L’eredità morale di Graziano Udovisi.

E’ morto il 10 maggio 2010 a Reggio Emilia il Tenente Graziano Udovisi, nato a Moncalvo presso Pola il 6 luglio 1925. Infoibato dai partigiani titini il 14 maggio 1945 dopo 9 giorni di sevizie, riuscì a sopravvivere. Egli, uno degli ultimi Eroi della frontiera orientale italiana, è stato sepolto a Montecavolo di Quattro Castella (RE), con una cerimonia religiosa che ha visto a fianco della Famiglia amici, esuli, il Sindaco di Quattro Castella e le rappresentanze del Libero Comune di Pola in Esilio, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, del Movimento Nazionale Istria, Fiume, Dalmazia.

L’eredità morale di Graziano Udovisi è stata resa pubblica nei discorsi funebri dei suoi due nipoti. Andrea e Stefano Setti, durante la Santa Messa del funerale celebrata il 12 maggio 2010, con forza hanno espresso dolore, affetto, amore, ricordo della vicenda del nonno, infoibato a vent’anni e riaffiorato dal baratro; non una sola parola di odio o di desiderio di vendetta verso chi commise quelle atrocità e sinora non ha trovato il coraggio di chiedere perdono; bensì la volontà di ricordare e testimoniare, per contribuire ad evitare il ripetersi di tragedie come quella istriano – fiumano – dalmata. Questa è eredità di valore universale.

Tenente Graziano Udovisi, dal Comune di Pola in Esilio grazie di nuovo per quanto ha fatto per la nostra Terra e grazie per l’insegnamento che ha lasciato ai suoi discendenti.

 

Discorso di Andrea Setti

Mio nonno era un uomo di una volta, con chiari ideali e un carico di storia sulle spalle. Io non ho conosciuto la sua storia direttamente, ma solo tramite le sue parole e ho conosciuto la persona che, tornata alla luce, si è ricostruita una vita, una famiglia, degli amici. Lui non credeva nelle ideologie, ma nelle persone, che assieme costituiscono famiglie, popoli, nazioni. Al contrario di ciò che si può pensare leggendo della sua avventura di vita, gli piaceva l’allegria e a tavola era raro non sentirlo cantare canzoni d’altri tempi o raccontare una delle sue barzellette. Era un gentiluomo mio nonno; se incontrava qualcuno che conosceva gli piaceva chiacchierare mentre da piccolo mi portava a passeggio, facendomi conoscere persone, mestieri di una volta, borghi assopiti e innamorandosi sempre della nostra bell’Italia. Da piccolo sono stato suo alunno, anche se non a scuola: i compiti d’estate li correggeva sempre lui: che paura!! E poi, ma solo se ero stato bravo, via in macchina a pescare, godendoci un bel tramonto sul mare. La storia è importantissima, ma non mi è mai piaciuto tanto studiarla: troppo carica di guerre, di odio e di ingiustizie. E tra il “pezzo di storia” e l’uomo Graziano, mi è sempre interessato di più quest’ultimo, che mi ha dato tanto.

Ciao Nonno, mi mancherà tanto la tua presenza, anche se ora sei lassù, vicino alla tua Madonnina, che ti ha dato ascolto 65 anni fa e mi ha permesso di nascere, tramite mia mamma Lella, anche se tutte le scommesse erano contro. Ti sento vicino da lassù, che vegli su di noi. Ci incontreremo di nuovo un giorno e finalmente torneremo a passeggiare sulla spiaggia al tramonto, insieme.

Ciao. Andrea.

 

Discorso di Stefano Setti

Con buona pace di qualsiasi religione o credenza, oggi celebriamo il secondo trapasso di Graziano Udovisi, mio nonno, classe 1925. Quest’ultimo trapasso è certamente meno doloroso rispetto al primo, meno amaro, meno dolente e meno triste del primo, perché se negli ultimi tempi ciò che era indebolito era il corpo, con la prima, lunga, tremenda e mai dimenticata morte, ciò che venne colpito non fu unicamente il corpo, ma soprattutto l’anima. Quest’evento, quello della foiba, e il ricordo di lui quando io ero un bambino, sono le cose che porto con me e non lascerò mai. Per me si intrecciano due figure, il tenente Udovisi e il nonno Graziano, due individui così lontani per essere distinti, separati, collocati in due spazi e in due tempi diversi. Il denominatore comune: l’Istria. La tristezza del cuore una: la foiba.

