Panorama Edit 30 giugno 2011 Un momento storico per tutto il mondo degli esuli

di Mario Simonovich

Il raduno delle valutazioni del Sindaco del Libero comune di Pola in esilio, Argeo Benco

Immagine attivaArgeo Benco

Un momento storico per tutto il mondo degli esuli

di Mario Simonovich

Il raduno degli esuli polesani nella città natale si è concluso. Un raduno atteso con qualche ansia, e concluso, si direbbe, con profondo senso di soddisfazione, condiviso da tutti coloro che ne sono stati coinvolti in maniera più immediata. A manifestazione conclusa, abbiamo chiesto un giudizio in merito alla persona che, a nome degli esuli, è quella che si è maggiormente impegnata nella realizzazione dell’intento, il sindaco del Libero comune di Pola in esilio, Argeo Benco.

Lo abbiamo interpellato al telefono, il giorno successivo alla conclusione dell’appuntamento polese mentre, con una trentina di concittadini, si trovava su un barcone nelle immediate vicinanze di Sansego.

Sindaco Benco, come è maturata l’idea del raduno a Pola?

"La prima decisione di venire nellacittà da cui eravamo partiti venne presa formalmente all’ultima assemblea generale, che si svolse nel 2010 a Montegrotto. Allora ritenemmo che i tempi erano maturati per un passo avanti nel processo d’avvicinamento fra esuli e rimasti, ovviamente fra i soggetti disposti ad un dialogo che si snodasse nel ricordo del tempo passato e con la prospettiva di un riconoscimento reciproco, ovvero una condivisione del futuro. Questi erano, peraltro, obiettivi enunciati anche in precedenza, quando il presidente era Silvio Mazzarolli.

In questa prospettiva, in concomitanza con la cerimonia per i morti di Vergarolla, l’anno scorso abbiamo contattato la CI di Pola che si è dichiarata pronta alla collaborazione, sicché abbiamo steso uno schema di programma del raduno che ha avuto un’adesione molto positiva da parte dei concittadini esuli: si è formata una comitiva di oltre duecento persone.

Storicamente veniamo dunque per la prima volta a Pola, ma questo è da considerarsi un momento storico anche per tutto il mondo degli esuli, perché io ho invitato ad esprimersi pressoché tutte le associazioni e, tranne una, che ha reagito con ingiurie, da tutte è stata accolta con molto favore, entro una visione rivolta al futuro.

In collaborazione con la CI, siamo perciò mossi, operando con estrema sensibilità, in modo da evitare in assoluto che taluna articolazione dell’idea possa essere valutata come poco positiva o addirittura negativa. Tale collaborazione ha coinvolto anche le Cdi Valle e Dignano, dove pure siamo stati accolti con estrema cortesia e grande apertura.

Il risultato che abbiamo ottenuto è frutto anche dell’attiva partecipazione dell’autorità italiana, in testa il console generale a Fiume Renato Cianfarani,che ha partecipato alla messa, salutato gli esuli e i rimasti e presenziato allo scoprimento della targa al ‘Rossarol’.

Altrettanto importante per noi la presenza del vescovo emerito di Trieste Eugenio Ravignani, che ha ottimamente introdotto il rito nel Duomo pieno di gente - tanto che parecchie persone stavano in piedi - ed è rimasto con noi per tutto il tempo che gli è stato possibile. Ciò inoltre ha favorito il coinvolgimento di mons. Ivan Milovan, vescovo di Parenzo e Pola che, pur non potendo partecipare di persona, ha espresso il suo incoraggiamento alla manifestazione.

In tutti i quattro giorni in cui sono stato a Pola non ho visto quindi alcunsegnale negativo. Se dai giornali del vostro gruppo è giunto l’appoggio che mi attendevo e che è stato prezioso, specie nell’informare i lettori in merito alle nostre idee, progetti ed obiettivi, anche i giornali in lingua croata - e mi riferisco in primo luogo al Glas Istre, di Pola - hanno pubblicato articoli sostanzialmente positivi ed anche questo è stato per noi un segnale importante. In conclusione: in nessuna delle quattro giornate ho trovato alcun momento negativo.

