RICORDARE NON BASTA editoriale di febbraio 2013 del direttore Silvio Mazzaroli

Ricordare non basta

(Arena di Pola febbraio 2013)

Un altro “Giorno del Ricordo” si è consumato al Quirinale, nelle Prefetture, nei Municipi e nelle Piazze d’Italia; nelle scuole, purtroppo, un po’ meno ancorché – ed è giusto riconoscerlo – fossero state adeguatamente sensibilizzate dal Ministero competente. Ancora una volta è stato dato spazio alla voce degli esuli ed alle loro testimonianze e commentatori obiettivi hanno cercato di fare opera di verità, contro ogni reticenza ideologica o rimozione opportunistica.

 

Il Presidente Napolitano ha usato parole chiare: «[…] è stato necessario partire da un impegno di verità […] per rendere giustizia agli italiani che furono vittime innocenti – in forme barbariche raccapriccianti, quelle che si riassumono nell’incancellabile parola “foibe” – di un moto d’odio, di cieca vendetta, di violenza prevaricatrice, che segnò la conclusione sanguinosa della seconda guerra mondiale lungo il confine orientale della nostra patria, e a cui si congiunse la tragica odissea dell’esodo».


Sono state parole forti che, se non da altri sicuramente da noi, possono essere interpretate come esplicativo completamento di un suo pronunciamento, apparso solo un paio di giorni prima, su “L’Osservatore Romano”. In tale sede, affermando che era «impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista», accusava il comunismo di «rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e che aveva finito – come disse Norberto Bobbio – per capovolgersi nel suo opposto». Non è forse un qualcosa a cui proprio le nostre vicende, unitamente ad altre similari che hanno interessato milioni di individui in tutta Europa e nel Mondo, danno un senso concreto? Doveroso, pertanto, ancorché pronunciate con colpevole ritardo, accoglierle con soddisfazione, come compensazione quantomeno morale per quanto da noi patito.

Le sucitate parole sono risultate anche, e forse soprattutto, squalificanti per tutti coloro che, secondo un ormai scontato copione, si sono resi proprio in questi giorni protagonisti di vandalismi ed imbrattamenti di monumenti, lapidi, targhe… che ricordano la vittime delle foibe e l’esodo, come successo a Torino, Genova, Narni e Firenze e per quanti hanno dato vita a squallide operazioni di contromemoria, come occorso all’università di Trieste con l’esposizione di veri e propri tazebao mistificatori e a Mantova con una patetica dimostrazione contraria al “Giorno del Ricordo” tacciato di revisionismo storico. Esemplare in tal senso quanto occorso a Montebelluna dove il sindaco ha negato la disponibilità del locale auditorium ad una manifestazione, a dir poco, “giustificazionista”, con la partecipazione della ben nota Alessandra Kersevan, indetta dalla locale ANPI che tramite detta operazione mirava – lecito il pensarlo – più a giustificare i crimini propri che non quelli altrui dal momento che, proprio in quel territorio, come da noi evidenziato in un recente numero della nostra “Arena”, gli infoibatori slavi ebbero non pochi epigoni tra i partigiani italiani con la “stella rossa”.

Il provvedimento è stato così motivato: «Abbiamo deciso in tal senso perché un convegno con questa ricercatrice può andar bene in un momento diverso ed all’interno di un confronto con altri storici, non in un giorno dedicato al ricordo di quanti sono morti nelle foibe».

È un comportamento degno del massimo apprezzamento, perché recepisce in pieno il senso dell’appello che, anche attraverso le pagine del nostro giornale, è stato rivolto a moltissime autorità ed organi d’informazione e che auspichiamo non rimanga, anche in futuro, un episodio isolato.

Purtroppo, all’esimia ricercatrice ed ai suoi sostenitori sono stati offerti altri palcoscenici (vedi Verona) per prodursi in una inqualificabile sceneggiata a cui ormai plaudono esclusivamente individui ideologicamente tarati.

