Quale memoria per il nostro futuro?

Della memoria del nostro vissuto di Istriani, Fiumani e Dalmati si fa, soprattutto in questo periodo dell’anno, un gran parlare. Ma che cos’è la memoria? I vari dizionari consultati dicono che è la capacità della mente di conservare e recuperare informazioni, ovvero ricordi.

Fermandosi alle due predette fasi si ha però l’impressione che il processo mnemonico rimanga come sospeso, inconcludente; da qui la necessità di farne seguire una terza, quella di organizzare i ricordi per dare alla memoria, individuale o collettiva che sia, un senso compiuto e finalizzarla a qualcosa. Parlando della “nostra” memoria sembra rispondente alla realtà l’affermare che gli esuli di prima e seconda generazione (considero tali i miei nonni, i miei genitori e quant’altri hanno vissuto da adulti lo sradicamento dalla loro terra) abbiano dato ai loro ricordi un modello organizzativo essenzialmente statico. Li hanno come materializzati in una fotografia, riferita al solo passato e bloccata sul ricordo di foibe ed esodo, intorno alla quale hanno costruito una sorta di “altare”, vi hanno acceso un lumino e versate sopra tante lacrime. Vi sono stati indotti dal dolore che si portavano dentro, dall’impegno per ricostruirsi un’esistenza che poco spazio lasciava ad altri pensieri, dalla paura e dalla rabbia – non certo dalla vergogna, come qualcuno vorrebbe darla ad intendere – per le ingiuste accuse che venivano loro mosse e, soprattutto, dall’ottuso, infingardo ed opportunistico silenzio di stato che opprimeva il loro vissuto. È stata, la loro, una memoria “della sofferenza”, consumata individualmente nell’intimità delle famiglie e, collettivamente, nei circoli chiusi delle associazioni.

Per quanto a lungo principale collante delle nostre comunità di esuli, è stata una memoria fine a se stessa e ormai con un futuro di cortissimo respiro: i lumini si consumano e le foto, quando scompaiono coloro che vi sono rappresentati, si coprono di polvere, finiscono in un cassetto ed alla fine si perdono. In tempi più recenti, noi esuli di terza, quarta e quinta generazione (l’“ultima mularia” e chi, come me, ha vissuto l’esodo da bambino, chi è nato negli anni immediatamente successivi e quanti nelle nostre famiglie sono venuti alla luce sino agli anni sessanta in cui i valori del vivere comune non erano poi tanto dissimili da quelli dei nostri progenitori), abbiamo dovuto necessariamente dare alla nostra memoria un’organizzazione più dinamica, adattandola progressivamente alle circostanze del momento ed alle possibilità che queste offrivano per il conseguimento di determinati obiettivi.

È un processo che ha subito una marcata accelerazione con l’istituzione del “Giorno del Ricordo” che, avendo ricollocato nella storia patria il nostro vissuto e riconosciuto, in un certo senso, i torti sin qui fattici, ci ha spinti ad un maggior impegno per la tutela dei nostri diritti, elevando prosaicamente risarcimenti e restituzioni a principali catalizzatori del nostro associazionismo. L’obiettivo auspicato è tuttora lontano e la memoria ad esso finalizzata, per questo definibile “della perdurante emergenza”, se non proprio come strumento di lotta, deve quantomeno essere concepita come strumento di pressione per il superamento della situazione in atto. Le emergenze, però, ad un certo punto finiscono. La nostra – quella riferita ai diritti, per intenderci – oltre che per l’inevitabile consunzione degli aventi diritto, potrebbe inopinatamente finire qualora il governo decidesse di porre la parola fine al contenzioso con gli esuli. Anche questa memoria ha quindi prospettive limitate. Messa così, verrebbe da pensare che quella che noi tutti consideriamo la “nostra memoria” non abbia eccessive possibilità di sopravvivenza.

Non è, però, il caso di lasciarsi andare al pessimismo e prendere dallo sconforto. Ci sono altri due validissimi motivi atti a mantenerla in vita, oggi ed in un futuro di lunghissimo respiro: l’affermazione della verità storica sulle “complesse vicende del confine orientale” e la preservazione del retaggio d’italianità delle nostre terre di origine. Riuscire a far emergere e consolidare in tal senso la nostra verità non sarà facile e richiederà impegno e tempo. Richiede, in primis, un’ulteriore elaborazione della nostra memoria. Infatti, se le due precedenti, “della sofferenza” e “dell’emergenza”, potevano rimanere, per così dire, ripiegate su se stesse, l’attuale e, soprattutto, quella del domani, dovranno necessariamente aprirsi al confronto con memorie altrui per dare ed ottenere reciproco rispetto.

È un impegno che, quali ultimi depositari di una memoria “viva” perché basata su esperienze vissute, siamo ancora noi a doverci assumere anche nell’ottica della ricucitura di quel tessuto sociale che la storia ha strappato ma che è la sola in grado di garantire il perdurare di un certo livello d’italianità nelle terre dell’Adriatico orientale. È questo l’ultimo sforzo che noi tutti dovremmo fare per trasmettere ai nostri discendenti – relativamente ai quali c’è da chiedersi sino a quando continueranno a sentirsi esuli – una memoria “della normalità” – non solo nozionistica e magari configurata da altri, come inevitabilmente accadrà se ne saremo incapaci – che consenta loro di gestire il proprio futuro nella società globalizzata e, si spera, definitivamente rappacificata del domani.

Silvio Mazzaroli

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