IL DIALOGO TRA ESULI E RIMASTI: UNA NECESSITA' STORICA

 

L’articolo che segue è tratto dal libro Dall’Esilio al Ritorno – Cinquant’anni di attività della Società di Studi Fiumani, 1960-2010, recentemente edito dalla stessa ed inviatomi dall’amico Marino Micich con preghiera di recensione. Il libro parla, con dovizia di documentazione, dei contatti che nel corso degli ultimi 50 anni ci sono stati tra chi ha lasciato e chi è rimasto a Fiume al fine di riallacciare il dialogo e favorire, per quanto possibile, il ritorno. Ciò detto, anziché farne una recensione, ho preferito pubblicare integralmente il primo capitolo che spiega, in maniera mirabile, le ragioni a base della suddetta lunga attività. Sono le stesse ragioni che da lungo tempo, attraverso le pagine della nostra «Arena», io vado sostenendo e che sono state alla base anche della decisione di effettuare il nostro recente Raduno nazionale a Pola.

Le ragioni per riallacciare e rinforzare il dialogo tra esuli e rimasti sono essenzialmente due, essendo lo stesso:

- una "necessità storica" per il mantenimento dell’italianità di Istria, Fiume e Quarnaro;

- una "condicio sine qua non" per addivenire ad una memoria del passato che, ancorché non condivisa dalle parti, sia da queste, per quanto disgiunta, riconosciuta e rispettata.

Il non capirlo è un preconcetto che offende l’intelligenza di chi, ottusamente, non lo vuol proprio capire, danneggiando se stesso e noi tutti.

Silvio Mazzaroli

 

 

La storia non è poi

la devastante ruspa che si dice.

Lascia sottopassaggi, cripte, buche

e nascondigli. C’è chi sopravvive.

Eugenio Montale

 

1. Il dialogo tra fiumani esuli e fiumani rimasti fu promosso dalla Società di Studi Fiumani nel 1990, all’indomani della caduta del muro, quando era ancora in vita la Repubblica federativa jugoslava, e da allora si è sviluppato, pur tra difficoltà e incomprensioni soprattutto nella fase iniziale, senza soluzione di continuità, producendo risultati sempre più significativi e di grande rilievo. Ben presto, come era del resto naturale, il dialogo si è allargato ai fiumani croati, alla attuale maggioranza croata della città. L’azione della nostra Società ha aperto una strada che è stata poi percorsa, in tempi e con modalità specifiche, dalle altre associazioni dell’esodo ed oggi si può dire che questa prospettiva è ormai condivisa e perseguita da quasi tutto il mondo dell’esodo.

Le motivazioni profonde che spinsero vent’anni fa la Società di Studi Fiumani, in armonia di intenti con il Libero Comune di Fiume in esilio, a percorrere la strada del dialogo sono valide per tutti gli esuli, fiumani, istriani e dalmati che siano. Su queste motivazioni intendo soffermarmi in questo contributo.

Il dialogo non fu visto da noi come una semplice opportunità da sfruttare per superare incomprensioni, rancori, giudizi unilaterali e operare ravvicinamenti anche affettivi (del resto sempre più sporadici, dato il trascorrere del tempo e l’avvento di generazioni che non hanno sofferto personalmente il trauma dell’esilio) in uno spirito, pur apprezzabile e condivisibile, di riconciliazione. Il dialogo fu considerato da noi piuttosto come una necessità storica, le cui radici andavano individuate proprio in quell’evento unico costituito dall’esodo massiccio degli istriani, fiumani e dalmati di nazionalità italiana dalle terre in cui avevano vissuto per secoli insieme a popoli di altre nazionalità, a croati e sloveni, innanzi tutto, ma anche a tedeschi e ungheresi. La convivenza tra nazionalità diverse aveva prodotto un continuo e fecondo scambio culturale, che – nonostante non fossero mancati, soprattutto nel XIX secolo e nei primi decenni del XX, momenti di tensione e conflitti anche aspri tra le nazionalità – non si era mai interrotto: mai la convivenza interetnica, documentata vistosamente dai frequenti matrimoni misti, era stata messa in pericolo, mai si era verificata l’espulsione brutale degli appartenenti ad una determinata nazionalità. Nella storia di queste terre l’evento dell’esodo costituisce quindi una cesura senza precedenti, un punto di svolta senza ritorno che è impossibile sottovalutare o addirittura ignorare.

