NON GUARDIAMO AL SOLO PASSATO - editoriale del direttore Silvio Mazzaroli

Sono passati 66 anni dalla fine del II Conflitto Mondiale, 22 dalla caduta del Muro di Berlino e 20 dall’indipendenza di Slovenia e Croazia dalla ex Jugoslavia che, per quanto più da vicino ci riguarda, ha tra l’altro comportato la trasformazione della preesistente Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), di stretta affiliazione al Partito Comunista Jugoslavo (PCJ), in Unione Italiana (UI), di sostenuta autonomia dai partiti politici croati e sloveni.

 Ciò, tuttavia, ha di poco sollevato la minoranza italiana autoctona dal pesante assoggettamento agli umori della locale etnia maggioritaria, ieri per motivi ideologici ed oggi nazionalistici, in un precario equilibrio di rapporti deterioratosi ogni qualvolta la stessa ha provato ad alzare la testa. Indubbiamente, però, anche in quelle contrade il corso della storia sta mutando e, benché ciò che è stato non lo si possa cambiare, lo si dovrebbe oggi considerare avvalendoci di chiavi di lettura diverse e con un’obiettività non più condizionata dalle passioni di un tempo. Inoltre, poiché, sono gli uomini a fare la storia, ne è logica conseguenza che a cambiare possano essere stati pure loro, vuoi per intima convinzione vuoi per necessità, anche quando, per difficoltà di ricambio generazionale – sindrome che affligge anche noi –, materialmente le teste rimangono le stesse. Il non sapere, o meglio il non voler, cogliere i segnali del cambiamento è sintomo di ottusa e colpevole cecità.

Se, pertanto, risulta comprensibile, e quindi in qualche misura giustificata, la ritrosia di alcuni dei più anziani a percepire il cambiamento, sia tra le fila degli esuli, fatto che si traduce in una più o meno manifesta contrarietà al riavvicinamento, sia tra quelle dei “rimasti”, di cui è esempio eclatante la distorta interpretazione che Ferruccio Pastrovicchio – italiano (?) residente a Pola – ha anche di recente dato del nostro esodo, ciò che lascia veramente basiti sono taluni giovani, la loro ostinazione a volgere sempre e solo lo sguardo indietro, a riproporre il vecchio rifiutandosi di cogliere i segnali che pur ci sono e che potrebbero aprire nuove possibilità di dialogo. È un atteggiamento che, così come le sue finalità, risulta obiettivamente difficile da comprendere.

È proprio in quest’ottica, andando nel concreto, che risulta del tutto inopportuna la riproposizione da parte dell’Unione degli Istriani di una nota poesia (peraltro anche da noi criticamente pubblicata in passato) inneggiante a Tito, in un periodo totalmente diverso dall’attuale (era il 1982, se non anche prima), di un allora giovane Maurizio Tremul e, di contro, la totale disconoscenza di una sua pubblica dichiarazione, fatta quasi 10 anni fa (è del luglio 2002 in occasione della premiazione della XXXV edizione del Concorso letterario «Istria Nobilissima») e che dovrebbe essere presente nel suo “fornitissimo” archivio; ne proponiamo, di seguito, integralmente un passaggio:

 «…In Slovenia e in Croazia è in atto un dovuto processo di riconciliazione nazionale. Speriamo non sia riferita esclusivamente ai soli popoli di maggioranza in chiave revisionistica. La riconciliazione, invece, deve comprendere tutta la popolazione che vive e ha vissuto in queste terre, e quindi deve prevedere un’approfondita analisi dei torti subiti dagli Italiani nel trascorso interminabile Secolo breve. Le foibe, la rivalsa nazionalistica, l’esodo, le violenze e le vessazioni patite, l’assimilazione snazionalizzatrice attendono ancora un atto simbolico di riparazione.

Dopo più di mezzo Secolo da quei tragici accadimenti non è attendersi l’impossibile un gesto di contrizione e di fede da parte dei Capi di Stato di tre Paesi amici, la Croazia, la Slovenia e l’Italia, sui luoghi della memoria delle violenze fasciste e di quelle comuniste. Tutti i morti, tutte le sofferenze, meritano rispetto. Altra cosa è il giudizio storico e morale sull’aver combattuto per una causa giusta o per quella sbagliata.

