Due goccioline d'acqua dopo il raduno

Due goccioline d’acqua dopo il Raduno
di Fernando Togni

Una delle definizioni di fatto storico – alla buona, perciò comprensibile da tutti – è: "evento che determini delle conseguenze" (fatto qualsiasi, conseguenze qualsiasi relative ad esso). Quindi, senza la pretesa di passare alla storia, scrivo le quattro parole che seguono per chi non c’era, come per tanti altri cari amici coi quali ho condiviso le piccole ENORMI vicende di quei giorni; e anche per me. Collochiamole dunque nel tempo.

Sono rientrato in casa il 16 maggio 2012 alle 17 dal 56° Raduno nazionale degli Esuli da Pola (ISTRIA) organizzato dal LCPE. Ho bevuto una tazza di tè e poi ho pensato che la cosa migliore fosse un breve totale riposo, o sonnellino che dir si voglia. Mi sono sdraiato sul letto e ho chiuso gli occhi. L’assopirsi dipende – da fisico a fisico – dal grado di stanchezza personale e da altri fattori; di sicuro comunque, per favorirlo, occorre staccare la spina del pensare. In genere, non ho affatto problemi per addormentarmi. Si vede però che ieri quella spina non era disinserita del tutto.

Vi faccio queste descrizioni perché so che gli amici lettori sono pazienti e sto io stesso dando corpo ad esse; ieri invece le vissi: a metà tra realtà e sogno (magnifico quando succede). Nei due piccoli angoli interni degli occhi si stavano formando due goccioline d’acqua leggermente salate, trattenute dalle palpebre abbassate. Non chiedetemi il perché: non lo so, ma cercherò di trovarlo con voi perché mi siete cari, posso fidarmi e, insieme, lo rivivremo condividendo.

È vigilia di festa: "Il sabato del villaggio" del NOSTRO grande Giacomo di Recanati. E dopo il pranzo stiamo andando verso «una depressione carsica sul fondo della quale si apre una profonda spaccatura che assorbe le acque»: così il vocabolario definisce la parola latina fovea. E lì, a Terli, ti inginocchi e, dal profondo di te e della caverna, erompe un sentimento segreto, tenero, misterioso, potente come il colpo d’ala dell’aquila verso il cielo, l’infinito... e intuisci cos’è una delle due goccioline sotto la palpebra: un abbraccio d’amore insopprimibile – nel silenzio più eloquente – che ci unisce ai Morti nostri, che né trattati o federalismi possono impedire. Nessuno potrà rubarcelo MAI; gridiamolo forte, pur se a labbra serrate: il vento è violento ma generoso, avverte l’affinità col nostro urlo e lo porta via per spargerlo sulla Penisola mediterranea e lontano sino ai confini del mondo, affinché lo sentano e capiscano i pronipoti, e lo ricordino nei secoli.

Ora passerò a piccoli cenni di altre emozioni, senza preoccuparmi della loro sequenza; in un quadro d’insieme conta la scossa data da ogni particolare, che traduce poi in sintesi, a ciascuno, l’immedesimazione e la rimembranza personali: astratte certo, ma così vive, cioè vere, sue. Dopo una colazione, a gruppo completo in pellegrinaggio nei dintorni, qualcuno con una fisarmonica attaccò canzoni, e il coro divenne un’esplosione, che si può tradurre solo coi puntini... poiché chi c’era ricorda commosso... e tu che non c’eri l’immagini e, senza accorgerti, stai cantando a mente un ritornello che ti sovviene, con un groppo in gola. Io ero girato di spalle, e non riuscii a deglutire quando scoppiò "Amapola, lindissima Amapola" (nel gioco di parole, naturalmente) che, chissà perché, associai a "Arma la prora, marinaio", che cantavamo col ritornello "San Marco! San Marco!" sull’aria di "Dalmazia, Dalmazia / cosa importa se si muore".

Sono andato a Monte Ghiro con un’amica polesana a portare un fiore, un lume, una preghiera su una tomba di famiglia privata. E mi parve d’avere il petto stretto da catene gelate: erano Morti istriani... all’estero. Atroce!

Ma perché sempre li chiamano "Grandi" quelli che vincono e sempre dicono di essere la parte giusta, però – siedano a Jalta, a Versailles, o in un altro angolo del mondo – con grande sussiego sanno confezionare solo enciclopedie di sporche e ingiuriose chiacchiere per far digerire all’umanità ingiuste e crudeli transazioni, con la spudoratezza di metterle all’insegna dell’autodeterminazione dei popoli?

Ci siamo recati pure a Forte Punta Christo, edificato nel 1863, uno dei tanti facenti parte del sistema di fortificazioni (inutili) costruite intorno a Pola, dopo che divenne la base della flotta militare austro-ungarica. Una giornata di bora, di freddo. Ma abbiamo cantato "Va pensiero" in una di quelle casematte: con tutto il fiato che avevamo nell’anima, dato che all’ultimo momento ci avevano negato con una scusa di farlo in Duomo alla fine della Messa. Senza commenti.

Avete naturalmente inteso che i cenni di questa seconda parte andarono a formare la gocciolina nell’altro occhio del piccolo uomo che credeva di dormire.

Io sono Lombardo, quindi onorato che mi concediate ospitalità nella vostra comunità in occasioni così importanti. Vi confesso però che avrei voluto essere capace di scrivere queste righe nel vostro dialetto: per compensare – con poco ma affettuosamente – quanto avete sofferto. Anche se l’aggettivo primario del nostro popolo è: ITALIANO. Intendo dire: è il fronte unico di lingua, cultura, territorio, tradizioni, cioè la nostra storia, quello che conta oggi, per andare verso una realtà che possa dare inizio alla costruzione di un futuro allargato. Non credo che il passato finisca con noi. In natura è sempre la stessa pianta che continua a rifiorire. È finita un’epoca, non una civiltà. Guardiamo avanti e continuiamo su questa strada. Se non vogliamo che siano sempre I GRANDI (?) a fregarci e portarci dove vogliono, abbiamo solo noi stessi: da realizzare e da unire (non dividere) per trovarci come Nazione a partecipare con le altre onestamente a consessi maggiori. Bisticciarci e dividerci è la cosa principale che tutti i detentori del potere lasciano fare, perché finisce sempre col favorire i loro interessi. E il passar per stupidi è anche offensivo. Sarebbe colpevole che i nostri discendenti, alcune generazioni dopo, dovessero giudicarci deboli. L’abbiamo già fatto per quattrocento anni: infatti siamo indietro.

Ecco perché considero che i vostri Raduni non possano più essere solo incontro di Esuli, ma un riabbracciarsi di amici istro-veneti, friulani, giuliani, fiumani, dalmati per cantare il passato e programmare non contrasti ma azioni costruttive degne della civiltà e delle qualità che avete: per voi e per la Patria Italia. E l’Italia siamo TUTTI NOI.

Il Poeta abruzzese – anche per sue personali vicende – chiamò "amarissimo" l’Adriatico nord-orientale. Se con fede e tenacia riusciremo nel tempo a trasformarlo in acqua soltanto salata, egli pure sarà contento.

Il Mondo di oggi, questa Umanità hanno estremo bisogno d’Amore, di sincero buon volere. L’amore è un sentimento forte, non una debolezza. E quando luminosi sentimenti coinvolgono spirito, mente e volontà umani, essi si traducono nel collante dell’esistere, non in biada retorica.

Fernando Togni

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