"Avvenire" del 12/08/2011 articoli di Lucia Bellaspiga

 

ISTRIA IL RITORNO

Chi partì, chi restò: l`abbraccio a Pola
La «riconciliazione» 65anni dopo l`esodo

DAL NOSTRO INVIATO A POLA
LUCIA BELLASPIGA

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LA TESTIMONIANZA

Un evento storico». Una «prima volta assoluta». Così la stampa in Croazia ha definito il ritorno a Pola di centinaia di esuli istriani, partiti decenni fa all`ingresso delle truppe di Tito, e tornati a radunarsi nella loro città per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale.
«Epocale» anche l`incontro con la comunità degli altri istriani, quelli allora rimasti nelle loro case e diventati, spesso forzatamente, jugoslavi. Un evento di "riconciliazione" che parrebbe tutto italiano, dunque, ma che a pochi mesi
dall`ingresso della Croazia in Europa assume i contorni di una grande prova generale. Se, infatti, di giornata storica parla in prima pagina La Voce del popolo, l`unico giornale di Pola in lingua italiana, lo stesso tono rimbalza sui quotidiani di lingua croata, un po` sorpresi dal successo dell`invasione pacifica: un "controesodo" fino a pochi mesi fa inimmaginabile, non a caso avvenuto tra il viaggio del Papa in Croazia e la visita del presidente Napolitano, atteso a Pola il prossimo 3 settembre.

E' una storia che parte da lontano quella che oggi riconduce "a casa" i polesani, accompagnati da figli e nipoti nati nella diaspora. I più anziani ricordano bene la struggente serata estiva di 65 anni fa. È il 15 agosto del 1946 quando la popolazione, nel dare ufficialmente il suo addio alla città, gremisce l`Arena romana illuminata a giorno, simbolo delle loro radici millenarie, e intona il "Va` pensiero" in un tripudio di tricolori. Il dramma si consumerà poco dopo, dal gennaio del 1947, quando i polesani, per restare italiani, partono in massa verso l`altra sponda dell`Adriatico, ma anche verso continenti lontani. In soli due mesi Pola si svuota e di oltre 30 mila abitanti ne restano duemila. I "rimasti", appunto, come verranno chiamati.
Pola, come Fiume, Zara e centinaia di altre cittadine piccole e grandi di Venezia Giulia e Dalmazia, vedono partire, fagotto in spalla, un popolo disperato ma dignitoso, in totale 350 mila italiani che - solo loro - pagano la sconfitta bellica dell`intera Italia fascista. «La gente arrotola i materassi - scrisse padre Flaminio Rocchi, uno dei tanti sacerdoti che guidarono la gente verso la salvezza, schioda i quadri, i lampadari, le porte e gli infissi delle finestre. Nelle case i colpi di martello battono sui cassoni come su bare...». I pochi che rimangono nella Jugoslavia comunista lo fanno per scelta ideologica, a volte, più spesso per necessità: a causa di un genitore troppo anziano da condurre via, ma anche da lasciare solo, o per non perdere i risparmi di una vita intera.

