Un impegno per tutti: farci conoscere.

È nell’ottica di questo impegno – che tutti gli esuli dovrebbero sentire proprio – che domenica 19 settembre u.s. il Libero Comune di Pola in Esilio ha proceduto all’annunciata donazione della Bandiera dell’Istria al Tempio della Fraternità, nel corso di un’affollata cerimonia organizzata dalle Associazioni Combattentistiche e d’Arma della provincia di Pavia e nella quale la nostra Associazione ha voluto inserirsi per far conoscere la nostra storia a chi tutt’al più ne aveva sentito solo parlare. È di vitale importanza, infatti, far uscire il nostro vissuto dai circoli chiusi del nostro associazionismo per farlo diventare patrimonio conoscitivo condiviso dell’intera Nazione.

Ma cos’è questo Tempio, quale il suo significato e dove si trova? La sua nascita è legata al ricordo delle distruzioni e delle sofferenze causate dall’ultimo Conflitto mondiale; a volerlo è stato don Adamo Accosa, un cappellano militare reduce di guerra con ancora negli occhi i tanti orrori vissuti in prima persona e tormentato dal desiderio di fare qualche cosa affinché tornassero tra gli uomini una vera pace e una serena convivenza.

Trovandosi nella necessità di ricostruire la piccola chiesa del suo paese, ebbe così l’idea di raccogliere le rovine del conflitto e con esse, ricostruire il tempio come simbolo ed auspicio di una ricostruzione più grande, quella della fratellanza umana, per poi arredarlo liturgicamente, con tanti ricordi dolorosi della nostra generazione, trasformando gli ordigni di distruzione e di morte in simboli e richiami di vita. La prima pietra, proveniente dalle rovine di una chiesa in Normandia distrutta nel 1944 durante il famoso sbarco degli Alleati e dono dell’allora Nunzio Apostolico a Parigi Mons. Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, fu posta nel settembre 1952; a questa seguirono negli anni innumerevoli altre rovine provenienti da altri luoghi sconvolti dalla guerra sino alla sua completa edificazione.

La chiesa, allo stesso tempo sacrario e museo, si trova sulle colline alla testata della Val Staffora in località Cella di Varzi. Merita visitarla, perché è difficile descrivere ed impossibile trasmettere le emozioni che suscita. A “scoprirla” per noi ed a farci salire lassù è stato il nostro bravo Salvatore Palermo, che vive oggi ai piedi di quelle colline, che ha capito come anche la nostra tragedia fosse contestuale alle tante altre che vi sono là ricordate e che ha promosso la nostra iniziativa, per la cui realizzazione è stato sufficiente, oltre la presa dei necessari accordi con il Rettore del Tempio, approvvigionare una nostra bandiera e un’asta cui allacciarla, ed inserire quest’ultima in un basamento di pietra bianca dell’Istria raccolta sulla riva di Vallelunga nei pressi di Pola. Un costo irrisorio per un gesto di grande valore morale!

Per comprendere meglio la valenza della presenza anche della nostra “memoria” in questo sito è, forse, utile soffermarsi un po’ sul significato dei due termini, o meglio dei due valori, a cui si è ispirato don Adamo nel dare avvio all’edificazione del Tempio: “fraternità” e “fratellanza”, termini simili ma non sinonimi, stando il primo a significare il naturale rapporto di relazione esistente tra individui che hanno origini, cultura, tradizioni, ecc. comuni ed il secondo, quello volutamente posto in essere da individui diversi per etnia, costumi, religione, ecc. al fine di realizzare una comune serena convivenza. Orbene, se la collocazione del Tempio nell’Oltrepò pavese assume un particolare significato per il fatto che la fraternità è stato lì violata da una efferata guerra fratricida tra italiani, la nostra presenza nel Sacrario si giustifica doppiamente poiché, nelle nostre terre giuliane, istriane e dalmate ad essere violati sono stati, indubbiamente, entrambi i suddetti valori; non è, infatti, né lecito né opportuno dimenticare che anche dalle nostre parti ci si è uccisi tra “fratelli” ed è a tutti noi ben noto quale atroce inganno si celasse dietro la cosiddetta “fratellanza italo-croata” e quali e quante crudeltà siano state compiute in suo nome per dare corso a tutt’altro disegno: quello annessionistico, nazionalista e classista, di Tito.

È scritto nel dépliant illustrativo del Tempio che il suo significato universale è immediatamente percepito da chiunque vi entri dalla visione delle tante bandiere nazionali che adornano le pareti, “tese come mani in preghiera per un’implorazione corale di pace”. È proprio così e da qui la nostra scelta di farci rappresentare in questo luogo consacrato dalla Bandiera dell’Istria. Una bandiera che con la sua “capra” sintetizza meravigliosamente l’indole della nostra gente, ruvida e di poche pretese ma salda ed avvezza a sopravvivere nelle circostanze più difficili; una bandiera che non individua uno stato bensì un intero popolo e nelle cui pieghe si celano i colori, invisibili agli altri ma che noi vediamo benissimo per la riconoscenza che loro portiamo, delle bandiere di tutti gli Stati che dopo l’esodo ci hanno accolti e nei quali, con la grande civiltà che ci siamo portati appresso, abbiamo saputo perfettamente integrarci; una bandiera che abbiamo voluto completare con l’apposizione di una targa a ricordo dell’esodo di noi 350.000 Italiani che recita il famoso verso dantesco – «Sì come ad Arli, ove il Rodano stagna/ sì com’a Pola, presso del Carnaro/ ch’Italia chiude e suoi termini bagna» – a significare, senza ombra di dubbio, l’italianità pregressa della nostra Terra natale dovuta abbandonare.

Nel fare dono di questo nostro simbolo al Tempio ed alla locale comunità dei fedeli, parlando dal pulpito ad una chiesa gremita da oltre trecento persone attente e silenziose, tra cui una trentina di noi esuli, mi sono tra l’altro avvalso, per illustrare la vicenda storica ed umana di cui siamo stati protagonisti, di un mirabile brano tratto dall’articolo “Le amnesie della storia” di Piero Tarticchio pubblicato nell’“Arena” dello scorso mese di febbraio. L’applauso, caloroso e sentito, che ne è seguito sta a dimostrare il successo della nostra iniziativa che merita, pertanto, di essere presa ad esempio per ulteriori similari fattive iniziative. Che avevamo colto nel segno ci è stato, inoltre, testimoniato da una signora che, a fine celebrazione avvicinatasi al nostro gruppo, ci ha detto: «Ne avevo sentito parlare, immaginavo ma solo ora ho capito la grandezza della vostra tragedia. Grazie!». Ancora, ed anche questa non è cosa da poco, ci è stato promesso l’invito ad andarne a parlare nelle scuole della valle.

 

Fiduciosi, aspettiamo di raccogliere il frutto di quanto seminato.

 

Silvio Mazzaroli
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