L’appuntamento è culminato nella serata di venerdì con la consegna della benemerenza ‘Istria terra amata’ al prof. Stefano Zecchi, autore del libro ‘Quando ci batteva forte il cuore’ pubblicato qualche mese fa da Mondadori, per aver saputo raccontare, come dice la motivazione, con sensibilità e competenza storica il nostro dolore di esuli. L’autore è stato pure presente per tutto il tempo del raduno.

Aggiungo che alle diverse manifestazioni sono stati presenti diversi esponenti della Comunità di Pola - e faccio solo alcuni nomi, ben sapendo che in questi casi si finisce sempre per dimenticare qualcuno - quali i due fratelli Furio e Fabrizio Radin, le signore Olga e Claudia Milotti, Silvana Wruss, il prof. Radossi, i rappresentanti delle nostre istituzioni giunti da Trieste e da Roma, nostri rappresentanti giunti da Trieste, e tanta altra gente il che ci spinge in certo modo a ‘replicare’ il raduno, ossia a cercare di coinvolgere anche le altre associazioni e magari le Comunità degli Italiani, per lo meno dell’area del sud dell’Istria, a darci una mano per rifare un’esperienza del genere, che per noi si è rivelata molto positiva e, spero, appunto, prodroma di altre decisioni in questo senso".

Quali saranno le vostre iniziative immediate?

"In primo luogo, come già convenuto con la Comunità degli Italiani di Pola, viene la preparazione di un programma adeguato per la cerimonia di commemorazione dei morti di Vergarolla, che ricorre il prossimo 18 agosto. Come già fatto l’anno scorso, prima di questa data ci ritroveremo per mettere a punto le singole componenti che devono ovviamente avere il favore delle autorità locali. L’anno scorso vi è stata la presenza, oltre che del vice Radin, anche di un altro rappresentante del sindaco. Quel 18 agosto ha costituito per noi la chiave di volta nel decidere definitivamente in merito al raduno di quest’anno, sicché quello che scade fra poco più di un mese potrebbe essere già una prima pietra per quel che si potrà fare l’anno venturo".

Lei conferma dunque che anche dall’autorità sono venuti segni positivi?

"Sì, dall’autorità politica a cui, in qualche modo, è connessa la CI di Pola ci è venuta un’avvertibile partecipazione. Non vi è stata - esclusa quella dei fratelli Radin - una presenza personale, ma abbiamo avuto tutto l’aiuto che potevamo avere. Hanno visto che, senza voler dare una significato politico alla visita, eravamo venuti, giustamente, nel segno della fratellanza, nell’intento di mettere una solida pietra sul cammino che ci aspetta nei prossimi anni.

In quanto all’autorità religiosa, mons. Milovan ha dato il suo assenso alla solenne messa in Duomo e in generale ci ha dato la maggior libertà possibile per quello che ha riguardato la parte ecclesiastica. Peraltro, dallo stesso prelato ci è venuto avuto un segnale positivo anche in precedenza, quando si parlato della possibile posa di una targa a ricordo del prof. Mirabella Roberti, lo studioso che, oltre ad aver lavorato intensamente agli scavi di Nesazio, alla fine della guerra aveva promosso il restauro dei monumenti di Pola danneggiati dal conflitto negli anni 1943/44 ed in particolare il tempio d’Augusto, ricostruito con l’aiuto dell’ing. Pavan.

Noi da tempo siamo impegnati affinché il fatto venga ricordato con una targa da apporre su una delle opere restaurate, magari lo stesso tempio o in Duomo, ma l’intento, per varie ragioni, è stato sempre rimandato. Ora, insieme a Fabrizio Radin, abbiamo ideato uno schema operativo che, su questa via, dovrebbe avere anche l’approvazione delle autorità culturali cittadine.

Interpellato in merito da me, il vescovo Ivan Milovan mi ha mandato una cortese lettera - che io ho molto apprezzato molto - in cui, asserendo che in linea di massima non aveva nulla in contrario, aggiungeva giustamente che era opportuno decidere insieme il testo bilingue della targa che, ormai pronta, va peraltro ancora aggiornata".

Essendo la Sua una carica di durata quadriennale, che cosa si prefigge essenzialmente nella seconda metà del mandato?

