Riunire esuli e “rimasti” per dare un futuro all’italianità nell’Adriatico orientale

Riunire esuli e “rimasti” per dare un futuro all’italianità nell’Adriatico orientale

«…Il fascino e la maledizione della Mitteleuropa consistono nella struggente e feroce incapacità di dimenticare, nella puntigliosa memoria che protocolla tutto e rilegge ogni giorno il verbale dei secoli, desiderosa di vendicarsi delle sconfitte subite nella guerra dei Trent’anni con la stessa intensità passionale dedicata alle vicende della Seconda guerra mondiale».
C. Magris, L’infinito viaggiare, Milano 2005

Lo scorso 12 maggio l’Unione Italiana, il Libero comune di Pola in esilio e la Federazione degli esuli hanno voluto porgere, nell’ambito di quello che è stato definito un “percorso della memoria e della riconciliazione”, un omaggio alle vittime italiane degli opposti totalitarismi nelle nostre regioni. Un importante segnale di riconciliazione e di dialogo rivolto alla costruzione di un comune futuro europeo.
Sono stati toccati quattro luoghi simbolo della violenza e della disumanità generati dalle guerre, dai totalitarismi, dalle contrapposizioni ideologiche e dagli odi nazionali, con tappe al Cimitero di Capodistria, al monumento che custodisce le spoglie di centinaia di vittime di esecuzioni sommarie attuate durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, a Strugnano, per ricordare il sacrificio di un gruppo di ragazzi uccisi nel 1921 dai fascisti, alla foiba di Terli, nei pressi di Barbana (ove furono recuperate e identificate 26 vittime, fra cui diversi antifascisti, le tre giovani sorelle Radecchi e il nonno dell’attuale amministratore delegato della Fiat Marchionne), e al monumento alle vittime del terrore fascista di Montegrande, a Pola.

Un’iniziativa “storica”, un atto simbolico di straordinaria importanza morale, etica e civile soprattutto per gli italiani di queste terre, intesa quale insostituibile punto di riferimento di un ineludibile e atteso processo di ricomposizione fra “andati” e “rimasti”.
Perché la scelta di questo “percorso”, quale la sua valenza “innovativa”, il suo significato di “rottura” rispetto alle barriere, agli antagonismi ideologici e politici, alle rigide divisioni del passato? Perché riteniamo sia così importante per costruire un futuro possibile in quest’area, oltre che per avviare una riflessione sul pesante retaggio di sofferenze della nostra storia?
E, soprattutto, perché riteniamo che quest’atto simbolico, il primo in assoluto compiuto dai rappresentanti delle due componenti, sinora divise, dell’italianità “strappata” di queste terre, sia essenziale per condividere un progetto che, senza dimenticare, ci faccia superare definitivamente le ferite del Novecento, e ci consenta di concepire, con la ricomposizione delle nostre genti, un destino comune? L’impegno congiunto in difesa della presenza italiana nell’Adriatico orientale, del patrimonio culturale, civile e storico della nostra comunità non può che passare attraverso un indispensabile processo di ricomposizione fra le due “anime” dell’italianità di quest’area.
Questo progetto di difesa delle radici e di un’identità comune, la parziale “ricostruzione” e “ricucitura” della nostra “Heimat”, di una piccola patria nel nostro territorio d’insediamento storico, dipende, in buona misura, oltre che dalla ricomposizione civile, culturale e politica, anche da un processo – che appare particolarmente difficile, lento e complesso – di riconciliazione storica fra “andati” e “rimasti”.
Parlare di riconciliazione significa ammettere, sotto molti aspetti, che la comunità italiana in queste terre è stata funestata e divisa, nel passato, in particolare durante e dopo la seconda guerra mondiale, e in generale nel periodo dei totalitarismi (fascismo, nazismo, comunismo), da quella che è stata una palese, o, a tratti, latente “guerra civile” (la “stasis” dei greci). Una guerra di “italiani contro italiani”, che si è intrecciata e sovrapposta a quella, più ampia e articolata, dei durissimi confronti nazionali, ideologici, politici e di classe che hanno segnato profondamente la storia sociale e civile di quest’area. L’analisi proposta dallo storico Claudio Pavone sulla resistenza italiana vista anche come “guerra civile”, si ripropone qui, sia pure con i suoi limiti, anche alla nostra dimensione regionale e, in particolare, alle divisioni politiche, ideologiche, militari, alle dolorose scelte di campo che hanno lacerato la comunità italiana dell’Adriatico nord-orientale.