 

2. Per questo motivo gli esuli istriani, fiumani e dalmati dovettero rispondere immediatamente a una domanda cruciale, connessa alla ragione stessa della loro esistenza e della loro drammatica scelta: come salvaguardare l’identità culturale di carattere italiano delle loro terre, identità stravolta, e in certi casi pressoché cancellata, dall’esodo? Per diversi anni a questa domanda gli esuli risposero alimentando la speranza del ritorno, opponendo la volontà testarda di non accettare come definitivo il fatto compiuto («volemo tornar!»): lo stravolgimento etnico e culturale delle terre adriatiche, perdute era ai loro occhi una parentesi storica, che prima o poi si sarebbe chiusa col ritorno alla situazione precedente. Salvaguardare l’identità italiana delle terre perdute significava allora, innanzi tutto, non perdere la speranza del ritorno. Nel modo più nobile questa speranza prese la forma di appelli alle norme del diritto internazionale e al principio dell’autodecisione dei popoli, appelli e proteste in cui si esprimeva una sorta di fiducia ingenua se non nei principi astratti della giustizia, certamente negli organismi internazionali che di questi principi pretendevano di essere i garanti. L’aspirazione al ritorno, indurita dalle sofferenze patite, veniva talvolta formulata nei termini aspri di una speranza di rivincita, anche se inevitabilmente vaghi e indefiniti, data la situazione politica interna e internazionale del secondo dopoguerra. Si trattava in ogni caso di una tenace difesa di principio che non poteva e nemmeno voleva soffermarsi sulle vie concrete di realizzazione dello sperato ritorno, che rifiutava di prendere atto fino in fondo di una realtà storica radicalmente mutata.

Un arroccamento testardo senza prospettive, quindi, e uno sterile rifiuto della realtà? Niente affatto. Fu proprio questo «arroccamento» a rendere possibile la grande opera di salvaguardia della memoria compiuta dalle associazioni degli esuli. Fu proprio questo preteso rifiuto della realtà a produrre il miracolo di salvare e custodire integralmente quell’altra realtà che la furia iconoclastica del totalitarismo mirava a cancellare del tutto, anche e soprattutto nella coscienza delle nuove generazioni, in Istria, a Fiume, in Dalmazia e nella stessa Italia.

All’arroccamento degli esuli corrispondeva peraltro un opposto e speculare arroccamento, quello dei nuovi padroni delle terre adriatiche perdute, che consideravano l’esodo della stragrande maggioranza della popolazione italiana autoctona o come qualcosa di non avvenuto, un non evento su cui stendere una cortina di silenzio, o un evento politicamente condannabile e comunque marginale, da ascrivere all’influenza persistente del fascismo e alle mene della «reazione». Il regime comunista jugoslavo riscriveva la storia a partire dal 1945 come da un punto zero e, andando a ritroso, cancellava sistematicamente tutto ciò che non corrispondeva alla nuova visione ideologica proposta come verità «democratica e progressiva». Per limitarci a Fiume, tutto fu brutalmente cancellato, a partire dai simboli che da secoli, sotto tutte le dominazioni politiche, ne avevano segnato l’identità: vennero cancellati lo stemma municipale, l’aquila bicipite e il motto latino, la bandiera della città, i Santi patroni, tutti i toponimi (non solo i pochi introdotti dal fascismo) e così via. Per di più, nel 1948, in forza di un decreto governativo jugoslavo, Fiume venne unita con la croata Sussak. La nuova Rijeka non doveva avere nulla a che fare con la Fiume storica, che non era mai esistita: era esistita da sempre la croata Rijeka, dalla quale peraltro veniva rimosso anche tutto ciò che poteva disturbare la coerente riscrittura ideologica della sua storia, come, per esempio, la grande tradizione del cattolicesimo croato. Bisognava insomma non soltanto cancellare la storica presenza italiana nella città e ridurre la plurietnica e multiculturale Fiume a Rijeka, ma anche ridisegnare la croata Rijeka secondo i nuovi canoni marxisti-leninisti.

