Segnali che sarebbe un errore non cogliere

Alla fine dello scorso mese di maggio si è tenuta a Gorizia l’interessante ed ormai tradizionale manifestazione culturale “èStoria” che, come deducibile dalla lettera dell’amico Botterini pubblicata nella rubrica “Lettere in Redazione”, ha trattato svariati argomenti inclusi alcuni riguardanti la nostra storia.

Per questo “L’Arena” ha voluto presenziare ad alcuni incontri; in particolare, Paolo Radivo ed io ne abbiamo seguito quello conclusivo dal titolo “Le foibe ed il confine orientale d’Italia. Nuove acquisizioni storiche”, condotto dal prof. Raoul Pupo, autore del recente volume “Trieste ’45”, e nel corso del quale si è fatto riferimento anche al recente lavoro, “Le foibe giuliane”, di Elio Apih, entrambi cofirmatari, per parte italiana, della nota relazione storica, stilata dalla Commissione mista italo-slovena, sulle vicende del ’900 che ci hanno visti coinvolti.

Come certo ricorderete, i due succitati volumi sono stati spunto per i miei due ultimi editoriali, allora basati esclusivamente sulle presentazioni che sulla stampa ne erano state fatte. Nel frattempo li avevo entrambi integralmente letti e per questo sono rimasto alquanto sconcertato nell’udire l’affermazione del prof. Pupo secondo il quale «negli ultimi dieci anni sulle foibe la ricerca storiografica non ha fatto registrare sostanziali novità». Si tratta di una “mezza verità” o meglio di un maldestro, oltre che ipocrita, tentativo di auto-assoluzione per aver in passato avvalorato di massima la vulgata storica secondo la quale la “pulizia etnica” – sempre più diffusamente riconosciuta come tale – attuata dagli slavi nei confronti degli italiani nella Venezia Giulia, Istria e Dalmazia era stata una reazione, tutto sommato giustificabile, ai crimini fascisti e non un preordinato “crimine di stato” ordito dallo sciovinista, nazionalista ed espansionista regime comunista di Tito.

È ben vero che delle nefandezze titine si parlava anche nella suddetta relazione storica ma lo è anche che chiunque si prenderà la briga di leggere i due predetti testi avvertirà con immediatezza il diverso accento che gli autori pongono oggi sulle responsabilità di (nazi)fascisti, che è giusto e doveroso non sottacere, e di comunisti, che sarebbe criminale continuare a negare, in un’ottica di ritrovata obiettività resa possibile dall’inequivocabile condanna decretata dalla Storia nei confronti dei passati totalitarismi. Se, dunque, è vero che specificatamente sulle foibe (sulla loro individuazione, sulla localizzazione nominativa, oltre che numerica, delle vittime, ecc.) poco di nuovo è recentemente emerso, altrettanto lo è che la spiegazione delle dinamiche che le hanno determinate sta decisamente prendendo le distanze dalle tesi giustificazioniste del passato.

Che oggi lo si dica a chiare lettere e che persino in sede di esame di maturità venga proposto come tema storico “le foibe e il confine orientale” è una novità ed, al contempo, un segnale che non dev’essere lasciato cadere nel vuoto. Non è, però, l’unico. A ben guardare, o meglio a voler vedere, anche al di fuori dei confini nazionali qualcosa si sta muovendo. Lo si può cogliere da alcune esternazioni – non troppo frequenti, ma proprio per questo apprezzabili per una certa dose di coraggio, per il senso di responsabilità e la voglia di cambiamento che le ispirano – di taluni rappresentanti della nostra minoranza autoctona d’oltreconfine recentemente apparse sulla “Voce del Popolo” e che pubblichiamo nelle pagine 4 e 5. Esse, nell’esprimersi in termini di esclusiva idealità, con grande obiettività e con evidenza di toni critici nei confronti di taluni atteggiamenti pervicacemente ostili nei confronti degli italiani tuttora presenti in ambienti sloveni e croati legati al passato, dimostrano una maggiore disponibilità e comprensione nei confronti di quelle che sono le nostre sensibilità di esuli e non possono in alcun modo, diversamente da quanto in altre circostanze potuto constatare, venir tacciate di essere dettate da poco nobili interessi concreti.

Di certo non sono le “scuse” che taluni “duri e puri” con i paraocchi di casa nostra pretenderebbero di ricevere dai “rimasti” ma sono, comunque, un qualcosa che dovrebbe indurre più d’uno a riflettere quantomeno sulle pur sacrosante e fondate riserve che tanti di noi (vedasi l’articolo “Rimasti e rimanenza” di Carlo Montani a pag. 5) nutrono nei loro riguardi. E c’è dell’altro. In questi ultimi giorni, la Chiesa slovena – quella stessa che sappiamo essere stata fomentatrice di becero nazionalismo, alla pari di quella croata – ha beatificato il giovane Lojze Grozde ucciso per la sua fede, a soli 19 anni, dai comunisti titini. «In lui – ha detto il postulante – contempliamo anche un gran numero di altri cristiani martirizzati e assassinati durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa della loro fede in Cristo» e, potremmo aggiungere noi rifacendoci alle uccisioni di don Bonifacio, don Tarticchio ed altri, per la loro nazionalità. Parole chiare, per denunciare un delitto ed indicarne mandanti ed esecutori, che stanno a significare, se considerate in sistema con l’esistenza di una legge che punisce – se scoperti (e qui sta l’inghippo, perché la volontà di stanarli è tutta da dimostrare) – i responsabili ancora in vita dei massacri perpetrati dai titini, che c’è in Slovenia un’opinione pubblica che considera “criminale” il passato regime di Tito.

Sullo stesso filone interpretativo sembra potersi collocare l’omaggio che il 20 giugno il neo-presidente croato Josipovic ha fatto a Tezno (Slovenia nord-orientale) e a Bleiburg (Carinzia sudorientale) alle vittime, dell’ordine delle diverse decine di migliaia, di quello che è stato il maggior massacro perpetrato dalle truppe di Tito al termine del conflitto. Qualcuno potrà obiettare che riconoscimento ed omaggio sono stati rivolti a vittime “non italiane”, ad anticomunisti sloveni, croati e serbi, ma ciò che a nessuno dovrebbe sfuggire è che i suddetti atti ufficiali rappresentano un’inequivocabile denuncia di quella stessa logica criminale di cui anche noi italiani siamo stati vittime. Altri potranno rilevare l’incongruenza di tali atti con altre manifestazioni (celebrazioni inneggianti a Tito e nuove intitolazioni a lui dedicate) tenutesi, anche recentemente, nelle vicine Repubbliche, ma forse che nel nostro Paese tutto ciò che si fa è improntato a logica e coerenza?

Segnali tanti e su piani ed in contesti diversi che evidenziano che la ruota della storia sta girando, per noi e per le nostre ragioni, in senso finalmente positivo; segnali che devono indurci ad un sempre maggiore, fermo ed obiettivo impegno sul piano nazionale per fare definitivamente uscire il nostro vissuto dal ghetto in cui la politica lo ha sin qui relegato; segnali che evidenziano l’inopportunità di qualsivoglia pregiudiziale rifiuto del dialogo con i rimasti; segnali, infine, che dovrebbero consentire all’Italia ed agli Stati eredi dell’ex Jugoslavia di perseguire la riappacificazione attraverso il superamento della reciproca colpevolizzazione dei popoli e la condivisa condanna, che appare oggi possibile, delle ideologie e dei regimi del passato che li hanno resi loro malgrado protagonisti delle tragedie del secolo scorso.

Silvio Mazzaroli

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