dai militari. Nel 1896 i consiglieri provinciali croati giurarono per la prima volta nella loro lingua, venendo poi aggrediti dai parenzani, che li considerarono dei provocatori. Allora le autorità asburgiche pensarono di spostare la sede della Dieta a Pola, considerata più sicura sul piano della fedeltà alla corona, ma i tumulti che si verificarono contro i consiglieri croati le indussero nel 1899 a optare per Capodistria. Dopo i tafferugli avvenuti in aula nel 1910 la Dieta non si riunì più. In Istria il suffragio universale maschile fu introdotto nel 1907 per le elezioni parlamentari e nel 1914 per quelle dietali. Ciò favorì i socialdemocratici e i popolari italiani, entrambi moderati e poco sensibili alle questioni nazionali.

Dopo la metà dell’800 la popolazione istriana, non più falcidiata da guerre e pestilenze, crebbe progressivamente come mai in passato. Dal 1880 al 1910 i censimenti registrarono una maggioranza slava. Ciò dipendeva anche dal fatto che dell’Istria amministrativa facevano parte zone compattamente slovene o croate, come quelle interne più settentrionali. Gli italofoni prevalevano comunque in città e borghi, gli slavofoni nelle campagne (con la parziale eccezione del Buiese). L’agricoltura rimase l’attività principale, con i maggiori proprietari concentrati nei centri urbani, e dunque di lingua italiana. Dopo il 1860 sorse a Pola, Rovigno e Isola la piccola industria, con il conseguente sviluppo di un ceto operaio. Soprattutto a Pola prese corpo la cantieristica, a Lussino e Volosca la navigazione. Nelle miniere carbonifere dell’Arsa lavoravano centinaia di minatori e lungo la costa sud-occidentale vi erano anche cave di pietra da costruzione. Nel 1876 entrò in funzione la ferrovia Trieste-Pola e nel 1902 la Trieste-Parenzo. Agli inizi del ’900 ad Abbazia, Portorose e sulle isole Brioni si affermò un moderno turismo elitario. Una borghesia croata cominciò a prender forma solo a Pola e Pisino, mentre nelle altre piccole realtà urbane gli immigrati slavi tendevano ad assimilarsi. Peraltro una sempre più consistente emigrazione di istriani italofoni si diresse verso Trieste, fenomeno che continuò anche dopo la Prima Guerra Mondiale. A Pisino nel 1898 sorse il primo ginnasio croato della provincia e l’anno successivo venne istituito il secondo ginnasio italiano dopo quello di Capodistria.

Nell’agosto 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, gli istriani abili furono mandati al fronte, mentre 26.000 polesani su 58.500 furono evacuati dalla città, proclamata piazzaforte militare. Molti poi vi tornarono, ma nel maggio 1915 oltre 50.000 abitanti dell’Istria meridionale furono internati su carri bestiame in Ungheria, Austria e Moravia per timore che favorissero il nemico italiano. Alcuni, malgrado i divieti, riuscirono a riparare in altre località istriane, a Trieste o Fiume. Al ritorno trovarono un panorama spettrale per via dei danni, dei saccheggi e del degrado verificatisi. Dopo la pace separata di Austria-Ungheria e Germania con i sovietici (3 marzo 1918), anche i prigionieri istriani in mani russe poterono rientrare. Gli internati politici (compresi alcuni croati e sloveni filoserbi) furono circa 500 e i volontari irredenti nelle file italiane 410, tra cui diversi caduti, molti dei quali decorati poi al valor militare. Il volontario capodistriano Nazario Sauro fu catturato dagli austriaci durante una spedizione navale e impiccato a Pola il 10 agosto 1916. La maggioranza della popolazione croata e slovena dell’Istria, per la sua natura cattolico-conservatrice, si mantenne fedele alla corona asburgica per tutta la durata della guerra.

Dal maggio 1915 al novembre 1917 l’Istria rappresentò per l’esercito asburgico una retrovia del fronte, dove non si verificarono atti bellici nemmeno navali. Pola tuttavia subì qualche attacco aereo italiano. L’abbandono delle campagne della Polesana rese ancora più acuto il problema degli approvvigionamenti alimentari. La carestia si accentuò con la siccità dell’estate 1917 e il freddo dell’inverno successivo. I traffici marittimi e la pesca furono azzerati e l’intera economia provinciale compromessa. Al termine del conflitto la febbre spagnola fece molte vittime, peggiorando ulteriormente la già difficile situazione.

 

L’Istria italiana

Avviatosi il processo di smembramento dell’Impero Austro-Ungarico, dal 30 ottobre 1918 i Consigli Nazionali Italiani presero il potere in numerose località dell’Istria, mentre in altre si affermarono quelli slavi. La marina asburgica consegnò la flotta a questi ultimi, ma il 1° novembre a Pola un’ardita spedizione italiana fece saltare la nave ammiraglia Viribus Unitis. A partire dal 3 novembre, come previsto dall’armistizio, le truppe italiane occuparono pacificamente l’intera provincia, compresa Veglia, accolte in modo entusiastico dalla stragrande maggioranza degli italofoni, ma anche da una parte dei mistilingui. L’8 novembre l’Ammiragliato italiano prese possesso a Pola della flotta ex imperiale ed assunse provvisoriamente il potere politico nell’Istria meridionale e nelle isole. A Trieste si insediò il Governatorato Militare della Venezia Giulia, cui nell’agosto 1919 subentrò il Commissariato Generale Civile.

L’Istria uscì dalla guerra stremata, impoverita e divisa tra sostenitori dell’Italia e del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (SHS), mentre una parte dei socialisti vagheggiava uno stato indipendente nord-adriatico cuscinetto. Militari asburgici, funzionari, ferrovieri, postelegrafonici e operai non autoctoni rimpatriarono (specie da Pola), mentre dall’Italia arrivarono militari, amministrativi e immigrati in cerca di fortuna. Per non incorrere in equivoci, alcuni istriani italianizzarono spontaneamente il proprio cognome, specie se tedesco. Il censimento del 1921 rispetto a quello del 1910 evidenziò a livello provinciale un netto calo demografico (da 404.309 a 343.401 unità) e un ribaltamento della supremazia etnica: gli italiani salirono dal 36,5% al 58,3%, i croati calarono dal 41,6% al 26,3% e gli sloveni passarono dal 13,7% al 13,8%, mentre le altre nazionalità si azzerarono e gli stranieri scesero dal 4,2% all’1,6%. Nel primo semestre del 1921 Pola, Lussinpiccolo e Abbazia accolsero generosamente alcuni dei profughi dalmati che avevano lasciato la loro terra dopo l’annessione al Regno SHS. Ma l’Istria, con la disoccupazione che si ritrovava, non era certo in grado di dare un lavoro a questi connazionali.

La crisi economica causata dalla guerra fu aggravata dalla perdita dei tradizionali mercati dell’Impero Austro-Ungarico, dalle turbolenze post-belliche nell’Europa centrale, dalla politica ostile del Regno SHS e dal disastroso cambio della corona austriaca con la lira. Il prolungarsi del periodo armistiziale alimentò una condizione di provvisorietà, mentre le sovrapposizioni di competenze e gli attriti fra i diversi organi statali produssero una politica contraddittoria che non favorì né la ripresa produttiva né la corretta gestione dell’ordine pubblico. Particolarmente delicata era la situazione a Pola per la contrazione dell’attività industriale e cantieristica. Particolarmente difficile rimaneva anche la condizione dei contadini nelle campagne.