"Nei due anni che ho dinanzi a me vorrei pervenire in via prioritaria ad una compiuta collaborazione con le altre associazioni che uniscono gli esuli e con tutta la comunità italiana che vive in Istria". ●

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Esperto in fisica delle radiazioni e grande appassionato di vela

 

Chi è Argeo Benco? Un polesan partito con la famiglia nel febbraio del 1947. Raggiunta dapprima Milano, si è laureato in fisica a Pavia, per dedicarsi alla fisica delle radiazioni. È stato quindi addetto alla protezione delle radiazioni del centro di Ispra, dal 1958 - anno in cui era iniziata la costruzione del primo reattore italiano - fino al pensionamento, come capo della divisione che si occupava della questione. In questo periodo è stato anche chairman del Comitato che si occupava dell’ammissione delle nuove associazioni nella International emission protection association, istituzione fondata all’inizio degli Anni Sessanta.

In tale veste venne incaricato di esaminare la richiesta della Società jugoslava di radioprotezione di essere iscritta all’associazione. Si era alla metà degli Anni Settanta, ossia erano tempi un po’ difficili. Egli comunque riuscì a dimostrare che era retta con sistemi democratici e dunque soddisfaceva ai requisiti richiesti dallo statuto dell’associazione. La Società jugoslava si mostrò sempre molto grata a Benco per la posizione da lui assunta, sicché da allora egli mantenne un rapporto molto articolato e positivo con fisici, biologi e in genere le autorità culturali di Zagabria, Belgrado.

Ebbe inoltre modo di visitare il centro di Vinča, dove pure istituì rapporti culturali ed ebbe modo di stringere una serie di profonde amicizie. Nel 1977 fu attivamente impegnato nella preparazione del primo congresso italo-jugoslavo di radioprotezione, svoltosi proprio a Pola. Il secondo si tenne a Udine, il terzo, agli inizi degli Anni Ottanta, a Plitvice. In genere per tutto questo periodo la collaborazione scientifica bilaterale fra Roma e Belgrado si mantenne ad alti livelli.

Andato in pensione nel 1985, pur continuando ad occuparsi di radioprotezione, in primo luogo a livello d’insegnamento, ha cominciato a dedicarsi più intensamente a diverse altre cose, fra cui spicca la vela, di cui è un vero appassionato, tanto da passare buona parte delle sue vacanze lungo le coste della penisola istriana, a bordo della sua barca di tredici metri.

In parallelo, ormai da parecchi anni, si occupa poi dei rapporti fra gli esuli ed i rimasti a Pola. La sua nomina a sindaco del Libero Comune è avvenuta due anni fa all’assemblea svoltasi a Torino. Sposato da cinquantadue anni con una compagna di studi, ha due figli e una figlia che hanno cominciato ad andare in barca quando erano ancora bambini e imparato a nuotare nel mare istriano, tanto da condividere in pieno con il genitore l’amore per la terra avita.●

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Predominante, nella rimpatriata, il rinsaldamento dei legami con la comunità dei connazionali rimasti
È stata una lacerazione che non ha risparmiato alcuno di noi

Perché chiedersi perché vengono proprio adessso? Semmai ci si dovrebbe dolere perché quest’arrivo avviene con vent’anni di ritardo.

Si è espresso in questi termini il presidente della CI polese Fabrizio Radin ai giornalisti dei media croati di Pola che chiedevano delucidazioni sui motivi per cui, quale sede del loro 55.esimo raduno, gli esuli polesaninavessero scelto la loro città natale.

Lo hanno fatto, è stata la risposta logica ed inevitabile, per "tornare a casa" come ha detto loro lo stesso Radin al termine dell’incontro che ha segnato un vero ritorno e, nel contempo, la conferma di legami profondi sia con la città quanto, non meno, con i connazionali che, entrati a formare la ben nota categoria dei "rimasti", si sono adoperati da allora e fino ad oggi a tenere viva quella fiamma che è simbolo di una nazione e, in pari tempo, della loro città natale.

Soddisfazione comune dunque, tanto per una Comunità che, ben cosciente della profondità della lacerazione che l’esodo ha creato, si può dire, in ogni famiglia, non si perita di ribadire che le sue porte sono aperte per chi è partito e per i suoi discendenti, tanto, allo stesso modo, per chi ha vissuto una vita lontano da essa ed ora ha voluto tornare, con un passaparola che ha portato i partecipanti dai settanta inizialmente previsti, fino a duecento.