In questa situazione tra esuli e rimasti non poteva esserci che un muro. Agli occhi della maggior parte degli esuli gli italiani rimasti erano semplicemente complici di quanto avvenuto e del processo di snazionalizzazione in atto. E dai rimasti gli esuli venivano in genere classificati, in base alle categorie dell’ideologia, come fascisti e nostalgici, pericolosi irredentisti, e comunque strumenti, più o meno consapevoli, della reazione capitalistica.

Certo un uso pacato della ragione avrebbe potuto portare, già prima della caduta del muro di Berlino e del crollo del socialismo reale, a considerazioni diverse, più problematiche. Nel mondo dell’esodo c’era chi si rendeva conto del carattere ambivalente, tragico appunto, dell’esodo: da un lato, un plebiscito di italianità di inestimabile valore, un impegno di conservazione e difesa della memoria storica che sarebbe stato impossibile nel contesto poliziesco del regime comunista; da un altro lato, però, abbandono – forzato certo e inevitabile, ma non per questo meno reale – delle terre d’origine, ben presto ripopolate da gente nuova e sottoposte quindi ad un radicale stravolgimento della loro fisionomia etnica e storica, stravolgimento a cui sarebbe stato possibile opporre una efficace resistenza solo decidendo di restare. Ma allora la presenza degli italiani rimasti non andava forse vista come un fatto comunque positivo? Non costituivano questi italiani rimasti, pur pesantemente condizionati sul piano ideologico, una difesa oggettiva dell’italianità autoctona? E non bisognava poi operare tra i rimasti una serie di distinzioni? Alcuni erano stati semplicemente costretti a rimanere, perché la loro domanda d’opzione era stata respinta; altri avevano condiviso anche le imposizioni più snazionalizzatrici, ma altri ancora si erano opposti in vario modo fino a pagare per questa opposizione un prezzo pesante sul piano politico e personale. E più in generale: non era necessario cercare di comprendere le motivazioni dei rimasti e inquadrare le loro scelte, spesso drammatiche e contraddittorie, nel più ampio contesto storico costituito dalla tragedia del comunismo novecentesco? Non sarebbe stato allora opportuno avvicinarsi in qualche modo ai rimasti, cercando con essi un’intesa, un terreno comune, che non poteva essere se non quello della difesa dell’identità culturale di carattere italiano dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia? Compito questo tanto più indifferibile quanto più, col passare degli anni, la speranza di un ritorno fisico e di una modifica dei confini si rivelava sempre più illusoria.

E, viceversa, nel mondo dei rimasti alcuni si rendevano conto, passata l’ubriacatura ideologica e man mano che l’utopia palingenetica dell’«uomo nuovo» si dissolveva di fronte alla realtà fallimentare del socialismo realizzato, del grande significato storico dell’esodo, comprendevano che solo l’esodo aveva consentito la conservazione – a vari livelli, da quello del vissuto quotidiano a quello storico, scientifico e museale – di quella identità culturale di carattere italiano per la quale molti di essi si erano battuti e si battevano tra gravi difficoltà e a prezzo di rischi personali. E non andava forse abbandonato lo stereotipo, frutto della terribile semplificazione prodotta dall’ideologia, che identificava l’esule con il reazionario, l’irredentista o il fascista, dimenticando che le prime vittime della «violenza rivoluzionaria» nel 1945 erano stati gli antifascisti italiani che si opponevano al disegno annessionistico jugoslavo, come gli autonomi fiumani, e che erano stati antifascisti dei CLN a promuovere in Italia le prime organizzazioni degli esuli? Non sarebbe stato allora opportuno cercare un qualche collegamento col mondo degli esuli – che era poi anche il mondo dei parenti, dei compagni di scuola, di lavoro, degli amici di coloro che avevano scelto di rimanere –, riconoscere il ruolo essenziale da essi svolto nella custodia delle città e dei luoghi della memoria e cercare quindi forme di collaborazione in vista dell’obbiettivo comune?

