Gli antifascisti omaggiano le Vittime di Vergarolla

Gli antifascisti omaggiano le Vittime di Vergarolla
di Paolo Radivo

L’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti (ACAA), la Regione Istriana e la Città di Pola hanno compiuto in pochi giorni notevoli passi avanti sulla strada della pacificazione non solo fra croati e italiani, ma anche fra favorevoli e contrari alla Jugoslavia, fra residenti ed esuli. L’occasione in cui lanciare segnali di apertura e riconoscimento delle sofferenze altrui sono state le cerimonie ufficiali per il «65° anniversario della fine dell’amministrazione militare anglo-americana». Già tale formula neutra rende bene lo sforzo di moderazione compiuto, specie se consideriamo che solo cinque anni fa, il 15 settembre 2007, era stato celebrato in pompa magna all’Arena il 60° dell’«unione dell’Istria, di Fiume, di Zara e delle isole alla Croazia», con gigantografie di Tito e bandiere rosse “dotate” di falce e martello. L’allora presidente della Repubblica Stipe Mesić aveva pronunciato un aggressivo discorso nazionalista anti-italiano, seguito dai rappresentanti sia istituzionali sia dell’ACAA istriani e quarnerini.
Stavolta invece si è cambiato completamente registro: nessun mega-raduno interregionale per celebrare l’annessione alla “Madrepatria” nel luogo simbolo della romanità polese, bensì varie cerimonie composte e di carattere solo locale, clima disteso, spirito pacifico, maggiore volontà di comprendere il passato e le ragioni dell’altra parte.
Venerdì 15 settembre Raul Maršetič, ricercatore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno e vice-presidente della Società Storica Istriana, ha tenuto, presso la Casa degli Antifascisti in via Emo, una seguitissima conferenza su Pola al tempo del Governo Militare Alleato con proiezione di foto d’epoca. L’aver affidato a un giovane storico istriano di nazionalità italiana non imputabile di titoismo il compito di illustrare quel controverso periodo in modo oggettivo è un fatto insolito che testimonia il mutato approccio.
La mattina di lunedì 17 settembre una ristretta delegazione della Città di Pola, della Regione Istriana e dell’ACAA polese ha deposto in quattro luoghi simbolo corone d’alloro con garofani rossi e due nastri tricolori: uno blu, bianco e rosso con i nomi dei soggetti dedicanti in croato, l’altro verde, bianco e rosso con gli stessi nomi in italiano.
Queste le tappe:
1) il monumento, eretto nel 1999 al cimitero di Monte Ghiro dall’ACAA e dalla Città, composto da sei cippi verticali riportanti nella corretta grafia tutti i polesi (perlopiù italofoni) morti nella lotta di liberazione, nei campi di sterminio nazisti, nella guerra di Spagna (1936-39) e per mano fascista (1920-23);
2) il cippo che in via Dignano commemora gli operai Lino Mariani, Mario Lussi e Antonio Salgari, uccisi dalla Polizia Civile il 3 gennaio 1947 mentre tentavano di impedire l’asportazione e il trasporto in Italia dei macchinari aziendali del Mulino Sansa;
3) il grande monumento ai «Combattenti della lotta popolare di liberazione e alle vittime del fascismo (1941-1945)» nel Parco Tito, presso Piazzale Carolina;
4) la stele che ricorda le Vittime di Vergarolla e la lapide in memoria del dottor Geppino Micheletti nel parco a fianco del duomo.

Le prime tre tappe erano prevedibili perché consuete. Non così la quarta, che è una novità assoluta. Per la prima volta gli ex partigiani e gli antifascisti filo-jugoslavi hanno omaggiato sia i loro concittadini dilaniati dalle mine sia il medico che curò i feriti malgrado il lutto. Informati di questa lodevole intenzione, i consiglieri del Libero Comune di Pola in Esilio Silvio Mazzaroli (direttore de “L’Arena di Pola”) e Paolo Radivo hanno voluto presenziare ufficialmente a tali cerimonie dimostrando con ciò l’apprezzamento del nostro sodalizio per tale svolta storica. Del resto gli Esuli polesani hanno sempre imputato la strage di Vergarolla solo l’OZNA e mai genericamente ai propri concittadini sostenitori della Jugoslavia.
