DA PARENZO SQUARCI DI LUCE SULLA STORIA ISTRIANA

Si è svolto a Parenzo dal 13 al 15 ottobre un convegno internazionale sui 150 anni dalla fondazione della Dieta provinciale istriana, organizzato dalla Società storica istriana e dal Museo del territorio parentino con il sostegno finanziario della Città di Parenzo e della Regione istriana e il sostegno organizzativo del Centro di ricerche storiche di Rovigno. L’intensa tre giorni ha avuto luogo nella sala del palazzo che ospitò la Dieta dalla seduta istitutiva, il 6 aprile 1861, al 1897. Messaggi augurali sono giunti dai presidenti Giorgio Napolitano e Ivo Josipović. Esprimendosi ognuno nella propria lingua, venticinque studiosi italiani, croati e sloveni hanno messo a fuoco sia il ruolo svolto dal primo “Consiglio provinciale istriano" sia temi interconnessi. Ampio spazio è stato lasciato tra una sessione e l’altra alla libera discussione. Ne sono emersi importanti squarci di luce sulla storia istriana.

La vice-sindaco italiana Nadia Štifanić Dobrilović ha ricordato come nel XIX secolo Parenzo rinacque: vennero costruiti nuovi edifici pubblici, si ravvivarono i commerci e sorsero società culturali, artistiche e sportive.

Petar Strčić (Università di Fiume) ha lamentato che gli italiani d’Istria, numericamente minoritari, dominassero tanto la Dieta quanto l’economia provinciale e impedissero l’uso ufficiale sia del croato sia dello sloveno. Il vescovo di Parenzo-Pola Juraj Dobrila tentò di far riconoscere le due lingue slave, partendo però dall’idea che croati e sloveni fossero un’unica nazione. L’insuccesso dei suoi tentativi lo portò infine a disertare le sedute dietali. La successiva generazione di politici istro-croati reputò quella croata una nazione a parte.

Diego Redivo (Istituto per la Storia del Risorgimento, Trieste-Gorizia) ha sostenuto che l’irredentismo fu lo sviluppo in senso etnico-esclusivista dell’idea di nazione tardo-settecentesca intesa quale comunità di cittadini che difendono le conquiste politiche della rivoluzione. In Istria, come in tutto l’Impero e in tutte le aree europee mistilingui, specie dagli anni ’80 dell’800 ogni comunità nazionale tese ad affermare i propri diritti in contrapposizione a quelli altrui, pur partendo da principi e valori borghesi comuni. Accanto a un irredentismo annessionistico ce n’era però anche uno culturale. La Grande guerra fu determinata non dagli irredentismi, ma dagli interessi economici imperialistici degli Stati che strumentalizzarono le proprie minoranze nei territori da conquistare.

Nevio Šetić (parlamentare a Zagabria) ha evidenziato come, nel 1903, i nove deputati dietali istro-croati sostenessero il movimento nazionale nel Banato di Croazia, che sfociò in manifestazioni represse sanguinosamente dalle autorità ungheresi. Sentendo la Croazia banale come madrepatria, non solo incoraggiarono le proteste dei propri fratelli in lotta, ma inviarono denaro per le famiglie delle vittime e per i funerali.

Il connazionale William Klinger (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha illustrato come gli autonomisti italiani di Fiume riuscirono abilmente a far sì che la propria città, annessa alla Croazia banale nel 1848 e di nuovo nel 1860-61, fosse riconosciuta fra il 1868 e il 1870 quale Corpo separato, ovvero quale terza componente della parte ungherese dell’Impero.

Stipan Trogrlić (Istituto di scienze sociali Ivo Pilar - Centro periferico di Pola) ha rilevato come nella seconda metà dell’800 la Chiesa istriana perse la propria universalità, dividendosi su base nazionale e politicizzandosi. Il clero slavofono, legato al mondo rurale, divenne il principale fattore propulsivo del movimento nazionale croato. Il vescovo Dobrila non espresse mai odio verso gli italiani, ma difese maggiormente croati e sloveni perché più deboli e meno tutelati.

