Discorsi di Claudio Antonelli a Trieste l'8 febbraio, ricevendo il premio Histria Terra

Questo riconoscimento mi va diritto al cuore, perché esso dimostra che la mia solitudine è condivisa. Ma ci voleva un uomo magnifico, un combattente, un innovatore come Massimiliano Lacota, perché questa calda mano di solidarietà e di affetto mi venisse protesa.

L’aver deciso di unire - attraverso l’“Unione europea degli espulsi” - la nostra vicenda, le nostre rivendicazioni, le nostre sacrosante richieste di giustizia a quelle degli altri espulsi dalle potenze belliche vincitrici del secondo conflitto mondiale ha posto noi giuliano-dalmati, vittime della pulizia etnica slava, in un contesto dal respiro storico più ampio, in una geografia allargata, dandoci una sola voce. Grazie anche per questo, presidente Lacota. Un pensiero di gratitudine a Roberto Menia, qui presente, che ha voluto il “Giorno del Ricordo”. Grazie anche a lei, dott. Neami.

Un grazie a tutti voi. Vedete, il frutto più amaro della mia vicenda di profugo è la solitudine: una solitudine un po’ sospettosa, che può far venire alla mente - la cosa può sembrare assurda ma per me non lo è - quella provata da certi esseri, amari e come incrinati nello spirito, che io ho conosciuto, qua e là, nei paesi comunisti: essi erano convinti che nessuno potesse provare i loro stessi sentimenti, per cui diffidavano di tutti, anche di coloro che in apparenza professavano le loro stesse idee. Ebbene, non posso dire che io diffidi patologicamente degli altri, però le vicende storiche, quelle familiari, le mie idee, il tempo trascorso a Napoli, la scuola dell'estero... tutto ha contribuito a sospingermi un po' più lontano.

Quante volte ho dovuto rispondere a domande rivelanti incredulità, rivoltemi persino dalla nostra gente: “Sei venuto via da bambino... Non parli il dialetto... Come mai...?” Le vere frasi, non pronunciate, ma sottintese: “Come mai tutta questa passione? Questa difesa dell’italianità, anche in Canada? Questo tuo culto per la memoria di un angolino di terra, dove possiamo andare quando vogliamo, oggi che le frontiere non contano più? Noi, al contrario di te, ci sentiamo bene ovunque: siamo cittadini del mondo...”

Queste le probabili frasi, non dette ma pensate. Apprezzo in maniera speciale questo riconoscimento perché esso premia la memoria dei miei genitori: Mario Antonelli (nato Antonaz) e Gioconda Bresciani, entrambi nati a Pisino, dove anch’io sono nato. Li premia per il loro sentimento e il loro esempio di un nobile amor patrio. Nobile, il loro amor patrio, anche perché non teorico, non retorico, ma concreto, fattivo, ossia vissuto quotidianamente, senza protagonismi, esibizionismi, senza divergenze tra il dire e il fare, praticando l’onestà, la laboriosità, la dignità, il coraggio.

E ciò per tutta una vita, anche in quei periodi difficili, da profughi, quando io ero appena un bambino. Purtroppo, chi aveva questa idea della patria, e l’avevano in tanti nelle terre del confine orientale, ha visto coincidere il proprio destino con il destino della Nazione, pagando poi un durissimo prezzo quando la patria fu travolta da quei tremendi avvenimenti storici: la sconfitta della patria divenne, infatti, per loro, un’irreparabile sconfitta intima. Mio padre e mia madre portarono sempre nell’anima il lutto per la perdita della terra natia, la loro adorata Istria, dove non vollero mai più tornare neanche per una fugace visita. La rinuncia forzata alla terra natale è la perdita di un qualcosa d’insostituibile che aiutava a dar senso all’assurdità della vita. Soprattutto mio padre non si riebbe mai più dal trauma del crollo del proprio mondo e degli inauditi atti di ferocia di cui furono vittime tanti suoi amici, a Pisino, ad opera dei “liberatori” titini. Questo fardello doloroso di memorie e di lutti è stato da loro trasmesso a me. Sconfitta, esodo, perdita della terra natale…

Tali parole evocano negli italiani brani lirici, avvenimenti biblici, pagine di storia riguardanti popoli esotici. La parola “esodo”, per noi, non ha invece nulla d’indeterminato, di vaporoso, di romantico. Esodo fu la nostra partenza di massa, con la perdita di una delle cose più preziose per l’uomo: il microcosmo che lo ha visto nascere e gli ha riempito l’anima di colori, suoni, sapori, che mai più ritroverà altrove. La tragedia della nostra gente si consumò, in quei lontani giorni, nell’assenza d’ogni segno d’attenzione, di solidarietà, di simpatia, e senza la presenza dei riflettori, delle telecamere e delle cineprese che invece illumineranno a giorno e riprenderanno, per le platee del mondo, i sanguinosi scontri tra le etnie jugoslave, anni dopo. La morte delle foibe segnò l’agonia e la fine di un popolo. Questa morte avvenne nell’isolamento, nell’indifferenza, nel silenzio. Fu una morte solitaria, senza funerali, senza cordoglio, senza riti di passaggio. Fu una morte, appunto per questo, che non è mai stata esorcizzata. Noi profughi per tanti anni siamo stati ignorati, oppure considerati moralmente come dei nazifascisti. L’avversione del comunismo ha impedito a molti di noi di restare in Italia. Ma, anche all’estero, nei consolati italiani risultavamo “nati in Jugoslavia”. Poi i buoni e magnifici vicini dell’est si sono scannati.

