Scagli la prima pietra chi è senza peccato

Non è frequente che sulla stampa nazionale si parli delle nostre cose ed ancora meno lo è che lo si faccia al di fuori del “Giorno del Ricordo”. Desta quindi una certa meraviglia che quest’anno se ne sia parlato più diffusamente ed in un lasso di tempo più ampio; è un qualcosa che ci fa piacere, perché denota una qualche volontà di rimozione della cappa di silenzio che per troppo tempo ci ha oppressi; è, allo stesso tempo, un qualcosa che continua a darci sofferenza, perché ancora oggi quanto viene detto e, forse anche con maggior rilevanza, quanto viene taciuto è più spesso volto a giustificare ciò di cui siamo stati vittime – foibe ed esodo – che non a spiegare in termini obiettivi la pagina, o meglio le pagine di storia di cui siamo stati nostro malgrado coprotagonisti.

Molto ha fatto discutere, ed anche noi ne abbiamo diffusamente parlato, in particolare, il contestato libro Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi) di Joe Pirevec; probabilmente, sarà così anche per il libro, uscito proprio in questi giorni, di Raoul Pupo dal titolo Trieste ’45 (Rizzoli). Ce lo fa pensare la recensione che, sul Corriere della Sera del 6 aprile 2010, ne fa Paolo Mieli che delle nostre cose se ne intende parecchio e che già altre volte le ha trattate con moderazione ed un certo equilibrio. Nel suo ampio articolo, facendo riferimento al primo, egli ne sintetizza il contenuto dicendo che Pirevec attribuisce la responsabilità dell’esodo – che spinse trecentomila giuliani, istriani e dalmati ad abbandonare le loro terre – a loro stessi, i fuggiaschi [cioè, noi], “indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta” e sposa in buona sostanza la versione comunista e slava [la ben nota tesi “giustificazionista”] di quella lontana vicenda storica »; circa il secondo, invece, sin dalle prime parole del titolo del suo articolo, si può evincere la tesi di fondo con cui il Pupo intende illustrare le vicende del confine orientale, ovvero che la Jugoslavia considerava nemico chiunque rifiutasse l’annessione», e di quale annessione si trattasse ben lo sappiamo. Messa così, ci sentiremmo di abbracciare subito e senza tentennamenti, anche perché nella recensione (il libro ancora non l’abbiamo letto) davvero non mancano le considerazioni a sostegno, la tesi di Pupo;

purtroppo, non lo possiamo fare, perché pur tra tante cose assolutamente condivisibili emerge la solita motivazione di causa-effetto per la quale la colpa originale del tutto risiede nelle responsabilità del fascismo. In tale ottica appare, pertanto, del tutto pleonastico anche l’interrogativo che lo stesso Mieli si pone: ma ci si può occupare di quei fatti remoti senza fare propria in partenza né la vulgata comunista e slava, né quella di segno contrario?». La risposta, alla luce di quanto anche in questa occasione viene detto, è NO, perché la storia, comunque oggi la si racconti, è ancora figlia della vulgata “resistenziale”; è ancora quella sostenuta dal vincitore o da chi tale si reputa; è ancora quella partorita da una democrazia incompiuta basata nel nostro Paese più sul compromesso tra parti che hanno entrambe molto da nascondere che non su valori e verità condivisibili; è ancora quella basata nei paesi viciniori su ottiche, forse non più prevalentemente ideologiche, ma sicuramente sì nazionalistiche. Eppure il farlo non dovrebbe essere impossibile.

Per spiegare quanto accaduto sul “confine orientale” le colpe dell’uno non escludono le brame dell’altro; sono bensì concause indipendenti di una stessa tragedia: la nostra tragedia. Basterebbe riconoscere che il processo di causa-effetto non può essere iniziato laddove fa più comodo; che l’antagonismo italo-slavo nelle terre dell’Adriatico orientale è di parecchio precedente alla nascita del fascismo; che il tentativo di snazionalizzazione nei confronti di sloveni e croati messo in atto dal fascismo nella Venezia Giulia dopo la Prima Guerra mondiale ha avuto l’esatto e persino precedente corrispettivo nella snazionalizzazione dell’etnia italiana in Dalmazia da parte del neonato Regno di Jugoslavia; che le nefandezze compiute da un’etnia nei confronti delle altre, in pace ed in guerra, sono state una nefasta rincorsa di cui è assai arduo, per non dire impossibile, stabilire la primogenitura. Sarebbe, forse, sufficiente contestualizzare il tutto nel periodo storico in cui si è verificato e nell’ottica di quelle che erano le politiche nazionali di allora, tutte, chi prima e chi dopo, uscite sconfitte ed in diversa misura delegittimate, dal 2° Conflitto mondiale, dalle guerre post-coloniali e, da ultimo, post-comuniste.

Il riconoscerlo richiede soltanto onestà morale da parte di tutte le parti in causa, etniche od ideologiche che siano. Il farlo non implica alcun tipo di tradimento e le accuse di revisionismo rivolte a chi ha l’ardire di farlo uscendo dagli schemi interpretativi del passato null’altro sono che espressione di posizioni preconcette ed in buona misura anacronistiche di frange radicali che si credono depositarie delle uniche verità possibili: le loro. In sostanza, se parecchio si è fatto e si sta facendo per riportare alla luce verità “scomode”, vuoi per gli uni che per gli altri, è evidente che il più, ancora, deve essere fatto; lo sta a dimostrare l’attualità di tutti i giorni che denuncia a chiare lettere, per quanti sanno leggere tra le righe, che i tempi non sono ancora maturi o, quantomeno, che se lo sono per raccontare i fatti di un passato che, contrariamente a quanto dice il Mieli, non è poi così remoto non lo sono affatto per esprimere giudizi su quegli stessi fatti che possano essere universalmente accettati.

Silvio Mazzaroli

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