Roberto Spazzali (Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel FVG, Trieste) ha sottolineato come il socialismo istriano di fine ’800 si basasse su principi di emancipazione sociale più affini alla tradizione democratico-mazziniana e riformista "latina" che all’austro-marxismo classista triestino. Auspicava una riforma federale dell’Impero. Ebbe difficoltà ad attecchire, salvo che a Pola, Rovigno, Dignano e Albona, per la mancanza di una classe operaia politicamente consapevole. Agli inizi del XX secolo i mazziniani istriani fondarono la Democrazia sociale italiana con forti nuclei a Pola, Capodistria e Isola. Suo obiettivo era l’emancipazione sia socio-culturale sia nazionale di tutti i popoli dell’Impero.

Ilija Jakovljević (Diocesi di Parenzo-Pola) ha sottolineato come il vescovo Dobrila, considerando ogni persona fatta a immagine di Dio, rivendicasse l’uguaglianza di tutti senza distinzione di nazionalità e si definisse «pastore sia degli italiani che degli slavi». Partecipò attivamente alle sedute della Dieta battendosi per una maggiore autonomia provinciale e per maggiori fondi da destinare a fini socio-sanitari. Insieme al vescovo di Veglia Vitezić aiutò gli studenti poveri. Avvertì la classe dirigente italiana che il popolo istro-croato stava dormendo, ma che, se ne fossero state respinte le istanze, avrebbe potuto svegliarsi riservando brutte sorprese.

Pietro Zovatto (Università di Trieste) ha però rilevato che Dobrila assegnò borse di studio per l’Università di Vienna solo a seminaristi slavi.

Salvator Ĺ˝itko (Società storica del Litorale, Capodistria) ha rammentato come l’Istria fosse l’unica Provincia imperiale senza un capoluogo fisso. La sede della Dieta e della Giunta fu spostata nel 1898 da Parenzo a Pola, fra il 1899 e il 1902 a Capodistria, quindi ancora a Pola, infine nuovamente a Capodistria fra il 1904 e l’ottobre 1910, quando il mancato compromesso inter-etnico ne determinò la fine. La parte croata insistette perché la sede venisse trasferita a Pisino.

Carlo Ghisalberti (Università «La Sapienza», Roma) ha giudicato illusoria ma molto duratura l’idea di Cesare Balbo per cui l’Austria avrebbe potuto cedere province italofone in cambio di territori balcanici. Ricasoli, successore di Cavour nel giugno 1861, dichiarò che il Regno d’Italia non si sarebbe gettato in avventure. Peraltro, dopo il 1866, neppure la Gran Bretagna avrebbe tollerato una nuova guerra europea che ridimensionasse ulteriormente l’Impero asburgico. La Triplice alleanza segnò nel 1882 una svolta apparentemente contro natura, ma che garantì 33 anni di pace e sicurezza.

Giovanni Radossi (Centro di ricerche storiche di Rovigno) si è soffermato sul primo Consolato generale del Regno d’Italia nell’Impero asburgico, sorto a Trieste nel febbraio 1867. Inizialmente ebbe giurisdizione su Litorale, Fiume, Dalmazia, Croazia, Carinzia e Carniola. Nel 1870 furono aperti i Vice-consolati (poi Consolati) di Gorizia e Fiume, e fra il 1867 e il 1876 le Agenzie consolari di Pirano, Parenzo, Rovigno, Lussinpiccolo, Zara (poi Vice-consolato, nel 1900 Consolato), Sebenico, Spalato e Ragusa.

