Le foibe non furono una reazione

Mai come quest’anno gli echi del “Giorno del Ricordo” stentano a spegnersi. Ancora non molti giorni fa, leggendo su un inserto de “Il Piccolo” alcuni articoli a proposito di come la ricorrenza viene percepita dai ragazzi triestini, sono rimasto colpito dalla considerazione formulata da uno studente. A suo dire, la celebrazione sarebbe troppo sbilanciata a destra e, quindi, poco credibile e condivisibile; la ragione sarebbe dovuta al fatto che, quanto meno in detta circostanza, a chiarimento “delle più complesse vicende del confine orientale” citate nella legge che lo istituisce, si sarebbe dovuto procedere alla diffusione nelle scuole del documento stilato al riguardo nel 2000, dopo sette anni di lavoro, dalla nota Commissione mista italo-slovena, ma mai reso pubblico dall’Italia.

Ne emerge implicita l’accusa che la sua mancata diffusione abbia impedito, a giovani e meno giovani, di prendere coscienza del processo di causa-effetto che ha ingenerato il fenomeno storico delle foibe e dell’esodo. Noi, che invece i contenuti “giustificazionisti” di quel documento li conosciamo benissimo, troviamo oltremodo opportuno che non sia stato ufficializzato. Ciò non di meno, anche alla luce delle considerazioni di questo studente, dobbiamo prendere atto – ed anche altri dovrebbero farlo (cito, non a caso, uno dei suoi sottoscrittori, l’ex senatore Lucio Toth, che a suo tempo giustificò il suo operato come l’accettazione del “male minore”) – del danno morale da esso procuratoci. Il documento, peraltro, sin dalla sua ufficiosa (ufficiale in Slovenia) apparizione in Italia, era stato accolto “con riserva” anche da persone “informate dei fatti” non propriamente di destra.

Ricordo, in particolare, uno scambio di opinioni avuto con il prof. Stelio Spadaro, uomo orgogliosamente e coerentemente di sinistra ma di profondi sentimenti italiani, che ne confutava, in generale, il diffuso giustificazionismo e, in particolare, la datazione dell’inizio del deterioramento nei rapporti italoslavi all’instaurazione del fascismo in Italia nonché l’incompletezza dell’analisi per la mancanza di un qualsivoglia accenno al coinvolgimento croato nelle vicende occorse in Istria (e Dalmazia) nella prima metà del ’900. Per questo, era stato tacciato di revisionismo dalle componenti più radicali del suo schieramento politico. Analogamente, in un suo editoriale pubblicato su “L’Arena” del marzo 2008, il nostro Piero Tarticchio – lui sì direttamente coinvolto dai fatti per la proditoria uccisione di diversi componenti della sua famiglia per mano dei partigiani slavo-comunisti – sosteneva che «la violenza slava del 1945 [e aggiungerei anche, in larga misura, quella del ’43] non fu una jacquerie».

Ora a smentire la tesi di fondo di quel documento è nientemeno che uno degli allora altri suoi firmatari di parte italiana: Elio Apih, storiografo di matrice socialista, nato a Trieste nel 1922 e deceduto nel 2005. L’assist, del tutto imprevedibile ed inaspettato, che egli offre a quanti confutano lo studio condotto dalla predetta Commissione di storici (?) è contenuto nel suo libro postumo Le foibe giuliane (LEG - Libreria editrice goriziana, pagg. 159, € 18), recentemente presentato alla stampa (“Il Piccolo”, 13 maggio 2010) dalla professoressa Marina Cattaruzza, ordinaria di storia contemporanea generale presso l’Università di Berna. In esso, a detta della storica, esperta di “confine orientale” e non tacciabile di “destrofilia”, l’autore «dice chiaramente che non c’è più spazio per la teoria giustificazionista; non crede a chi parla di reazione alle violenze dei fascisti e dei nazisti; non crede nemmeno alla colpevolezza di un gruppo limitato, alle delazioni di qualche singolo malvagio. Per lui le foibe sono un crimine organizzato, opera del movimento partigiano e una delle incarnazioni del Male del XX secolo. Non a caso definisce le guerre del ’900 civili e totali». Non ci chiediamo le ragioni di quel che appare come un radicale ripensamento di quanto sottoscritto solo pochi anni prima; ne prendiamo semplicemente atto apprezzando l’onestà morale dell’autore a ciò spinto, forse, dal fatto che, all’approssimarsi del “giudizio divino”, si è più portati ad indulgere nei confronti della verità che non dell’ideologia o della “ragion di stato”.

Altro che accettazione del “male minore”; il sottoscrivere quel documento è stata, soprattutto da parte di chi più di altri lo avrebbe dovuto confutare, la supina accettazione di un uso distorto della storia per fini politici. Tuttavia, questa ottusa volontà di apparire politically correct, ovvero in linea con la vulgata storica, non ci sorprende; anche in cronaca esempi simili davvero non mancano. Uno dei più recenti l’abbiamo appreso anch’esso dalle pagine culturali de “Il Piccolo”. Il 30 aprile scorso il quotidiano triestino, a firma dello storico Roberto Spazzali, ha pubblicato un articolo con titolo a caratteri cubitali: 30 aprile 1945: il massacro di Lipa che l’Italia ha scordato in fretta. Che c’entra vi chiederete? C’entra eccome! Detto episodio è, infatti, sovente addotto da parte slovena come uno degli episodi che hanno ingenerato la violenta ritorsione dei partigiani slavo-comunisti nei confronti degli italiani.