Gli istriani si dividono così in due anime, "esodati" e "rimasti", mentre gli jugoslavi irrompono a Pola, si appropriano delle stanze ancora calde di vita, e in poche ore cambiano il volto etnico della città. La vita è durissima per gli esuli, ma non è tenera nemmeno con i rimasti, e le due anime di Pola sono sempre più distanti: i primi tacciati
di fascismo, i secondi di comunismo, una ferita aperta fino allo storico raduno dei giorni scorsi, culminato in un`intensa Messa in italiano.
«Nella luce della fede, attinta alla tradizione cristiana dei nostri padri, assume particolare significato questo nostro ritrovarci insieme - ha detto il vescovo emerito di Trieste, Eugenio Ravignani, concelebrando insieme al parroco di Pola, monsignor Desiderio Staver, in un Duomo affollato dalle due comunità riunite -. Siamo qui per rendere più stretto il vincolo d`amore che ci lega a questa città, a quanti ancora in essa vivono, e a tutti coloro che dovunque, come memoria sacra, custodiscono il ricordo dei giorni felici qui vissuti e di quelli della grande sofferenza, quando abbiamo dovuto lasciare Pola». Concetti forti, pronunciati senza remore, che nelle parole del vescovo "esule" e in quelle del parroco "rimasto" gettano un ponte significativo verso un`Europa sempre più allargata e superano il passato senza dimenticarlo. Ancora più significativo suona il rimando al vescovo croato di Pola e Parenzo, Ivan Milovan, «alla cui amabile bontà devo la gioia di celebrare oggi questa Eucarestia insieme a voi». In chiesa, una accanto all`altra, le autorità locali della Pola oggi chiamata Pula e quelle della città esule. «Molto tempo è passato dal 1946, ma certo non è cambiato il vostro attaccamento a questa città e all`Istria- ha parlato dall`altare il console italiano Renato Cianfarani, giunto da Roma pochi mesi fa-. Allo stesso tempo molto è cambiato da allora, i nazionalismi non sono ancora morti ma si sono attenuati, le ideologie si stanno spegnendo, siamo tutti fratelli e sorelle. Non è stato facile per voi, lo capisco, ma siamo più vicini alla tolleranza: questa terra presto entrerà in Europa e io vi ringrazio per aver oggi contribuito in modo significativo ad abbattere le frontiere». Nel Duomo di Pola è risuonato di nuovo il "Va` pensiero", cantato da nonni, figli e nipoti giunti dall`Italia o da sempre rimasti in Istria. Fuori, per le strade di Croazia, le nuove generazioni affamate di democrazia ed Europa festeggiavano i vent`anni dalla liberazione, con il dissolvimento del regime e del partito unico.
La stessa atmosfera si è respirata i giorni scorsi sulla stampa croata, con "Glas Istre" (La voce dell`Istria) che prima del raduno mostrava qualche nervosismo («Sebbene gli esuli ancora pochi anni fa fossero considerati provocatori, la politica attuale li guarda con favore...») e qualche ansia («La polizia non si aspetta provocazioni»), ma a evento finito titolava con un taglio nettamente diverso («Dobbiamo educare i giovani verso un`Istria quale comune terra d`origine») e ammetteva che «da parte nostra occorre superare stereotipi storici e gettar via tutto ciò che puzza di nazionalismo».
«È emblematico questo arrivo di profughi a Pola proprio nel momento in cui l'UE ha aperto le porte alla Croazia. Poi saremo tutti senza confini», ha ricordato Boris Miletic, sindaco croato dell`odierna Pula. Lo stesso saluto pronunciato da Silvio Mazzaroli, direttore dell`Arena di Pola", il giornale degli esuli nel mondo, al congedo finale, quando dal gruppo dei "rimasti" si è sentito il grido «Tornate a Pola»: «Cercheremo - ha promesso - ma se no vi aspettiamo al di là del mare. Ormai saremo tutti soltanto polesani».

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Gli esuli «Ora è il tempo di recuperare la nostra memoria comune»

Non trattiene le lacrime Argeo Benco, sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, sul palco insieme al "collega" Radin, nel vedere realizzato «il sogno fino a ieri incredibile di riportare i polesani nella nostra terra». Un sogno che in passato era pura utopia e «anche solo nei mesi scorsi era accolto con scetticismo», ma poi è divenuto possibile «grazie anche al sostegno della comunità locale ». Come a dire che, senza l’efficienza e l’apporto entusiastico dei "rimasti", il ritorno dei polesani sarebbe rimasto un ideale e il treno della storia sarebbe passato lasciando tutti a piedi. «A gennaio, quando lo abbiamo proposto agli esuli sparsi in Italia e all’estero, avevano aderito solo in settanta, ora siamo centinaia e abbiamo riempito gli hotel di Pola», ha detto Benco, parlando nel dialetto istro-veneto tuttora ricordato dai locali.
Non era affatto scontata la scelta dei polesani. Di «scelta coraggiosa », infatti, ha parlato da Roma in una lettera pre-raduno il presidente nazionale dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, Lucio Toth, nativo di Zara, augurando ai cugini di Pola che l’idea si rivelasse «un grande segno di cambiamento ». E ora, visti i risultati, Toth si augura che le altre città giuliano-dalmate in esilio seguano l’esempio: «Pola, che sembrava la più restia al dialogo da parte dei suoi esuli, ha battuto tutti sul tempo ed è stata la prima a realizzare un obiettivo che da decenni sfugge a Zara e Fiume, nonostante avessero avuto la temerarietà di intraprendere il cammino prima di Pola». Merito degli esuli, «che hanno saputo ricostruire una memoria condivisa tra polesani e istriani», ma anche del fatto che a Pola la comunità italiana «è riconosciuta ufficialmente nella legislazione croata, così da avere un peso nella vita economica, politica e culturale della città». E questo è tutto merito dei rimasti e delle loro pazienti battaglie.