Dopo aver deposto una corona ai piedi del cippo, i rappresentanti dell’ACAA, della Città di Pola e della Regione Istriana si sono inchinati: un gesto simbolico non scontato di particolare valore dopo decenni di silenzio e rimozione. Livio Blašković, presidente della sezione polese dell’ACAA, ha espresso sincera pietà verso le «oltre 60 vittime innocenti» (tra cui «molti bambini, donne e anziani») di quella «esplosione», che ebbe grande importanza nella storia di Pola ma che «rimane un fatto avvolto in un grande mistero», benché esistano «diverse spiegazioni teoriche» e si sia puntato il dito contro gli antifascisti. Blašković si è richiamato ai discorsi in Arena dei presidenti Josipović e Napolitano compiacendosi dei migliorati rapporti italo-croati. Fabrizio Radin ha ringraziato l’ACAA per questo atto spontaneo. «In tal modo – ha commentato – noi rispettiamo a pieno il messaggio mandato dai due presidenti croato e italiano all’Arena e continuiamo sulla strada del rispetto reciproco e della conciliazione». Un trombettiere ha quindi suonato il silenzio. Il vice-sindaco ha poi confermato che l’intitolazione del parco alle “Vittime di Vergarolla” avverrà prima del 2 novembre.
In tarda mattinata si è svolta all’ex Teatro Ciscutti (ora Teatro Popolare Istriano) la seduta solenne dell’Assemblea dell’ACAA di Pola nel «65° anniversario della fine dell’amministrazione militare anglo-americana». La scenografia era sobria: a sinistra del palco campeggiavano in alto le bandiere croata, istriana, polese e italiana, mentre a destra in basso quella croato-jugoslava, quella italiana con la stella rossa e quella polese. Dietro c’era un busto di Tito in grandezza naturale. Le diciture proiettate sul grande schermo erano bilingui. La presentatrice, parlando sempre sia in croato che in italiano, ha prima letto il breve messaggio del presidente della Repubblica Ivo Josipović e ha poi spiegato che l’ACAA, con questa iniziativa, intende «commemorare la storia dell’antifascismo polese e rinnovare il ricordo partecipe di un’epoca tra le più tragiche per la storia della nostra città e per i suoi abitanti, quando nonostante la vittoria sul nazi-fascismo ottenuta sul campo non si realizzarono completamente le aspirazioni libertarie e venne introdotta l’amministrazione anglo-americana».
Tutti i successivi oratori si sono espressi in toni pacati, senza qualsivoglia accento anti-italiano.
Livio Blašković ha fatto in croato una retrospettiva storica: dalla lotta partigiana, che – ha detto – vide assieme croati e italiani nella “fratellanza e unità”, dalla prima “liberazione” al periodo del GMA, criticato soprattutto per lo scioglimento dei “poteri popolari” e la repressione compiuta della Polizia Civile, dalle manifestazioni di piazza pro Jugoslavia allo scoppio di Vergarolla, dall’uccisione dei tre operai del Mulino Sansa all’Esodo e all’inizio dell’amministrazione jugoslava.
Adriano Ruiba, vice-presidente dell’ACAA polese, ha sintetizzato in italiano i precedenti concetti, sottolineando la disoccupazione e le difficoltà economiche nel periodo alleato e ricordando che i problemi confinari tra Italia e Jugoslavia furono definitivamente risolti solo con Osimo.
Il sindaco Boris Miletić ha letto un intervento molto meditato, con alcune parti in italiano. Questi i passi più significativi.
«[…] invece di avviare il processo di pacificazione e promuovere lo sviluppo economico, il confronto e la divisione degli abitanti cresceva poiché sia le forze pro-jugoslave sia quelle pro-italiane cercavano di attirare a sé quanti più abitanti, in particolare fra la classe operaia. Non ci dovevano essere persone neutrali e la città si divise in due parti inconciliabili».
«La vita in città era dura. […] la disoccupazione a Pola era ancora più sentita poiché gli impianti industriali erano stati distrutti gravemente dai bombardamenti alleati nel 1944 e 1945, quando furono rase al suolo molte case di abitazione, lasciando i loro abitanti senza tetto».
«Sia per tali circostanze di vita, sia per la sfiducia in un positivo esito della Conferenza di Parigi, già nella primavera 1946 una parte della popolazione iniziò un esodo non organizzato dalla città verso l’Italia. […] Tutto ciò iniziò a diffondere maggiormente l’idea dell’esodo, che fu fortemente promossa da varie organizzazioni e dai relativi organi di stampa, e poi anche dai rappresentanti ufficiali dello stato italiano. Con questo obiettivo si costituì anche un Comitato per l’esodo. La politica di intimidazione dei cittadini con il pericolo slavo e comunista, con la costante affermazione secondo cui per gli italiani non ci sarebbe stata vita in uno stato jugoslavo, mostrò i suoi risultati e tutto ciò indusse un maggior numero di polesi all’esodo. Per molti indecisi uno stimolo decisivo che li condusse alla scelta finale fu la paura causata dalla mai chiarita tragedia accaduta a Vergarolla nell’agosto 1946, quando per un esplosione morirono più di 60 polesi».