Antoni Cetnarowicz (Università di Cracovia) ha rammentato come la prima richiesta di uso paritetico del croato e dello sloveno fosse stata formulata da alcuni deputati dietali sloveni nell’aprile 1861, sostenuti dai vescovi Legat e Vitezić. Nel gennaio 1863 i vescovi Dobrila e Vitezić e il deputato Jurinac presentarono una nuova mozione in tal senso. Il 25 settembre 1887 Volarić fu il primo deputato dietale a parlare in croato annunciando che lo avrebbe fatto anche in futuro. Nel 1888 Volarić e altri rappresentanti croati presentarono un’interpellanza per il Governo di Vienna in croato, mentre alcuni deputati sloveni in sloveno. Vidulich, presidente della Dieta, respinse entrambe scontrandosi con il governatore del Litorale de Pretis Cagnodo. Nel gennaio 1898, durante le sessioni tenute a Pola, Spinčić, Mandić e Trinajstić, impossibilitati a parlare dopo i tumulti in galleria, lasciarono la città. Il Governo invalidò la decisione della maggioranza dietale sull’uso esclusivo dell’italiano. Nella sessione dell’autunno 1904 a Capodistria i deputati sloveni disertarono la Dieta per la contrarietà dal capitano provinciale Rizzi all’uso della loro lingua.

Paolo Radivo si è chiesto il vero motivo per cui, il 10 e il 16 aprile 1861, 20 dei 30 deputati dietali scrissero «Nessuno» sulla scheda per l’elezione dei due parlamentari al Reichsrat, suscitando la reazione del Governo, che nel maggio sospese la Dieta e il 20 luglio la sciolse convocando nuove elezioni. Allora i liberal-nazionali italiani invitarono gli elettori ad astenersi e gli eventuali eletti a dimettersi. Ne derivò una Dieta filo-asburgica, che elesse a parlamentari il luogotenente austriaco del Litorale Burger e il vescovo Dobrila. Le conseguenze di condotta avrebbero potuto essere gravi per gli istro-italiani se lo stesso luogotenente non avesse poi confermato in carica, nominato o recuperato alcuni liberal-nazionali. Spazzali ha giudicato marginale e poco democratica la classe dirigente dietale, che si irrigidì su questioni procedurali e di puntiglio invece di occuparsi dei tanti gravi problemi dell’Istria. Ghisalberti ha ricordato come la prima preoccupazione dei Governi "regnicoli", dopo la rottura dell’alleanza con la Francia, fosse quella di non turbare l’ordine internazionale. Erano Governi debolissimi, diffidenti verso qualsiasi tentativo insurrezionale degli austro-italiani. Al contrario i "nessunisti" dimostrarono una candida e generosa ingenuità. Il connazionale Gaetano Benčić (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha sostenuto che i "nessunisti", non volendo collaborare con l’Impero, rifiutarono di occuparsi di politica. Erano convinti che il Governo non avrebbe sciolto la Dieta, ma avrebbe fatto eleggere i due parlamentari dal corpo elettorale.

Alida Perkov (Camera di commercio croata e Camera regionale - Pola) ha parlato della Camera di commercio e industria dell’Istria insediata a Rovigno il 31 dicembre 1850 quale associazione senza scopo di lucro dei soggetti coinvolti in attività economiche. Con i suoi 10 membri era tra le più piccole dell’Impero, ma svolse un ruolo rilevante specie dal 1850 al 1861 e dal 1910 al 1914. Promosse l’economia, stimolò l’educazione e presentò rapporti statistici. In particolare preparò, organizzò e co-finanziò la Prima esposizione istriana di Capodistria (1910). Nel 1927 assunse il nome di Consiglio provinciale dell’economia e fu trasferita a Pola.

Il connazionale Rino Cigui (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha citato i numerosi provvedimenti presi dalla Dieta per contrastare le malattie infettive, promuovere il servizio sanitario pubblico nei vari Comuni e fronteggiare la carenza di personale medico. L’efficacia di tali misure fu però limitata, tanto che a fine ’800 l’Istria risultava ancora fra le Province meno sviluppate dell’Impero sul piano sanitario.