Anche fra la popolazione italofona crebbe così il malcontento, mentre l’Italia intera era scossa da forti conflitti politico-sindacali. I socialisti sbandarono verso posizioni rivoluzionarie, mentre il movimento politico unitario dei nazionalisti sloveni e croati, l’Edinost, contrastò le autorità italiane nella speranza di una annessione al Regno SHS, determinando una radicalizzazione dello scontro etnico. I più ostili furono i sacerdoti e i cattolici slavi, che mal digerirono la mancata riapertura di alcune scuole (specie medie e superiori), la soppressione dell’insegnamento religioso e l’abolizione del bilinguismo nei tribunali. In particolare fra il febbraio e il luglio 1919 si temettero azioni insurrezionali jugoslave fomentate da Belgrado. Per completare il ciclo di studi, molti allievi croati e sloveni dovettero provvisoriamente espatriare. Il vescovo sloveno di Trieste e Capodistria Karlin venne sostituito da Angelo Bartolomasi, il primo italiano dopo lungo tempo a guidare la grande diocesi, comprendente anche tutta l’Istria settentrionale e quella centrale interna. Il primo Fascio di Combattimento istriano si costituì ad Albona nell’aprile 1919, seguito in maggio da quello di Pola. Fra i componenti c’erano anche slavi o mistilingui antirivoluzionari. Fino all’aprile 1920 le poco nutrite squadracce effettuarono modeste azioni punitive contro contadini della Polesana, operai dell’Albonese e sedi socialiste a Montona, Dignano, Valle e Rovigno. Nel primavera del 1920 l’annunciata chiusura dell’arsenale provocò sia a Pola che a Dignano violenti scontri tra operai e tutori dell’ordine. Il 1° maggio fra i manifestanti vi furono due morti e 18 feriti. Da allora i fascisti, sostenendo che era stata stretta un’alleanza eversiva tra social-rivoluzionari e nazionalisti slavi, cominciarono a prendere di mira anche questi ultimi. In risposta alle violenze slave di Spalato e Trieste, il 14 luglio a Pola incendiarono, affiancati da alcuni militari, l’intero edificio che ospitava il Narodni dom e, il giorno dopo, gli studi di due avvocati croati e una sede giovanile socialista. A Pisino diedero alle fiamme la tipografia di un giornale cattolico croato. Sempre a Pola il 23 settembre 1920 un carabiniere fu ucciso durante uno scontro con dei giovani social-rivoluzionari. Ne seguì la distruzione della Camera del Lavoro, di circoli socialisti, della redazione e della tipografia di un giornale e della casa di un dirigente massimalista. Le squadracce cominciarono così a essere viste da una parte crescente della società istriana, delle autorità e delle forze dell’ordine come strumenti di difesa dello stato, dell’italianità e dell’ordine sociale contro i rischi sia rivoluzionari che separatisti. Il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio era entrato con i suoi legionari nella vicina Fiume, che invocava l’annessione. Il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) assegnò all’Italia l’ex Litorale austriaco (meno Veglia e Castua), un tratto di Carniola e Zara con le isole di Lagosta, Pelagosa e Saseno. Dall’Istria si mossero le truppe italiane che, con il “Natale di sangue” del 1920, posero fine all’epopea dannunziana. Fiume sarebbe dovuta diventare uno Stato libero, ma il 27 gennaio 1924 Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni (SHS) ne decretarono la spartizione. Terminò così il lungo regime armistiziale. Parenzo divenne capoluogo di Provincia, ma restò in sospeso il problema del passaggio dalla legislazione asburgica a quella italiana. Il 31 ottobre e il 1° novembre 1920 a Pirano si verificarono scontri tra squadristi e “rossi”. In Istria, dopo la scissione di Livorno, vennero fondate sezioni del Partito Comunista d’Italia solo a Pola, Rovigno e Muggia. Dal gennaio 1921 le spedizioni squadriste ripresero con vigore in varie località contro i “rossi” e a Rovigno fu ucciso un socialista. A Buie un 19enne fascista piranese venne freddato per legittima difesa da un ferroviere comunista che era stato aggredito. Circa tremila minatori dell’Arsa, sia italiani che slavi, iniziarono nel febbraio 1921 uno sciopero a oltranza che il 21 marzo si tradusse nell’occupazione degli impianti, stroncata l’8 aprile dall’Esercito.

La successiva campagna elettorale per le elezioni politiche del 15 maggio 1921 fu caratterizzata da violenze fasciste contro nazionalisti slavi (tra cui sacerdoti, maestri o altri maggiorenti locali), ma anche contro comunisti, socialisti e popolari italiani. Vi furono provocazioni, intimidazioni, furti di giornali propagandistici e di schede elettorali, assalti, devastazioni, incendi, sequestri di persona e aggressioni. Lo scopo era vincere le elezioni terrorizzando gli avversari affinché si astenessero. Il resto lo avrebbero fatto gli agenti governativi nei seggi con gli opportuni “aggiustamenti”. I fascisti egemonizzavano la lista filo-governativa del Blocco Nazionale, composta anche da candidati del Partito Democratico Nazionale e del Partito Socialista Riformista. I nazionalisti sloveni e croati avevano invece fatto blocco comune nell’Edinost, mentre i comunisti, perlopiù di nazionalità italiana, si presentavano in forma autonoma. Il presidente del Consiglio Giolitti si illudeva di poter usare lo squadrismo per puntellare il suo potere sconfiggendo le opposizioni di sinistra e il forte partito slavo, di cui temeva il successo. Ciò spiega la tolleranza o la complicità a volte dimostrate dalle forze di pubblica sicurezza verso gli autori delle violenze e la mancata protezione delle vittime. Il 19 marzo 1921 a Strugnano furono uccisi a colpi d’arma da fuoco due bambini che stavano giocando all’aperto. Gli autori non vennero individuati: vi fu un rimpallo di responsabilità tra fascisti e slavo-nazionalisti. A fine marzo gli squadristi uccisero a Buie due comunisti italiani, aggredendone altri a Castelvenere. Il 5 aprile nell’Istria sud-orientale carabinieri, soldati e fascisti repressero una rivolta contadina nazional-comunista slava. Il 15 maggio, giorno delle elezioni, a Maresego, sui colli alle spalle di Capodistria, contadini sloveni nazionalisti assalirono undici giovani italiani che facevano propaganda per il Blocco Nazionale, assassinandone tre e ferendone gravemente un quarto. Le successive rappresaglie fasciste a Maresego e nella vicina Cesari causarono la morte di due contadini sloveni e l’incendio di sei case. In certe località, a nuclei interi di elettori croati fu impedito di votare e ad Albona i fascisti uccisero un socialista italiano e ferirono altre 17 persone che tentavano di recarsi alle urne.

A Caresana morì uno sloveno e i fascisti incendiarono almeno quattro case. Anche grazie all’astensionismo forzato degli elettori non fascisti e ai brogli legalizzati, il Blocco Nazionale raggiunse a livello provinciale il 55,3% (più che a Trieste e molto più che nel resto d’Italia) e cinque eletti (di cui due fascisti), l’Edinost il 21,4% e un eletto, i comunisti il 7,0% e un eletto. Non ottennero invece seggi il Partito Socialista Ufficiale (7,0%), il Partito Repubblicano (5,0%) e il Partito Popolare (4,0%), che non disponevano di mezzi per far rispettare il voto di tutti i loro elettori. Violenze fasciste contro sacerdoti slavi, antifascisti italiani, Camere del lavoro, Case del popolo e Narodni dom proseguirono anche nei mesi successivi in varie località. Il 22 giugno 1921 i fascisti fecero esplodere una bomba alla Casa del popolo di Capodistria; la reazione delle sinistre fu sedata dai carabinieri. Il 17 luglio 1921 a Isola uno squadrista triestino uccise un 19enne cattolico di Fianona che partecipava a una festa. L’autore fu poi assolto. Il 20 luglio un fascista pugnalò un abitante di Visignano. Atti violenti contro fascisti suscitarono immediate rappresaglie. Così in ottobre a Visinada l’assassinio di un falegname italiano portò all’incendio delle case di due croati. La maggioranza degli iscritti ai fasci era però composta da ex liberal-nazionali che non condividevano quei metodi di lotta. L’intensificarsi delle violenze suscitò riprovazione anche in larga parte degli istriani italofoni. Ne derivò una ripresa dei repubblicani e dei popolari. Intanto l’accentuarsi della crisi economica in Italia indusse nuove ondate di scioperi anche in Istria. Uno degli autori della strage di Maresego, datosi alla macchia, fu ucciso dai carabinieri l’11 novembre 1921 mentre tentava di sfuggire all’arresto.

