dalla "Voce del Popolo del 5 settembre 2011

 L'INTERVENTO
A Pola la nostra storia riconosciuta
di Kristjan Knez

In una serata ancora calda di inizio settembre, in uno scenario suggestivo e onusto di storia, ha avuto luogo un appuntamento importante, il cui aggettivo "storico" esprime tutta la portata dell’avvenimento. Nel mastodontico anfiteatro romano gli Italiani dell’Adriatico orientale, "rimasti" e "andati", assieme a tanti Croati, hanno atteso l’arrivo dei due Capi di Stato e sono stati testimoni di messaggi di notevole valenza. L’incontro ha dato i frutti sperati; salvo l’assenza da parte di un’associazione degli esuli che, dopo l’incontro avvenuto nella sede dell’ex prefettura di Pola (oggi Casa dei difensori croati), ha lasciato la città. I problemi aperti ci sono ancora, e parecchi, saremmo degli insinceri se affermassimo il contrario, ma non si risolveranno certo andando "contro corrente". In momenti in cui si intravedono i cambiamenti all’orizzonte, allorché si schiude una stagione nuova per le nostre terre, il dialogo e la collaborazione dovrebbero essere prioritarie. Evidentemente non tutti sono dello stesso avviso. Disapprovazioni a parte, legittime anche se incomprensibili, dobbiamo riconoscere che il crepuscolo di sabato scorso ha riservato emozioni che difficilmente si possono trasmettere attraverso le colonne di un giornale. L’inno di Mameli, il tricolore accanto alla bandiera croata a quella dell’Unione europea, il "Va pensiero" in conclusione del concerto, sono tutti segnali di una metamorfosi in atto. Si potrebbe affermare di vivere in un’epoca nuova, si pensi solo che ancora vent’anni fa, prima della dissoluzione della Jugoslavia, era difficile avere dei rapporti ufficiali con i nostri conterranei che l’esodo aveva sradicato, ogni riavvicinamento era considerato alla stregua di un tentativo di "sovvertimento". Era l’ultimo colpo di coda di un sistema che aveva stravolto un contesto umano e come un gendarme irremovibile vigilava attentamente su ogni possibile intesa tra le componenti di uno stesso popolo che le dolorose vicende del secolo scorso aveva diviso.
E sul difficile Novecento di queste contrade abbiamo udito considerazioni apprezzabili e di rilievo nonché condanne che nessuno può disconoscere, che pronunciate e sottoscritte dalle due massime cariche dello Stato assumono un significato profondo. Il Ventesimo secolo è stato definito "horribilis" e fu infausto anche a queste latitudini. Crollata l’impalcatura austro-ungarica, nelle nostre regioni iniziarono a spirare i venti dell’intolleranza, della sopraffazione e della violenza. La duplice monarchia malgrado i tanti problemi che convivevano al suo interno aveva saputo gestire – a modo suo, naturalmente –, la convivenza di tante nazionalità, lingue, identità e fedi religiose, in un momento in cui il risveglio dei popoli era contraddistinto da passioni, speranze e lotte, quest’ultime combattute però sempre in una cornice legalitaria. Fu il fascismo che conculcò gli Slavi con l’intento di eliminarli come presenza nazionale, quello stesso che non risparmiò la prepotenza nemmeno agli Italiani che non accettavano il regime del Littorio. Brutalità che si intensificò negli anni della guerra nel momento in cui l’Italia mussoliniana mise in atto gli aberranti progetti tesi a "bonificare" le porzioni territoriali occupate per trasformarle in nome della "bimillenaria civiltà di Roma". I due presidenti non hanno tergiversato nemmeno sulle plumbee pagine del secondo dopoguerra. Hanno rammentato gli eccidi, le eliminazioni nelle foibe nei cui inghiottitoi non finirono solo coloro che si erano macchiati con i carnefici di ieri e sui quali la resa dei conti fu inesorabile, ma anche tantissimi innocenti, specie se erano avversi alla Jugoslavia comunista e al suo progetto annessionistico della Venezia Giulia. Quella che doveva essere la liberazione mostrò da subito il suo lato peggiore. Era una nuova occupazione che andò a colpire gli avversari o i presunti tali, tutti coloro cioè che avrebbero potuto alzare la voce contro e/o manifestato la propria contrarietà al disegno politico di Tito. In nome della "Libertà ai popoli" furono commessi tanti crimini e soprusi. Questi punti, che la storiografia ormai ha acquisito senza riserve, sono stati evidenziati e al tempo stesso sono stati ricordati gli esodi che si sono consumati nel Novecento. Quello del secondo dopoguerra fu senz’altro il più vasto e per la popolazione italiana il più funesto, quella presenza, infatti, si ridusse al lumicino e sembrava ormai destinata a scomparire per sempre. Proprio nella Pola occupata dagli Anglo-Americani si consumò quel dramma sotto gli occhi del mondo intero (da lì vi sono filmati, corrispondenze, immagini, a differenza dei silenzi che esistevano nelle zone in mano jugoslava). La città dell’Istria meridionale e la sua Arena divennero l’emblema del naufragio dell’italianità adriatica, travolta e percossa. I suoi figli espulsi si trovarono raminghi per il mondo, chi non se ne andò divenne invece uno straniero a casa propria e ha lottato (e rischiato) per non vedere cancellata la propria identità profondamente radicata.
Oggi quello stesso contesto è stato testimone di un nuovo corso. L’Adriatico deve ritornare a collegare le terre e le genti. L’allargamento dell’Unione europea con l’inclusione della Croazia eliminerà le ultime barriere ed i nostri lidi si troveranno nuovamente al centro delle relazioni tra Occidente e Oriente, questa volta in un ambito diverso e inedito. Nell’anfiteatro polese le pagine amare della nostra storia non sono state occultate bensì riconosciute. Le sole parole non bastano, ne siamo convinti, però sono un segnale concreto. Ora dobbiamo noi tutti contribuire al cambiamento e ricomporre le tessere. Se realmente lo vogliamo.

Kristjan Knez

 

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