Queste considerazioni, tuttavia, non potevano avere a quel tempo la forza di tradursi in iniziative concrete. Nel mondo dell’esodo un dialogo con i rimasti, che si erano alleati agli «slavo-comunisti» snazionalizzatori, sarebbe stato considerato un «tradimento», un rinnegare il senso stesso dell’esodo. E, specularmente, anche nel mondo dei rimasti un dialogo sarebbe stato considerato un pericoloso cedimento nei confronti dei presunti eredi del fascismo, portatori di istanze irredentistiche, o comunque di «reazionari», indifferenti alle motivazioni della lotta antifascista e ostili agli ideali della nuova società socialista in costruzione.

 

3. Tutto cambiò con il 1989, annus mirabilis: l’abbattimento del muro di Berlino e il crollo del socialismo reale mandò in frantumi i miti dell’ideologia, con conseguenze profonde non solo nella realtà politica e sociale, ma anche, e forse soprattutto, nel pensiero e nelle coscienze, conseguenze la cui portata è ancora lungi dall’essere esaurita. Ma alcune cose essenziali, che nel mondo dei rimasti ma anche in quello dell’esodo erano state offuscate dai fumi dell’ideologia, cominciarono subito a venire in chiaro, ed una soprattutto: il nodo storico dell’esodo, il grande evento rimosso. Cominciò, infatti, a diventare evidente che una delle cause essenziali, se non la causa essenziale dell’esodo andava individuata nel carattere totalitario, e quindi repressivo e poliziesco, che accomunava il regime comunista jugoslavo a tutte le cosiddette democrazie popolari dell’est europeo. Più precisamente: l’assunzione organica del nazionalismo slavo – che nel corso del XX secolo aveva assunto forme sempre più esclusiviste, corrispondenti, peraltro, a quelle del nazionalismo italiano, la cui virulenza era stata alimentata nel periodo tra le due guerre dal «fascismo di frontiera» – nella concezione totalitaria del comunismo leninista jugoslavo aveva prodotto quella miscela esplosiva di cui l’esodo era stata la più tragica delle conseguenze.

Dopo la dissoluzione del socialismo reale e la crisi ormai irreversibile dell’ideologia comunista diventava finalmente possibile parlare apertamente dell’esodo: il regime della Repubblica federativa jugoslava non era mai stato quel «paradiso» da cui potevano voler fuggire solo fascisti e inguaribili reazionari. Diventava possibile «sdoganare» definitivamente l’esodo, far riemergere dal silenzio gli orrori della repressione e delle foibe, liberandoli dalle etichette ideologiche di comodo: di essi era stato responsabile quel regime che ora non esisteva più e che quasi nessuno più rimpiangeva. Il crollo del regime totalitario significò nei paesi ex comunisti la riconquista delle libertà fondamentali, a cominciare dalle libertà di pensiero, di ricerca e di stampa. In un paese democratico come l’Italia segnò la fine del fascino esercitato dal marxismo soprattutto su importanti strati intellettuali e quindi un rinnovamento della ricerca storica, che portò allo sdoganamento di temi, come le «foibe» e appunto l’esodo, fino ad allora se non silenziati (perché gli storici italiani, soprattutto giuliani, se ne erano sempre occupati), comunque trattati con grande circospezione e relegati in un ambito locale senza mai suscitare l’interesse dell’opinione pubblica, dei giornali nazionali e dei mezzi di comunicazione di massa.

