INCONTRO DEI PRESIDENTI. Aspettative, delusioni, emozioni… di Silvio Mazzaroli

Che questo dovesse essere l’argomento del presente editoriale era scontato; molto meno lo è cosa scrivere. Un giornale serio, indipendente ed equilibrato – è tale vuole essere, quantomeno nelle intenzioni, la nostra «Arena» – ha, principalmente, due compiti: esercitare un corretto "dovere di cronaca", per fornire ai lettori sufficienti elementi per farsi un’idea propria della materia in trattazione, e avvalersi del "diritto d’opinione", per agevolare e orientare la comprensione dei fatti di cui si parla. Considerato che il "dovere" pensiamo di averlo assolto con dovizia di articoli su altre pagine del giornale, vediamo di esercitare qui il nostro "diritto", in maniera per quanto possibile obiettiva e non invasiva, ma inevitabilmente condizionata dal particolare sentire di chi scrive, per aver vissuto, questa volta in presa diretta, l’intera vicenda.


Le aspettative per l’incontro del Presidente Napolitano con il suo omologo croato Josipović a Pola erano veramente tante e non di poco conto.


Nei giorni precedenti si erano raccolte voci di un possibile omaggio congiunto dei due Presidenti ad una foiba ed al campo d’internamento di Arbe e poi per un omaggio, sempre congiunto, in mare alle Vittime di Vergarolla, successivamente declassato da ufficiale a privato del solo Napolitano. Nulla di tutto questo è successo. Dichiarati motivi "logistici" (e, come probabile, l’ostracismo dei locali irriducibili veterani della guerra di liberazione, peraltro non dissimili da quelli nostrani) hanno impedito l’attuazione degli omaggi congiunti; una caduta del nostro Presidente (e l’esigenza di politica interna che ha reso necessario un suo intervento in videoconferenza dal Quirinale al "workshop" di Cernobbio) ne ha ritardato l’arrivo a Pola facendo saltare anche quello privato. Sono state cancellazioni dolorose per tutti noi esuli; per noi polesani, particolarmente grave è stato il mancato omaggio ai morti di Vergarolla; oltre a darci grande soddisfazione, sarebbe stato di sicuro stimolo per le nostre future celebrazioni. Un’altra aspettativa (forse solo nostra che ne eravamo stati auspici) andata delusa è stata quella relativa all’opportunità, che pur avevamo, di presentarci [noi esuli] compatti all’incontro privato con i Presidenti, ma di questo la responsabilità è di noi tutti. Urge qui precisare che la partecipazione del LCPE a fianco della Federazione è stata motivata dal fatto che, essendo stati preventivamente informati e considerate le circostanze, ci siamo sentiti di condividere quanto Lucio Toth, designato come portavoce di tutti, avrebbe posto all’attenzione dei Presidenti. Nulla, né prima né dopo, abbiamo invece saputo in merito all’intervento dell’Unione degli Istriani e, pertanto, ci asteniamo dal commentare. Impossibile, dunque, non dichiararci delusi per quello che è stato il prologo dell’incontro.


Le altre aspettative afferivano, come logico, agli interventi dei Presidenti nel corso dei tre momenti topici della giornata nell’ex Prefettura, alla Comunità degli Italiani e, da ultimo, nell’Arena di Pola e che ci erano stati preannunciati come particolarmente significativi. Ebbene, il filone espositivo è stato pressoché analogo nelle diverse circostanze: volontà di far prevalere il tanto che ci unisce su quello che ci ha dolorosamente diviso; invito al superamento delle ideologie totalitariste, con ferma condanna del nazi-fascismo ma non, in maniera altrettanto chiara, del comunismo; offerta di perdono per i mali subiti e richiesta di scuse per quelli arrecati; valorizzazione delle comuni tradizioni culturali e rispetto dei comuni valori democratici per un futuro di stabile convivenza nella grande casa europea. Al riguardo, occorre evidenziare la cura posta dai due Presidenti nell’evitare, in ogni circostanza, l’uso della parola "comunismo". Nel corso dell’intera giornata, a pronunciarla sono stati unicamente Toth, allorché in Prefettura ha posto l’accento sulla necessità di una maggiore chiarezza nella denuncia delle colpe del comunismo che nelle nostre terre orientali ha perseguitato tutti gli italiani, antifascisti inclusi, in quanto tali e Tremul che, nella Comunità degli Italiani, ha esplicitamente indicato il comunismo quale responsabile delle sofferenze di chi se n’è dovuto andare e dei pesanti condizionamenti patiti da chi ha scelto di rimanere. Le loro citazioni, pur non cambiando la sostanza delle cose, sono quanto meno valse a valorizzarne gli interventi ed a suscitare cenni di assenso ed approvazione.


Verba volant et scripta manent! Naturale, a questo punto, portare l’attenzione sulla Dichiarazione congiunta dei due Presidenti, documento ufficiale dell’incontro. Lo stesso, contraddistinto da un uso ponderato del valore semantico di ciascuna parola, tradisce la difficoltà di esprimere un’effettiva condivisione dei suoi contenuti e l’ipocrisia insita in taluni passaggi. Ne è esempio quello che recita: «Questa è l’occasione per ricordare le vittime italiane della folle vendetta delle autorità postbelliche dell’ex Jugoslavia. Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna. Essi non potranno ripetersi nell’Europa unita mai più». In esso, alle tinte forti con cui viene indicata la natura del crimine si accompagna un’attribuzione di responsabilità al solo "titoismo"; una parzializzazione del comunismo tout court che consente ai suoi due firmatari di sentirsi, in una qualche misura, sollevati da responsabilità dirette: l’uno a titolo personale e l’altro come rappresentante dell’odierna Croazia. Peraltro, in altri due passaggi – ed è onesto il sottolinearlo – i due Presidenti ribadiscono la condanna delle ideologie totalitarie e dicono di inchinarsi «davanti alle vittime che hanno perso la propria vita o il proprio radicamento famigliare». Quest’ultima dichiarazione, oltre ad un sufficientemente esplicito riconoscimento delle foibe e dell’esodo, può, nell’attesa di fatti concreti, essere interpretato come un succedaneo verbale agli omaggi dovuti cancellare. Nella sua interezza, una soluzione di compromesso, non particolarmente coraggiosa, che contempera esigenze di politica internazionale ed interna, volta a sopire la polemica a suo tempo accesasi tra Napolitano e Mesić ed idonea ad accontentare un po’ tutti, con il rischio, come spesso accade in simili frangenti, di non soddisfare nessuno.