Il governo Bonomi (luglio 1921 - gennaio 1922) ricostituì la Giunta provinciale, con membri di tutti i partiti e le nazionalità, affidandole gli stessi poteri di cui aveva goduto fino al 1914, e istituì commissioni consultive incaricate di studiare l’applicazione dell’ordinamento italiano. Il 1° gennaio 1922 fu introdotta la leva militare. Alle elezioni comunali dello stesso mese, dove i brogli furono assai contenuti e non si verificarono violenze, il Blocco Nazionale prevalse nella maggioranza dei Comuni (a Pirano e Cittanova con i popolari), l’Edinost in 6. Ma Capodistria, Umago, Verteneglio e Portole andarono alle sinistre italiane, mentre a Muggia vinsero i liberal-democratici. Inoltre, nelle liste del Blocco si affermarono i candidati non fascisti. E fra gli slavi si rafforzò la componente realista disponibile al dialogo con le autorità del regno e alla collaborazione con il Partito Popolare Italiano e poi anche con il Partito Nazionale Fascista. Il 1° aprile 1922 entrarono in vigore il codice penale e il codice di procedura penale italiani, meno garantisti di quelli asburgici. Nel complesso la legislazione italiana progressivamente applicata in quei mesi apparve agli istriani cervellotica e troppo arbitrariamente interpretabile dalle autorità. Assai indigesta risultò in particolare la normativa fiscale. Nell’aprile 1922 la Giunta provinciale istriana accettò la proposta di introduzione della legge amministrativa italiana, che sanciva la fine delle autonomie.

Nel maggio 1922 re Vittorio Emanuele II e la regina Elena sostarono nelle principali località dell’Istria, accolti con manifestazioni di giubilo. A Pola e Muggia i metallurgici aderirono in massa allo sciopero nazionale di fine giugno - inizi luglio 1922. Più blanda fu invece a Pola e Albona la partecipazione allo sciopero dei primi di agosto. Il 5 agosto a Muggia una squadra italo-croata di Visinada giunta a presidiare il cantiere San Rocco fu assalita da militanti proletari, che uccisero un fascista e ne ferirono gravemente quattro. Dopo un tentativo di mettere a soqquadro Muggia da parte di una squadra triestina, respinta dai carabinieri, 150 fascisti istriani giunsero via mare e, sulle colline soprastanti, si scagliarono contro un circolo comunista, un’osteria e due sedi delle Cooperative Operaie. Al reimbarco furono colpiti dalla popolazione con tegole e sassi. A Isola vi furono diverse incursioni squadriste e il 27 settembre un giovane italiano di tendenze comuniste fu colpito con arma da fuoco. L’offensiva fascista dell’ottobre 1922 per la conquista delle istituzioni dello stato indusse il debole governo Facta a sopprimere il Commissariato Generale per la Venezia Giulia e a nominare un prefetto regionale a Trieste e un vice-prefetto a Parenzo per l’Istria. Dal 28 al 30 ottobre 1922 anche i fascisti istriani ai concentrarono, come gli altri della regione, nel Goriziano. Quelli dell’Istria nord-occidentale parteciparono all’occupazione simbolica della Prefettura di Trieste, in accordo con lo stesso prefetto e le autorità militari. Anche in Istria la presa del potere fu agevolata dalle complicità istituzionali e si limitò alla provvisoria occupazione di alcuni municipi, stazioni ferroviarie e palazzi delle poste. Ma presto la situazione degenerò. Gli squadristi costrinsero alle dimissioni la Giunta provinciale e varie Giunte comunali sia italiane che slave. A Pola bruciarono la Camera del Lavoro e a Rovigno indussero la sezione comunista allo scioglimento.

A diversi sacerdoti, croati ma anche italiani, somministrarono l’olio di ricino. Proibirono inoltre l’uscita di vari giornali, tra cui quello dell’on. polesano De Berti, che si dimise da deputato del Blocco Nazionale e sciolse tutte le sezioni istriane del suo Partito Socialista Riformista. Nel dicembre 1922 a Capodistria l’esplosione di una bomba in un albergo dove si trovavano alcuni dirigenti fascisti fu seguita dalla devastazione della locale Casa del popolo. Nel gennaio 1923 il governo Mussolini trasferì il capoluogo provinciale da Parenzo a Pola, cedendo alla Provincia di Trieste i Comuni di Muggia e San Dorligo della Valle. Nel 1924 la neo-istituita Provincia di Fiume acquisì l’intero Circondario di Volosca-Abbazia e nel 1928 i Comuni di Castelnuovo e Matteria. Così, nel giro di pochi anni l’Istria amministrativa fu rimpicciolita con la perdita di territori a nord. Le squadracce si istituzionalizzarono nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, senza con ciò rinunciare alla violenza. Numerosi demo-nazionali, socialriformisti, repubblicani e popolari, salendo sul carro del vincitore, aderirono al Partito Nazionale Fascista, che nell’aprile 1923 aveva in Istria 7.000 iscritti e 94 sedi ma che fu presto commissariato dalla più aggressiva Federazione di Trieste. Nel 1923 il vescovo di Trieste e Capodistria Angelo Bartolomasi, considerato dal governo Mussolini troppo antifascista e indulgente verso gli slavi, preferì cedere il posto a Luigi Fogar, che a sua volta fu sostituito per gli stessi motivi nel 1936 dal rovignese Antonio Santin, il quale tuttavia perseverò nella tutela dei diritti religiosi dei suoi fedeli alloglotti. Non altrettanto coraggiosa fu invece la linea del vescovo di Parenzo e Pola Pederzolli, già austriacante. A molti sacerdoti provenienti da diocesi slovene, croate o ceche fu respinta l’opzione per la cittadinanza italiana, ma non sempre costoro furono espulsi dal regno. Dopo la Marcia su Roma il governo Mussolini concentrò la sua azione repressiva contro i comunisti italiani, mentre l’Edinost assunse atteggiamenti concilianti, rinunciò a fare opposizione e salutò favorevolmente gli accordi italo-jugoslavi del 27 gennaio 1924.

