NOTIZIE FLASH del mese di dicembre 2010

Notizie flash a cura di Paolo Radivo

Pola, città del socialismo mazziniano

Il libro dello storico triestino Roberto Spazzali “Pola operaia (1856-1947). I Dorigo di Pola. Una storia familiare tra socialismo mazziniano e austro marxismo” è stato presentato a Pola il 23 novembre e a Trieste il 26. Edito dal Circolo “Istria”, ha una prefazione e una postfazione di Livio Dorigo, presidente del sodalizio. A Pola la presentazione è avvenuta nella Biblioteca civica e Sala di lettura, in presenza di diverse decine di persone, a Trieste nella sala di lettura della libreria “Minerva” davanti a una cinquantina di ascoltatori. In entrambi i casi sono intervenuti Livio Dorigo, lo storico Fulvio Salimbeni e l’autore; a Pola anche la connazionale Biancastella Zanini.Il prof. Salimbeni ha riassunto i punti nodali della monografia inserendoli nel loro più generale contesto storico. In particolare ha evidenziato l’afflusso a Pola di manodopera specializzata dalla Lombardia, dal Veneto, oltre che dal resto dell’Istria e dalle regioni interne della monarchia asburgica. Dal 1856, anno di nascita dell’arsenale e del porto militare, la città ebbe uno sviluppo vertiginoso paragonabile a quello di Trieste (iniziato prima), ma senza una politica urbanistica e senza adeguate infrastrutture di collegamento col retroterra. Il complicato sistema elettorale per “caste” in vigore fino all’introduzione del suffragio universale maschile nel 1907 portò a una paralisi dell’amministrazione comunale, con alleanze effimere. Vi furono scissioni sia nel campo liberal-nazionale che in quello socialista. Quest’ultimo ebbe una prevalente ispirazione mazziniana e patriottica. Peraltro il frequente rimescolamento della popolazione non consentì mai il consolidarsi di una borghesia cittadina.«L’Italia – ha sottolineato Salimbeni – non aveva bisogno di Pola in quanto possedeva già grandi cantieri, porti e basi militari. Inoltre la città non aveva il valore simbolico di Trieste e, a differenza di questa, non beneficiò dell’assistenzialismo statale. Ne derivò un ridimensionamento demografico, in particolare della componente operaia, parte della quale emigrò in America. Rimase però un nucleo antifascista italiano, che nel ventennio scontò il carcere e il confino. Quando i perseguitati politici tornarono in città dopo la caduta del fascismo, il PCI clandestino non esisteva più. Lo scontro fra internazionalisti e titoisti terminò con la scomparsa dei primi. Un fatto sconcertante fu la resa di 20mila soldati italiani a 200 marinai tedeschi dopo l’8 settembre dovuta alla fellonia dei comandi».Spazzali ha evidenziato come il Partito Economico, attivo nel periodo austriaco, esprimesse gli interessi dell’ammiragliato, del ceto medio impiegatizio e degli operai croati. Furono invece i socialisti italiani e i democratici mazziniani a issare, il 28 ottobre 1918, la bandiera rossa sulle navi della flotta asburgica destinate al nascente Stato degli Sloveni, Croati e Serbi. «Sia sotto l’Austria sia sotto l’Italia – ha aggiunto – la città fu dominata dalla componente militare. I bombardamenti anglo-americani, privi di veri scopi strategici, servirono solo a far credere che uno sbarco in Istria fosse imminente, ma i nazisti non intendevano tenere Pola a tutti i costi perché la ritenevano difficilmente difendibile. L’esodo da Pola fu organizzato dal Governo italiano sulla falsariga di quello di Rodi del 1941 utilizzando la stessa nave di allora (il “Toscana”). L’Opera d’Assistenza Pontificia individuò per i profughi una città industriale costruita pochi anni prima vicino a Santhià, in Piemonte. Ma alla fine i polesani, invece che concentrati in un unico luogo, furono sventagliati in varie parti d’Italia in base alle rispettive competenze professionali».Il libro verrà presentato il prossimo 10 febbraio a Cuneo. 

 

Presentato a Firenze “Nemico del popolo”

