Serve un progetto comune tra «andati» e «rimasti» di Ezio Giuricin

(La Voce del Popolo 10.02.2012)

Editoriale di Ezio Giuricin
Serve un progetto comune tra «andati» e «rimasti»

Come ricordare? A otto anni dall’approvazione della legge che ha istituito la Giornata del Ricordo si pone l’esigenza non solo di tracciare un bilancio, ma soprattutto di interrogarci sul "futuro" di quest’iniziativa, sul "senso" e l’"impronta" che il popolo della diaspora istriana, giuliana e dalmata - e in generale gli italiani dell’Adriatico orientale - dovrebbero dare, negli anni a venire, alla Giornata, per garantirne "la continuità" e un giusto percorso evolutivo.

L’istituzione della Giornata ha contribuito a sottrarre al silenzio e alle nebbie un capitolo dei più drammatici della storia degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, a opporsi all’oblio che rischiava di avvolgere il fenomeno dell’esodo e delle foibe, nodo cruciale della tormentata saga del "confine orientale" conclusasi di fatto con la parziale "estirpazione" e la "cacciata" di un popolo.

Ogni anno dedichiamo a quegli avvenimenti il consueto – e indispensabile – corollario di riti e cerimonie: commemorazioni, convegni, consegne di riconoscimenti, seminari, mostre, conferenze, iniziative culturali che cercano di rischiarare, anche se solo per un giorno, il tunnel buio dell’indifferenza, dell’ignoranza, del pregiudizio, che per troppo tempo ha imprigionato e sepolto quelle vicende, e con esse, il percorso storico e civile della popolazione romanza dell’Adriatico orientale.

La domanda che ci dobbiamo porre è se tutto questo possa bastare per ridare voce, ricuperare la memoria, l’identità e la dignità di un popolo diviso, sradicato e abbandonato, che rischia - questa la triste prospettiva – di essere cancellato, di scomparire per sempre.

Ricordare: è sufficiente oggi, limitarsi a salvare solo "la memoria" di una comunità e del suo patrimonio civile e culturale, oppure riteniamo sia necessario anche salvaguardare la sua "presenza" concreta, la sua vitalità, la sua capacità di riprodursi come entità sociale, come soggetto in grado di continuare a incidere sul presente e a costruirsi un destino?

Ci si può accontentare del rito della memoria, della commemorazione: un sentito tributo da porgere almeno una volta l’anno. Un doveroso impegno consolatorio per chi ha sofferto che spesso offre ai politici – anche a quelli che per anni hanno contribuito alla rimozione o che hanno giocato sulla strumentalizzazione di queste vicende – un troppo facile alibi, una forma di espiazione; e alla coscienza nazionale l’occasione di "ripulirsi", forse, dalle sue colpe.

Ma per il popolo della diaspora – e con esso per la più vasta comunità degli "andati" e dei "rimasti" – ciò sicuramente non può bastare.

Il punto è come cercare di "ricucire" oggi – almeno parzialmente e ammesso che sia materialmente possibile – lo strappo, la frattura che hanno spezzato e segnato un popolo; come fare per salvaguardare e alimentare la sua identità, la sua cultura e tramandarle ai posteri.

Accanto e a fianco della Giornata del Ricordo sarebbe necessario dunque immaginare e promuovere nuove iniziative che puntino proprio su questo aspetto: la continuità della componente italiana dell’Adriatico orientale, il futuro di una comunità e di una civiltà – in tutte le sue articolazioni - che non deve scomparire.

Per farlo vi è un’unica strada possibile: stringere un nuovo "patto" ed avviare più forti e concreti rapporti di collaborazione fra le associazioni degli esuli e quelle della minoranza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. Per dare vita ad una "ricomposizione" che non si limiti ai consueti contatti fra le singole comunità e associazioni, o a sporadiche iniziative, ma che si basi su un grande progetto culturale comune. Un progetto che deve essere sostenuto da grandi idee, e soprattutto da adeguate risorse, per dare vita a un tessuto civile e culturale – e non ultimo anche economico - in grado di radicare la presenza italiana in queste terre e dare più forza e visibilità, in Italia, al mondo degli esuli, per fare sì che la loro esperienza e identità diventi un valore effettivamente condiviso dalla Nazione.

Ricordare è essenziale, ma non basta: il nostro sguardo deve essere rivolto innanzitutto alle seconde, terze e quarte generazioni degli esuli e dei rimasti, ai nostri figli, ai nostri nipoti. A loro dobbiamo tramandare la memoria, le nostre esperienze, i valori di un’antica cultura comune; ma oltre a questo, dobbiamo cercare di offrire loro anche la possibilità di coltivare e rinnovare i contenuti di un’identità collettiva, gli strumenti per riprodurla e garantirle un futuro.

Quale destino verrebbe riservato alla memoria di una civiltà spezzata dall’esodo se scomparisse, fisicamente, il popolo che la rappresenta, se in Istria nessuno dovesse più parlare l’istroveneto e l’italiano, se in Italia, con l’estinzione degli ultimi testimoni di una diaspora, si sciogliesse definitivamente, con quello generazionale, anche l’ultimo anello della catena dei ricordi, delle sensibilità e degli interessi concreti nei confronti della civiltà italiana dell’Adriatico orientale?

La memoria di un popolo scomparso è archeologia, materia di archivio, o nel migliore dei casi folklore e mesto rituale: dobbiamo evitare che ciò accada, che il tempo ci condanni a un’inesorabile, lenta, incosciente agonia; dobbiamo evitare che il ricordo diventi chiusura.
Per delineare un nuovo, grande progetto di collaborazione comune fra "andati" e "rimasti" si potrebbero costituire dei "tavoli", coinvolgendo esperti, operatori culturali, esponenti istituzionali e governativi e promuovere, magari in occasione della prossima Giornata del Ricordo, un importante convegno da cui potrebbero scaturire proposte e soluzioni per il futuro.

Divisi, isolati, senza grandi idee e progetti che sappiano coinvolgere direttamente o indirettamente vaste fasce sociali e intellettuali, attirare la sensibilità delle popolazioni di maggioranza, in Slovenia e Croazia, e l’interesse più ampio dell’opinione pubblica italiana, non riusciremo a fare molta strada.

Possiamo cercare di partire dai valori e dai messaggi emersi dall’incontro fra i Presidenti al concerto dell’amicizia di Muti nel 2010 a Trieste o da quello all’Arena, il 3 settembre dell’anno scorso a Pola. E dalle prospettive che si potranno aprire, nel luglio del prossimo anno, con l’entrata definitiva della Croazia nell’Unione Europea e il successivo abbattimento anche dell’ultima frontiera in Istria.

Abbiamo di fronte dei grandi cambiamenti che potranno aprire dei timidi spiragli: ma non inganniamoci, il resto dipende soprattutto da noi. Facciamo in modo che dal Ricordo germoglino delle possibilità concrete, e che emerga un futuro possibile.

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