Comprensibile pertanto anche la commozione del sindaco Argeo Benco, grato a Radin per essersi impegnato a realizzare quello che ha definito il sogno di tanti polesani.

Tre soli giorni, ma indubbiamente molto intensi. Arrivata nella serata di giovedì 16, già nella mattinata successiva la comitiva si è recata alla sede della CI per partire quindi in escursione alle isole Brioni. In serata, dopo l’Assemblea generale del Libero Comune, si è svolta la cerimonia di conferimento della benemerenza "Istria terra amata" a Stefano Zecchi per il suo libro "Come ci batteva forte il cuore". La giornata di sabato è stata occupata invece da un’escursione a Dignano e Valle, dove pure si sono incontrati con gli esponenti delle due CI. In serata nuova visita alla Comunità polese per la cena e l’intrattenimento, nuova occasione per rivedersi e rinsaldare le vecchie amicizie.

Particolarmente solenni gli appuntamenti della domenica. Gli esuli hanno partecipato alla messa celebrata in Duomo dal concittadino mons. Eugenio Ravignani, vescovo emerito di Trieste, e da mons. Desiderio Staver.

Poco prima di mezzogiorno si sono recati al cimitero della Marina per lo scoprimento, al Sacrario italiano, di una targa a memoria delle vittime del Rossarol, affondato il 16 novembre 1918 al largo di Lisignano. ●

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L’affondamento del Rossarol al largo di Lisignano
Una tragedia oggi poco conosciuta

La tragedia del Rossarol è una delle tante che, specie negli ultimi tempi, hanno avuto quale teatro le nostre terre e il mare e di cui si è serbata una memoria ingiustificatamente flebile. Costruito nel 1915 a Genova, lungo 85 metri, era un "esploratore leggero" della classe Poerio munito di tre caldaie che alimentavano due turbine in grado di erogare 24 mila CV che permettevano alle due eliche di imprimergli una velocità massima di 32 nodi orari rendendolo particolarmente idoneo al pattugliamento.

Portava il nome di Cesare Rossarol-Scorza, un patriota militante nell’esercito delle Due Sicilie caduto in combattimento nella difesa di Venezia nel 1848. Le altre due unità simili erano intitolate ad Alessandro Poerio e Guglielmo Pepe.

Il fatto avvenne il 16 novembre 1918, ossia a un paio di settimane dalla conclusione della prima guerra mondiale. Comandato dal piemontese Ludovico De Filippi, il Rossarol partì da Pola per supportarte le truppe italiane a Fiume. A bordo c’era un pilota, Giovanni Pizzini, ritenuto uno dei migliori conoscitori dei campi minati nel mare istriano.

Secondo talune fonti c’era anche un ufficiale del neocostituito esercito jugoslavo imbarcato con l’incarico di persuadere le forze irregolari a non opporsi ai reparti italiani.

Doppiato Capo Promontore, si volse a nord est. Arrivato all’altezza di Lisignano, poco dopo mezzogiorno, mentre l’equipaggio era a pranzo, a circa un miglio dalla costa, incappò in una mina. L’esplosione fu tanto forte da spezzarlo in due. La prua affondòsubito, la poppa, trascinata dall’abbrivio, proseguì per circa duecento metri e poi scomparve pure con grande rapidità nel mare, per finire sul fondale sabbioso, ad una cinquantina di metri di profondità. Dei

134 componenti l’equipaggio si salvarono solo 36 dopo sforzi sovrumani per tenersi a galla, fra i relitti che galleggiavano nel mare coperto di nafta (i serbatori avevano una capienza di 325 tonn). I morti furono 98: sette ufficiali, 12 sottufficiali, 13 sottocapi e 64 marinai, ossia in primo luogo fuochisti, macchinisti e in genere addetti a mansioni sottocoperta.

Perse la vita anche il comandante De Filippi, che si era privato del salvagente per darlo a un marinaio, il che gli valse la medaglia d’argento alla memoria. In loro memoria nel settembre del 1919 sulla Punta Grande, all’entrata della baia di Lisignano, le famiglie fecero erigere un monumento con i nomi di tutti gli scomparsi.●

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