Dalla fine del 1923 furono progressivamente ridotte le classi scolastiche elementari croate o slovene. L’uso della madrelingua fu tuttavia garantito nelle ore suppletive, nonostante le pressioni dissuasive esercitate in alcuni luoghi sui genitori. I docenti poterono rimanere al loro posto tramite un esame di abilitazione che consentiva loro di insegnare in italiano. Dal marzo 1924 l’intera toponomastica fu resa solo in forma italiana, salvo le scritte funerarie o i riferimenti storico-artistici. Ma l’uso del croato e dello sloveno era ancora tollerato nei Comuni a maggioranza slava. Il 6 aprile 1924 alle elezioni politiche, in vista delle quali si erano verificate alcune violenze, la Lista Nazionale (fascisti e alleati) ottenne in Istria ben il 78%: un po’ più che nel resto d’Italia. Non ebbero eletti l’Edinost (10,1%), i comunisti (4,7%), i repubblicani (3,7%), i popolari (1,6%), i socialisti massimalisti (0,7%), i democratici di Amendola (0,3%) e i socialisti unitari (0,3%). La parte più radicale dell’elettorato slavo preferì i comunisti (messi fuori legge nel Regno SHS dal 1921), mentre quella più moderata la Lista Nazionale. L’assassinio Matteotti non suscitò in Istria grandi reazioni popolari e la stessa Edinost si guardò bene dall’aderire alla protesta dell’Aventino per non apparire sovversiva. Tra gli oppositori, i più attivi, anche sul piano sindacale, erano diventati i comunisti, seguiti dai repubblicani. Anche la stretta contro la libertà di stampa, riunione e manifestazione, imposta da Mussolini dopo il 3 gennaio 1925, venne accolta dalla maggioranza degli istriani con una certa rassegnazione. Malgrado gli Accordi italo-jugoslavi di Nettuno del 20 luglio 1925, anche le associazioni e i giornali slavi in Istria finirono sotto il controllo del prefetto. E non giovò certo alla minoranza l’assoluzione, sentenziata da un tribunale di Lubiana, di un malavitoso, militante dell’organizzazione irredentista ORJUNA, che a Pinguente aveva ucciso due carabinieri.

Una circolare di Mussolini datata 1° novembre 1925 affermò che nelle aree abitate da allogeni, snazionalizzate «nei secoli dell’italico servaggio», andava «reintegrato» il loro carattere italiano reprimendo le manifestazioni irredentiste e facendo sentire a quelle genti, «con opportune concessioni e un benevolo trattamento», «tutti i vantaggi di appartenere allo Stato italiano». Nel febbraio 1926 la legge sul riordino autoritario delle amministrazioni locali portò, nei Comuni con meno di 5.000 abitanti, allo scioglimento dei Consigli comunali democraticamente eletti e alla surroga dei sindaci con podestà nominati dal governo. Sparirono così i sindaci alloglotti, sostituiti da podestà italiani. Dalla primavera 1926 l’intensificarsi di sanguinosi attentati jugoslavisti in territorio italiano peggiorò i rapporti tra i due paesi. A risentirne furono in primo luogo gli slavi della Venezia Giulia, che nella stragrande maggioranza avevano ormai accettato sia la sovranità italiana sia il fascismo. Così nel marzo vi furono i primi trasferimenti in altre regioni di carabinieri allogeni, mentre nelle scuole elementari cominciarono a venir aboliti sia il residuo insegnamento in lingua slovena e croata sia i corsi suppletivi. Ne derivarono prepensionamenti, trasferimenti e licenziamenti di insegnanti slavi. Si cercò di reagire con l’educazione familiare, con scuole clandestine o con l’iscrizione degli allievi in scuole del Regno SHS, specie a Karlovac e Lubiana. Iniziarono anche i primi scioglimenti di associazioni slave. Nell’aprile 1926 le norme sulla «restituzione del cognome originario italiano abusivamente alterato sotto la dominazione straniera» furono estese anche all’Istria, ma erano facoltative e nel corso degli anni solo alcuni se ne servirono, nonostante le pressioni delle autorità. Dal novembre 1926 la repressione contro i “sovversivi” si inasprì e nel giro di un paio d’anni anche in Istria furono chiusi partiti, giornali e gruppi culturali, sportivi, musicali, teatrali e ginnici, sia italiani che slavi, non allineati con il regime. Tra questi perfino la Lega Nazionale. Gli istriani sottoposti a diffida o a confino di polizia oppure condannati dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato furono perlopiù comunisti italiani e solo in misura minore anarchici, socialisti e irredentisti slavi.

L’Edinost invece, grazie al suo atteggiamento mansueto e collaborativo, fu l’ultimo partito sciolto in Italia (il 19 settembre 1928). Ciò avvenne pochi giorni dopo la chiusura del suo quotidiano omonimo. Fra il 1929 e il 1930 poterono essere stampati due settimanali cristiano-sociali: uno in sloveno, l’altro in croato. Ma in seguito sopravvissero solo alcune pubblicazioni religiose. Tuttavia da oltre confine, malgrado i periodici sequestri, continuò ad arrivare la stampa jugoslava. La maggioranza degli istriani accettò senza reagire le misure liberticide, sperando servissero a garantire l’ordine e la pace sociale. L’indurimento della politica fascista e il rincrudirsi della strategia della tensione portò alcuni giovani irredentisti slavi a prendere in considerazione la lotta armata. Ma in Istria tale fenomeno fu più tardivo e circoscritto rispetto al resto della Venezia Giulia. I comunisti, ostili alle organizzazioni paramilitari jugoslaviste in quanto monarchiche, reazionarie e filo-serbe, cercarono di evitare defezioni dalle loro file facendo proprie le istanze separatiste. Dalla seconda metà degli anni ’20, migliaia (il numero esatto è controverso) fra studenti, insegnanti, politici, intellettuali, sacerdoti, disertori, espulsi, ricercati, operai e contadini slavi della Venezia Giulia espatriarono verso il confinante regno, a volte spinti anche da ragioni economiche. Quanti avevano un orientamento marxista preferirono invece altri paesi europei o il Sudamerica. Alcuni degli esuli riparati in Jugoslavia aderirono a gruppi revanscisti paramilitari, che li utilizzarono quali agenti in vista di una guerra contro l’Italia per la conquista dell’intera Venezia Giulia e del Friuli orientale. A Zagabria in particolare si formò un movimento irredentista croato istriano che stampava un foglio, diffuso clandestinamente in Istria (senza troppo successo) e a volte sequestrato dalle stesse autorità jugoslave.

Il 24 marzo 1929 il giovane Vladimir Gortan sparò contro la processione di elettori che nelle vicinanze di Pisino si stavano recando alle urne per il plebiscito pro Mussolini, che vide poi quasi il 90% degli istriani aventi diritto votare Sì, in linea con la media nazionale. Gortan mancò il bersaglio, ma i suoi quattro seguaci uccisero un colono e ferirono un contadino, entrambi della loro stessa etnia. Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, riunito a Pola, condannò Gortan a morte e gli altri quattro a trent’anni di carcere. La fucilazione avvenne il 17 ottobre. Da allora fino alla caduta del fascismo non si verificarono in Istria altri atti terroristici cruenti. Il plebiscito del 25 marzo 1934 ebbe risultati ancora più totalitari. Se una parte degli allogeni aderì al regime e soprattutto alle sue organizzazioni collaterali, il fascismo non riuscì tuttavia nell’assimilazione di massa. Anzi: finì per rafforzare in molti slavi, specie dei villaggi, il legame con la propria lingua e le proprie tradizioni, anche grazie all’impegno dei sacerdoti. Gli accordi amichevoli di collaborazione tra Roma e Belgrado del marzo 1937 portarono a un migliore trattamento della minoranza, che si protrasse fino al marzo 1941 togliendo acqua agli irredentisti. Alla fine degli anni ’20 le cooperative ex socialiste ed ex popolari furono fascistizzate. Non riuscì invece il salvataggio di tutte le casse rurali slavo-cattoliche, travolte dalla crisi agricola iniziata nel 1927 e poi da quella generale del 1929. L’inverno del 1929 fu assai duro sul piano meteorologico e comportò gravi danni ai raccolti, determinando anche la dismissione delle saline di Capodistria. La persistente crisi economica delle zone costiere accentuata dal crollo di Wall Street spinse parecchi italiani a cercare lavoro a Trieste, a Monfalcone o all’estero (specie negli USA). Italiana fu anche una parte dell’emigrazione politica verso USA o Francia. Negli anni ’30 il fascismo realizzò l’acquedotto in tutta l’Istria, bonificò le valli del Quieto e dell’Arsa e le ex saline di Capodistria, rimboschì alcune aree e potenziò le miniere di carbone, edificando i borghi per minatori di Arsia e Pozzo Littorio. Inoltre creò colonie marine per la gioventù, nonché strutture scolastiche, assistenziali e ricreative. Anche gli slavi beneficiarono delle opere e della legislazione sociale del regime.

