Omaggio congiunto alle vittime degli opposti totalitarismi di Paolo Radivo

Omaggio congiunto alle vittime degli opposti totalitarismi

Il 12 maggio il percorso della memoria e della riconciliazione tra italiani si è snodato fra Capodistria, Strugnano, Terli e Monte Grande

Sabato 12 maggio è stata la giornata "campale" di questo 56° Raduno: è iniziata presto, è finita tardi, ci ha messi a dura prova, ma si è rivelata alquanto produttiva come speravamo.

Insieme all’Unione Italiana e con il sostegno di FederEsuli abbiamo compiuto con sobrietà, compostezza e misura, così come preannunciato su "L’Arena" di marzo, un percorso della memoria e della riconciliazione fra italiani dell’Adriatico orientale in omaggio alle vittime italiane (ma non solo) degli opposti totalitarismi che hanno dominato e insanguinato l’Istria nel ’900. Di comune accordo avevamo previsto quattro tappe attentamente bilanciate: due riguardanti le vittime del titoismo e due riguardanti quelle del nazi-fascismo, due in Slovenia e due in Croazia. Nell’ordine: 1) il cippo posto nel 2005 dal Governo sloveno nel cimitero di Capodistria per ricordare 60-80 delle circa 130 persone i cui resti furono rinvenuti in 11 foibe del Capodistriano; 2) la stele che a Strugnano ricorda i due adolescenti italiani uccisi da una squadra fascista il 19 marzo 1921; 3) la foiba di Terli (Barbana), dove il 5 ottobre 1943 partigiani titoisti gettarono dopo violenze e sevizie civili innocenti della Polesana, 26 dei quali furono recuperati dai Vigili del Fuoco di Pola nel novembre successivo; 4) il monumento che a Monte Grande commemora i 21 detenuti nel carcere di Pola fucilati e impiccati dai nazi-fascisti il 2 ottobre 1944 quale rappresaglia per l’assassinio di un ufficiale italiano delle SS da parte di antifascisti italiani polesi.

L’iniziativa di pacificazione era stata presentata l’8 maggio in una conferenza stampa a Trieste da Silvio Mazzaroli, direttore de "L’Arena di Pola" nonché consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio, e Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana (UI). Erano anche state proiettate immagini delle quattro tappe ed era stato distribuito ai giornalisti l’elenco delle vittime di Terli e Monte Grande.

Mazzaroli, illustrando le singole tappe, aveva sottolineato l’importanza di ricordare assieme le vittime italiane innocenti di ambo i regimi per procedere nel dialogo tra esuli e "rimasti" con il fine ultimo, nel contesto di una ritrovata comunanza, di preservare la lingua e la cultura italiana autoctona in Istria, a Fiume e in Dalmazia. Aveva inoltre auspicato che il nostro omaggio ai caduti di Monte Grande potesse favorire un maggior coinvolgimento dell’amministrazione di Pola nelle cerimonie del 18 agosto in memoria delle vittime dell’altra grande strage cittadina: quella di Vergarolla, che non vorremmo fosse sentita più come solo "degli esuli".

Tremul aveva invitato la Comunità nazionale italiana di Slovenia e Croazia a partecipare all’intero percorso per superare ferite e divisioni che hanno lacerato il nostro corpo umano e sociale, chiedendo scusa per i torti arrecati e offrendo perdono per quelli subiti. Ciò al fine di abbandonare la contrapposizione "noi-voi" passando a un dialogo tra "noi e noi". «Non abbiamo – aveva detto – alcun intento politico, polemico o di riscrittura della storia, che lasciamo agli storici. Non intendiamo nemmeno sostituirci ai capi di Stato, che compiono gesti di riconciliazione tra popoli. Noi abbiamo voluto farlo tra italiani di queste terre, con serenità e trasparenza».

In ognuno dei luoghi simbolo delle tragedie sofferte dal nostro popolo per le follie nazional-ideologiche del ’900 era stata annunciata la deposizione di una corona comune con la scritta su nastro tricolore "Gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia" e la recita di una preghiera, per suggellare in tal modo la ritrovata unità non solo fra i vertici, ma anche fra le rispettive "basi" delle nostre due realtà finora divise.

Mazzaroli e Tremul avevano annunciato che al termine del percorso i rappresentanti di LCPE, UI e FederEsuli avrebbero inviato una lettera congiunta ai capi di Stato e di Governo di Italia, Croazia e Slovenia chiedendo loro di poter conoscere dove giacciono i poveri resti mortali di tutti gli italiani innocenti uccisi dai partigiani jugoslavi durante o al termine della Seconda guerra mondiale nei territori delle attuali Repubbliche di Croazia e Slovenia e, per quanto possibile, di chi si tratta. Ciò allo scopo di poter finalmente, dopo tanti decenni, portare un fiore sulla "tomba" di questi nostri connazionali.