È stata presentata alla stampa il 23 novembre a Firenze la riedizione in mille copie (dopo quella triestina del 1995) del memoriale di Antonio Budicin “Nemico del popolo - Un comunista vittima del comunismo”. Tale nuova versione dell’autobiografia-denuncia del militante internazionalista rovignese, perseguitato sia dal fascismo che dal titoismo e poi scaricato dal PCI, è stata curata da alcuni studenti dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore (ISIS) “Leonardo da Vinci”. I protagonisti del progetto “I confini orientali dell’Italia dalla nascita degli irredentismi alla formazione dell’Unione Europea: Venezia Giulia, Istria, Dalmazia” hanno raccolto materiale e realizzato interviste per approfondire l’argomento, arricchendo il testo con note, schede, foto, cartine geografiche e documenti d’epoca, grazie alla collaborazione dell’IRCI di Trieste e alla supervisione del prof. Roberto Spazzali. Alcuni esuli residenti nel capoluogo toscano hanno fornito un apporto prezioso al corredo informativo che accompagna il racconto. L’edizione fiorentina dell’opera di Budicin, terzo titolo di una collana di storia del territorio scritta “dal basso”, è stata pensata per insegnanti e studenti che intendono approfondire nelle scuole medie superiori la complessa tematica del confine orientale d’Italia.Antonio Budicin, nato a Rovigno nel 1908, frequentò la scuola di Mosca. Ritenuto il numero tre del comunismo giovanile italiano tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30, si impegnò attivamente nella propaganda antifascista e per questo venne arrestato e condannato più volte. Da confinato conobbe i maggiori antifascisti italiani, come Umberto Terracini e Sandro Pertini, che lo stimarono. Tornato in libertà, alla fine della guerra subì persecuzioni e sevizie dal regime di Tito perché in disaccordo con il comunismo nazionalista jugoslavo. Le carceri titine si rivelarono più dure di quelle fasciste. Sfuggito miracolosamente a morte certa e rifugiatosi in Italia, fu misconosciuto dal suo stesso partito, il PCI, perché ritenuto politicamente scomodo in quanto testimone diretto e critico del titoismo. Così, dopo un periodo gramo in Italia, emigrò a Buenos Aires, dove visse umilmente fino alla morte avvenuta nel 1977. Appena nel 1974 ricevette da Roma una lettera con la quale il PCI tentò tardivamente di riparare al «grave errore» e alla «profonda ingiustizia» commessi contro di lui.Alla conferenza stampa sono intervenuti i rappresentanti del Comune e della Provincia di Firenze, il vicepreside Giuseppe Bagni, l’ex presidente dell’Associazione Regionale Toscana Profughi Italiani Guglielmo Sklemba, gli studenti coinvolti nel progetto, il loro insegnante di italiano e storia Girolamo Dell’Olio, nonché gli esuli istriani Pino Cattonar e Giuseppe Devescovi. Il volume è stato quindi presentato e distribuito sabato 27 novembre nell’aula magna della scuola. Dopo il saluto degli assessori comunale e provinciale all’istruzione, sono intervenuti il prof. Valdo Spini, docente all’Università di Firenze, la prof.ssa Chiara Vigini, dirigente dell’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste e membro del tavolo di lavoro Ministero dell’Istruzione / Associazioni degli Esuli, la prof.ssa Laura Benedettelli, dell’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, e Guglielmo Sklemba, insieme a studenti e insegnanti realizzatori del progetto. L’evento è risultato tanto più significativo in quanto proprio a Firenze il 25 novembre, durante una manifestazione di protesta, alcuni studenti avevano scandito il lugubre slogan «Viva le foibe!». Se costoro avessero letto il libro di Budicin, forse avrebbero capito la reale natura nazionalista e sopraffatrice del regime titino evitando di inneggiare a quelle metodologie di sterminio... 

 

Mancati finanziamenti: la Comunità degli Italiani di Pola chiude a gennaio

La Comunità degli Italiani (CI) di Pola terrà chiusi i propri locali di via Carrara 1 per l’intero mese di gennaio. La decisione è stata presa dall’Assemblea del sodalizio lo scorso 24 novembre. Non si tratta di una bizzarria, bensì di una necessità. Infatti il mancato arrivo di finanziamenti già previsti, primi fra tutti quelli dall’Italia, ha mandato in rosso il bilancio comunitario, costringendo ora la dirigenza a questa scelta dolorosa per correre ai ripari. Chiudendo la saracinesca per un mese si riuscirà a risparmiare, oltre che sulla bolletta telefonica, sul riscaldamento e l’energia elettrica, due voci che in inverno pesano particolarmente. Tuttavia tale drastica misura potrebbe non bastare. Il presidente della Giunta esecutiva della CI Fabrizio Radin ha infatti annunciato che la chiusura della sede si protrarrà fino a tutto febbraio se il Governo italiano non erogherà i 40mila euro già stanziati quale seconda parte del Fondo di promozione 2010. Ne conseguirebbe la cancellazione per due mesi consecutivi delle molteplici attività del sodalizio, con ricadute assai negative per i connazionali polesi.La presidente dell’Assemblea, Claudia Milotti, ha definito la CI di Pola una «fabbrica» impossibilitata ad operare – si spera solo provvisoriamente – dalle mancate erogazioni. La Milotti ha poi illustrato i due progetti che la CI ha presentato per il 2011 ai sensi della legge 193/2004 sul sostegno della nostra minoranza in Croazia e Slovenia. Si chiamano rispettivamente “Le giornate Azzurre della Comunità: conosciamo il nostro mare” e “Terza età - bell’età”. Il primo vuole far conoscere ai polesi il mare istriano grazie alla collaborazione delle locali scuole italiane e della “Scuola di biologia marina” di Valsaline. Il secondo mira a istituire presso la CI di Pola un’Università della terza età con corsi di inglese, informatica, erboristeria, cucina istro-veneta e un laboratorio di ricerca sulla cultura urbana locale. Ciò allo scopo di mantenere la lingua e la civiltà italiane sul territorio di insediamento storico ed elevare il livello culturale e sociale dei connazionali. L’Assemblea ha infine deliberato il conferimento della tessera di socio onorario al console generale d’Italia a Fiume Fulvio Rustico «per il costante, sentito, determinante impegno profuso nella promozione e nell’affermazione dell’identità, della coscienza e della cultura italiane della Comunità degli Italiani di Pola, e nel consolidamento dei valori di convivenza e tolleranza sul territorio istriano e quarnerino». 