È incredibile come, nonostante gli 85 anni di età, tutto finisca così in fretta. E non bastano le parole, non servono i gesti: nulla potrà colmare il vuoto che si è formato, forse, unicamente il silenzio. Là dove finiscono le parole, là dove finisce il linguaggio, là dove non arrivano le preghiere l’unica cosa che salva è il silenzio tremendo, il silenzio che è la memoria che ognuno porta nel cuore e nessun altro potrà mai capire. È incredibile come il destino, o il fato, o Dio – chiamatelo come vi pare – abbia dato un nuovo appuntamento a mio nonno: il primo il 14 maggio del 1945, il secondo il 10 maggio del 2010. Denominatore comune la morte, ovvero la vita, o, meglio ancora, la fobia, cioè la morte e la vita.

Ricordo che il nonno Graziano mi parlò per la prima volta della foiba quando eravamo al mare, a Cecina. C’era lui capotavola, io alla sua destra, vicino a me mio fratello Andrea, più grande di otto anni. Io ero veramente un bambino, fra i sei e i nove anni. Ricordo che il nonno Graziano, con il suo fare da “nonno”, ma con quello sguardo così deciso e duro, quell’espressione che mai dimenticherò e che non si può descrivere, e quel linguaggio ormai superato e desueto, chiese a me e ad Andrea: «Sapete che cos’è una foiba?». Con questa domanda così diretta, in quel momento così preciso e fisso nella mia mente, capii che al nonno Graziano si doveva aggiungere un’altra figura, una figura più complessa. Al nonno Graziano subentrava il giovane tenente Udovisi.

Cosa volete che ne sapesse un bambino di cosa fosse una foiba ? Lui fu preciso, quasi amorevole. «La foiba – disse più o meno così a me e a mio fratello – è un enorme buco nero. Certe volte di decine di metri, altre volte di qualche centinaia. Questi enormi “buchi” appartengono alla mia terra, all’Istria. Queste cavità naturali sono state usate come miniere, come rifugi. Altre volte come fauci per inghiottire le persone. Decine di persone. Migliaia di persone».

Non ricordo se raccontò già in quel momento, al mare, della sua tragedia, del suo primo trapasso, della morte del giovane tenente Udovisi e della rinascita di Graziano. Ciò che so con certezza, è che da quel momento le occasioni nella quali il nonno Graziano iniziò a raccontare la sua storia crebbero a dismisura, fino ad essere intervistato, proprio al mare, proprio in quegli anni, da una troupe di RaiTre, nella pineta di Cecina.

Lui, così grande, alto, atletico, nuotatore, seduto sulla panchina della pineta e vicino a lui un intervistatore. Io e mio fratello stavamo pochi metri più in là, facendo segni ai passanti, in bicicletta o a piedi, di fare poca confusione perché lì vicino si stava consumando un racconto. Io ero contento. Felice. Ero utile a qualcosa, e vedevo la gente che mi guardava (ero sempre poco più che un bambino) con aria stralunata.

La foiba, per mio nonno, non era unicamente una tomba, un luogo in cui erano state gettate migliaia di persone, vive, agonizzanti, deturpate, ferite, monche, partorienti, giovani. Era il simbolo della sua terra. C’è caduto da morto, ne è uscito da vivo. La foiba, per mio nonno, è stata contemporaneamente tutto ciò: luogo di martirio ma anche culla che lo ha salvato, che lo ha fatto resuscitare. Per questo quelle parole amorevoli per la foiba, per questo quella domanda così diretta, secca, asciutta, da cui non traspariva nulla se non il coraggio di voler trasmettere la sua storia a noi nipoti, la volontà di non essere dimenticato non perché eroe, non perché superman, ma perché vittima di una tragedia che non dovrà mai ripetersi. Una fra le tante nella dolorosa Seconda Guerra Mondiale. La foiba come tomba per morire e culla per rinascere, simbolo dell’Istria.

Da quei momenti, un tassello dopo l’altro l’episodio della foiba emerse in tutta la sua portata. Quando ero alle elementari, il nonno Graziano per due o tre volte alla settimana mi aiutava a fare i compiti. Al mare ogni giorno era una lezione. Rigore nella scrittura, esercizi di calligrafia, bella pronuncia, diverse letture, poesie imparate a memoria, e tanta, tantissima storia. Lì, credo, iniziò la mia passione per la storia stessa, in particolare per la Secondo Guerra Mondiale, un concentrato di eventi, persone, tragedie, miracoli, e, soprattutto, ricordi. Ricordi. Da quei momenti, da quegli insegnamenti così precisi, così veri, mi appassionai per il ricordo, per l’umanità verso le persone. Il nonno Graziano mi aveva insegnato che cosa volesse dire non tralasciare nulla, ricordare anche il più piccolo degli eventi perché essi sono la base della nostra vita, la forza del nostro futuro. Una persona senza ricordo è una persona senza identità.

