ANCHE NOI AVREMMO BISOGNO DI QUARESIMA di Silvio Mazzaroli

Uniti si vince, divisi si perde. È un’affermazione, un incitamento, uno slogan che si sente molto spesso.

Lo si sente, nei momenti di difficoltà e di crisi, nel mondo dello sport, dell’associazionismo…; in politica, specie in campagna elettorale, costituisce una sorta di abusato refrain. Insomma, sembrerebbe proprio trattarsi del vero toccasana per il conseguimento degli obiettivi che si perseguono; tutti, apparentemente, ne sembrano convinti, ma quanti poi effettivamente vi tengono fede? A dire che sono pochi non si corre il rischio di sbagliare ed è fuor di dubbio che noi esuli non siamo tra questi eletti. Il nostro non è solo il mondo della diaspora bensì anche delle divisioni e dei contrasti intestini. Dall’esterno tutti ce lo fanno notare e non mancano quelli che ne godono e ne traggono vantaggio; anche all’interno sono sempre di più quelli che non se ne fanno una ragione, che imputano a questa cronica malattia la causa della nostra debolezza e che spingono per una maggiore concordanza.
Sarebbe, forse, il caso che tutti ci facessimo un po’ un esame di coscienza e lo spunto potrebbe oggi venire proprio dalle celebrazioni per il 150mo Anniversario della cosiddetta Unità d’Italia.
Tutte le nostre Associazioni sono state concordi nell’evidenziare l’improprietà dell’intitolazione di dette celebrazioni che, a maggior ragione e fondamento storico, avrebbero potuto far riferimento alla “nascita”, anziché all’unità, dello Stato italiano; tutte hanno, più o meno diffusamente e dottamente, argomentato che 150 anni fa le nostre terre non ne facevamo ancora parte e che oggi non ne sono più parte integrante; tutte hanno esaltato la sentita ed atavica italianità delle nostre genti e tratteggiato l’elevato contributo, sino all’estremo sacrificio, da esse dato prima per la nascita e poi per l’unità d’Italia. Persino da oltre confine sono intervenute voci per affermare che detto contributo non deve essere dimenticato. Ebbene, pur con tanta concordanza, non siamo stati sino a questo momento capaci di dare vita ad una sola iniziativa congiunta per far sì che queste incontestabili verità diventino patrimonio conoscitivo di tutta la Nazione; per far sì che i nostri governanti e politicanti ne debbano prendere ufficialmente atto e tributare un più che doveroso riconoscimento. Tutti ci dichiariamo orgogliosamente “Italiani” ma persino sulla partecipazione ai festeggiamenti, sull’esposizione o meno del Tricolore e sull’opportunità o no di abbrunirlo non c’è stata intesa.
In effetti, il Libero Comune di Pola in Esilio (vedasi “Arena” di ottobre 2010) un’iniziativa finalizzata a quanto sopra enunciato aveva provato a promuoverla indirizzando, a firma del suo Sindaco, ad esponenti di Governo una lettera in cui si chiedeva, in sintesi, di autorizzare la partecipazione alla parata militare del 2 giugno (che delle suddette celebrazioni verosimilmente costituirà uno dei momenti più significativi) di una rappresentanza di esuli con i Labari delle Province irredente ed oggi perdute listati a lutto e con appuntate le Medaglie al Valor Militare concesse ai loro cittadini, in particolare, nel corso della Grande Guerra. La stessa lettera era stata, altresì, indirizzata anche a tutte le altre Associazioni degli esuli nella speranza, per non dire convinzione, che la richiesta sarebbe stata da tutte condivisa ed appoggiata. Invece, l’iniziativa è caduta nel vuoto; qualcuno ha per le vie brevi sollevato dei distinguo; nessuno si è degnato di rispondere, nemmeno per formulare una proposta complementare od alternativa; nessun appoggio è stato dato alla nostra richiesta. Facile dedurre che, così stando le cose, anche le Autorità di governo faranno “orecchie da marcante”. Ne consegue che in questa, come in tante altre circostanze, non potremo attribuire solo ai politici la responsabilità e la colpa per cotanto inopportuno, per non dire vergognoso, disinteresse. Responsabilità e colpe sono, indubbiamente, anche nostre!
Lo spunto per “cospargerci il capo di cenere” può, casualmente, venirci anche da questo tardivo pasquale mese di aprile testé conclusosi. Non c’è Pasqua senza Quaresima; non c’è resurrezione, o rinascita che dir si voglia, senza pentimento ed assunzione di responsabilità. Il mio non vuole, né potrebbe, esser un discorso ecumenico bensì pragmatico per indurre i più ad una riflessione che, anche in virtù del progressivo assottigliamento delle nostre fila, appare sempre più doverosa. È un invito rivolto a tutti nella piena convinzione che non sia poi impossibile fare “un passo indietro” né mai troppo tardi per cercare di porre rimedio alle nostre molte disfunzioni e che, pertanto, si sia ancora in tempo per avanzare insieme qualche proposta che possa essere di soddisfazione per tutti e per ciascuno.
Non mi illudo che dall’oggi al domani si riesca a trovare l’accordo su tutto, ad eliminare tutte le diversità di opinione e di posizione che caratterizzano un corretto confronto dialettico alla luce di interessi che possono anche, effettivamente, essere diversi. Ciò che propongo è che si cerchi, quantomeno, di trovare l’accordo su argomenti nei cui confronti non dovrebbero esserci motivi di discordanza. Cito ad esempio, tra quelli emersi in tempi recenti e per i quali, magari in momenti diversi, si è palesata una sostanziale concordanza:
– il riconoscimento ufficiale del contributo dato dalla nostra gente per la nascita e l’unità d’Italia, di cui sopra;
– la revoca delle onorificenze date dall’Italia a Tito ed ai suoi scherani, proposta dall’Unione degli Istriani;
– il finanziamento di borse di studio per l’approfondimento della verità storica delle vicende delle quali, nostro malgrado, siamo stati protagonisti, a cui si è fatto cenno nell’ambito della Federazione.
Sono argomenti per i quali non dovrebbe essere impossibile sedersi attorno ad un tavolo e discutere in maniera costruttiva per promuovere iniziative e richieste congiunte che, proprio per il fatto di essere unitarie, potrebbero avere più peso e possibilità di accoglimento e successo.
Potrebbe essere un buon inizio. Perché non pensarci seriamente?

Silvio Mazzaroli

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