Con la fine del muro si posero pertanto le premesse oggettive per l’apertura di un dialogo autentico tra esuli e rimasti. Agli esuli si ripresentò la domanda cruciale sulla salvaguardia dell’identità culturale di carattere italiano delle terre perdute. Per menzionare il caso di Fiume che qui ci interessa in modo particolare: come far rivivere, nelle nuove condizioni dell’attuale Croazia non più comunista ma democratica, l’identità culturale di carattere italiano di Fiume o, meglio, quel che era rimasto di questa identità? La risposta ci parve obbligata: la salvaguardia di questa identità doveva essere perseguita in collaborazione dalle due componenti fino ad allora divise ed estranee, dagli esuli e dai rimasti. Era ed è infatti evidente, da un lato, che l’identità culturale di carattere italiano di Fiume non poteva e non può essere efficacemente difesa se non a Fiume, nei luoghi storici in cui essa si è formata nel corso dei secoli e dove continua ad esistere una comunità italiana autoctona. Questa comunità, nel suo rapporto con la città e la sua antica anima, a cominciare dal dialetto, costituisce, di per se stessa, il testardo documento della permanenza di tale identità sul territorio. Ed era ed è altresì evidente, da un altro lato, che non era e non è possibile parlare di identità culturale di carattere italiano di Fiume senza gli esuli fiumani, ossia senza quella parte (il 90% degli abitanti, pari ad almeno 38.000 persone) che nel 1945 e negli anni successivi, proprio per difendere questa identità, aveva intrapreso la dura strada dell’esodo in Italia e fuori d’Italia.

Ecco perché il dialogo è una vera e propria necessità storica. La salvaguardia dell’italianità storica di Fiume (e il discorso vale ovviamente per tutte le terre adriatiche perdute) non può essere affidata ad una sola delle due componenti: senza i rimasti essa manca del riferimento concreto alla terra e ai luoghi, non vive e non si alimenta nell’unico luogo in cui può continuare a vivere e ad alimentarsi e senza gli esuli non può riconoscere pienamente e autenticamente se stessa nella sua tragica e singolarissima storia.

La salvaguardia dell’identità culturale di carattere italiano di Fiume, infine, non è qualcosa che riguarda esclusivamente l’attuale minoranza italiana e il mondo degli esuli fiumani. Essa riguarda la storia di tutte le componenti della città e quindi anche, e in modo forse ancora più essenziale, i fiumani croati presenti da sempre in essa ed oggi maggioritari. La stessa identità dell’attuale Rijeka non è infatti pensabile senza il recupero integrale della storia di Fiume, a cominciare dagli aspetti e dagli eventi per tanto tempo taciuti, censurati o marginalizzati. La necessità di questo recupero è stata da tempo perfettamente colta dalla cultura croata democratica, che comprende come la salvaguardia della cultura della componente italiana di Fiume sia anche una responsabilità storica dei fiumani croati e, più in generale, della cultura croata. Il dialogo tra fiumani esuli e fiumani rimasti è quindi un dialogo che deve investire tutti i fiumani, italiani o croati che siano, nel difficile lavoro di ricostruzione dell’identità e della storia cittadine, superando le lacerazioni e gli interessati silenzi del passato.

Che il dialogo così inteso sia una necessità storica non vuol dire ovviamente che esso sia in qualche modo garantito e inevitabile: il suo sviluppo dipende dalla volontà dei protagonisti, dalla loro apertura e soprattutto dalla convinzione che il presente e il futuro di una comunità dipendono dal suo rapporto con il passato. È possibile certamente sopravvivere anche senza questo rapporto e nella storia non mancano «deserti» e «crateri», popoli dimenticati, civiltà scomparse che mai nessuno riuscirà più a far rivivere. Noi possiamo solo cercare di evitare che ciò accada ed operare con questo obiettivo.