I rimasti «D’ora in poi per voi le porte saranno sempre aperte»

Benvenuti a casa». Parole che hanno un peso, dalla prima all’ultima.
Specie se a pronunciarle è Fabrizio Radin, vicesindaco della città croata (carica che spetta sempre a un "rimasto", ovviamente ben inserito nella classe politica croata), e se a sottolinearle con un forte applauso è una platea di esuli in silenziosa attesa di capire che cosa dirà il rappresentante della Pola odierna.
Benvenuti, dunque. E «a casa ». Un riconoscimento non da poco, soprattutto quando Radin, pur accusando velatamente gli esuli di averci messo troppo tempo a rompere il ghiaccio («Avete almeno vent’anni di ritardo, dovevate venire prima»), ha poi riconosciuto come «siamo vicini alle motivazioni che furono all’origine del vostro esodo, un evento tragico di massa, e perciò non possiamo che essere partecipi delle vostre istanze. Il vostro ritardo di vent’anni dimostra che il trauma ha prodotto sentimenti difficili da superare, ma voi oggi ci siete riusciti e ciò rende davvero storico questo giorno, senza alcuna retorica». In realtà prima di oggi i tempi non erano maturi non solo nell’animo degli esuli, bensì soprattutto in una Pola difficile, appena uscita da una lunga dittatura. Certo è che «rotto il ghiaccio, sarebbe orrendo che il ghiaccio si richiudesse – ha detto Radin – dunque sarebbe bello se d’ora in poi tornaste qui ogni anno per il vostro raduno mondiale: le porte di questa comunità sono aperte oggi e in futuro, per voi e per tutti i vostri discendenti». Che ciò sia avvenuto alla vigilia dell’ingresso in Europa «era un’opportunità che non si poteva lasciar scappare, senza integrazione si resta fatalmente indietro ». Così come resta scolpito nelle coscienze il viaggio che il Papa ha fatto a giugno in Croazia: «È stato accolto da grandi folle, perché qui da noi le radici cristiane sono molto sentite.

«LA MIA FAMIGLIA LACERATA»

«Sono nata a Pola nel 1940. Nel 1947, quando sono "rimasta", avevo solo sette anni...». Claudia Millotti oggi è la presidente dell’Assemblea della Comunità Italiana di Pola e, come tutti gli "emigranti", l’Italia ce l’ha nel cuore: «In realtà non sono emigrata io, è l’Italia che se n’è andata da qui – sorride – ma il risultato è lo stesso. Papà decise di restare sotto Tito per scelta ideologica, era convintissimo, la mamma invece sarebbe partita, ma ha voluto restargli accanto. La nonna materna è scappata a Trieste e lì è morta nel ’50, senza più rivedere sua figlia». Famiglie lacerate, proprio come quelle terre di confine. «I miei parenti hanno accettato il dolore dell’esodo in nome della patria italiana, ma poi sono finiti in Australia per sbarcare il lunario, morendo comunque in terra straniera...».
Oggi per lei il ritorno di centinaia di esuli convenuti a Pola ha un significato che non risarcisce solo un passato doloroso ma apre le porte a un futuro che può essere davvero migliore: «Quel gesto fatto in chiesa di darci la mano nel segno della pace non è stato solo un rito religioso, ma la prova concreta che finalmente esiliati e rimasti vogliono essere tutti solo polesani». Un evento che qualcuno giudica prematuro (mancando ancora da parte delle autorità di Zagabria una netta presa di distanza dal fosco passato delle foibe), mentre tanti altri reputano tardivo, essendo ormai scomparsi molti dei 350 mila che lasciarono le nostre regioni orientali e in particolare dei 30 mila fuggiti da Pola: «Il mio pensiero va a tutti coloro che avrebbero desiderato essere presenti oggi – commenta la presidente – ma non sono più tra noi, o sono troppo anziani, o malati. O vivono lontano, costretti a rifarsi una vita in Australia, Canada, Argentina..., dove hanno cresciuto figli e nipoti che vivono nel mito delle origini ma hanno anche scordato la lingua».

Lucia Bellaspiga

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