Giorno del Ricordo 2010: nuova “pillola amara” da ingoiare?

Tra pochi giorni si celebrerà ufficialmente, per la sesta volta, il “Giorno del Ricordo”; una celebrazione deputata a fare memoria, nonché opera di verità e giustizia, sulle vicende delle foibe e dell’esodo e a risvegliare l’orgoglio giuliano, istriano e dalmata.

Rischia invece, ancora una volta, di trasformarsi in un qualcosa di, per noi, avvilente; un timore più che fondato. In misura viepiù crescente negli anni – e questo giornale è stato tra i primi a denunciarlo – abbiamo dovuto, infatti, assistere a vergognose operazioni di “contro memoria”, che spesso hanno fatto più “rumore” delle nostre composte e, talvolta, fin troppo riservate manifestazioni.

A tale riguardo ci consola solo in parte il fatto che l’interpretazione della nostra vicenda storica ed umana non sia più, a livello nazionale, motivo di scontro, tutto a nostre spese, tra destra e sinistra bensì, quasi esclusivamente, interno a quest’ultima, tra progressisti moderati da un lato e conservatori vetero-comunisti dall’altro; tra chi, anche sul piano internazionale rifacendosi ad esasperati ed anacronistici nazionalismi, è disponibile a riconoscere gli sbagli del passato e chi, con negazionismi e giustificazionismi, cerca ancora di nascondere le proprie pesanti responsabilità.

Si tratta di prese di posizioni astiose e violente, proprio perché strumentali, che, pur non spaventandoci più, continuano ad offenderci. Entrando nel merito della celebrazione, la stessa è, come detto in apertura, rivolta al ricordo delle foibe e dell’esodo, due vicende distinte di una stessa tragedia ma parimenti drammatiche e traumatiche per quanti ne sono rimasti coinvolti. È, tuttavia, doveroso riconoscere che l’accento è stato sin qui posto soprattutto sul tema delle foibe. Il motivo, a pensarci bene, non è poi così recondito. In un paese immaturo ed ipocrita come il nostro è indubbiamente più facile parlare di cose la cui responsabilità o colpa può essere attribuita ad altri piuttosto che a se stessi. Ed è indubbio che, a prescindere dalle complicità e connivenze di non pochi italiani, la colpa delle foibe è degli slavo-comunisti mentre quelle per l’esodo sono in larghissima misura dell’Italia repubblicana, della sua intera classe politica, sia per la passività con cui in tempi diversi si è accettato di cedere le nostre terre all’ex Jugoslavia che per l’ignavia, prossima alla disonestà, con cui lo Stato ha trattato sino ai giorni nostri i diritti violati degli esuli che ne sono la diretta conseguenza. Se poi al tutto si aggiunge la presunzione che la coscienza nei confronti delle prime può essere messa a tacere con un riconoscimento morale “no cost” mentre la risoluzione delle problematiche connesse all’esodo, oltre che fatica ed impegno anche a livello internazionale, comporta, di contro, significativi impegni finanziari, appare del tutto superfluo l’andare a ricercare altre ragioni per spiegare l’evidente squilibrio nella trattazione dei due predetti temi. Il mese scorso, il nuovo Vescovo di Trieste Mons.

Giampaolo Crepaldi, in visita all’Unione degli Istriani, ha ammonito gli esuli sulla necessità – per noi un preciso obbligo – di “custodire il passato e coltivare il futuro”. La sua era una citazione biblica e, come tale, di valore universale da interpretare adattandola alle circostanze ed alle tematiche del momento. Parlando di foibe ed esodo, dovrebbe essere abbastanza agevole convenire su cosa le une e l’altro rappresentano. Le foibe, ad eccezione che nei nostri sentimenti e nella nostra sin qui vana richiesta di essere messi a conoscenza di dove giacciono i nostri morti, possono considerarsi un capitolo chiuso. Nulla e nessuno potrà mai restituirci quei nostri connazionali. Esse rappresentano quindi il passato; quel passato che tutti noi intimamente conserviamo e pubblicamente onoriamo, oggi anche con il conforto di presenze terze, con una molteplicità di celebrazioni, con l’intitolazione di strade, monumenti ed altro, con la pubblicazione di ricerche e studi, con l’impegno nell’informare le più giovani generazioni nel tentativo di fare della nostra una memoria collettiva della Nazione.