L’obiettivo, com’è stato più volte sottolineato dai rappresentanti delle associazioni che hanno voluto avviare questo primo “percorso della memoria e della riconciliazione”, è quello di superare le barriere ancora presenti fra “Noi” e “Voi”, per definirci finalmente e riconoscerci come “Noi” e “Noi”, un popolo unito, una sola comunità.
La riconciliazione è stata avviata – e si sta faticosamente compiendo – per iniziativa di persone non più oberate dal peso e dalle lacerazioni del passato; da chi, obiettivamente, non ha né può avere alcuna colpa per i traumi e le lacerazioni causate dalle guerre, alcuna responsabilità per le sofferenze inflitte dalle storture delle ideologie e delle contrapposizioni politiche. Il dialogo e il riavvicinamento, nello spirito della ricerca di un comune futuro, è soprattutto frutto della volontà delle seconde e terze generazioni, o meglio di una loro “illuminata” minoranza, divenuta consapevole dell’importanza e della necessità di ricostruire, laddove possibile, per la nostra comunità, un’unità civile e nazionale perduta.
Ma per quale motivo proprio chi non ha alcuna responsabilità per le lacerazioni del passato si sta facendo carico della necessità di avviare un “percorso di riconciliazione”; chiedendo simbolicamente “scusa” per i torti vicendevolmente inflitti, o concedendo perdono per le sofferenze subite?
La riconciliazione è soprattutto un atto di coscienza; la consapevolezza di dover riconoscere pienamente la memoria degli altri, il portato delle sofferenze di chi, proprio a causa di queste, è stato diviso da noi, e come noi ha subito la dispersione e la frattura di una comunità nazionale. Non si tratta di cancellare con un colpo di spugna responsabilità individuali che comunque rimangono, ma di prendere coscienza, proprio perché estranei e innocenti, del peso di un’eredità storica, del fatto che comunque, come posteri, abbiamo il dovere di fare i conti con gli errori, le scelte – giuste o sbagliate – di chi ci ha preceduto, con le tracce, i solchi lasciati dal nostro passato. Il punto non è quello di assumere “colpe” che non abbiamo: ma di interrogarci profondamente sulla nostra storia, capire le ragioni degli altri, degli eredi di chi, per varie ragioni, è stato costretto a schierarsi su un “fronte opposto”, a compiere scelte che hanno costretto a dividerci e, che, per molti aspetti, continuano, trasmettendosi assurdamente su un piano generazionale, a separarci anche oggi.
Le diverse memorie, soprattutto se contrapposte, non possono essere ”condivise”; esse però possono divenire oggetto di reciproco riconoscimento, di legittima e rispettosa considerazione. Quello che alla fine si dovrebbe condividere, quale traguardo di un processo di riconciliazione umana, nazionale e civile, è il rispetto della memoria dell’altro. E proprio per questo è giusto, come è stato fatto a Pola, Capodistria, Terli e Strugnano, che le “memorie” restino distinte”; che i monumenti, i cippi e le targhe onorino, ciascuna, “quelle” vittime, ricordino delle specifiche sofferenze. L’importante è il loro reciproco riconoscimento, il rispetto del dolore degli “altri”, la legittimazione, per tutti, del loro significato universale.
Va aggiunto inoltre che la “memoria”, intesa non come semplice ricordo, ma come coscienza del nostro passato, matura, si evolve, si trasforma. La riconciliazione – presupposto di ogni ricomposizione – è il risultato di questa maturazione, del costante, laborioso, difficile, reciproco rapporto della nostra coscienza con l’eredità della storia. Ricordiamo, a questo proposito, il grande gesto compiuto il 7 dicembre del 1970 dal cancelliere tedesco e premio Nobel per la Pace Willy Brandt quando si inginocchiò, in quanto appartenente al popolo tedesco (da antifascista e socialdemocratico), al monumento che ricordava le vittime del ghetto di Varsavia.
