PROVIAMO ANCHE NOI A SPEGNERE I FUOCHI!

Proviamo anche noi a spegnere i fuochi!
Editoriale di Silvio Mazzaroli

Il periodo topico da dedicare alla memoria anche quest’anno è passato. Di quanto occorso nel "Giorno del Ricordo" abbiamo cercato di dare un’informazione completa sulla nostra «Arena» di febbraio, lo facciamo anche su questa e, probabilmente, non essendoci stato spazio per tutto, ci sarà ancora una "coda" nel prossimo numero. Sono successe cose che, indici di cambiamento, ci hanno dato soddisfazione ed altre che hanno rinnovato antiche e mai sopite amarezze. Senza dimenticare è, però, ora il momento di ritornare a guardare con realismo al presente e con un po’ d’ottimismo al futuro.

È notizia di questi giorni che l’adesione della Croazia all’Unione Europea è ormai assodata e diventerà effettiva nel luglio 2013. Con l’approvazione in Parlamento di questo passaggio l’Italia ha, probabilmente, perduta l’ultima occasione per far valere qualche nostro diritto. Non abbiamo potuto e non possiamo farci nulla; cerchiamo almeno di non buttare alle ortiche quanto di buono può darci la situazione che verrà a determinarsi.

Non è che con la caduta dell’ennesimo confine e l’entrata in vigore di un nuovo accordo si spegneranno, come d’incanto, "i fuochi" ancora accesi tra noi ed i nostri vicini. Non è successo con la Slovenia e non succederà nemmeno con la Croazia. Come ha scritto Claudio Magris in un suo articolo, «finché vivranno le generazioni coinvolte nelle violenze inflitte ed inferte e segnate dai risentimenti pressoché inevitabili che esse lasciano nel cuore e nella testa e anche finché vivranno le generazioni che, pur non avendo patito direttamente quel dramma, ne hanno colto l’eco bruciante da chi l’ha vissuto, quel confine invisibile resterà ancora. I pregiudizi, le diffidenze, i complessi di superiorità, inferiorità e persecuzione, sono duri a morire; tendono a continuare anche quando non esiste più la realtà che li ha creati». Lo sappiamo molto bene; ciò che, però, non dobbiamo fare è rassegnarci a subire per sempre questi condizionamenti dello spirito o illuderci che il tempo ed altri risolvano per noi quello che rimane il nostro problema di fondo: sentirci perennemente ESULI.

L’abbiamo sentito dire e letto un’infinità di volte – ed io stesso l’ho detto con convinzione nel mio recente saluto rivolto ai docenti intervenuti al Seminario del MIUR tenutosi a Trieste e rivolto alle scuole – che quella dell’esilio è una condizione dell’anima che non si esaurisce. Questo, però, vale per noi che siamo ormai l’ultima generazione ad aver vissuto più o meno direttamente quel dramma ma non può e, soprattutto, non deve costituire il testimone da passare ai nostri figli e nipoti. Non lo deve essere se non altro perché, memori dell’impegno e dei sacrifici affrontati dai nostri genitori per renderci il meno gravoso possibile l’esilio, dobbiamo dimostrare la stessa generosità nei confronti dei nostri discendenti adoperandoci affinché la memoria di ciò che è stato e che a loro trasmettiamo non perpetui anche in essi tale triste condizione.

Siamo, è vero, dei "terremotati nell’anima" ma il nostro modello di rinascita non deve essere il Belice bensì il Friuli di cui, a ben guardare, noi Istriani siamo stati i precursori; non dobbiamo, in altre parole, starcene a braccia conserte ad aspettare la manna dal cielo bensì darci da fare per cercare di cambiare in meglio le cose. Non abbiamo mattoni da mettere insieme per ricostruire qualcosa bensì un dialogo da riavviare per ritornare a godere della nostra "istrianità". Lo dobbiamo fare perché al di là del confine che domani non ci sarà più non c’è solo ciò che per oltre 60 anni abbiamo avvertito come diverso ed ostile: c’è pure il noto, il familiare, la terra dove siamo nati, i luoghi consueti del nostro vissuto, un paesaggio naturale ed umano che ancora avvertiamo come lo specchio della nostra anima. Tutto questo è già oggi a portata di mano e di più lo sarà domani; dobbiamo volerlo cogliere nel modo migliore e nella misura più ampia possibile.

Ha scritto Lino Vivoda che ce ne siamo andati dal comunismo, abbandonando tutto, per rimanere italiani ma anche, e forse soprattutto, per essere liberi di disporre delle nostre vite, liberi di pensare e di agire con le nostre teste. Abbiamo saputo farlo ieri e dobbiamo saperlo fare oggi liberandoci da pregiudizi, diffidenze, complessi… È il solo modo che ci rimane per ritrovare la nostra serenità e tornare a godere in pieno della nostra vita. Il farlo – almeno questo – dipende solo da noi!

È questa la convinzione – che speriamo sia molto di più che una semplice speranza – che ci ha spinti l’hanno scorso a ritornare a Pola per il nostro raduno ed indotti quest’anno a ripercorrere la stessa via assumendo, peraltro, delle iniziative che, più che in passato, sono volte a dare concretezza alla nostra volontà di provare anche da noi a smorzare, se non proprio ancora a spegnere, i "fuochi".

Silvio Mazzaroli

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