«L’esodo massiccio e organizzato della maggioranza dei polesi nell’inverno 1946-47 lasciò dietro a sé vie e piazze quasi vuote, ma anche un grande vuoto in tutto ciò che fa di una città una città. Fino al 15 settembre 1947, quando l’amministrazione militare alleata dovette consegnarla alle autorità jugoslave, dalla città fu portato via tutto ciò che si poté».
«Il primo sindaco, Francesco Franjo Neffat, si trovò coi propri collaboratori davanti a un compito molto difficile: rivitalizzare una città agonizzante. Una città che solo formalmente veniva definita città, una città rimasta senza il 90% della popolazione, senza tutti o quasi tutti gli ingegneri, i medici, gli insegnanti, senza i panificatori, i commercianti, i barbieri...».
«Nonostante tutto la città non morì. A Pola iniziarono ad arrivare nuovi abitanti sia dai dintorni sia da luoghi molto lontani. Le vie e gli edifici si ripopolarono relativamente presto, ma dovevano trascorrere decenni per far sì che i nuovi abitanti si ambientassero a Pola, perché vi nascessero i loro figli che avrebbero sentito Pola come propria».
«La costruzione e la ricostruzione dello spirito e della mentalità cittadine è stato un processo di lunga durata; grande è stato il peso della ricostruzione delle infrastrutture industriali e comunali. Di converso i polesi che se ne sono andati hanno conservato nei loro ricordi una Pola che non esiste più».
«Oggi registriamo la richiesta di un nuovo inizio. Facciamo questo con un aperto e sincero confronto sui difficili momenti del passato della nostra città, che hanno lasciato profonde cicatrici nella città e nella gente».
«È arrivato il tempo della riconciliazione e del dialogo, del rispetto, della considerazione e della comprensione reciproche, cosa che in modo reale e simbolico è stata sostenuta dai presidenti croato, italiano e sloveno con i loro incontri, promuovendo un nuovo spirito nei rapporti fra i tre stati che vivono in questi spazi».
Valerio Drandić, amministratore generale della Regione Istriana, ha ripercorso in croato quegli anni e ringraziato in italiano «tutti coloro in Istria che hanno contribuito alla convivenza armoniosa di tutte le sue genti e alla costruzione civile, libera e pacifica ma nel contempo anche multietnica della Regione Istriana, di cui tutti siamo fieri».
Tomislav Ravnić, presidente regionale e vicepresidente nazionale dell’ACAA, ha richiamato alcuni avvenimenti storici, ribadito il valore della lotta antifascista e giudicato positivamente l’incontro fra i presidenti Josipović e Napolitano.
Sono infine stati proiettati due documentari espressione delle opposte interpretazioni della storia dell’immediato dopoguerra: Istina o Puli (La verità su Pola), prodotto dalla Jadran film, che racconta in lingua serba con toni propagandistici la vita in città fra il marzo e il maggio 1947 senza nascondere l’Esodo ma evidenziando il trasporto in Italia di macchinari industriali, e Pola addio, realizzato dall’Istituto Luce nel marzo 1947 e mai trasmesso in Croazia. «Pola – ha spiegato con inattesa obiettività la presentatrice – sta morendo, i polesani hanno abbandonato la propria città, anche se speravano fino all’ultimo momento che ciò non sarebbe successo. Bisogna andare via, bisogna affrettarsi, fare tutto in tempo, portare via tutto quello che si è in grado di portare, con la speranza di potersi costruire una nuova casa in Italia. Gli esuli di Pola attraverseranno le acque dell’Adriatico, ma la speranza rimane sempre viva, perché il mare può anche unire le genti delle due sponde, non necessariamente dividerle». Al termine della proiezione di Pola addio si è levato uno spontaneo applauso: ulteriore segno inequivocabile dei tempi che cambiano.
L’Assemblea è stata inframmezzata dalle esecuzioni canore dei cori “Lino Mariani” e “Matko Brajša Rašan”, accompagnati dall’Orchestra di fiati cittadina. Alcuni danzatori della società “Uljanik hanno inoltre ballato in costume tradizionale.
Paolo Radivo
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