L’omaggio porto, per la prima volta, insieme, dai rappresentanti dell’Unione Italiana e di una parte cospicua delle Associazioni degli esuli, alle vittime degli opposti totalitarismi è stato l’inizio di questo comune processo di maturazione. Da qui lo straordinario valore di questo gesto simbolico compiuto da chi, scevro da responsabilità di qualsiasi tipo, si è fatto invece carico, con un gesto di umana pietas, del peso della storia, della sua difficile e spesso ingombrante eredità. Con la consapevolezza che solo chiedendo e concedendo simbolicamente perdono per colpe o errori commessi da altri, ma che comunque continuano a gravare sul presente e dunque sulla nostra coscienza, si potranno superare gli ostacoli e le lacerazioni che continuano a dividere il nostro popolo, la comunità italiana dell’Adriatico orientale.
Condividere il rispetto delle esperienze e riconoscere la memoria degli altri, prendere atto dell’esistenza di una memoria e di un’identità plurale e complessa è il primo, indispensabile atto di un processo di “pacificazione”; un passo importante verso il superamento definitivo di quell’inaccettabile, e latente “guerra civile“ che ha lacerato l’unità degli italiani di queste terre e, in generale, segnato i rapporti fra le componenti sociali, nazionali, politiche in quest’area.
Avevamo un debito morale che altri ci hanno accollato. Da incolpevoli, ma consapevoli del danno che esso ha provocato e potrebbe continuare a produrre nel futuro, abbiamo cercato di estinguerlo. Qualcuno lo doveva fare: dovevamo “pulire”, “sgravare” la nostra storia dei dolorosi orpelli causati dall’inclemenza del passato, liberarci dai rancori e dalle divisioni, dai pregiudizi accumulatisi e incrostatisi nel tempo. Forse, anzi, sicuramente non basta: ma lo abbiamo fatto. E ciò oggi ci consente, forse, di costruire faticosamente – consapevoli del poco tempo rimastoci – un nuovo percorso comune rivolto al futuro.
Non mancano le possibili obiezioni. Molti affermano che la riconciliazione, di fatto, fra “andati” e “rimasti” sia già avvenuta da tempo: le divisioni e le fratture non ci sono mai state fra la gente, le persone semplici, la gran parte delle nostre componenti, tra i familiari che hanno sempre continuato a coltivare rapporti, amicizie, a condividere valori ed esperienze. Le contrapposizioni hanno riguardato, semmai, i vertici “politici” delle rispettive organizzazioni; le “élites” rappresentative che ora, tardivamente, propongono l’inutile “liturgia” politica di una “riappacificazione” già avvenuta.
Altri ribadiscono che la riconciliazione non serva, perché l’evolversi dei tempi l’avrebbe di fatto superata e resa inutile, altri ancora sono convinti che essa non sia obiettivamente possibile; ciò che è stato non può cambiare e ciascuno deve rassegnarsi a rimanere ostaggio dei propri lutti, delle proprie memorie, delle proprie sofferenze. Vi è inoltre chi ritiene che essa non abbia senso per le giovani generazioni, distanti ormai anni luce dagli eventi che ci hanno diviso. Impossibile, assurda, inutile, già avvenuta: la riconciliazione può evidentemente essere vista sotto angolature diverse.
Ma resta un punto: la storia quando smette di insegnare – e spesso lo fa – si accanisce contro i suoi figli; se gravata dall’inutile peso dei pregiudizi, delle memorie contrapposte, può travolgerci come una valanga. Noi abbiamo il dovere, soprattutto nei confronti di chi verrà dopo di noi, di confrontarci con le “tossine” contenute nelle nostre memorie, di riflettere assieme sul nostro passato per rielaborarlo criticamente. Un compito che ciascuno deve fare per la sua parte e che, laddove possibile, è bene possa essere svolto insieme dalle due componenti divise dell’italianità di queste terre.
