EDITORIALE DI SILVIO MAZZAROLI

Un tempo per vivere e un tempo per morire
Un tempo per ricordare e un tempo per ricostruire

È racchiusa in queste poche parole la parabola – compiuta, in essere ed in divenire – delle genti italiche, prima, ed italiane, poi, dell’Adriatico orientale.

Ad un percorso di vita di lunghissimo respiro dipanatosi, con alterne fortune, nel corso dei secoli e che ha raggiunto il suo apice alla fine della Grande Guerra, per imboccare subito dopo il viale del tramonto, ha fatto seguito una parentesi di morte, concentrata nella prima metà del Novecento, sviluppatasi a cavallo del II Conflitto mondiale e conclusasi con la tragedia delle foibe e dell’esodo. Accadimenti, quest’ultimi, imputabili ai nazionalismi e totalitarismi del tempo, che hanno avuto a protagonista la generazione immediatamente precedente alla nostra e di cui per troppo tempo non se n’è parlato ma se ne parla parecchio oggi e non sempre a proposito.

Oggi noi, che di quei tempi siamo il prodotto, ne viviamo la terza fase, quella del ricordo, iniziata alla metà del XX secolo e tuttora in atto. Siamo i depositari di una memoria ostinatamente conservata e strenuamente esercitata, fatta di dolori e sofferenza ma, soprattutto, di valori e di cultura, nella sua più ampia accezione, che ci ha consentito di sopravvivere, di superare l’oblio in cui eravamo stati relegati e, negli ultimi anni, di risollevare il capo. Infatti, è solo grazie a noi stessi che stiamo uscendo dagli angusti spazi materiali, morali e intellettuali in cui tanti avrebbero voluto relegarci e che la conoscenza e diffusione del nostro vissuto sono in leggera ma costante crescita. Ce lo dicono le statistiche e, soprattutto, le innumerevoli celebrazioni di cui in questo numero speciale diamo ampio conto. Ci sarebbe, anzi c’è di che essere soddisfatti.

Se andiamo, però, a leggere attentamente tra le righe troviamo ancora pregiudizi nei confronti di ciò che, nostro malgrado, continuiamo a rappresentare e che, trovando spazio sui media ed allignando in taluni ambiti politici ed intellettuali, impediscono la definitiva affermazione di verità che pur stanno venendo alla luce e, in definitiva, condizionano l’opinione pubblica con il creare una cornice di grande confusione – forte è il sospetto che sia voluta ad hoc – che rende soprattutto vulnerabili i giovani ad ogni tipo di strumentalizzazione.

Indicativo in tal senso è stato il programma "Porta a Porta" di lunedì 13 febbraio, trasmesso in seconda serata ed in ritardo rispetto al "Giorno del Ricordo", indice non certo di grande attenzione nei confronti di tutto quanto ci riguarda. L’avevamo, più di altri, atteso e ci ha lasciati, a dir poco… sconcertati. Quello messo in onda da Vespa è stato uno "spettacolo" mal concepito, perché più interessato a fare audience che chiarezza storica, e mal condotto, perché irriguardoso proprio nei confronti di coloro la cui memoria doveva celebrare. Non ha prodotto grandi risultati bensì, una volta di più, messo in evidenza:

• il fatto che noi esuli continuiamo ad essere "usati" a mo’ di clava da una certa destra e da una certa sinistra per randellarsi, a nostro discapito, vicendevolmente;

• la sicumera con cui la ben nota Kersevan propina le sue assurde verità, frutto di "verifiche incrociate", di cui sarebbe veramente interessante poter prendere atto. In realtà – ed è stato un bene – ogni sua parola, anche per chi poco sa, è stata un boomerang per la sua credibilità. Dobbiamo, però, chiederci: "Quanti italiani sono stati in grado di capirlo?";

• la tetragona visione dei fatti del "compagno" Rizzo che, nel sostenere la propria coerenza ideologica, ha accusato suoi ex amici di percorso di revisionismo storico, a ciò indotti dalla necessità di tagliare il cordone ombelicale con il vecchio PCI. Non occorreva ce lo dicesse lui, l’avevamo capito da noi, ma ciò non pregiudica che quel cambiamento sia stato anche indice di intelligenza, maturazione, senso del reale e, in ultima analisi, di onestà di giudizio;

• l’equilibrismo dello storico Pupo, lucido nel definire le dinamiche della storia ma non altrettanto deciso nell’attribuirne le responsabilità e di cui è arduo capire la ritrosia a definire come "pulizia etnica" il genocidio perpetrato contro gli italiani nel periodo ’43-’45, che sarà anche stata "politica" ma che, persino in anni assai più recenti, si è dimostrata essere stata pratica sistemica nell’ormai ex Jugoslavia.

Dalla trasmissione è, però, emersa anche una cosa che deve riempirci d’orgoglio: la composta dignità della nostra gente. È uscita prepotentemente, che non significa rumorosamente, dagli schermi sia per quanto ha riguardato le testimonianze documentali di Graziano Udovisi e Licia Cossetto sia per quanto ha riguardato gli interventi dei nostri rappresentanti in studio ai quali è stato concesso uno spazio assolutamente inadeguato e per i quali non deve essere stato agevole reggere uno spettacolo così sgradevole.

Quanto successo, che non costituisce un’eccezione bensì una costante destinata ad aggravarsi quando, tra un decennio o poco più, noi ultimi testimoni di ciò che è stato saremo scomparsi, dovrebbe indurci a riflettere sul da farsi per evitare il sicuro e definitivo declino, di cui nostalgie e contrapposizioni sono premessa e promessa, ed avviare invece la quarta fase della parabola che ancora ci rimane da percorrere: quella della ricostruzione.

Lo possiamo fare perché abbiamo una solida base da cui partire: la nostra composta dignità che, sin qui percepita all’esterno quasi come una debolezza, dobbiamo voler trasformare in forza perché fondata su una civiltà, una cultura, un’atavica propensione al duro lavoro ed alla civile convivenza; queste, nonostante foibe ed esodo, le ragioni che hanno consentito a noi "andati" di ripartire da zero, di rifarci una vita e di affermarci nella società italiana che, ancorché non ci abbia accolti proprio a braccia aperte, non ci ha osteggiato, ed a quelli di noi che sono "rimasti" di sopravvivere nella società jugoslava, unicamente disponibile a tollerarne la presenza su base ideologica col fine ultimo di assimilarli. In sostanza ciò che dobbiamo volere è ritornare ad essere "popolo". Abbiamo in comune una cultura, una lingua e in un domani ormai prossimo avremo anche un territorio, non esclusivamente nostro – non lo è stato nemmeno in passato – ma sufficientemente aperto, che possono consentircelo. Basta volerlo!

Questa proposta è una visione nuova e per qualcuno comprensibilmente difficile da accettare, però, comunque da affrontare ed approfondire. Per iniziare sarebbe anche opportuno pensare a modalità diverse con cui celebrare lo stesso "Giorno del Ricordo" per trasformarlo, con gradualità, da semplice memoria della sofferenza in dimostrazione d’orgoglio ed inno alla vita.

Silvio Mazzaroli

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