Gli anni sono passati, io sono cresciuto e il nonno Graziano è invecchiato. Non è invecchiata la sua mente, non il suo ricordo, non la sua enorme ferita, sempre aperta, non il tenente Udovisi che, come una maledizione, ogni notte nasceva per tornare a morire all’alba, nella foiba. Un incubo continuo, una dannazione senza via d’uscita. Un conto con il passato che non è mai stato chiuso ma lo ha sempre tormentato.

Da quando frequentai la casa dei nonni nei pranzi, nelle cene, nei rapidi saluti, spesso la sua mente ritornava ai momenti della foiba. «Madonna. Madonna mia! È la foiba!» disse. Quella voce, quel rantolo che uscì dalla bocca del tenente Udovisi a margine di quella voragine, spinto dai fucili spianati degli slavi, me l’immaginavo ogni volta che pronunciava questa frase, quando abbassava gli occhi sulla tavola, quasi sembrasse guardare il piatto. Non lo guardava, in verità, quel piatto. Lo capii subito. Guardava la foiba, come se stesse lì, davanti a lui, con le fauci spalancate, con quell’odore di morte che trasudava tutto il perimetro attorno, sotto quella luna così cara perché illuminava la sua terra. Ripercorreva, oltre che ogni notte, anche durante il giorno quella tragedia. Il suo pensiero dal limite della foiba precipitava velocemente verso il fondo, e potevo leggere nei suoi occhi quella stessa paura, quello stesso terrore, quello stesso incubo che ogni notte era obbligato a rivivere, quella stessa aria che si sentì addosso piombando verso il fondo della foiba. La foiba come tomba. Poi il tonfo, l’urto, ma non uno normale, uno strano, diverso. Un tuffo. Acqua, acqua nel fondo della foiba che gli ha permesso di riemergere in tutta fretta, gli ha permesso di non morire sfracellato e dunque di riemergere, vivo. La foiba come culla. In quel preciso istante, durante l’entrata nella fauce della foiba e nel suo precipitare verso il fondo moriva il ventenne tenente Udovisi, e nasceva quel Graziano che ho conosciuto.

Tempra d’altri tempi, forza di altre generazioni. Ha detto spesso che gli sono stati d’aiuto i suoi ragazzi, i suoi bambini di quando era insegnante alle elementari, e lo immagino. La vera sofferenza, per mio nonno, quella profonda e dura, non è stata unicamente la violenza delle torture subite, è stato soprattutto il mancato riconoscimento dell’evento, della storia, da parte dell’Italia. Non scendiamo, vi prego, in facili partitismi, in psicologie e contrapposizioni che con questo mondo, con quest’epoca non hanno nulla a che fare. Il Novecento l’abbiamo passato, anche se troppi pseudo-politici faticano a ricordarlo. Ciò che fece tristezza a Graziano Udovisi, e anche a me e alla mia famiglia, fu il silenzio delle istituzioni, della politica. Attenzione, non dei partiti dell’epoca ma dei rappresentanti più alti della nostra nazione, della politica appunto, persone che rappresentavano tutti gli Italiani. Dov’era la politica? Dov’erano gli Italiani? E oggi? Dov’è la politica che ha il coraggio di andare oltre? Andare oltre il passato, il Novecento appunto, e guardare coraggiosamente, non temerariamente, il futuro? Che ne è delle trasmissioni televisive che parlano dell’Italia ma si scordano di vicende del tutto italiane come quella di mio nonno? E i profughi istriano-dalmati? Chi erano? Semplicemente gente dimenticata e respinta da ogni stazione o porto? Tutti colpevoli di atrocità? Mio nonno mi ha sempre detto, e lo ripeto a voi, che lui si sentiva, e si è sempre sentito, “i-ta-lia-no”, italiano! Il suo intendimento di diciannovenne era quello di ribellarsi alle atrocità che già dal 1943 circolavano in Istria, e difendere casa sua, la sua Pola, da tutti quelli che la volevano strappare dall’Italia. I partiti non c’entrano, non c’entravano all’epoca e non c’entrano più adesso. Per tutti questi motivi, mio nonno, è stata una persona sola. La vicinanza mia, della mia famiglia, è servita a tantissimo per lui, ma rimarranno come un triste ricordo i suoi occhi fissi sul letto di morte, fissi, in cerca di salvezza.

