“Italiani sbagliati”. Proiettato a Trieste un documentario sui rimasti

“Italiani sbagliati. Storia e storie dei rimasti”: è questo il titolo del documentario proiettato martedì 26 gennaio 2010 al cinema “Ariston” davanti a un folto pubblico, nell’ambito della XXI rassegna internazionale “Trieste Film Festival”, dopo un’anteprima al Dipartimento di Italianistica dell’Università di Zagabria. Prodotto da “Pilgrim Film” e “Il Ramo d’Oro Editore”, l’audiovisivo è stato realizzato dal giovane regista triestino Diego Cenetiempo.

Appassionato di storia e frequentatore dell’Istria, l’autore ha voluto raccontare le recenti vicissitudini del popolo istriano da un punto di vista diverso: quello degli italiani rimasti. Lo ha fatto per colmare un vuoto della cinematografia, oltre che per rispondere a un personale bisogno di conoscenza.

Il provocatorio titolo, “Italiani sbagliati”, riprende una definizione dei rimasti data dal noto scrittore esule Pier Antonio Quarantotti Gambini (1910-1965) quando i rapporti tra le due facce della “medaglia” istriana erano assai più difficoltosi di oggi. Il documentario dura 54 minuti ed è costituito perlopiù dalle testimonianze alternate di cinque scrittori connazionali che risiedono in Istria o a Fiume: Ester Barlessi, Giacomo Scotti, Mario Schiavato, Claudio Ugussi e Alessandro Damiani. Tali racconti sono inframmezzati da spezzoni di cinegiornali della Settimana INCOM sull’esodo da Pola e integrati dalle dichiarazioni di alcuni protagonisti della nostra comunità nazionale in Croazia e Slovenia: Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Silvio Forza, direttore dell’EDIT, Giovanni Radossi, direttore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, ed Elis Deghenghi Olujc, Docente all'Uni versità di Pola. Lo storico triestino Raoul Pupo completa l’elenco dei locutori. Parte delle interviste è coperta con immagini d’epoca tratte dagli archivi del Museo della Città di Fiume.

Gradevoli le musiche di sottofondo. Nell’audiovisivo il regista lascia parlare liberamente i protagonisti senza alcun commento. Di suo ci mette solo questa breve introduzione che compare dopo i primi titoli: «Al termine della II guerra mondiale, l’Italia, sconfitta militarmente, paga i conti ai vincitori: tutta l’Istria passa alla Jugoslavia, comprese le cittadine costiere del Quarnero e la provincia dalmata di Zara, in cui gli italiani avevano rappresentato sempre la maggioranza della popolazione. Con la ridefinizione dei confini, cui fecero seguito gravi episodi intimidatori anti-italiani da parte jugoslava, gran parte della popolazione italiana della penisola decide di abbandonare la propria casa.

È un esodo che sconvolgerà come mai prima di allora il quadro demografico locale. Solo da Pola, su 32.000 abitanti, se ne andranno 29.000. Alcuni italiani decidono di rimanere comunque ». La polesana Ester Barlessi racconta il suo trauma di adolescente che, subendo le decisioni dei genitori, rimase a vivere in una città inizialmente vuota e spettrale, ma presto ripopolata da immigrati jugoslavi. Lei perse la maggior parte dei suoi amici, compagni di classe, parenti e conoscenti, ma in quella disgrazia ebbe la fortuna, grazie a un cognome inequivocabile, di poter continuare a frequentare la scuola italiana, diversamente da altri. I pochi polesani rimasti – racconta – si strinsero attorno al Centro Italiano di Cultura, che quantomeno consentiva loro di frequentarsi e svolgere attività comuni sotto uno stesso tetto.

Un dramma silenzioso per lei fu quello di non potersi esprimere liberamente a causa del regime dittatoriale. Pertanto molti dei suoi scritti venivano riposti nei cassetti in attesa di tempi migliori, che tardarono a venire. Giacomo Scotti narra le sue vicissitudini di giovane napoletano che risalì la penisola al seguito degli inglesi e che nel 1945 giunse a Ronchi, da dove tornò a Napoli con l’intenzione di terminare gli studi. Imbevuto di ideologia comunista e assai critico verso l’Italia post-bellica, “espatriò” a Fiume, dove già si erano insediati altri italiani dello stesso orientamento politico. Scotti evidenzia il suo tentativo riuscito di imparare il dialetto locale per meglio integrarsi in quella nuova realtà, che tuttavia giorno dopo giorno perdeva abitanti autoctoni e ne acquisiva di forestieri, totalmente estranei per lingua e mentalità ma soprattutto ignari della storia del luogo che li accoglieva. Il dialetto fiumano – spiega Scotti – resistette come lingua d’uso cittadina fino a quando gli italiani costituirono almeno il 10% della popolazione. Una volta scesi sotto tale soglia, il tradizionale dialetto si ridusse a idioma familiare, parlato in ambiti sociali sempre più ristretti. La stessa lingua italiana subì un forte ridimensionamento sia con l’introduzione del monolinguismo croato sia con la rarefazione, per carenza di spettatori, degli spettacoli teatrali e delle altre iniziative culturali, un tempo numerose.

Mario Schiavato, nato a Quinto di Treviso ma giunto nel 1943 in tenera età a Dignano con la famiglia, riferisce i motivi che indussero il padre, mezzadro, a restare a coltivare la terra dei suoi padroni, che partirono esuli in quanto perseguitati per i loro precedenti «legami con il fascismo». La sua opera di intellettuale a difesa della lingua e cultura italiana si è concentrata nella riscoperta delle fiabe tradizionali, con le quali ha cercato di umanizzare i giornalini ufficiali per ragazzi che un tempo parlavano solo di partigiani. In una frase riassume l’identità contraddittoria dei rimasti: «in Italia ci danno dei comunisti titini, ma qui ci considerano fascisti italiani ». Alessandro Damiani, originario della Calabria ionica e giunto a Fiume per “costruire il socialismo”, descrive il tessuto umano di quella città, «sbranata» dall’artificioso ricambio etnico, con gli italiani relegati a minoranza ininfluente.

Claudio Ugussi, nativo di Pola, dopo gli studi universitari a Zagabria si trasferì nel 1959 a Buie, dove insegnò nelle scuole italiane. Anche lui scrisse a lungo solo per se stesso, non potendo pubblicare in epoca jugoslava libri sulla tragedia istriana che lo avrebbero inguaiato. Tutti i testimoni evidenziano il profondo disagio di essersi trovati nel giro di poco tempo stranieri nella propria città a causa dell’esodo massiccio. Maurizio Tremul fa un quadro delle istituzioni italiane in Croazia e Slovenia. Silvio Forza sostiene che la letteratura istriana diventerà ancora più interessante quando non dovrà più supplire alla scarsità di conoscenze storiche del pubblico. Giovanni Radossi illustra l’ultraquarantennale lavoro del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno.

Elis Deghenghi Olujc come l’esodo avesse lasciato l’Istria e Fiume gravemente sguarnite di intellettuali, condizione alla quale ovviarono solo in parte alcuni “monfalconesi”. Per una singolare coincidenza, il documentario di Cenetiempo è uscito poche settimane dopo la distribuzione in allegato a “L’Arena” del documentario “La cisterna”, realizzato dal regista Dorino Minigutti in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio al fine di ricostruire anche tramite le testimonianze di esuli e rimasti la storia lacerata dell’Istria. “Italiani sbagliati” diventerà presto un dvd con un’antologia degli scrittori che vi hanno raccontato la loro vicenda.

di Paolo Radivo

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