IMPRESA SEMPRE ARDUA, LUNGA E CORAGGIOSA IL COSTRUIRE PONTI Editoriale di Silvio Mazzaroli

Impresa sempre ardua, lunga e coraggiosa il costruire ponti

Anche il nostro 2° Raduno "polesano" fa ormai parte del passato anzi, a detta di qualcuno, "della storia", quantomeno della nostra storia. Nonostante il programma fosse particolarmente impegnativo, tutto è "filato liscio". Insomma, è andato tutto bene e sarebbe andato anche meglio se tutti ne avessero colto appieno il messaggio, così come hanno fatto coloro che vi hanno partecipato.

Certamente, anche se ai "soliti noti" ciò dispiacerà, lo hanno colto e sostenuto, avendolo sin dalle prime battute condiviso, i vertici dell’Unione Italiana: Maurizio Tremul, che doverosamente ringraziamo per la fattiva e sincera collaborazione offertaci, e Furio Radin, soprattutto per il senso di responsabilità dimostratoci, avendo disertato un per lui importante impegno internazionale, per presenziare alle tappe "croate", forse le più difficili, del nostro percorso in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi ed alla successiva Messa domenicale. Lo hanno fatto, e lo si deduce dalle cronache degli avvenimenti riportate in altre pagine del giornale, anche altri connazionali d’oltreconfine. Molto meno – e di questo sappiamo bene chi gongolerà, ma va comunque detto per obiettività d’informazione – sembra averlo capito Fabrizio Radin, Presidente della Comunità degli Italiani di Pola e Vicesindaco della Città che, collaborativo per talune iniziative, nei momenti topici del nostro raduno (il percorso del 12 maggio ed il convegno sul prof. Mirabella Roberti) ha palesato un evidente fastidio e, di fatto, ostacolato – lecito pensare che ciò possa essere dipeso dal "conflitto d’interessi" insito nelle sue cariche istituzionali – il corale incontro tra i due corpi separati (esuli e rimasti) della nostra originaria comunità polese. Tra i secondi, però, non sono mancati coloro che ci hanno espresso, in proposito, il proprio profondo rammarico.

È stata senz’altro questa la manifestazione più evidente della perdurante difficoltà di costruire un ponte tra le due "anime" dell’esodo e questo nonostante che, già agli inizi degli anni ’90, una "passerella" in tal senso fosse stata gettata ed afferrata dai presidenti di allora: Lino Vivoda, dell’LCPE, e Olga Milotti, della CI di Pola. Non ci ha, comunque, colti di sorpresa. Sappiamo tutti, infatti, che la solidità di un ponte dipende in primo luogo dalla robustezza e compattezza dei suoi appoggi su entrambe le sponde da collegare e siamo perfettamente consapevoli che gli stessi, ovvero le nostre comunità al di qua ed al di là dell’Adriatico, presentano non poche crepe. Quella manifestatasi, più che una difficoltà, è stata pertanto un’indicazione, per tutti coloro che la pensano come noi, di quanto e dove sia ancora necessario lavorare per aumentare il consenso per un’effettiva ricucitura delle lacerazioni del passato che risulti idonea a preservare l’italianità della nostra Istria se è questo, e per noi lo è, ciò che si vuole.

Obiettivamente parlando, ancorché soddisfatti, non possiamo parlare di un appagamento pieno delle nostre aspettative bensì della consapevolezza di aver fatto un passo importante; ce lo certifica la trattazione che dell’avvenimento hanno fatto i media nazionali e, in particolare, d’oltreconfine. A parte la significativa trasmissione messa in rete a raduno concluso, lunedì 21 maggio, da TV Capodistria (visionabile sul sito http://tvslo.si/predvajaj/meridiani/ava2.137012247/), in corso d’opera ne hanno parlato sia la "Voce del Popolo" che il quotidiano sloveno "Primorske novice". Lo hanno fatto, percependo le emozioni suscitate tra i partecipanti alle nostre iniziative, in termini sostanzialmente positivi anche se, alla fine, qualche commento, improntato a realismo più che a critica, ha fatto riemergere quel substrato di incomprensione e diffidenza che ancora serpeggia tra le nostre genti e che rende meno incisivo il dialogo che con l’impegno di tanti si sta cercando di avviare e consolidare. Silenzio pressoché assoluto ancorché gradito, invece, sulla stampa in lingua croata alla quale le nostre iniziative non hanno evidentemente offerto appigli polemici a cui potersi attaccare.

Da ultimo, alcune considerazioni personali sui due episodi che mi hanno particolarmente colpito nei cinque giorni di permanenza a Pola: l’omelia propostaci durante la Messa da Mons. Staver e quanto dettomi dalla signora Nelida Milani, co-autrice del libro Bora, in occasione della consegna, a lei ed a Anna Maria Mori, della benemerenza Istria, Terra amata.

Le parole rivolteci dall’amico Don Desiderio, quanto mai confacenti ai contenuti del nostro Raduno, erano in sintesi incentrate sul concetto del volersi bene ma anche sull’interrogativo del sino a dove sia lecito spingere il proprio sentimento senza che l’altro se ne approfitti. Il termine usato dall’officiante, "amore", è senz’altro, se rapportato alle circostanze, eccessivo ma può, senza perdere d’efficacia, essere tradotto in "propensione a porgere la mano". Ebbene, nel fare questo gesto di distensione ed amicizia, non ho personalmente alcun timore che "l’altro" ne approfitti; non vedo proprio che detrimento me ne potrebbe derivare. Vorrei anzi che i nostri connazionali ne approfittassero, a loro esclusivo beneficio, per riuscire finalmente, dopo aver avuto la forza di sopravvivere a 45 anni di opprimente regime titoista, a vivere con orgoglio la loro attuale condizione di minoranza; vorrei che lo facessero, magari prendendo ad esempio la prosopopea della minoranza slovena in Italia, anche se mi rendo perfettamente conto dell’enorme differenza che c’è tra il vivere la suddetta condizione in una democrazia, per quanto imperfetta, come quella italiana ed il farlo nelle neofite democrazie slovena e croata che, di certo, non hanno ancora rimosso i condizionamenti mentali, culturali e comportamentali imposti dal passato regime comunista. Spero, e mi auguro, che a volerlo siano anche loro.

Le testuali parole rivoltemi dalla signora Nelida sono state, invece, le seguenti: «Caro Generale, apprezzo quello che state facendo ed ammiro il suo personale coraggio ma mi permetta di dirle che è un illuso». Dette da una persona che sa certamente molto bene ciò di cui sta parlando, queste parole mi hanno fatto riflettere non poco; sono, però, giunto alla conclusione che preferisco essere un illuso piuttosto che un rinunciatario. Le illusioni, infatti, sono originate da idealità che, per quanto al momento non soddisfatte, spingono all’azione ed all’impegno; le rinunce, di contro, sono il risultato di rassegnazione, endogena od esogena che sia, che induce al disimpegno. È un qualcosa che non mi piace affatto, perché "ingessa", quand’anche non "cristallizza", una situazione che mi impedisce di godere in pieno della mia "Istrianità". Non è, pertanto, questo il momento di "tirare i remi in barca"!

Silvio Mazzaroli

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