 

Istria e Friuli Venezia Giulia collaborano

Trieste ospiterà in febbraio una giornata di lavoro congiunto tra  Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Regione Istriana, in cui non solo saranno approfonditi i rapporti istituzionali di comune interesse, ma saranno anche coinvolti i rappresentanti delle categorie economiche e produttive, università, scuole e istituti di formazione professionale. È questo il principale esito dell’incontro svoltosi il 30 novembre scorso a Parenzo tra il presidente del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo e il presidente della Regione Istriana Ivan Jakovčić, cui hanno preso parte anche Fulvio Rustico, console generale d’Italia a Fiume, Edi Štifanić, sindaco di Parenzo, Viviana Benussi e Vedran Grubišić, vicepresidenti della Regione Istriana, Oriano Otočan, assessore alla cooperazione internazionale e alle integrazioni europee, e Dino Kozlevac, presidente dell’Assemblea regionale istriana.Tondo e Jakovčić hanno manifestato la volontà di rafforzare le relazioni bilaterali, ampliando i settori di collaborazione e impegnandosi ad incontri con cadenza almeno annuale, in vista dell’adesione della Croazia all’Unione Europea, che il Friuli Venezia Giulia vede con molto favore e – ha promesso Tondo – sosterrà nei confronti del ministro degli esteri italiano Franco Frattini.È stato stabilito di riprendere, soprattutto con i nuovi governatori del Veneto, Luca Zaia, e della Carinzia, Gerhard Doerfler, il cammino per la costituzione dell’Euroregione, alla quale in Croazia è interessata anche la Regione Litoraneo Montana con capoluogo Fiume. È stata anche riconfermata la volontà di rafforzare l’operatività della Macroregione Adriatico-Ionica, istituita cinque anni fa con sede a Pola e attualmente presieduta dallo stesso Jakovčić. Tondo l’ha definita un patrimonio di tutta Europa, fondamentale, assieme all’Euroregione, per una comune politica nei settori della logistica – che deve vedere una sinergia tra i porti dell’Alto Adriatico – e della promozione turistica, da attuarsi mediante il rafforzamento dei collegamenti con il Nord Europa.L’Istria, che a Bruxelles è ospitata nella sede di rappresentanza del Friuli Venezia Giulia, si pone nei confronti di questo anche come possibile partner per investimenti produttivi, che – ha precisato Jakovčić – possono beneficiare di agevolazioni governative croate. Da parte istriana è stato manifestato il desiderio di far dialogare i sistemi scolastici, universitari e della formazione professionale, così come un contatto più stretto con la struttura di Protezione civile del Friuli Venezia Giulia. Anche su questi temi si svilupperà il vertice di febbraio.Tondo ha poi incontrato Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana e deputato della nostra minoranza a Zagabria, e Graziano Musizza, presidente della Comunità degli Italiani di Parenzo, i quali hanno chiesto, oltre a una conferma dei finanziamenti attribuiti alla minoranza italiana, specifici percorsi di assistenza sanitaria per i cittadini istriani di origine italiana nelle strutture di eccellenza della sanità del Friuli Venezia Giulia. Il console Rustico ha parlato dell’Istria come di una regione con valori europei, al 100% bilingue e all’avanguardia nella tutela dei diritti delle minoranze. In Istria – ha aggiunto Tondo – troviamo un grande livello di accoglienza e di civiltà, favorito dall’interculturalità. 

