CELEBRATO IN TUTT'ITALIA IL 10 FEBBRAIO

Celebrato in tutt'Italia il 10 febbraio
Napolitano: "Possiamo finalmente guardare avanti"

di Paolo Radivo

 Il Giorno del Ricordo è stato celebrato solennemente lo scorso 10 febbraio al Quirinale. Il Libero Comune di Pola in Esilio era presente con il proprio sindaco Argeo Benco, che ha apprezzato gli interventi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, un po’ meno quello del giornalista e scrittore Enzo Bettiza.

«Il mio primo discorso del 10 febbraio, nel 2007, volle – ha spiegato Napolitano – porre fine a ogni residua “congiura del silenzio”, a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze. È importante che quella nostra scelta, per legge dello Stato e per iniziativa istituzionale, sia stata via via compresa al di là dei nostri confini, che certe reazioni polemiche nei confronti anche di mie parole si siano dissolte. In ciascun paese si ha il dovere di coltivare le proprie memorie, di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo. L’essenziale è però “non restare ostaggi” – come ho avuto modo di dire incontrando il Presidente Türk – né in Italia, né in Slovenia, né in Croazia “degli eventi laceranti del passato”. L’essenziale è, secondo le parole dello stesso Presidente Türk, non far nascere ancora “conflitti dai ricordi”». «Possiamo finalmente – ha sostenuto Napolitano – guardare avanti, costruire e far progredire una prospettiva di feconda collaborazione sulle diverse sponde dell’Adriatico. Le nuove generazioni, slovene, croate, italiane, si riconoscono in una comune appartenenza europea che arricchisce le rispettive identità nazionali».

Il Presidente ha infine ribadito il suo sostegno alla realizzazione di un Parco della Pace da Caporetto a Duino, auspicata poco prima da Enzo Bettiza per «restituire alla nostra memoria, affinché il male non si ripeta più, il ricordo di tutti gli innocenti caduti o assassinati fra le pietraie del Carso, nelle trincee del ’15-’18 e nelle foibe del 1945». Bettiza ha inoltre proposto di «attribuire concordemente un riconoscimento europeo alla popolazione zaratina per le sofferenze sopportate». Il nostro sindaco Benco ha giudicato fuori luogo tale paragone fra i caduti italiani nella Prima guerra mondiale e gli infoibati.

«Anche quest’anno – ha scritto in un comunicato il presidente del Senato Renato Schifani – la data del 10 febbraio ci riporta alla memoria uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Italia: il massacro di migliaia di italiani trucidati nelle foibe e il dramma smisurato e silenzioso di centinaia di migliaia di nostri connazionali, profughi istriani, fiumani e dalmati. Gli uni perirono vittime dell’odio etnico, gli altri, dopo secoli nei quali la presenza italiana aveva contribuito a forgiare la cultura e il volto della sponda orientale dell’Adriatico, furono costretti a lasciare la loro terra, la terra dei loro padri, verso un destino ignoto in una madre patria che non sempre ha compreso appieno la loro sofferenza».

A nome del governo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi ha invitato a ricostruire nella comune Patria europea «la pacifica convivenza fra popolo italiano e slavo che per secoli è stata una ricchezza».

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha deposto una corona all’Altare della Patria e durante la seduta straordinaria del Consiglio comunale ha confermato la volontà di realizzare nel quartiere EUR una Casa della memoria, in quanto «il rischio è che si possa passare dal negazionismo ideologico alla dimenticanza per abitudine ed oblio».

«Il Giorno del Ricordo – ha affermato il segretario del PD Pierluigi Bersani – è stato un giusto e doveroso riconoscimento delle istituzioni nei confronti delle vittime di un crimine contro l’umanità e delle loro famiglie».