L’esodo, per la molteplicità delle tematiche relative ancora aperte – restituzioni, indennizzi, aspetti anagrafici e previdenziali e le altre che ben conosciamo, ivi compreso il rapporto esuli-rimasti – rappresenta invece il presente che, ancor prima del futuro, dovremmo coltivare con un’energia e determinazione che, impossibili in passato, proprio in funzione dei riconoscimenti venutici negli ultimi anni, dovrebbero oggi risultare praticabili. A tale interpretazione si è uniformata “L’Arena” sostenendo, sin dal febbraio 2004, la tesi che il “Giorno del ricordo” non doveva, e non deve, essere inteso come un punto d’arrivo, bensì come una più solida base di partenza per sostenere e pretendere il soddisfacimento dei nostri diritti. L’ha fatto nella piena convinzione, mai contestataci da chicchessia, che in detta tesi risieda l’essenza del mandato conferito dagli elettori e soci alla dirigenza del Libero Comune di Pola in Esilio, di cui è la voce.

Purtroppo, i segnali che al riguardo pervengano non sono confortanti; sono, anzi, piuttosto preoccupanti sia sul fronte internazionale che nazionale. Da un lato, come rappresentato nel giornale dello scorso novembre, risulta che il Governo, con il ritiro dei fondi versati dalla Slovenia in una banca lussemburghese a titolo di indennizzo dei beni nazionalizzati nell’ex zona B, sia intenzionato a chiudere il contenzioso con questa repubblica. Ciò equivarrebbe alla rinuncia definitiva alla ritrattazione del Trattato di Roma del 1983 in applicazione del precedente Trattato di Osimo, porrebbe un freno ad ogni forma di possibile pressione in tema di restituzione di beni tuttora liberi e costituirebbe un’insuperabile precedente nella definizione di analogo contenzioso con la Croazia. Ancora, come dimostrato anche da episodi d’attualità, il Governo non appare intenzionato a rivedere la sua politica in tema di indennizzi e si è sin qui negato a prendere in seria considerazione la possibilità di varare una legge per un equo e definitivo risarcimento.

Dall’altro, come risulta dagli echi del recente Congresso nazionale dell’ANVGD, espressosi a favore del ritiro dei fondi sloveni, o come si può evincere da un articolo apparso sull’ultima “Voce di Fiume” (ne diamo sintetica informazione nel flash “Piove sul bagnato” in pag. 2), appare evidente una diffusa pedissequa predisposizione della Federazione degli esuli ad uniformarsi alle volontà del Governo. Anche se le decisioni di alcuni possono incidere sugli interessi di tutti, non intendiamo qui condannare nessuno. Ognuno è padrone delle proprie scelte anche se un minimo di concertazione, e la nostra Associazione l’ha ricercata senza ottenere risposta, sarebbe in certi casi, più che auspicabile, doverosa. Semplicemente, profondamente dissentiamo. Ciò premesso, è viva la preoccupazione che proprio in questi giorni, in cui inevitabilmente più si parlerà delle nostre cose, queste posizioni, alla luce di un irrazionale “vogliamoci bene” e di un poco dignitoso realismo socio-politico-economico, prendano piede.

Ai fautori di questo “perbenismo” di convenienza ricordiamo che la “Realpolitik” alla tedesca ha comportato la normalizzazione dei rapporti con gli stati ex nemici e la riunificazione della Germania; il realismo politico-economico nostrano non potrà portare che ad un’ulteriore “calata di braghe” nei confronti di Slovenia e Croazia, come sempre senza tornaconto alcuno, e costringerà gli esuli, quantomeno coloro che sono disponibili ad accettarla, ad accontentarsi di un’umiliante elemosina. Anche da qui, il timore che il “Giorno del ricordo” possa tradursi, per noi, in qualcosa di avvilente.

Silvio Mazzaroli

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