Non possiamo però, in questo campo, non fare la nostra parte. L’avversione per i regimi autoritari e le democrature, l’antifascismo e l’antitotalitarismo realsocialista, la liberazione dal controllo oppressivo del regime, l’autonomia da qualsiasi assoggettamento, l’impegno per la convivenza, la libertà e la democrazia costituiscono per noi dei valori autentici. Ciò non toglie che ci sia stato anche tra le nostre fila chi, un tempo, e stato contiguo a quei regimi e correo di quegli atti disumani. Non spetterebbe forse a noi farci carico di responsabilità di cui non avvertiamo il peso e non sentiamo la colpa, ma il coraggio delle nostre azioni e l’imperativo morale di giustizia ce lo impongono. Proprio per questo chiediamo scusa a tutte le genti di queste terre per le aberrazioni fasciste. Proprio per questo chiediamo scusa ai nostri fratelli esuli per le aberrazioni comuniste. La libera volontà della CNI ha portato alla nascita dell’Unione Italiana che marca, come è stato autorevolmente sottolineato, la rottura con le collusioni e le acquiescenze del passato. Agli storici lasciamo il compito di separare il grano dalla pula, di sottolineare i meriti e i demeriti di chi ci ha preceduti, ma anche delle nostre azioni. […]».

Poniamo quanto precede all’attenzione dei lettori, non per una difesa che non ci compete del personaggio in questione, bensì perché siamo certi che il testo (l’abbiamo scoperto solo di recente) era sconosciuto ai più; perché in maniera chiara esprime quei concetti di condanna del comunismo, di presa di distanza dalle connivenze del passato, di scusa e perdono per le violenze arrecate e subite, peraltro ribaditi in occasione della recente visita di Napolitano a Pola, che erano e sono ritenute “condicio sine qua non” per l’avvio di un effettivo riavvicinamento. Qualcuno potrà obiettare che trattasi di sole parole: ma perché tenerle nascoste? Perché ostinarsi a respingerle anziché impegnarsi per farle seguire da fatti concreti?

Noi, pur ignari dello specifico documento, avevamo recepito, sia pur in contesti talvolta altalenanti, altre parole e comportamenti che andavano nella stessa direzione ed abbiamo cercato di implementarli. Lo abbiamo fatto con la nostra reiterata presenza a Pola nel corso delle tradizionali celebrazioni; portando con noi sulla foiba di Vines il Presidente dell’UI, Furio Radin, a rendere omaggio a quelle povere vittime; facendo il nostro Raduno nazionale nella Città d’origine, dove siamo determinati a ritornare anche il prossimo anno… Lo faremo ancora sviluppando nuove iniziative. Abbiamo fatto tutto alla luce del sole, avendo chiaro l’obiettivo da perseguire ed avendo elaborato una linea per conseguirlo. C’è, piuttosto, da chiedersi perché non l’abbiano fatto anche altri e le risposte al riguardo sono circoscritte al seguente ventaglio: non hanno potuto, saputo o, semplicemente, voluto farlo. Sono loro, non noi, a doverne spiegare le ragioni.

È opinione corrente che le guerre, volute da pochi, infliggono sofferenze a tutti; qualcosa di analogo si può dire anche della pace, non sempre e da tutti voluta, ma di cui tutti godono se e quando realizzata. Peraltro, a nessuno dovrebbe sfuggire che la guerra “scoppia”, mentre la pace la si “costruisce” con un impegno protratto e spesso contrastato.

È proprio questo il processo, degno di ben altra causa che non una controproducente per tutti guerra fratricida, che il Libero Comune di Pola in Esilio sta cercando di portare avanti. Non siamo ciechi né ottusi bensì semplicemente consapevoli dei tempi che si stanno vivendo; non siamo dimentichi del passato a cui ci sforziamo di guardare con obiettività senza, per questo, mettere in gioco la nostra dignità; non siamo degli asserviti poiché continuiamo ad esercitare con chiarezza e fermezza il nostro spirito critico; non intendiamo metterci in gara né, tanto meno, impegnarci in un assurdo braccio di ferro con nessuno.

Avendo non da ieri, bensì da lunga pezza fatta con convinzione una scelta e presa democraticamente una decisione, dalla quale non intendiamo recedere, continueremo per la strada che ci siamo prefissi, senza farci condizionare da malevole considerazioni di altri e respingendo al mittente le pretestuose ed inconsistenti accuse rivolteci.

Silvio Mazzaroli

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