Il connazionale Denis Visintin (Museo civico di Pisino) ha delineato l’arretratezza dell’agricoltura istriana nella seconda metà dell’800. Le linee ferroviarie Trieste-Pola e Trieste-Parenzo avvicinarono le piazze di mercato all’entroterra agricolo. I prodotti provinciali parteciparono a fiere ed esposizioni sia internazionali sia locali. Sorsero organizzazioni sindacali e di categoria, cooperative, cantine vinicole e oleifici. La Dieta, spesso senza l’appoggio governativo, tentò di ammodernare il comparto e si impegnò molto nel contrastare le principali epidemie della vite: oidio, peronospera e fillossera. La qualità dei vini però rimase sempre scadente.

Marino Budicin (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha parlato dei fratelli veneziani Gaspare e Antonio Coana, che nel 1859 fondarono a Rovigno la prima tipografia istriana stampando molti libri e il primo giornale istriano (1860). Nel 1876 Gaetano Coana creò a Parenzo una nuova tipografia, che diede alle stampe gli atti della Dieta, quelli della Società istriana di archeologia e storia patria, i documenti della Diocesi e vari libri e giornali. Le due tipografie favorirono l’apertura a Rovigno e Parenzo di cartolerie e rilegatorie, incentivando la lettura e arricchendo i fondi librari delle biblioteche.

Nadja Terčon (Museo del mare «Sergej Mašera», Pirano) ha tratteggiato l’importante ruolo svolto nella seconda metà dell’800 da Capodistria, Isola e Pirano nei collegamenti marittimi (sia merci che passeggeri) e nell’industria navale. Isola fu il principale centro di produzione del pesce in scatola.

Elena Uljančić-Vekić (Museo del territorio parentino) ha illustrato le soluzioni adottate a partire dagli anni ’60 dell’800 per garantire un regolare e sano approvvigionamento idrico alla città di Parenzo. Una svolta si verificò negli anni ’80 con l’arrivo di tecnici esperti da Vienna. Nel 1908 fu inaugurato l’acquedotto comunale, collegato nel 1940 a quello istriano.

Il connazionale Raul Marsetič (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha raccontato genesi e sviluppo del cimitero polese di Monte Ghiro, inaugurato nel 1846, ampliato nel 1867, raddoppiato nel 1889 e accresciuto un’ultima volta nel 1909.

Mihovil Dabo (Università di Pola) ha esposto le principali carenze del sistema scolastico istriano individuate nelle relazioni che le Giunte comunali inviarono alla Giunta provinciale nei primi anni ’60: mancanza sia di strutture che di insegnanti, inadeguatezza dei docenti e mancata frequentazione o precoce abbandono specie da parte dei bambini delle zone rurali. Dalla Croazia banale giunsero sacerdoti che soprattutto nei villaggi fecero anche da maestri, non sempre però con la dovuta preparazione. Visto il mancato riconoscimento ufficiale del croato e l’inesistenza di scuole superiori in tale lingua, lo studio dell’italiano fu decisivo per il miglioramento delle condizioni socio-economiche degli alunni slavofoni.

Maja Polić (Istituto per le scienze storiche e sociali dell’Accademia croata delle scienze e delle arti, Fiume) ha parlato della nascita delle sale di lettura a Castua (1866), Lussinpiccolo (1867), Pola (1869) e Verbenico (1871) come delle prime iniziative pubbliche del movimento nazionale croato in Istria, composto allora da pochissimi intellettuali, in maggioranza sacerdoti. In quelle sedi si svolsero varie attività sia culturali che politiche.

Radivo ha ricordato il primo scontro fra italiani e slavi nell’Adriatico orientale, verificatosi a Trieste nel luglio 1868 con 3 morti italiani in seguito alla riforma varata dal Governo liberale di Vienna, appoggiata dalla Giunta municipale triestina e dai democratici irredentisti ma osteggiata dal clero sloveno e croato, che estrometteva la Chiesa dal controllo delle scuole comunali. Nella diocesi di Parenzo-Pola il vescovo Dobrila svolse un’azione moderatrice scongiurando incidenti.