 

Fiume nega una via a Riccardo Zanella

Il Consiglio municipale di Fiume ha respinto lo scorso 3 dicembre l’intitolazione a Riccardo Zanella di una piazza della città vecchia ricavata dalle demolizioni dei decenni scorsi e finora rimasta senza nome. La proposta era stata avanzata dal Comitato rionale di Scoglietto con l’appoggio del Comitato comunale per l’autonomia locale e da numerosi storici, dopo che l’amministrazione cittadina aveva bocciato una prima proposta dello stesso Comitato sostenendo che la denominazione doveva corrispondere alla storia locale. In tale ottica era sembrata perfetta a molti l’idea di Riccardo Zanella, nato a Fiume nel 1875 ed eletto al Parlamento di Budapest nel 1805 per il partito autonomista italiano. Co-fondatore della Giovine Fiume, dopo la Prima guerra mondiale si oppose all’occupazione dannunziana mettendosi a capo del movimento indipendentista. Vincitore delle elezioni del 24 aprile 1921, Zanella fu presidente dello Stato Libero di Fiume dal 5 ottobre 1921 al 3 marzo 1922, quando un violento colpo di Stato fascista lo esautorò. Costretto all’esilio, visse in Jugoslavia fino al 1934 e a Parigi fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Fra il 1945 e il 1947 si batté invano per una Fiume indipendente. Morì esule a Roma nel 1959.Sia la maggioranza socialdemocratica del Consiglio cittadino fiumano sia la principale forza di opposizione, l’HDZ, hanno votato contro la proposta. Il pretesto sollevato da alcuni consiglieri è che Zanella non sarebbe stato un vero antifascista. Tradotto, ciò significa che non era titoista e non voleva l’annessione della sua amata città alla Repubblica Popolare di Croazia nell’ambito della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia. È noto del resto che gli indipendentisti fiumani furono le principali bestie nere delle nuove autorità tito-comuniste dal maggio 1945, tanto che alcuni di loro pagarono con la vita il rifiuto di piegarsi alle istanze annessioniste.A favore dell’intitolazione a Zanella si sono invece espressi Lista per Fiume, Azione Giovani, Alleanza Litoraneo-Montana e Partito Regionalista Autonomo.

 

 90 anni fa il Trattato di Rapallo

È abbastanza singolare che, proprio nel momento in cui nel nostro Paese si è dato inizio – lo ripetiamo, erroneamente – alle celebrazioni per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, nessuno a livello istituzionale abbia pensato di celebrare, o quanto meno ricordare, ufficialmente il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920. Detto Trattato, infatti, firmato tra il Regno d’Italia ed il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, rappresentò la conclusione del processo risorgimentale di unificazione italiana, con il raggiungimento completo del confine alpino (dal Brennero al Monte Nevoso) e l’annessione di Gorizia, di Trieste e dell’Istria nonché, a seguito della rinuncia italiana ai territori dalmati etnicamente slavi (inclusa l’isola di Lissa), di Zara e delle isole di Cherso, Lussino, Lagosta, Pelagosa e Saseno. Nella circostanza, infine, alla città di Fiume veniva riconosciuto lo status di Stato indipendente (italofono e collegato al Regno d’Italia da un corridoio) che sarebbe poi sfociato consensualmente, con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924 e, quindi, in era fascista, nell’annessione all’Italia. In termini di Unità d’Italia, quale perlomeno noi l’intendiamo e per la quale nel corso della I Guerra Mondiale morirono oltre 600.000 italiani, la ricorrenza del Trattato di Rapallo avrebbe meritato ben altra considerazione.Quale la ragione del silenzio? Probabilmente, ancora una volta, essenzialmente una: non dare fastidio e suscitare le rimostranze dei nostri vicini d’oriente. L’eredità lasciataci dal Trattato è, infatti, tuttora pesante. Esso, in effetti, comportò l’inclusione nel Regno d’Italia di circa mezzo milione di slavi; una minoranza anch’essa autoctona che lo Stato italiano, incapace di assimilarla con una politica intelligente e lungimirante, vessò (peraltro in maniera non dissimile da quanto fecero gli Stati cosiddetti democratici nei confronti di altre minoranze) in diverse maniere, ingenerando quel viscerale odio verso gli italiani che si sarebbe manifestato con virulenza solo venti anni dopo e mai sopite rivendicazioni nazionalistiche tutt’oggi d’attualità in base al processo, sempre più radicato, di riconoscimento dei diritti delle minoranze; un processo che, pur potendo noi vantare pari diritti, per un perdurante e non del tutto giustificato complesso di colpa, ci vede sempre trattare in posizione di debolezza con la controparte. Tutto questo, nell’assordante silenzio istituzionale, è stato ricordato dalla sola Unione degli Istriani nel corso di un convegno, tenutosi alla Stazione Marittima di Trieste venerdì 10 dicembre, nel corso del quale sono intervenuti il prof. Roberto Spazzali, che ha tracciato un’esauriente sintesi degli avvenimenti storici che hanno preceduto e seguito il Trattato di Rapallo, il direttore dell’IRCI Piero Delbello ed il presidente Massimiliano Lacota, che hanno proposto le loro considerazioni in merito alle conseguenze, e loro attualità, dello stesso. (s.m.)

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