L’estrazione di bauxite riprese, le industrie di Rovigno e Isola furono ampliate, il cementificio di Valmazzinghi incrementò l’attività e alcune strade principali asfaltate e percorse da corriere di linea. Il settore scolastico venne fortemente incrementato anche nelle zone rurali, con il conseguente aumento sia dell’alfabetizzazione sia dei posti di lavoro. La ferrovia Parenzana fu però soppressa nel 1935 e nelle miniere dell’Arsa si verificarono gravi incidenti mortali a causa della scarsa sicurezza e dell’aumentata produzione: tredici minatori perirono nel 1937, sette nel 1939 e ben 185 (con 146 feriti) il 28 febbraio 1940. Inoltre molti contadini erano indebitati, privi di sostegno da parte delle banche e impossibilitati a usufruire dell’acquedotto e delle bonifiche; alcuni avevano anche subito espropri male indennizzati. Degli interventi statali in agricoltura beneficiarono prevalentemente i maggiori fondi e consorzi agricoli. Il disagio contadino si espresse nel giugno 1938 in una manifestazione di protesta a Montona assai inedita per i tempi. Vista la scarsa presenza di ebrei in Istria, le leggi razziali colpirono poche persone.

 

L’Istria italiana in guerra

Dall’agosto 1939 anche in Istria cominciarono i razionamenti dei generi alimentari, le limitazioni alle forniture del gas e al traffico privato e l’ammasso obbligatorio di rame, ferro e recinzioni metalliche a scopi bellici. Dopo la dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito del 10 giugno 1940, vennero arrestate persone sospette di intelligenza con il nemico, presto liberate. Il 22 agosto e il 15 novembre 1940 partirono per la Germania contingenti di lavoratori volontari istriani. Alla fine dell’anno cominciarono le prime opere di protezione anti-aerea di beni artistici e archeologici. I dipinti di scuola veneta esposti in alcune chiese di Capodistria e Pirano e ora rivendicati dal governo sloveno vennero messi al sicuro a Roma. Dopo la resa jugoslava seguita all’invasione delle forze dell’Asse, nel maggio 1941 il Regno d’Italia annetté la Provincia di Lubiana, istituì le Province di Spalato e Cattaro e ampliò quelle di Fiume e Zara. In Istria molti slavi, compresi quelli nazionalisti, cominciarono a simpatizzare per i partigiani comunisti guidati da Tito, ritenendo l’Italia il principale nemico da battere. Le motivazioni ideologiche si fusero con quelle etniche in una miscela che presto divenne esplosiva. Aumentò peraltro l’intolleranza delle autorità verso l’uso dei dialetti slavi. Per prevenire atti di ammutinamento e passaggio al nemico i militari di madrelingua slava furono trasferiti in altre regioni italiane (specie del sud). Appena nell’agosto 1942 iniziarono in Istria le prime attività titoiste di sabotaggio della ferrovia. Nel gennaio 1943 i primi giovani croati istriani furono arruolati nelle file partigiane e mandati a combattere le truppe italiane nella provincia di Lubiana. La propaganda segreta titoista si rafforzò anche fra gli operai delle cittadine costiere con l’obiettivo di soppiantare i nuclei comunisti italiani internazionalisti, ovvero gli unici gruppi antifascisti italiani dotati di una qualche organizzazione. Il 21 luglio 1943 Mussolini dichiarò lo stato di guerra anche per la provincia di Pola. A partire dal 25 luglio si attuò la de-fascistizzazione: le Camicie nere e la Milizia furono assorbite nell’esercito, gli ex gerarchi furono destituiti, alcuni si nascosero o ripararono altrove, e a guidare le amministrazioni pubbliche andarono antifascisti o comunque persone fedeli a Badoglio.

 

Nel Litorale Adriatico

Dopo l’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943), anche in Istria si registrò il tragico sfaldamento delle strutture politiche e militari del Regno. La popolazione aiutò generosamente i soldati italiani in rotta, ma non ne ottenne alcuna protezione. Tra il 10 e il 16 settembre partigiani slavi, giunti dalla Croazia e rinfoltiti strada facendo da contadini e operai anche italiani, occuparono quasi tutta l’Istria e istituirono i Poteri popolari destituendo i Comitati di salute pubblica creati dagli antifascisti democratici italiani. A Lussino sterminarono 160 cetnici (cioè serbi anticomunisti). Soldati italiani e carabinieri difesero per breve tempo solo Caroiba, Montona e Rozzo. Per il resto non vi fu alcuna resistenza armata italiana di fronte all’invasore. Ovunque la popolazione assaltò magazzini, depositi e caserme abbandonate. Il 9 settembre a Pola i carabinieri, nel disperdere un comizio antifascista, fecero 3 morti e 16 feriti. L’11 settembre navi e aeromobili militari abbandonarono la città prima dell’arrivo di 800 tedeschi, ai quali si arresero ben 60.000 soldati italiani, che vennero poi deportati in Germania. Il 14 settembre un tentativo di fuga dalle carceri di prigionieri politici fu stroncato dai tedeschi con 26 morti e numerosi feriti.

Il 27 settembre nello scoppio di una polveriera morirono bruciate 19 persone. Fra il 13 settembre e il 29 novembre sedicenti Consigli partigiani proclamarono, unilateralmente e in spregio al principio di nazionalità, l’annessione dell’Istria alla Croazia e del Litorale (con Capodistria, Isola e Pirano) alla Slovenia nella Jugoslavia popolare, nonché l’espulsione dei regnicoli giunti dopo il 1918. Nel loro furore rivoluzionario i titini, a volte dopo processi farsa ma più spesso senza alcuna formalità, uccisero brutalmente fra i 500 e i 900 italiani di varia età, professione e condizione sociale, “colpevoli” solo di essere fedeli all’Italia e di non volere la nuova Jugoslavia di Tito. Molti di costoro vennero in precedenza imprigionati, maltrattati e torturati, mentre diverse donne subirono anche lo stupro. Il metodo più frequente di eliminazione fu l’infoibamento, spesso attuato gettando nelle voragini carsiche dell’Istria interna persone ancora vive e legate fra loro col fil di ferro. Ma non mancarono fucilazioni e annegamenti. Nell’ottica dell’instaurazione di un nuovo regime comunista, tale epurazione preventiva, affiancata da altri abusi, era tesa a eliminare sul nascere potenziali avversari politici o comunque soggetti poco arrendevoli; vi furono però anche squallidi casi di vendette personali. L’8 settembre 1943 lo Stato Indipendente Croato filo-nazista annetté a parole Istria, Fiume e Dalmazia italiana, ma in pratica riuscì a conquistare con l’appoggio tedesco solo quest’ultima, salvo Zara. I nazisti occuparono nell’ottobre-novembre 1943 l’intera Provincia di Pola, includendola nella Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, che al termine del conflitto avrebbe dovuto essere inglobata nel Terzo Reich. Le vittime della loro violenta offensiva, forse più di 1.000, si contarono sia fra i partigiani che fra la popolazione civile, italiana e slava. Vi andarono di mezzo anche innocenti, scambiati per sostenitori dei titini. Per volontà nazista, il Litorale Adriatico non adottò la legislazione della Repubblica Sociale Italiana, limitò la presenza di truppe repubblichine e nel 1944 sciolse i Carabinieri, ma consentì reparti croati e sloveni e autorizzò organi di stampa e scuole slave. A prefetti e podestà italiani furono affiancati un vice slavo e un consigliere nazista.