 

4. Queste convinzioni hanno animato, dal 1990 fino ad oggi, l’azione della Società di Studi Fiumani, le cui tappe e i cui risultati più significativi – alcuni di grandissimo rilievo, come la ricerca sulle vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni nel periodo 1939-1947 condotta in collaborazione con l’Istituto croato per la storia – sono documentati in questa pubblicazione. Certamente molto resta ancora da fare, in particolare per consolidare i rapporti con le istituzioni culturali della minoranza italiana e della maggioranza croata.

Per superare difficoltà e incomprensioni, soprattutto nel dialogo con la maggioranza croata, occorre, a mio parere, sgombrare innanzi tutto il campo dall’equivoco della memoria «condivisa». La memoria è per definizione soggettiva, parziale e unilaterale, e proprio in questo consiste la sua specificità e il suo valore documentale: una memoria «condivisa» non esiste e non può esistere. Ma non esiste e non può esistere nemmeno una storia «condivisa»: la ricerca storica – se è, come deve essere, veramente libera – è soggetta a precisazioni, correzioni e revisioni continue ed è sempre passibile di interpretazioni diverse ed anche contrapposte. Una «storia condivisa» può darsi solo come risultato di mediazioni politiche: avrà allora inevitabili connotazioni omissive se non deformanti e il suo valore scientifico sarà trascurabile. L’obiettivo che si può e si deve perseguire, invece, è che la ricerca storica sia condotta «a tutto campo» senza omissioni e censure di alcun tipo e a tal fine è necessario il confronto libero e aperto tra le diverse proposte interpretative e le diverse opinioni. Questo confronto presuppone due condizioni che nella attuale situazione mi sembrano essere già in buona parte presenti.

Si tratta, in primo luogo, di essere d’accordo sulla necessità storica del dialogo e quindi di volere il confronto: questa volontà implica il rispetto delle posizioni dell’altro, il proposito di comprenderne le ragioni e l’uso pacato dell’argomentazione anche quando il dissenso può essere acuto. Il piano della comprensione oggettiva, fondata sulla ragione, il piano della scienza, va sempre distinto da quello dei sentimenti e delle passioni, da quello della vita. I due piani sono ovviamente connessi, ma solo la loro distinzione, e quindi l’autonomia e il proposito di oggettività della storiografia, ci può garantire dall’irruzione dei mostri dell’irrazionale nella vita pratica. Come ha scritto Benedetto Croce, «bisogna guardare in faccia il passato o, fuori di metafora, ridurlo a problema mentale e risolverlo in una proposizione di verità, che sarà l’ideale premessa per la nostra nuova azione e nuova vita. [...] Tanto più energicamente si conosce un passato e tanto più energico sorge l’impeto di andare oltre di esso, progredendo».

Ed è necessario, in secondo luogo, abbandonare senza residui le pregiudiziali ideologiche che nel passato non solo hanno impedito il confronto, ma hanno posto limiti e barriere alla stessa indagine storica. L’abbandono di queste pregiudiziali si è già in buona parte verificato come conseguenza della crisi delle ideologie, ma occorre evitare che i vecchi vizi possano riemergere in forme nuove e dissimulate, una possibilità questa sempre presente sul terreno incandescente della storia contemporanea.

Obiettivo del dialogo è, come si è detto, la ricostruzione di una storia delle vicende del confine orientale «a tutto campo», integrale. Non si tratta naturalmente di perseguire ingenuamente un’impossibile storia «oggettiva». L’oggettività della ricerca storica è sempre e solo una pretesa da perseguire con profonda onestà intellettuale, un «come se», che si potrebbe enunciare nei termini della seconda formula dell’imperativo categorico dì Kant: opera in modo da trattare la storia sempre come fine e mai come mezzo. È questo criterio di «oggettività» a rendere possibile la ricomposizione di una storia non già condivisa, ma tendenzialmente integrale, senza vuoti e censure di nessun tipo, e perciò, in questo senso, comune o di tutti.

Giovanni Stelli

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