Prigionieri di un passato che si vorrebbe rimosso

di Silvio Mazzaroli 

In risposta della visita di stato attuata nel 2008 dal Presidente Giorgio Napolitano a Lubiana, il 17 e 18 gennaio 2011 si è svolta a Roma – per la prima volta dalla dissoluzione della ex Jugoslavia – quella del Presidente della Repubblica di Slovenia, Danilo Türk, al nostro Paese. Nell’occasione il Presidente sloveno, oltre al suo omologo italiano, ha incontrato anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e non sono mancati importanti incontri a livello ministeriale che hanno messo ancora una volta in evidenza i buoni rapporti bilaterali, specie a carattere economico, esistenti tra i due paesi. Sul piano più squisitamente politico – che a noi maggiormente interessa – i media nazionali hanno messo l’accento su alcuni aspetti positivi, come il riverente omaggio fatto dal Presidente sloveno al Milite Ignoto e – come riportato da “Il Piccolo” del 19 gennaio con una certa evidenza sotto il sovratitolo in grassetto “ESODO” – «l’aperto riconoscimento del dramma degli esuli giuliano-dalmati per la perdita della terra natale» da lui pronunciato nel corso dell’incontro avuto con il Vice presidente della Federazione degli esuli Lucio Toth.

Segnali indubbiamente positivi che hanno contribuito a far sì che molti cronisti, oltre a taluni nostri vertici associativi, nel riferire e commentare i predetti avvenimenti abbiano evocato, esaltandolo, il cosiddetto “spirito di Trieste”, rifacendosi al famoso “Concerto dell’amicizia” del 13 luglio scorso tenutosi nel capoluogo giuliano.Tutto bene, dunque? Non proprio! Questa è la parte “mezza piena” del classico bicchiere; la sola che gli acritici ottimisti vogliono vedere. A non voler essere totalmente ciechi, però, anche la semplice lettura del seguito del predetto pronunciamento, che – per come riportato sul quotidiano triestino – evidenzia «il dovere delle due nazioni di dare il giusto spazio alla loro [che sarebbe, poi, la nostra] vicenda, come alle precedenti sofferenze delle popolazioni slovena e croata di fronte alle violenze e alle discriminazioni del regime fascista, sia tra le due guerre che negli anni 1941-43», qualche campanello d’allarme sulla reale qualità dei sentimenti riconciliatori del Presidente Türk avrebbe dovuto farlo squillare.

Come di consueto, nessuna aperta denuncia dei crimini commessi dal regime comunista di Tito e nessun accenno all’esigenza di fare giustizia per i torti da noi subiti; nulla in merito alla restituzione dei beni. Insomma, due pesi e due misure che evocano, anziché lo “spirito di Trieste”, la persistenza del revanscismo nazionalista sloveno.Ma non è questa l’unica ombra che grava su tale incontro. In un primo momento, infatti, la stampa nazionale ha completamente sottaciuto due argomenti che sarebbero stati posti in discussione (il condizionale è d’obbligo non avendo, evidentemente, presenziato ai colloqui) dal Presidente sloveno: la restituzione delle note, contese, opere d’arte prelevate a fini cautelativi nel 1941, ai sensi di una precisa legge, dallo Stato italiano da palazzi e chiese di Pirano e Capodistria e la richiesta di applicazione del bilinguismo integrale a Trieste e nelle altre città della Regione FVG dove sono presenti minoranze slovene.

Il silenzio che ha gravato su questi temi dei colloqui, per noi tutt’altro che irrilevanti, si è dissolto solo a fronte della denuncia – «Fatto gravissimo!» – dell’Unione degli Istriani, che ne ha invece rilevata la presenza sul sito della Presidenza della Repubblica slovena e sui principali quotidiani e periodici d’oltreconfine. A prescindere dalle strumentalizzazioni che l’una e l’altra parte hanno probabilmente fatto per finalità di politica interna e dal seguito di precisazioni e smentite potute apprendere dai media, il tutto ha riportato alla mente di molti il “clima carbonaro” che aveva a suo tempo coperto i prodromi della firma del, per noi, pernicioso Trattato di Osimo e fatto sì che taluni esponenti politici di area triestina (Roberto Menia ed Alessia Rosolen) abbiano rivolto al Ministro degli Esteri Frattini ed al Presidente della Regione FVG Tondo interrogazioni chiarificatrici al riguardo. In particolare, alla domanda formulata al Sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, se il Presidente Türk avesse effettivamente richiesta la restituzione delle opere d’arte, lo stesso ha così risposto: «Non è vero che ha richiesto le opere. Ha posto il problema e il Governo italiano ha risposto che molto non appartiene allo Stato, ma ai francescani ed antoniani di Padova. Stiamo valutando l’opportunità, se del caso, di organizzare una mostra», suscitando non poca preoccupazione.

Fermo restando che in passato ci era stata data assicurazione che le opere non sarebbero state mosse dall’Italia, a noi sembra che si sarebbe potuto chiudere una volta per tutte il contenzioso affermando semplicemente ma con decisione che tali opere, come indubbiamente è, appartengono all’arte, alla cultura, alla tradizione e, in ultima analisi, al popolo italiano. Parimenti, anche quelli che successivamente sono apparsi essere i termini reali della richiesta slovena, ovvero non restituzione ma esposizione transfrontaliera di dette opere, non possono non apparire strumentali. Forse che l’esposizione di dette opere d’arte nel Museo della Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste le rende inaccessibili a quegli sloveni che sono realmente interessati alla loro visione? Oggi, che migliaia di appassionati, sloveni compresi, si spostano da una parte all’altra del globo per vedere anche una semplice partita di calcio, la richiesta in questione appare assolutamente pretestuosa.

In tanto bailamme esploso a riguardo e che ha allarmato anche noi, ad esprimersi ancora una volta “fuori dal coro” degli incorreggibili ottimisti, è stato l’ex segretario dei DS di Trieste Stelio Spadaro che, senza tentennamenti, così si è espresso: «Chi rivendica i quadri lavora contro “lo spirito di Trieste” e chi ha questa impostazione torna indietro nella storia».Per concludere, se da un lato condividiamo la volontà espressa dal Presidente Napolitano «per una rinnovata, forte e limpida riconciliazione» (quindi ancora tutta da verificare nei fatti) e ci sentiamo di accogliere senza riserve l’invito da lui formulato affinché «non si resti prigionieri di un passato che è stato condannato dalla storia e che non ritornerà mai più», non possiamo, dall’altro, non cogliere i limiti ed i condizionamenti mentali che ancora una volta hanno, nell’occasione, contraddistinto le intenzioni e le parole del Presidente sloveno.

A fronte dei pur positivi segnali di apertura ed all’evidente volontà di approfondimento del dialogo, non sembra proprio che il concerto di qualche mese fa ed il recente incontro rappresentino, di fatto, quello “spartiacque” nei rapporti bilaterali italo-sloveni a cui il Presidente Türk ha ripetutamente fatto riferimento. In sostanza, il pericolo di ulteriori cedimenti da parte italiana, pur’essa prigioniera del proprio passato ed afflitta dai consueti sensi di colpa, rimane ben presente e ci impone di non abbassare la guardia.


Silvio Mazzaroli

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