QUEL 15 AGOSTO DEL '46

Sul giornale di settembre de «L’Arena di Pola», mensile degli esuli polesani, viene posto un interrogativo in merito alla manifestazione nell’Arena del 15 agosto 1946 a Pola: fu un addio alla città da parte dei convenuti, come sostiene la giornalista di «Avvenire» Lucia Bellaspiga nell’articolo pubblicato il 12 agosto, o l’addio ufficiale è quello del veglione al teatro Ciscutti del 31 dicembre 1946, come sostiene il direttore dell’«Arena» Mazzaroli? In realtà, con un giudizio quasi salomonico, si può dire che hanno ragione tutti e due. Cercherò di dimostrarlo facendo appello alla mia memoria di partecipe di quegli avvenimenti.

La Bellaspiga nel suo articolo (cronaca del Primo raduno nazionale a Pola del Libero Comune di Pola in esilio) scrive: «È una storia che parte da lontano quella che oggi riconduce "a casa" i polesani, accompagnati da figli e nipoti nati nella diaspora. I più anziani ricordano bene la struggente serata estiva di 65 anni fa. È il 15 agosto del 1946 quando la popolazione, nel dare ufficialmente il suo addio alla città, gremisce l’Arena romana illuminata a giorno, simbolo delle loro radici millenarie, e intona il «Va, pensiero» in un tripudio di tricolori».

Scrive Mazzaroli commentando il suddetto pezzo: «Com’è possibile, mi sono chiesto, che i polesani abbiano dato ufficialmente addio alla propria Città il 15 agosto del ’46? A Parigi il Trattato di Pace non era ancora stato definito, a Pola il lumicino delle speranze che le cose potessero concludersi diversamente, ancorché debolmente, ardeva ancora e lo scoppio di Vergarolla, causa scatenante del nostro esodo, sarebbe accorso solo pochi giorni dopo. La perplessità più grande mi derivava, però, dal racconto fattomi da chi allora era ben più grande di me e secondo i quali il saluto alla Città i polesani lo avevano dato la notte del 31 dicembre, al Teatro "Ciscutti", imponendo a se stessi, pur con il pianto nel cuore, un’ultima notte di festa in quella Pola che di lì a qualche giorno avrebbero definitivamente lasciata».

Da parte mia in uno scritto sulla mia partecipazione al Concerto dei due Presidenti nell’Arena il 3 settembre ho scritto così: «Non posso descrivere l’emozione provata durante l’esecuzione del "Va, pensiero" da parte dei duecento coristi dei cori misti delle Comunità italiane dell’Istria. Io e Rovis l’abbiamo cantato a viva voce assieme ai soci dei 52 Circoli italiani, giunti con cinquanta pullman da Capodistria al Montenegro, che con i croati di Pola hanno riempito con oltre seimila persone l’Arena. Ma mentre cantavo non potevo non andare con la memoria, dopo sessantacinque anni, a quella grande manifestazione di italianità che fu fatta il 15 agosto 1946 dai polesani accorsi al richiamo della Lega Nazionale a riempire l’Arena e cantare il "Va, pensiero" con un nodo alla gola e le lacrime agli occhi, cui seguì purtroppo tre giorni dopo l’orrenda strage organizzata dall’OZNA a Vergarolla il 18 agosto, durante un’altra manifestazione, causando la morte di un centinaio di persone, tra le quali mio fratello Sergio di otto anni con i due "santoli", i coniugi Toniolo».

Non ho scritto quindi di addio, ma ricordo bene che al momento di «O mia Patria si bella e perduta» effettivamente tanti piangevano commossi pensando che quella potesse essere l’ultima dimostrazione di affetto alla nostra città prima della partenza.

Si sperava ancora? La speranza è l’ultima dea a morire, dicevano gli antichi padri. Ma si sapeva e si era pronti a partire. Da quando? Già da più di un mese. Infatti dal 26 giugno si seppe della proposta francese (linea che assegnava alla Jugoslavia tutta la Bassa Istria con internazionalizzazione della città di Trieste). Il 3 luglio si era già svolta la prima riunione costitutiva del Comitato per l’esodo del CLN di Pola; il 7 luglio risultava che già oltre ventimila cittadini avevano chiesto di lasciare la città in caso di occupazione jugoslava, numero destinato a salire vertiginosamente dopo la strage di Vergarolla; il 30 luglio il Comitato per l’esodo sollecitava la preparazione mediante numerazione del mobilio da portare in Italia con il numero famiglia ricevuto dal Comitato al momento della domanda di assistenza per l’esodo. Quindi il 15 agosto la commozione era grande anche se la manifestazione della Lega Nazionale prevedeva solo una serata ginnico-musicale. D’altra parte la massa di oltre ventimila persone stipate nell’Arena non si può paragonare al veglione di «Addio» ufficiale organizzato al «Ciscutti». Quindi fu inteso come una grande dimostrazione di italianità e successivamente implicitamente di addio di tutti i polesani alla loro città.

«L’Addio ufficiale» fu invece organizzato, dal quotidiano «L’Arena di Pola» e dalla Lega Nazionale, al veglione di fine anno al Ciscutti. Pieno per la capienza che può avere un teatro. Ecco come descrisse quella serata uno dei tanti giornalisti italiani presenti a Pola per le corrispondenze sull’esodo: «Nel Politeama pavesato di tricolori c’erano tutti. Dal più ricco al più povero, tutti vi erano convenuti, ognuno con la sua coccarda bianco rosso e verde all’occhiello. E mentre i giovani in platea cantavano gli inni di Pola, i vecchi seduti ai palchi guardavano, cantavano sommessamente, ma più che altro piangevano. Poi a un tratto, qualcuno con una ventina di persone attorno, salito sul palcoscenico, intonò il coro dei Lombardi, e tutti, dopo un poco, lo seguirono. Il teatro sembrò scoppiare. L’aria era gonfia di quelle voci nelle quali ognuno riversava la propria passione. Confusi tra la folla, una decina di ufficiali e soldati inglesi guardavano lo spettacolo».

Fu quindi quello l’addio ufficiale, ma l’addio di massa il popolo di Pola l’aveva dato con i ventimila nell’Arena il 15 agosto 1946.
Lino Vivoda

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