Non è compito mio narrare le vicende delle foibe. Non posso essere io e, credo, nessun altro a raccontare la vicenda del tenente Udovisi. Fortunatamente ha scritto molto, ed è stato intervistato più di una volta. La casa editrice Aliberti si è presa con coraggio l’onere di raccontare la sua storia grazie all’ottimo lavoro di Alba e Miriam. Quello che oggi io e la mia famiglia possiamo fare è non dimenticare, portare con orgoglio il ricordo di Graziano Udovisi, far conoscere a più gente possibile la sua storia e la violenza subita da migliaia di italiane e italiani, donne, bambini, giovani, anziani. Con una presa di coscienza decisiva: oggi i tempi sono maturi perché l’Italia possa riappropriarsi di una crude vicenda, perché la storia possa non “essere riscritta”, in nome di un vuoto revisionismo, ma possa, finalmente, a tutti gli effetti “essere scritta”, poiché da pochissimo tempo la tragedia delle foibe è presente sui libri di storia, poiché solo da pochi anni tale episodio è agli onori della cronaca. Insomma, è giunta l’ora perché la vicenda delle foibe possa essere, a tutti gli effetti, una tragedia italiana.

Teniamo, tutti quanti, lontano dalla vicenda delle foibe aste, bandiere, simboli di partito, rivendicazioni. Teniamone una sola: la bandiera italiana. L’evento-foibe è di tutti gli Italiani, per tutti gli Italiani, proprio come si professava, prim’ancora che Istriano, mio nonno: italianissimo. Le sevizie e le torture subite dalle persone erano a causa della sola loro identità, quella italiana.

Qui nasce e cresce in me la speranza della mia generazione che non ha vissuto le dure contrapposizioni di due ideologie, l’enorme lotta fra due visioni opposte che, in fin dei conti, già da qualche decennio hanno visto il loro reciproco tramonto. E allora vorrei dire ai giovani a me coetanei niente paura! Niente paura! Niente paura! Non commettiamo gli stessi errori dei nostri padri e dei nostri nonni, non stiamocene a dividere la nostra Italia, perché se l’Italia è stata fatta nel 1946 (con la Liberazione dalla dittatura), è ancora dura fare gli Italiani. Ma così non dev’essere per noi giovani, che abbiamo, e ne sono sicuro, quella forza per poter dare vita ad un nuovo corso, a guardare con coraggio il nostro passato e con viso aperto il nostro futuro, senza timori o reverenze per nessuno tranne che per noi. Cari coetanei, noi non possiamo più farci prendere in giro da nessuno, noi abbiamo gli strumenti per conoscere e sempre noi dobbiamo avere il coraggio per osare. Bene, usiamo il coraggio per chiamare il nostro stato con il suo nome: Italia. Questo mi ha insegnato mio nonno.

Permettetemi di concludere con una citazione di Charlie Chaplin, Charlot, quando pronuncia un discorso che é l’antitesi delle teorie di Hitler. Se solo gli uomini di tutto il mondo, nel 1940, avessero conosciuto il discorso di quel “grande dittatore”, Charlot, in quel grandissimo film ! Vi chiedo ancora pochi minuti per ascoltare le sue parole, parole che valevano nel 1940 ma che valgono tuttora: 

“Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare né conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotto a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi, la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. [...]

Soldati! Non difendete la schiavitù ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di San Luca è scritto: “Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo”, non di un solo uomo o di un gruppo di uomini ma di tutti gli uomini, voi, voi il popolo avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità, voi il popolo avete la forza di fare in modo che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti, combattiamo per un mondo nuovo, che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro ai vecchi la sicurezza. Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere; mentivano, non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per mantenere quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.

Soldati! Nel nome della democrazia, siate tutti uniti!”    Così diceva quel “grande dittatore”…

Dovunque tu sia, nonno Graziano, noi ti siamo vicini. Abbi fiducia. Guarda in alto. Le nuvole si diradano. Comincia a splendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce, e vivremo in un mondo nuovo. Un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità.

Allora guardiamo tutti in alto. L’animo umano troverà le sue ali, e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno, verso la luce della speranza, verso il futuro. Il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi.

Guardiamo in alto. Lassù.

 
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