18 agosto 1946 di Regina Cimmino

18 agosto 1946

18 agosto 1946, una calda giornata d’estate, una manifestazione per ricordare l’anniversario della fondazione della “Pietas Julia”, Società per le Attività Marinare, con grande partecipazione della cittadinanza.
Io mi trovavo allo stabilimento di Stoia, la più bella delle piccole insenature per il “bagno”. Dalle mie parti si diceva “vado al bagno”, perché si passava una gioiosa giornata in acqua, fra tuffi e nuotate. Ero distesa nella pineta, dove i pini toccano il mare e il profumo delle erbe – lavanda, maggiorana, timo, origano, salvia, rosmarino, “pelin” – formano un compendio con l’acqua salata. E per sempre mi sono rimasti dentro quegli odori, per cui non esiste un altro mare. Alla punta estrema di Stoia, bagnati dal mare aperto c’erano i lastroni: la bianca pietra d’Istria, quasi scolpita, quasi le bianche scogliere di Dover.

Improvvisamente la terra ha tremato: ho alzato gli occhi e ho visto un’enorme colonna di fumo, forse ho visto qualche corpo in alto. In linea d’aria ero vicinissima.
A Stoia ero in colonia, organizzata dal G.M.A., ci accompagnavano al mattino, ci riportavano nel tardo pomeriggio. Quel giorno non si capiva più niente, non ci veniva detto molto. Solo al ritorno, di solito si facevano i cori, ci fu detto di osservare il massimo silenzio. Capimmo che era successo qualcosa di orribile.
Quanti di noi ancora una volta, ancora come nella peggiore delle guerre, avevano perso una persona cara?
In quello che fu un attentato, in quanto per esplodere le mine dovevano essere innescate, morirono centodieci persone, forse anche un soldato del G.M.A.. Quante morirono in seguito per le ferite riportate, non so chi ne abbia tenuto il conto. Quella che si era preannunciata come una festosa giornata d’estate per troppi fu veramente l’ultima estate: per chi morì e per chi scelse l’Esodo. E non eravamo tutti fascisti, come spesso veniamo etichettati, se non nella stessa misura delle altre città italiane. Ma quello scoppio, nove tonnellate di tritolo, spinse anche i più indecisi ad andarsene. Pola contava trentacinquemila abitanti, ne rimasero duemila.

Su quelle mine la gente stava seduta, appendeva i vestiti, riparava alla loro ombra le merende. Sentii raccontare che un uomo interamente vestito all’improvviso gridò: «Scampé, scampé che s’ciopa!» (Scappate, scappate che scoppia). Molti si alzarono e furono investiti dallo spostamento d’aria. Fecero il possibile per ricomporre i corpi, i gabbiani volavano in cielo con osceni brandelli nel becco, i soccorritori trasportarono masse informi di resti umani che tremavano come gelatina, qualche corpo finì in mare e per il resto di quell’estate nessuno mangiò pesce.
Più che lo scoppio, che per puro caso non toccò la mia famiglia, mi sconvolsero i funerali: tante bare su tanti camion militari, coperte dal tricolore e dal silenzio di una città in ginocchio, in ogni senso. Un silenzio che si poteva toccare. Io lì, muta a guardare. Col terrore che qualcosa accadesse ancora. Non ho ricordo di un fiore. Eppure c’erano. Solo per due bare ci fu un funerale privato: per i due figlioletti dell’eroico medico che, pur sapendo di aver perso i due figli, il fratello, la cognata e una nipotina, non lasciò l’ospedale, operando e curando i feriti, per ventiquattro ore di seguito. Lui aveva deciso di rimanere a Pola. Come medico tutti erano suoi pazienti: di qualsiasi razza, di qualsiasi idea politica. Dopo la strage lasciò la città, disse di non volersi trovare un giorno a curare gli assassini dei suoi figli. Gli fu concessa la medaglia d’argento al valor civile. Nei miei ricordi di bambina riaffiora una frase: «In un bara ci sono solo i giocattoli». Al mio primo ritorno a Pola, dopo ventisette anni, quel che mi colpì fu ritrovarla come l’avevo lasciata: in una sorta di immobilismo, avevano spianato solo le macerie, era come fosse morta.

Mi lasciava in uno stupore irreale, ma alla fine, se pur dolorosamente, ero contenta: potevo ritrovare tutto, quasi tutto, in quelle strade, in quelle pietre fino alle pinete, fino al mare, il mio mare. Mi colpiva la mancanza di bambini, di giovani, quelli che incontravo erano tutti in divisa. Mi recai in visita al Cimitero, nell’entrare una donna mi disse di portare dei fiori, io risposi di non aver tombe su cui lasciarli. Chissà dov’era finita la croce di legno del nonno, ma la donna mi invitò ancora a prenderli e a lasciarli su una tomba qualsiasi: «In tanti fanno così».
Entrai nel cimitero alto sul mare, dopo pochi passi scorsi la tomba di due fratellini e il cuginetto morti a Vergarolla, poco distante un’altra raccoglieva le spoglie di ventisette persone di tutte le età, sempre morte quel 18 agosto 1946. Mi riscoppiò dentro tutto l’orrore di quel giorno: allora era tutto vero, non è un incubo che ho portato in me e ingigantito nel ricordo! Lasciai i poveri tulipani che ormai avevano reclinato la corolla, senza cercare l’acqua, uscii in fretta. Non mi riuscì di mormorare una preghiera.
Regina Cimmino

(da Quella terra è la mia terra Istria: memoria di un esodo, ed. Il Prato, Padova)
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