Ricacciati nei boschi dell’entroterra, i partigiani effettuarono imboscate e sabotaggi, sostentandosi anche con furti a danno della popolazione civile. Le uccisioni di italiani da parte titoista continuarono con minore intensità fino al termine della Seconda guerra mondiale. Le rappresaglie tedesche furono spesso dure, indiscriminate e talvolta sostenute da forze fasciste. Gli jugoslavi allontanarono dall’Istria le formazioni partigiane autonome italiane, eliminandone i comandanti, affinché non intralciassero i propositi annessionistici. Voluta dai comunisti croati, l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF) nacque fra la fine del 1944 e i primi mesi del 1945 con il preciso obiettivo di convincere i connazionali ad accettare Tito, a combattere fra le sue fila e a rassegnarsi al ruolo subalterno di minoranza nella futura Jugoslavia federativa e popolare. Diversi giovani di sentimenti italiani si arruolarono però nella Milizia Difesa Territoriale allo scopo di difendere la loro terra minacciata. Nel 1944 la chiamata al lavoro obbligatorio riguardò migliaia di istriani. Tra il settembre-ottobre 1943 e l’aprile 1945 la maggioranza degli italiani d’Istria si sentì rassicurata dall’impegno nazista contro i partigiani e dunque ritenne l’occupazione nazista il male minore. Pola, città martire, subì fra il 1944 e il 1945 ben 23 incursioni aeree angloamericane con centinaia di morti e feriti, ampie distruzioni e lo sfollamento obbligatorio di gran parte degli abitanti. Subirono attacchi dal cielo anche altri centri istro-quarnerini, mentre Zara fu rasa al suolo. Il 27 maggio 1944 presso Lussinpiccolo velivoli alleati affondarono un piroscafo pieno di profughi zaratini, causando numerose vittime, e il 9 settembre 1944 colpirono un piroscafo partito da Salvore per Trieste, provocando 155 morti e molti feriti. Il 22 aprile 1945 i tedeschi in ritirata fecero saltare i porti di Umago e Isola, con danni anche agli edifici limitrofi.

 

Tra jugoslavi e alleati

Gli jugoslavi nella seconda metà di aprile del 1945 occuparono Veglia, Cherso, Lussino, Albona e Abbazia, il 1° maggio altre località istriane, Trieste e Gorizia, il 2 maggio Pola, il 3 Fiume. In tutta la Venezia Giulia uccisero, con l’infoibamento o con metodi parimenti crudeli, migliaia di italiani e alcuni slavi o mistilingui anticomunisti. Deportarono altri in veri e propri lager, dove molti morirono per i maltrattamenti, la denutrizione e le pessime condizioni igieniche, o li costrinsero ai lavori forzati anche per lunghi anni nella Jugoslavia interna. Il 20 maggio lo scoppio di una mina provocò la morte o il ferimento di parecchi prigionieri italiani che, legati fra loro con il fil di ferro, da Pola stavano venendo trasportati su una nave cisterna verso l’internamento. Da Pola l’11 aprile 1947 risultavano ancora scomparse ben 827 persone. Da tutta l’Istria erano migliaia. L’Accordo di Belgrado (9 giugno 1945) divise la Venezia Giulia in Zona A, con parte delle province di Trieste e Gorizia, la città di Pola e gli ancoraggi dell’Istria occidentale, posta sotto il Governo Militare Alleato (GMA), e Zona B, con la Provincia di Fiume, quella di Pola meno il capoluogo e la parte orientale di quelle di Trieste e Gorizia, posta sotto il Governo Militare Jugoslavo.

I titini, asportati macchinari e arredi, evacuarono anche i centri costieri tra Capodistria e Fasana, ma poi vi ritornarono, visto che gli anglo-americani non li avevano occupati come invece previsto. Il GMA abrogò gradualmente istituzioni e provvedimenti dei 45 giorni di occupazione, concedendo però a sloveni e croati ogni diritto politico e nazionale. Pola uscì dalla guerra tra macerie, industrie smantellate, disoccupazione, prezzi alti e rifornimenti difficili. Si realizzarono campi per sfollati e si avviò la ricostruzione. In città ci furono manifestazioni, scioperi e serrate spontanee pro Italia, per contrastare quelle filojugoslave organizzate da slavi e comunisti. Nel luglio 1946, in caso di annessione, oltre 28.000 polesani dichiararono di voler esodare, visto che ormai le potenze vincitrici avevano deciso la cessione della città alla Jugoslavia. Il 18 agosto un attentato titino sulla spiaggia di Vergarolla causò almeno 64 morti e numerosi feriti, rafforzando in moltissimi la convinzione di dover lasciare la città per aver salva la vita, oltre che per restare cittadini di quell’Italia libera che non li stava difendendo a dovere. Durante l’amministrazione alleata i polesani vivevano accerchiati e mal collegati con Trieste. Il 10 febbraio 1947 Maria Pasquinelli, giunta in città, uccise il generale britannico Robert De Winton per protesta contro il Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate e associate firmato quello stesso giorno a Parigi, che cedette alla Jugoslavia le intere province di Zara e Fiume, quasi tutta quella di Pola salvo l’Istria nord-occidentale e gran parte delle province di Trieste e Gorizia. Nel timore di un arrivo degli jugoslavi in concomitanza con la firma del Diktat, già nel gennaio 1947 due motonavi condussero da Pola a Trieste chi aveva trovato dove depositare le masserizie o era diretto in Trentino - Alto Adige. Dai primi di febbraio al 20 marzo altri profughi, compresi 5.000 della Zona B, furono trasportati a Venezia o Ancona, dove i comunisti italiani li tacciarono di essere criminali fascisti, mentre alla stazione di Bologna negarono loro cibo e soccorso.

Ulteriori partenze si verificarono anche nei mesi successivi. Pola si svuotò. Vi rimasero in pratica solo i filo-jugoslavi e i loro familiari. In Zona B dal maggio 1945 la libertà di stampa, riunione e associazione fu abolita, la corrispondenza censurata, la leva resa obbligatoria, il transito verso la Zona A ostacolato, il commercio statalizzato con esiti negativi per produttori e consumatori, la lira sostituita dalla jugolira con un cambio svantaggioso che impoverì la popolazione, impedì gli acquisti a Trieste e ridusse le merci reperibili. A fine ottobre Capodistria reagì pacificamente con uno sciopero-serrata, ma i titini devastarono negozi e picchiarono diversi abitanti uccidendone due. Alle elezioni farsa del novembre 1945 parteciparono solo liste di regime. Molti cittadini furono licenziati, retrocessi, espropriati senza indennizzo, privati dello stipendio, intimiditi o espulsi e diversi ecclesiastici uccisi, aggrediti o condannati. Esportazioni e importazioni furono limitate, ricchezza mobile, interessi e redditi finanziari tassati, attività agricole e industriali controllate. Chi rimase senza casa o lavoro e si sentì minacciato non ebbe altra scelta che esodare. Il 16 settembre 1947 gli jugoslavi entrarono a Pola. Le residue aree di occupazione divennero le Zone A e B del Territorio Libero di Trieste (TLT), esteso lungo la fascia costiera fra Duino e Cittanova.