Al termine della conferenza stampa erano intervenuti, lodando l’iniziativa, Licia Giadrossi, presidente della Comunità di Lussinpiccolo aderente all’Associazione delle Comunità Istriane, e l’on. Renzo de’ Vidovich, presidente della Fondazione Rustia Traine ed esponente degli esuli dalmati.

All’intero percorso hanno presenziato, insieme al sindaco Argeo Benco, al direttore Silvio Mazzaroli e ad altri consiglieri e soci dell’LCPE, i presidenti Maurizio Tremul e Rodolfo Ziberna, l’on. Marucci Vascon, esule capodistriana, Fulvio Falcone, consigliere del Libero Comune di Fiume in Esilio, e Amina Dudine, presidente della Comunità degli Italiani (CI) "Dante Alighieri" di Isola, che ha meritoriamente organizzato un pulmino con a bordo 17 soci del sodalizio. A Capodistria e Strugnano hanno partecipato anche i presidenti Renzo Codarin e Lorenzo Rovis, Giorgio Varisco, in rappresentanza del Libero Comune di Zara in Esilio, e Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria (aderente all’Associazione delle Comunità Istriane). A Terli e Monte Grande c’erano invece Renato Cianfarani, console generale d’Italia a Fiume, Furio Radin, deputato della minoranza italiana al Parlamento croato e presidente dell’UI, Fabrizio Radin, vice-sindaco e presidente della CI di Pola, e Giovanni Radossi, presidente del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno.

La mattina del 12 maggio tre pullman sono partiti da Verudella ed hanno raggiunto il cimitero di Capodistria, dove ad attenderli c’era una nutrita schiera di autorità, connazionali e giornalisti. Citeremo: Salvatore Losi, reggente del Consolato generale d’Italia a Capodistria; Alberto Scheriani, vicesindaco di Capodistria, presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità italiana del Capodistriano e preside della scuola media superiore "Pietro Coppo" di Isola; Bruno Fonda, vicesindaco di Pirano; Mario Steffè, presidente della CI di Capodistria e consigliere comunale; Ondina Gregorich Diabatè, vice-presidente della stessa CI e consigliere comunale; Fulvio Richter, presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità italiana del Comune di Capodistria; Gianfranco Vincoletto, presidente della CI di Bertocchi; Maria Pia Casagrande, presidente della CI di Crevatini; Luisa Angelini, preside del ginnasio-liceo italiano "Gian Rinaldo Carli" di Capodistria. Don Renato Podberšič, delegato della Diocesi di Capodistria e Nova Gorica, ha recitato delle preghiere in italiano. Infine Ondina Gregorich Diabatè ha letto, commossa, la Preghiera per le vittime delle foibe, di mons. Antonio Santin.

La tappa successiva è stata la stele che a Strugnano commemora fra gli altri i giovani connazionali Domenico Bartole e Renato Braico. Qui la cerimonia è stata celebrata dal parroco Boris Čobanov, un croato dalmata. Al termine un’esule ha letto una preghiera di suffragio.

I pullman hanno poi ripassato il confine di Dragogna-Castelvenere e proseguito fino all’agriturismo "Krculi", situato nell’omonimo villaggio presso Gimino. Lì i convenuti hanno pranzato tutti assieme. Alcuni si sono conosciuti o hanno approfondito i rispettivi rapporti.

Quindi i pullman sono ripartiti alla volta di Terli, dove li aspettavano autorità, connazionali e giornalisti. Tutti si sono quindi incamminati nella landa carsica verso la foiba, distante un centinaio di metri dalla strada. Il parroco di Barbana, un polacco, ha recitato delle preghiere in italiano seguite dall’Invocazione per le vittime delle foibe, di mons. Santin. Infine Silvio Mazzaroli e Sara Harzarich Pesle, nipote del maresciallo dei Vigili del Fuoco di Pola Arnaldo Harzarich, hanno lanciato nella voragine una corona in memoria delle vittime.

L’ultima tappa del percorso è stata Monte Grande. Anche qui il sacerdote officiante era un polacco: padre Zygmunt, docente al seminario diocesano di Pola. L’omaggio è stato reso sia alle 16 vittime italiane, sia alle 5 istro-croate.

Paolo Radivo

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