A riflettori spenti, risulta arduo, quantomeno per noi esuli, affermare che il 3 settembre u.s. si sia assistito ad un evento epocale. In una cornice di civile ospitalità si sono ascoltate tante belle parole, di cui alcune rimarranno scritte e che, grazie a parziali ammissioni di responsabilità, aprono nuovi spazi di dialogo. È proprio in quest’ultimo contesto, e non in quello di impossibili risultati immediati, che vanno individuati gli aspetti positivi dell’incontro. Indubbiamente, anche eventi mediatici come quello di ieri di Trieste ed oggi di Pola, rendono ogni giorno più difficile per chiunque obbiettare sul radicamento italiano nelle terre dell’Adriatico orientale, negare la tragedia delle foibe e dell’esodo e la sussistenza di determinati diritti sia per chi se n’è dovuto andare che per chi è rimasto… come, per altri, disconoscere il ruolo svolto dai connazionali in loco per il mantenimento di lingua, cultura e tradizioni italiane.
Non è stato privo di significato che esuli e rimasti, forse per la prima volta, abbiano potuto avanzare le proprie istanze alla presenza di entrambi i Capi di Stato. Non lo è stato che, a parte la spontanea simpatia suscitata con l’affermazione che «senza gli italiani di ieri la Croazia non sarebbe quella di oggi», l’atteggiamento mantenuto nel corso dell’intero incontro, assolutamente diverso da quello tracotante del suo omologo sloveno Türk in simili circostanze, abbia consentito di percepire il Presidente Josipović come il migliore, al momento, dei possibili interlocutori. Un’impressione, questa, suffragata anche dalla sua partecipazione ad alcune manifestazioni nazionali, occorse a cavallo dell’incontro, in cui ha dimostrato di voler tenere "la barra al centro" delle derive comuniste e fascistoidi che ancora si agitano in Croazia e di sapersi muovere con moderazione per favorire la crescita democratica del proprio Paese. In definitiva, e si spera di essere nel giusto, un interlocutore affidabile, un’intellettuale prestato alla politica, con cui dovrebbe essere più facile dialogare.


Ancora, degne di sottolineatura sono state le interviste rilasciate alla stampa, a seguito dell’incontro, in cui Furio Radin e Tremul hanno entrambi affermato che, a fronte delle scuse chieste dall’Italia per i crimini del fascismo, sia la Croazia che la Slovenia non l’hanno ancora chiesto per quelli del comunismo. Si tratta di un’implicita conferma delle colpe del regime titoista che, se messa in sistema con quanto detto da Tremul in Comunità degli Italiani (vedi pag. 5), può essere interpretata come una prima, timida – probabilmente sfuggita ai più – ammissione di responsabilità per la passata connivenza con detto regime che, se e quando verrà più chiaramente esplicitata, sarà per noi persino più gradita delle reciproche scuse fra Stati. Sono piccoli segnali – comunque da cogliere – che porte in precedenza sbarrate ed arrugginite sui cardini, stanno incominciando, pur con qualche cigolio, anche qui ad aprirsi, lasciando intravedere spiragli di luce. Si tratta di un processo ancora lungo e difficile che non si vede ragione di ostacolare e che, così come l’istituzione del "Giorno del Ricordo" ha contribuito in Italia a sollevare il velo di omertà gravante sulle nostre cose, una nostra maggiore presenza in Croazia, per cerimonie, convegni… potrebbe riuscire ad accelerare inducendo la gente a confrontarsi con una storia diversa da quella che a loro è sempre stata raccontata.


Mi sia concesso, da ultimo, accennare alle emozioni, queste sì personali ancorché condivise con altri, vissute partecipando all’evento mediatico che ha caratterizzato l’incontro: il Concerto Italia e Croazia insieme in Europa. Entrare da esule, per la prima volta, nell’Arena gremita di gente che in gran parte parlava la nostra lingua; vedervi sventolare, oltre a quello ufficiale, qualche Tricolore; cantare a squarciagola l’Inno nazionale e ascoltare, in piedi ed in raccoglimento, le note del Va, pensiero, percepirvi gli applausi e vedere la luna fare capolino nelle occhiaie vuote dell’anfiteatro… Beh! È stata una grandissima emozione, solo in parte attenuata dalla consapevolezza che quello che stavo vivendo era solo un effimero e passeggero momento, lontano dalla per noi amara realtà.


Per concludere, anche in considerazione degli aliti non particolarmente favorevoli a noi italiani avvertibili al momento in Croazia a causa del contenzioso riguardante l’ex convento di Daila e per il rifiuto del doppio voto ai nostri connazionali, sembra proprio si possa dire che l’incontro dei Presidenti, con buona pace di tutti, è andato persino meglio di come ci si poteva aspettare. Dovrebbe essere sufficiente per indurre anche i più restii quantomeno a cominciare a "pensare in positivo".

Silvio Mazzaroli

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