In sostanza, anche quest’anno, si è puntualmente avverato tutto quanto era facilmente prevedibile. Ciò non di meno, si sono potuti avvertire segnali, più e meno evidenti e significativi, di un cambiamento in itinere che è doveroso cogliere ma che sarebbe del tutto sbagliato interpretare come un progressivo superamento della necessità, dopo 70 anni, di continuare a ricordare illudendoci, anche in virtù delle circa 500 intitolazioni alle “Vittime delle foibe ed all’esodo” oggi presenti in molte località italiane, che la nostra storia sia ormai conosciuta e che i dissidi e le conflittualità del passato, anche a seguito dei recenti atti formali compiuti dai Capi di Stato di Italia, Croazia e Slovenia, siano stati superati.

Il ricordo è ancora e lo sarà anche un domani necessario. C’è ancora molta strada da percorrere perché ciò che è stato diventi, non motivo di scontro, ma bagaglio di conoscenza dell’intero popolo italiano; perché le vicende della seconda metà del ’900 entrino con obiettività nei testi di storia delle scuole; perché alla conflittualità tra le diverse ideologie ed etnie subentri la consapevolezza che nessuno è esente da colpe, che tutti indistintamente hanno inferto e subito sofferenze.

Lo è soprattutto perché la nostra storia, la nostra stessa vita, abbisognano di continuità non potendoci essere un presente e tanto meno un futuro senza un passato. Che senso avrebbero, infatti, i nostri propositi di preservare nella misura più ampia possibile l’italianità di Istria, Fiume e Dalmazia anche attraverso la ricucitura di un antico tessuto sociale se non ricordassimo costantemente che quelle terre sono state per millenni essenzialmente italiche ed anche italiane e se non avessimo memoria che in esse genti  diverse hanno saputo convivere per secoli operando e crescendo assieme?

C’è però anche da chiedersi se ricordare sia sufficiente ed, altrettanto decisamente, la risposta è no. È necessario che ciascuno operi al proprio livello per promuovere un effettivo cambiamento, per indurre al dialogo, al civile confronto, alla comprensione e, ove possibile, al reciproco rispetto. L’odio, la cieca volontà di vendetta, la violenza prevaricatrice, dovuti a ragioni ideologiche, a sentimenti nazionalistici, a credenze religiose o quant’altro, sono cancri congeniti nel genere umano e come una malattia vanno trattati. Vanno prevenuti in ogni possibile modo con l’impegno ed il contributo di tutti e di ciascuno. Come ampiamente dimostrato dalla storia anche recente, vedasi i Balcani ieri, e ahinoi anche dall’attualità, si guardi a ciò che succede in Siria, Egitto, Tunisia… oggi, pretendere di curarli una volta insorti può risultare tardivo, molto doloroso e troppo spesso inefficace.

Ne consegue, in tutta evidenza, la necessità di intraprendere, senza prevenzioni ed ulteriori tentennamenti, un percorso nuovo che si discosti sensibilmente dal cammino sin qui compiuto e che, obiettivamente, è stato avaro di risultati e, comunque, privo di prospettiva. In quest’ottica ci può essere di monito l’attualità di questi giorni. Mi riferisco all’episodio che ha scosso l’opinione pubblica mondiale: le dimissioni dal proprio Pontificato annunciate da Papa Benedetto XVI. Le illazioni sulla sua decisione sono state molteplici, ma la spiegazione che Egli stesso ha fornita risiede essenzialmente nel suo sentirsi inadeguato a condurre il cambiamento che interessa la Chiesa e che lui stesso ha innescato.

Questo suo gesto estremo dovrebbe farci riflettere sull’opportunità che, per quanto direttamente ci riguarda, siano gli stessi che hanno gestito le fasi precedenti a condurre il cambiamento che si sta profilando; un cambiamento che per essere portato avanti abbisogna di convinzione, forza ed entusiasmo. Tutte cose che possono derivare solo da un’ampia condivisione di un progetto che sia più rivolto al futuro che non al passato. 

Se vogliamo veramente che il “Giorno del Ricordo” non finisca alla lunga per trasformarsi in ostacolo più che incentivo ad un effettivo cambiamento, non sembra proprio fuori luogo rifletterci un po’ sopra.
Silvio Mazzaroli

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