Ottemperando alle aspettative concrete degli esuli, il deputato del PDL Rocco Girlanda ha presentato un’interrogazione al ministro degli esteri Frattini per sapere «quale sia lo stato attuale delle iniziative sul piano diplomatico e giuridico con i Governi delle Repubbliche di Slovenia e Croazia in relazione alla restituzione dei beni espropriati a seguito delle leggi di nazionalizzazione jugoslave nel dopoguerra».

A Trieste la manifestazione centrale del Giorno del Ricordo si è svolta la mattina alla Foiba di Basovizza, presente il labaro del Libero Comune di Pola in Esilio insieme a quelli delle altre associazioni degli esuli, combattentistiche e d’arma.

Il sindaco Roberto Dipiazza ha rammentato le ingiustizie subite dai profughi non solo in Jugoslavia, ma anche in Italia, come il boicottaggio attuato dai ferrovieri comunisti alla stazione di Bologna. «Appena oggi – ha rilevato – si può dire, senza timore di essere smentiti, che la tragedia delle foibe fu il risultato dell’applicazione sistematica di un disegno di pulizia etnica portato avanti dall’esercito di Tito», un disegno che «comprendeva ambizioni territoriali non solo sull’Istria e sulla città di Trieste, ma anche su buona parte del Friuli». Dipiazza ha sottolineato che occorre «ricordare non per rinfocolare antichi rancori o per dividere, ma per onorare il passato e costruire un futuro sempre solidamente fondato su quei principi di libertà e democrazia che ancora oggi, a 150 dall’Unità nazionale, ci fanno sentire fieri di essere italiani». «Non bisogna mai – ha aggiunto – abbassare la guardia, perché è necessario tenere sempre viva la voglia di verità; l’intolleranza e l’odio, infatti sono sempre in agguato».

«La foiba – ha detto durante la sua omelia il vescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi – diventa una cattedra che ci insegna la più preziosa e la più utile delle lezioni di storia: se vogliamo la pace dobbiamo sempre rispettare la dignità della persona umana. A questa cattedra di vita dobbiamo portare i nostri giovani perché impareranno qui la lezione più necessaria per la loro formazione. Dobbiamo portare qui i dimentichi di Dio affinché capiscano che le foibe nascono quando le sorti dell’umanità finiscono nelle mani ballerine degli uomini invece di restare in quelle solide di Dio; dobbiamo portare qui quanti sono infervorati da ciechi fondamentalismi ideologici per far loro conoscere il prezzo delle loro idee distruttive».

Nel pomeriggio al Ridotto del teatro “Verdi” si è tenuto il secondo grande appuntamento triestino. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha reso omaggio sia agli infoibati, «vittime del fanatismo ideologico comunista e dell’odio razziale antitaliano», sia agli esuli, «accolti con indifferenza e ostilità dall’Italia» ma ciononostante sempre dignitosi nella loro sofferenza. «Bisogna porre rimedio – ha detto la terza carica dello Stato – ad alcune decisioni prese. Non vi sono dubbi sull’opportunità morale di revocare onorificenze date in passato a dirigenti jugoslavi che si resero responsabili della tragedia delle foibe e dell’esodo». Dopo aver consegnato le medaglie ai familiari di sei infoibati, il presidente della Camera si è recato al Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata per presenziare all’inaugurazione della mostra “10 febbraio. Giorno del ricordo, Istria Fiume e Dalmazia”. Nella dedica ha scritto: «Perché i più giovani conoscano e non vada dispersa la memoria di un’immane tragedia e della incredibile dignità di un intero popolo».

Cerimonie per la ricorrenza si sono svolte in numerose località d’Italia. Il 12 febbraio, su iniziativa dell’Unione degli Istriani, è stata inaugurata all’ex campo profughi di Padriciano (TS) un’epigrafe in memoria di Marinella Filippaz, la bambina morta di freddo l’8 febbraio 1956, a soli dodici mesi di età, in una delle tante baracche che per anni ospitarono migliaia di profughi istriani. Era presente la sorella maggiore, Fiore Filippaz.

Paolo Radivo

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