Dopo l’espulsione del Partito Comunista Jugoslavo dal Cominform (28 giugno 1948), molti dei quasi 3.000 monfalconesi giunti dopo la fine della guerra a Fiume e Pola per il controesodo e altri stalinisti furono deportati; fra quanti sopravvissero, numerosi ripararono poi in Italia. Gli jugoslavi allentarono i legami tra le due Zone, intentarono un processo politico contro nove giovani di Isola, sostituirono la jugolira con il dinaro, abolirono le barriere doganali con la Jugoslavia e costrinsero i pendolari a rinunciare al lavoro o a trasferirsi a Trieste. Inoltre prelevarono e picchiarono parecchi di coloro che rifiutarono di recarsi alle urne per le elezioni amministrative del 16 aprile 1950, e in seguito chiusero diverse scuole italiane, cacciando parecchi docenti e trasferendo gli allievi con cognomi ritenuti slavi in quelle slovene o croate. Infine introdussero la legislazione jugoslava. Il sistema del terrore risultò molto efficace. Nell’Istria ceduta chi avesse come lingua d’uso l’italiano aveva il diritto, in base al Trattato di pace, di optare per la conservazione della cittadinanza, ma fino ai primi anni ’50 le autorità respinsero molte di queste opzioni. Nel 1949 dodici giovani istriani morirono mitragliati dalle guardie mentre passavano il confine tra Jugoslavia e Zona B cercando la libertà.

 

L’Istria jugoslava

Il Memorandum d’Intesa siglato a Londra il 5 ottobre 1954 affidò la Zona A all’amministrazione civile italiana e la Zona B più i colli di Muggia a quella jugoslava. Tale sistemazione pratica fu presentata dal Governo italiano come provvisoria, ma in realtà inglesi e americani promisero agli jugoslavi che sarebbe stata definitiva e Tito proclamò l’annessione. Persa la speranza nella fine dell’occupazione jugoslava, fra l’ottobre 1954 e l’agosto 1956 la maggioranza della popolazione autoctona che ancora resisteva lasciò la Zona B e le colline muggesane trovando perlopiù rifugio nell’ex Zona A. Ulteriori partenze si ebbero in seguito per motivi economici e familiari. Il Ministero degli Esteri calcolò in tutto 270.000 profughi dai territori passati alla Federativa. Le associazioni degli esuli parlarono invece di 350.000, ma secondo recenti stime sarebbero 300.000: 250-255.000 italiani e 45-50.000 slavi. Di questi: 155.000 dall’Istria ceduta nel 1947, 50.000 dalla Zona B, 41.500 dalla Provincia di Fiume, 17.500 dalla Provincia di Zara, 30.000 dalla parte ceduta delle Province di Trieste e Gorizia, 3.100 dai colli muggesani e 2.100 da altre località dalmate. I profughi censiti furono 201.440.

Complessivamente, a esodare fu circa il 90% della popolazione italiana e una parte minoritaria di quella slava o mistilingue della Provincia di Pola. In breve tempo le aree a prevalenza italiana si ritrovarono svuotate. Mentre però le località costiere furono presto ripopolate da slavi delle campagne e del resto della Jugoslavia, diversi borghi interni restarono semi-deserti. Gli italiani rimasti furono pochi: comunisti, anziani, malati, figli o mogli che si uniformarono alle decisioni dei genitori o dei mariti, opportunisti priva di coscienza nazionale e quanti non poterono o non vollero lasciare terra, affetti e lavoro per un avvenire incerto in un luogo lontano e sconosciuto. Ne seguì un grave impoverimento non solo materiale, ma anche civile e culturale. Gli italiani restarono maggioritari solo in alcune località minori del Buiese: si trattava perlopiù di contadini. La classe dirigente dell’UIIF era invece composta da insegnanti, giornalisti e intellettuali strettamente legati al partito-guida. In Istria il regime titoista cercò di cancellare tutto ciò che sapeva di italianità, presentò gli italiani autoctoni come discendenti di immigrati e li marginalizzò politicamente. Nel 1957 venne fondato il porto di Capodistria, che si sviluppò rapidamente in concorrenza con Trieste.

Ma la situazione economica e infrastrutturale in Istria cominciò a migliorare appena dalla metà degli anni ’60 grazie al turismo e ad un’attenuazione dell’inefficiente sistema collettivista. Inizialmente l’Italia devastata dalla guerra non riconobbe ai profughi giuliano-dalmati una qualifica particolare. Viste le difficoltà di inserimento, alcuni emigrarono, specie in Nordamerica. L’organizzazione del soccorso iniziò appena con l’esodo da Pola. Negli almeno 120 campi o centri di raccolta realizzati dal 1947 in Italia le condizioni furono penose; gli ultimi chiusero a metà anni ’70. Con fondi pubblici si costruirono in 39 province alloggi, case di riposo, convitti, preventori, ricreatori, chiese e, specie nelle province di Trieste e Gorizia, diversi borghi istriani. Negli anni ’50, sperando in condizioni economiche migliori, alcune migliaia di esuli emigrarono da Trieste o da altre città della penisola in Australia, Canada, USA, Argentina, Uruguay o Sudafrica; pochi fra questi tornarono in Italia. A causa di tale sventagliamento ai quattro angoli del globo, l’esodo si trasformò in una vera e propria diaspora. Ciò favorì l’indebolimento dei contatti tra compaesani e familiari che avevano trovato sistemazione in luoghi diversi. Inoltre l’assimilazione al nuovo contesto sociale dei profughi più giovani e di quanti nacquero in esilio si accentuò sempre più con il passare degli anni e riguardò in particolare le realtà dove minore era la concentrazione di esuli e dove più netta era la differenza linguistica e culturale. Le varie associazioni sorte nel dopoguerra svolsero un importante ruolo aggregativo, ma spesso il loro collateralismo a determinate forse politiche ne affievolirono la funzione “sindacale”. Per giunta, fra le associazioni si svilupparono contrasti che perdurano tutt’oggi e le indeboliscono, con ulteriore grave danno per la sopravvivenza stessa del popolo dell’esodo. Il Trattato di pace aveva stabilito che i beni italiani nei territori ceduti non sarebbero stati trattenuti o liquidati in compensazione di danni di guerra, ma restituiti ai legittimi proprietari.

Gli jugoslavi però continuarono imperterriti gli espropri. Nel 1949, con un accordo bilaterale in violazione del Trattato di pace, l’Italia vendette alla Jugoslavia i beni sottratti e poi usò 85 dei 130 miliardi degli indennizzi, che questa si era impegnata a corrispondere secondo estimi di comodo, per pagare in realtà i danni di guerra e l’assenso di Tito al ritorno di Trieste all’Italia. Agli esuli aventi diritto Roma destinò solo 32 miliardi di lire, da liquidare con comodo. Il 10 novembre 1975 il Trattato di Osimo riconobbe la sovranità jugoslava sulla Zona B e i colli muggesani, prevedendo un successivo accordo per l’indennizzo globale «equo e accettabile» dei beni italiani ivi in precedenza espropriati. L’opposizione degli esuli al trattato, che il parlamento approvò a larga maggioranza, si concentrò a Trieste. Nel 1983 l’Accordo di Roma stabilì un indennizzo di appena 110 milioni di dollari, pari a 21 centesimi di dollaro per metro quadro, da pagare in 13 rate annuali dal 1990 al 2002. Ma la Jugoslavia ne versò solo 2 prima della sua dissoluzione, mentre Slovenia e Croazia non hanno ancora saldato il loro debito, né hanno materialmente restituito i 649 beni lasciati teoricamente in «libera disponibilità». In Istria, come pure a Fiume e a Zara, oltre alle scuole, le autorità comuniste negli anni ’50 chiusero molti Circoli italiani di cultura e quasi ovunque imposero il monolinguismo croato o sloveno.