Negli ultimi due anni abbiamo avuto la fortuna di assistere ai primi grandi “gesti simbolici” di riappacificazione e riconciliazione compiuti dai Capi di Stato italiano, sloveno e croato. Di straordinaria valenza è stato l’incontro del 13 luglio del 2010, a Trieste, quando i presidenti dei tre Paesi hanno partecipato al concerto della pace del maestro Muti e ad un atteso percorso delle memoria sui luoghi delle sofferenze, dei torti fatti e di quelli subiti dai rispettivi popoli nel corso del Novecento. Un cammino che poi è proseguito il 3 settembre del 2011 a Pola, quando i presidenti croato Josipović e italiano Napolitano hanno letto la storica dichiarazione congiunta sui rapporti passati e le prospettive future delle due nazioni, ribadendo il ruolo insostituibile e centrale della comunità italiana. Ricordiamo che un’analoga iniziativa era stata avanzata, tra gli altri, nei primi anni Novanta dal sindaco di Trieste – poi presidente della Regione FVG – Riccardo Illy (che nello specifico aveva proposto di inaugurare, a Trieste, alla presenza dei Capi di Stato, un monumento alle vittime di tutti i totalitarismi); l’idea allora, per vari motivi, era stata accantonata, segno che i tempi non erano ancora maturi.
Senza questi importanti avvenimenti di straordinaria valenza simbolica, politica e morale non sarebbe stato possibile immaginare l’iniziativa promossa congiuntamente lo scorso maggio, a Pola, Capodistria, Terli e Strugnano, dall’organizzazione della minoranza e da quelle degli esuli.
Con la loro azione simbolica i capi di Stato si sono fatti interpreti di un doveroso atto di riconciliazione e di dialogo fra i popoli. Gli esponenti delle nostre strutture rappresentative hanno invece voluto proporre un’iniziativa tesa a favorire la riappacificazione e la ricucitura degli antichi strappi fra gli italiani di queste terre, ribadendo la necessità di ricomporre le basi di una comune identità per garantire la continuità futura di un’italianità che rischia di scomparire.
Ma questi gesti comuni di alto valore simbolico, oggi, sono sufficienti? Sono indispensabili; ma è inutile nascondere che non possono bastare. Si tratta solo dei primi, significativi passi di un lungo e difficile cammino.
È importante che a questi seguano altre importanti iniziative. Dall’organizzazione di convegni di studi, promossi congiuntamente dalle organizzazioni degli esuli e della minoranza, all’avvio di progetti europei comuni nel campo degli studi storici, della valorizzazione delle memorie, del recupero e l’approfondimento delle tradizioni comuni, della cura e del rilancio dei tratti di un comune patrimonio civile, culturale e sociale.
Gli atti simbolici, per consentirci di costruire un futuro, hanno bisogno ora di essere sorretti da un grande progetto comune. Un sentiero ideale che, attraverso l’avvio di iniziative e, perché no, la costituzione di istituzioni culturali, economiche e strutture organizzative comuni, ci consenta di attuare un indispensabile processo di ricomposizione umana, storica, sociale fra le due “anime” della componente italiana.
Si potrebbe partire lì, dove si sono fermati, tentando un’analisi comune, gli Stati: con la costituzione di una commissione mista di storici, o meglio di un gruppo di studio che si occupi di scandagliare i nodi più complessi e i capitoli più difficili e controversi della nostra storia comune. Una simile iniziativa in parte è stata avviata con il manuale e il progetto multimediale “Istria nel tempo”. Si tratta di proseguire, in modo organico, su questa strada, costruendo una fitta rete di iniziative comuni.
Tutte le comunità, scalfite dalle divisioni causate dai conflitti e dalle guerre civili, dalle violenze politiche o ideologiche, hanno cercato, dall’amnistia di Trasibulo, dalle orazioni di Lisia alle Odi di Orazio, dai tentativi di pacificazione condotti dopo il crollo del Franchismo in Spagna, o dalle commissioni per la verità e riconciliazione costituite dopo la fine dell’apartheid in Sudafrica, di avviare un processo di ricomposizione delle fratture attraverso il riconoscimento della dignità dell’altro. È venuto il momento di farlo anche noi, italiani divisi di queste terre, per quanto difficile possa sembrarci questo percorso. Lo dobbiamo fare in nome del nostro comune patrimonio culturale, storico e civile, della nostra identità, del nostro futuro.
Ezio Giuricin
da “La Ricerca”, n. 61 - giugno 2012 -
Centro di Ricerche Storiche di Rovigno
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