Giuseppe de Vergottini (Università di Bologna) si è soffermato sulla figura dell’omonimo avo (1815-1884), eletto deputato dietale nel 1861, costretto a 6 mesi di esilio nel 1866, quindi podestà di Parenzo dal 1872 al 1884 e tra i fondatori della Società istriana di archeologia e storia patria. Il nipote Tomaso (1857-1942) fu deputato prima a Vienna (1889-1891), poi alla Dieta (1892-1904) e nel novembre 1918 presidente del Comitato cittadino di salute pubblica.

Pietro Zovatto ha delineato la singolare figura di monsignor Lorenzo Schiavi, nato vicino a Pordenone nel 1829. Cattolico conservatore ostile al movimento risorgimentale, nel 1866, dopo l’annessione della sua terra natia all’anticlericale Regno d’Italia, chiese "asilo" al vescovo di Trieste-Capodistria Bartolomeo Legat, il quale lo destinò al seminario capodistriano. Oltre ad insegnare, Schiavi scrisse numerosi testi, tra cui dei manuali scolastici di letteratura. Fu premiato dalle autorità asburgiche per il suo lealismo.

Gaetano Benčić ha lumeggiato la figura di Gian Paolo Polesini (1818-1882), capitano della «Dieta del Nessuno» capace di moderazione, ma anche studioso di storia istriana vicino a Pietro Kandler. Intenso fu il suo legame con la natia Parenzo e notevole il suo impegno nel settore agricolo.

Ivan Matejčić (Università di Fiume) ha narrato le vicissitudini della sala che ospitò la Dieta fra il 1867 e il 1897. Fu realizzata verso la metà dell’800 nella parte superiore dell’ex chiesa gotica di San Francesco, la quale era stata preceduta fra il V e il XIII secolo dalla chiesa paleocristiana di San Tommaso e prima ancora da un edificio romano.

Il connazionale Kristjan Knez (Società di studi storici e geografici, Pirano) ha osservato come fin dal 1861 la Dieta volesse promuovere la ricerca delle fonti per la storia patria. Dal 1873 finanziò la meticolosa opera di trascrizione di documenti medievali e moderni riguardanti l’Istria effettuata da Tomaso Luciani all’Archivio di Stato di Venezia. Dal 1885 tali documenti furono pubblicati sugli Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria. Knez ha giudicato offensivo il termine «Taljanaši» usato da Maja Polić per qualificare gli slavofoni filo-italiani o gli italofoni di origine slava.

Il connazionale polese Egidio Ivetic (Università di Padova) ha evidenziato come nell’800 l’Istria, fino ad allora mera espressione geografica, assunse carattere regionale sia per la sua unificazione politico-amministrativa sia per gli studi storici iniziati da Kandler e ripresi con vigore tra il 1880 e il 1914 specie da Bernardo Benussi e Camillo de Franceschi. L’élite liberal-nazionale istriana cercò nelle testimonianze del passato la conferma dell’italianità della provincia e dunque la propria legittimazione quale classe dirigente.

De Vergottini ha fatto presente come la letteratura italiana specie degli anni intorno alla Prima guerra mondiale avesse rimarcato la volontà annessionista della «Dieta del Nessuno». Tuttavia nell’aprile 1961 mancò nel Regno un riverbero forte di quel gesto. Peraltro i "nessunisti" oscillarono tra separatismo e legittimismo. Radivo ha affermato che quell’aperta disobbedienza non ebbe ripercussioni nell’Italia di allora perché gran parte dei "regnicoli" ben poco sapevano dell’Istria e perché Cavour non assecondò il secessionismo degli italiani d’Austria, concentrato com’era nel reprimere l’incipiente "brigantaggio" al Sud, nello scongiurare insurrezioni garibaldine e nell’ottenere Roma. I "nessunisti" denotarono prima scarso realismo e poi incoerenza, avendo accettato il nesso asburgico. Secondo Benčić invece non credevano di fare una cosa tanto deleteria e forse non la fecero realmente, perché il loro fu un atto più simbolico che separatista.

Paolo Radivo