E, che Dio mi perdoni, questo mi è apparso come un ritorno alla verità delle cose. Il sangue è ripreso a scorrere. Le foibe hanno ripreso la loro funzione balcanica di carnai comuni. La Jugoslavia, paese costruito anche sul nostro sangue, si è disintegrata. Per noi le cose hanno ripreso il loro senso. Le nuove morti e il nuovo sangue ci hanno dato infine ragione. E finalmente, oggi, la nostra tragedia è stata riconosciuta. Le tante iniziative a nostro favore, tra le quali il “Giorno del Ricordo”, su iniziativa dell’On. Menia, e i francobolli per onorare l’italianità delle terre perdute, dovuti all’On. Gasparri, hanno messo fine all’indifferenza e al silenzio nei nostri confronti. Anche l’attuale presidente della repubblica Giorgio Napolitano, ex comunista, ha fatto un sentito, ammirevole “mea culpa” circa il silenzio che ha avvolto per troppo tempo, in Italia, il dramma delle foibe. Ma questi riconoscimenti giungono dopo mezzo secolo d’indifferenza, troppo tardi per i miei genitori e per tantissimi altri, morti lontani dalle amate terre. Né possono dissipare in noi l’amarezza di tutta una vita.

di Claudio Antonelli

 

Il nostro patriottismo

Troppo spesso, in Italia, un normale, sano, direi indispensabile, amor patrio è visto come una pericolosa involuzione dello spirito. All’estero, invece, il confronto con le altre etnie ci mostra che il nazionalismo di noi profughi giuliano-dalmati è ben poca cosa rispetto ai nazionalismi altrui. Anzi, la stessa parola “nazionalisti”, se applicata a noi, mi appare abusiva. Dove sono gli estremisti giuliano-dalmati? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso in tutti questi anni? Il popolo franco-quebecchese piange ancora i suoi 12 patrioti impiccati dagli inglesi quasi due secoli fa. I serbi piangono ancora la disfatta subita ad opera degli Ottomani, più di mezzo millennio fa. Molti croati all’estero, in Australia, in Germania, in Canada e altrove, durante l’epoca di Tito, ordivano trame di rivincita guerriera, educando i figli al culto dell’antica Patria, la Croazia, da riscattare, un giorno, col sangue. Noi giuliano-dalmati residenti all’estero abbiamo invece educato i nostri figli al rispetto, alla lealtà, e all’amore per la nuova Patria che li ha visti nascere.

In Canada, negli Stati Uniti e nel mondo intero, gli esuli d’Israele continuano a commemorare i loro esodi avvenuti migliaia di anni or sono. E noi esuli istriani, fiumani, dalmati non potremmo piangere un esodo che ha stravolto la vita dei nostri genitori e la nostra, spazzandoci via lontani dal solco che i nostri antenati avevano tracciato per noi? Nella nostra terra natale, posta com’è tra gorghi etnici, l'identità nazionale non è mai stata un dato pacifico ed esangue. Bensì una scelta d'amore e di passione. Ed io ho mantenuto la fedeltà alle origini, facendo miei l'amarezza ed il senso d'ingiustizia per il forzato esodo della nostra gente dalla terra natale, anche se io quei luoghi li ho lasciati in tenerissima età. E forse sta proprio qui il carattere direi sacrale della mia fedeltà alle origini: in questa assenza, nel mio legame con la terra dei padri, di elementi fisici, talvolta banali e prosaici. Ecco perché questi luoghi mitici, per me, non sono fatti del ricordo di una realtà quotidiana, ma sono egualmente gremiti di volti, mai visti da me eppur così vivi, e di nomi struggenti di persone e di luoghi, uditi per una vita intera dalle labbra dei miei genitori.

Questa terra è fatta d'immagini assolute, sorte in me dai loro racconti, e soprattutto di profonde emozioni, di senso della storia e di destino, e di un impulso direi atavico alla lealtà, alla fedeltà, all’amore per la terra. “La terra ci possiede”, dicono gli aborigeni canadesi. Ebbene, il campanile di Pisino, mia città natale, il cimitero, il torrente “Foiba” che sparisce in un baratro dantesco, il Castello, e tutti quei frammenti dolorosi di una memoria collettiva sono entrati nella mia anima, a partire dalla mia più tenera infanzia trascorsa nei campi profughi. Essi sono diventati la mia stessa coscienza.

di Claudio Antonelli

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