Dal 1960 l’UIIF, pur mantenendo il suo ruolo di cinghia di trasmissione tra il Partito Comunista croato o sloveno e i pochi italiani rimasti, cominciò lentamente a ricucire i legami con la madrepatria. Nel 1964 partì la collaborazione con l’Università Popolare di Trieste per promuovere la lingua e la cultura italiane. Nel 1968 venne fondato il Centro di ricerche storiche di Rovigno. Nel 1971 iniziò le trasmissioni Tv Koper-Capodistria, che si affiancò a Radio Capodistria, attiva dal 1949. Ma nel 1974 i nazional-comunisti jugoslavi imposero alla nostra minoranza vertici accomodanti che ovviamente approvarono Osimo. Nel frattempo l’Istria diventava sempre più slava e balcanica. Nei censimenti gli italiani della penisola scesero dai 16.901 del 1961 ai 9.627 del 1981. Nell’ultimo censimento jugoslavo, quello del 1991, salirono a 18.057, mentre furono 38.881 coloro che si dichiararono istriani, su un totale di 280.476 abitanti (isole escluse): era il segno che il clima era cambiato. Il 14 febbraio 1990 venne fondata a Pola la Dieta Democratica Istriana, partito regionalista che mirava al recupero della composita identità istriana sconvolta dall’esodo, alla valorizzazione della componente italiana, alla riconciliazione tra rimasti ed esuli, e a uno statuto speciale di autonomia nell’ambito di un’Euroregione istriana composta dalle sue parti croata, slovena e italiana (Muggia e San Dorligo della Valle). Numerosi italiani vi aderirono. Tuttavia la sua affermazione avvenne solo nella parte croata, visti gli ostacoli frapposti nel Capodistriano.

Fra Croazia e Slovenia

Il 25 giugno 1991 Slovenia e Croazia si proclamarono indipendenti e, ritiratisi i soldati federali, si spartirono l’Istria lungo il precedente confine amministrativo. L’Italia riconobbe le due repubbliche il 15 gennaio 1992 senza pretendere alcuna contropartita per gli esuli e ottenendo solo garanzie per i rimasti in Croazia. Dalle ceneri dell’UIIF nacque attraverso procedure finalmente democratiche l’Unione Italiana e sorsero nuove Comunità degli Italiani anche laddove erano state chiuse da decenni. Inizialmente la ricucitura del rapporto con gli esuli venne considerata dalla nuova dirigenza una priorità, che tuttavia nel corso degli anni ’90 è finita in secondo piano, mentre si è dedicata particolare cura alla tutela dei diritti acquisiti e ai rapporti con le istituzioni italiane, croate e slovene erogatrici dei finanziamenti.

Durante la guerra civile jugoslava giunsero in Istria profughi croati e bosniaci, alcuni dei quali sono poi rimasti. Il processo assimilatorio dei nostri connazionali rimasti è continuato anche grazie al crescente fenomeno dei matrimoni misti. A ciò vanno aggiunte, specie nelle nuove generazioni e fra le persone meno acculturate, la slavizzazione dell’accento e la perdita di padronanza linguistica, con l’uso sempre più frequente di termini slavi. Bisogna inoltre considerare l’esodo strisciante verso l’Italia di giovani istriani per ragioni di studio o di lavoro. Nel censimento del 2001 i connazionali di Croazia scesero a 19.636 e in quello del 2002 i connazionali di Slovenia a soli 2.258, segno che l’inversione di tendenza di dieci anni prima era stata un fenomeno passeggero. Le scuole italiane sono aumentate, malgrado gli alunni siano sempre più di nazionalità slava.

Dopo le superiori, molti studenti scelgono un’università italiana, specie quella di Trieste. Gli italiani di Croazia eleggono il proprio deputato al parlamento e i propri rappresentanti nei Consigli della Nazionalità Italiana a livello regionale e comunale. Inoltre dispongono di sindaci, vice-sindaci, presidenti o vice-presidenti dei Consigli e di numerosi consiglieri nella Regione istriana e nei Comuni, anche grazie all’accordo con la Dieta, che 1992 ha sempre vinto tutte le elezioni politiche e amministrative. Sono stati ripristinati i Comuni storici con i simboli tradizionali soppressi in epoca jugoslava, ed altri ne sono nati successivamente in un’ottica di autogoverno del territorio. Nel frattempo però la Dieta ha smarrito alcune sue istanze originarie, prima fra tutte il diritto degli esuli al ritorno e l’autonomia regionale, mentre ha accentuato i legami con gli ex combattenti titoisti. Inoltre il bilinguismo visivo esiste solo nel Buiese e, parzialmente, nella fascia litoranea fra Torre e Pola. Cherso, Lussino, Veglia, Abbazia e Fiume appartengono invece alla Contea Litoraneo-Montana, dove la tutela dei diritti minoritari è molto debole. In Slovenia i pochi italiani rimasti eleggono il proprio deputato a Lubiana, le Comunità Autogestite della Nazionalità e i consiglieri specifici nei Comuni di Capodistria, Isola e Pirano, ma il bilinguismo, ufficiale nella ristretta area costiera, non è sempre rispettato.

Negli anni ’90 Slovenia e Croazia hanno escluso i cittadini italiani dalle leggi sulla denazionalizzazione dei beni sottratti durante il comunismo, per evitare di restituire anche a loro il maltolto e per scongiurarne un ritorno anche solo parziale. E i governi italiani si sono ben guardati dal sollecitare Zagabria e Lubiana affinché tale discriminazione venga tolta. Nel 2001 una legge del parlamento italiano ha deciso nuovi acconti per gli indennizzi, ma le esigue cifre sono state pagate con estrema lentezza e non ancora a tutti gli aventi diritto. Un’altra legge dello stesso anno ha stabilito il regolare finanziamento delle associazioni degli esuli, legandolo a quello dell’Unione Italiana, ben più cospicuo. Inoltre Veneto e Friuli Venezia Giulia hanno approvato in tempi diversi leggi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano in Istria, Quarnero e Dalmazia. Nel 2004 è stato ufficialmente istituito il 10 febbraio come Giorno del Ricordo di esodo e foibe, ma ancor oggi il settore scolastico sembra ampiamente refrattario ad affrontare tali argomenti in maniera obiettiva, per non parlare di certi settori politici estremisti.

Capodistria, Isola e Pirano, insieme al resto della Slovenia, sono entrate il 1° maggio 2004 a far parte dell’Unione Europea e il 1° gennaio 2007 hanno adottato l’Euro. Nel dicembre 2007 è stato eliminato il confine italo-sloveno, ma rafforzato quello slovenocroato che taglia ancora in due l’Istria. Il mercato immobiliare è stato finalmente aperto anche ai cittadini italiani, ma i prezzi delle case sono nel frattempo lievitati e diversi edifici sono stati acquistati da stranieri. Inoltre sia nell’Istria slovena sia in quella croata la rete stradale è stata potenziata e il turismo è stato ammodernato. Per gli esuli tuttavia i problemi principali restano ancora irrisolti: la restituzione dei beni e il risarcimento equo e definitivo, la conservazione delle tombe nelle località d’origine, il riconoscimento dei contributi previdenziali agli italiani che subirono il carcere e il lavoro coatto in Jugoslavia, l’indicazione del solo Comune anagrafico di nascita sui documenti di quanti nacquero in Istria ai tempi dell’Italia, la perequazione automatica delle maggiorazioni pensionistiche...

Intanto il naturale processo di estinzione degli esuli, sparsi in varie parti d’Italia e del mondo, continua inesorabile in assenza di un ricambio generazionale e di una concreta prospettiva di ritorno, anche solo ideale, nella terra d’origine. E la capacità di “resistenza” dei rimasti, specie nelle aree dove sono diventati infima minoranza, è messa sempre più a dura prova.

di Paolo Radivo

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