Pur sorvolando sulla grossolanità dell’errore commesso involontariamente dall’autore – il fatto si è, in effetti, verificato il 30 aprile del 1944 – ed a prescindere dal numero reale delle vittime, 287 o 269, comunque tante, dalla lettura del testo si evince con sufficiente chiarezza che si trattò di un’azione di rappresaglia, decisa e condotta dai nazisti, per l’uccisione di 5 soldati tedeschi per mano dei partigiani, e che la partecipazione di militari italiani (probabilmente anche di collaborazionisti sloveni) fu del tutto marginale. Perché allora un titolo volto ad attribuirne la responsabilità agli italiani? Ma non basta. Per rendere ancora più sconvolgente l’articolo ed a perenne vergogna di noi italiani, lo stesso è stato corredato da una foto (per la quale, in verità, l’autore si è chiamato fuori da ogni responsabilità, attribuendola alla redazione) che mostra un uomo circondato da centinaia di cadaveri spacciata come «una delle rarissime immagini che sono rimaste» di detto massacro.

Quei poveri corpi senza vita indossano però per lo più un “pigiama” a righe e l’uomo che vi figura in mezzo è stato riconosciuto come Johann Baptist Eichelsdorfer, ultimo comandante del Kaufering IV, subcampo di Dachau; dunque non di vittime del massacro di Lipa si tratta, bensì di un lager nazista. Naturalmente, a seguito delle precisazioni avanzate da lettori meno sprovveduti di quanto i mistificatori della storia generalmente credono, sono state formulate delle scuse, dall’autore e da “Il Piccolo”, ma nella pagina delle “Segnalazioni”, non della “Cultura”, o presunta tale.

Come di consueto, la rettifica, anche in questo caso è stata fatta con tutt’altra evidenza di come è stata data la notizia e c’è da chiedersi in quanti l’abbiano letta, come pure c’è da chiedersi se lo studente, citato in apertura, si prenderà mai la briga di leggere l’ultimo libro di Apih. Per concludere, prendo a prestito l’ultimo capoverso dell’articolo La tragedia delle foibe non nacque dalla rabbia. Fu studiata a tavolino con cui Matteo Sacchi, su “Il Giornale” del 13 maggio 2010, chiude la sua presentazione del lavoro di Apih. Cito testualmente: «Questa è la lezione più importante degli studi di questo storico così attento alle fonti. Guardando ai fatti dell’Istria alcuni dati appaiono chiari nonostante decenni di rimozione (italiana) e di mistificazione (jugoslava prima, slovena e croata poi): nell’eliminare gli italiani dall’Istria qualcuno pensò che il terrore fosse un mezzo accettabile. In Istria il livello politico delle formazioni partigiane decise di fare propria una riflessione di Hitler: “Il terrore è l’arma politica più potente e io non intendo privarmene”. I titini non se ne privarono».

Silvio Mazzaroli

 

  •                   Logo AIPI LCPE

    Notizie Importanti

    ANTICO STATUTO COMUNE DI POLA  Click QUI

    Legenda contenuti ANTICO STATUTO DI POLA Click QUI

     

    RASSEGNA DI FOTO E FILMATI    Click QUI

     

    per devolvere il 5%o a AIPI-LCPE   Codice Fiscale 90068810325

     

    ARCHIVIO STORICO DE L' ARENA DI POLA

    TUTTI GLI ARTICOLI Click QUI
    DAL 1948 AL 2009 

    vai su: www.arenadipola.com

     INFORMAZIONI E RECAPITI 
    "ASSOCIAZIONE ITALINI DI POLA E ISTRIA_LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO"  Acronimo AIPI-LCPE
    mail per informazioni e cellulare:
    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.                +39 388 8580593.

    recapito postale:
    c/o Tipografia Art Group S.r.l.
    via Malaspina 1
    34147 TRIESTE

    ***
    Costo Quota Associativa annuale, con invio del periodico L'ARENA DI POLA, euro 35,00 a mezzo bonifico bancario intestato a:
    Associazione Italiani di Pola e Istria-Libero Comune di Pola in Esilio (AIPI-LCPE)
    IBAN dell’UniCredit Agenzia Milano P.zle Loreto
    IT 51 I 02008 01622000010056393
    BIC UNCRITM1222.

    oppure 

    C/C/P 38407722 intestato a                "il Periodico L'Arena di Pola"

     ***

    Siamo anche su Facebook. Associazione Italiani di Pola e Istria - Libero Comune di Pola in Esilio
    Diventiamo amici.

    ***

    ELEZIONI dell' 11 giugno 2017

    Sindaco/Presidente:
    Tito Sidari
    Vice: Maria Rita Cosliani
    Direttore dell'Arena di Pola: Viviana Facchinetti

     (l'organigramma completo nella sezione
    Chi siamo")