Notizie di qua e di là dal confine di Paolo Radivo

Notizie di qua e di là dal confine di Paolo Radivo


«Cari esuli, ritornate nella vostra terra!»
Il nuovo ambasciatore della Repubblica di Croazia a Roma Damir Grubiša, fiumano di madre italiana, docente universitario e politologo avulso da retaggi nazionalisti, lancia inediti messaggi di sincera apertura agli esuli. In un’intervista del 23 febbraio scorso al quotidiano “La Voce del Popolo” il diplomatico ha infatti posto fra i nodi bilaterali ancora da sciogliere «in primo luogo la restituzione dei beni nazionalizzati». «Un nodo – ha spiegato – che va risolto in Croazia. Il governo in effetti si accinge a farlo con una legge sulla restituzione che prevede la parificazione dei cittadini stranieri a quelli croati in materia di restituzione. Il che significa risolvere le richieste – sono 1.036 quelle depositate dai cittadini italiani – di restituzione dei beni nazionalizzati. Qualcosa si è tentato di risolvere a livello regionale senza i risultati sperati; l’approccio non è dei migliori per tutta una serie di intoppi burocratici amministrativi. Ecco perché bisogna farlo con una nuova legge chiara, a livello nazionale, che non lasci spazio ad interpretazioni di parte. Quando sono partito per il mio nuovo incarico si stava già discutendo della prima bozza di questo documento: speriamo che l’iter necessario si chiuda quanto prima. La legge si chiama proprio “Legge sui cambiamenti e le aggiunte alla legge sulla denazionalizzazione dei beni requisiti durante il periodo di governo comunista jugoslavo”. Credo che la soluzione di questo problema darà un ulteriore grande impulso alla definizione dei rapporti tra i Paesi».
L’ambasciatore ha quindi espresso un auspicio di straordinario valore politico e umano: «Poi, naturalmente, ciò che noi vogliamo è che gli esuli e tutti coloro che hanno sofferto negli anni del dopoguerra sentano la Croazia come la loro terra, la propria casa, che ritornino, che investano e ci vivano». In merito al progetto che gli sta più a cuore e che vorrebbe realizzare durante la sua permanenza a Roma ha risposto: «Il più ambizioso riguarda la comprensione reciproca tra i due popoli. Vorrei far conoscere la Croazia alle nuove generazioni, ma nello stesso tempo vorrei che dall’altra parte cadessero quei pregiudizi verso gli Italiani in Croazia e verso i Croati o gli Slavi in Italia. Realtà che oggi svolgono un ruolo fondamentale. E poi vorrei che si realizzasse anche il ricongiungimento degli esuli alla loro terra. Quando ciò sarà possibile, allora potremo sentirci più persuasi e felici». La balzana teoria per cui gli italiani sarebbero arrivati in Istria, Fiume e Dalmazia con il fascismo è a suo giudizio «frutto dei pregiudizi e degli stereotipi che sono stati usati per scopi politici».

Riesumati 214 soldati tedeschi e ustascia
I resti mortali di 214 soldati tedeschi e ustascia uccisi dai comunisti jugoslavi nel maggio 1945 sull’isolotto di Licignana (Jakljan), nella Dalmazia meridionale, sono stati riesumati nella seconda metà di febbraio in attuazione della recente legge croata sulla ricerca e la manutenzione delle tombe delle vittime della Seconda guerra mondiale e del secondo dopoguerra. Le ossa recuperate appartengono a marinai, aviatori e fanti sia tedeschi sia ustascia che, giunti a Trieste negli ultimi giorni del conflitto, si erano arresi agli anglo-americani. Questi li avevano consegnati ai titini, i quali dal porto di Pola li avevano imbarcati su una nave che li avrebbe dovuti sbarcare parte a Curzola e parte alle Bocche di Cattaro per farli lavorare alla costruzione del socialismo. Invece, dopo uno scalo a Curzola, la nave era proseguita per Licignana, nell’arcipelago delle Elafiti, al largo di Ragusa. Lì i militari, fatti scendere a terra, furono liquidati di notte mediante colpi di pistola alla testa in una cava di sabbia non lontana dal porticciolo. Alcuni erano stati prima legati alle mani col fil di ferro. Quindi furono tutti sotterrati nella sabbia. Erano giovani di alta statura. Da anni l’associazione “Domobrano croato” chiedeva il loro recupero. I resti delle vittime sono stati tumulati il 1° marzo in una fossa comune nel cimitero dei Domobrani di Gospino polje, presso Ragusa. Alla cerimonia hanno partecipato l’ambasciatore e l’addetto militare tedesco a Zagabria, il ministro croato dei Difensori Predrag Matić, due sottosegretari di Stato, il presidente della Contea Raguseo-Narentana, rappresentanti dell’associazione “Domobrano croato” e una delegazione della Città di Ragusa. Il ministro Matić ha dichiarato che bisogna indagare su tutte le vittime della guerra e del dopoguerra e che simili gesti sono dettati dalla pietà umana, senza implicazioni né ideologiche né politiche.

Nuovi monumenti alle Vittime delle Foibe
Venerdì 22 febbraio il II Municipio di Roma ha inaugurato in piazza Dalmazia (quartiere Trieste) un cippo dedicato alle Vittime delle Foibe con una lapide spezzata riportante le date «1943-1947». Sara De Angelis, presidente del Municipio, ha tenuto un breve intervento istituzionale, mentre Marino Micich, presidente dell’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata del Lazio e segretario generale della Società di Studi Fiumani, ha rilevato che le stragi si protrassero ben oltre la fine della Seconda guerra mondiale. «La violenza dei titini nei confronti dei nostri connazionali – ha commentato il presidente dell’ANPI di Roma Vito Francesco Polcaro – va certamente deprecata e condannata, ma com’è noto la storiografia è ancora al lavoro per ricostruire tutta la vicenda e il numero esatto delle vittime (comunque gravissimo ma enormemente inferiore rispetto alle cifre che sono state fatte). Ma, soprattutto, non si può parlare delle foibe a senso unico, senza ricordare anche i precedenti crimini di guerra e le violenze (fisiche e morali) ai danni della popolazione civile compiute dai fascisti e dalle truppe italiane di occupazione in Jugoslavia». Pronta la risposta di Michele Pigliucci, presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio: «Il giustificazionismo di Polcaro, secondo cui le foibe furono una reazione jugoslava alle violenze fasciste, non rende giustizia al popolo istriano, fiumano e dalmata che ha dovuto pagare da solo l’intero prezzo della sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale. Collegare le violenze fasciste alle foibe è semplicemente un falso storico, oltre che un’operazione vergognosa».
Giovedì 14 marzo l’amministrazione comunale di Terni (centro-sinistra) ha intitolato una via alle Vittime delle Foibe. «Una tragedia – ha affermato l’assessore Marco Malatesta – per troppo tempo taciuta e distorta, che trova oggi a Terni un segno tangibile di dialogo e del faticoso percorso verso una memoria condivisa». «Per ottenere tutto ciò – ha dichiarato il vice-presidente del Consiglio comunale Carlo Orsini – è servita una buona dose di testardaggine, oltre a un clima politico che col passare degli anni si è liberato di alcune scorie, fino a raggiungere una visione storica più lucida e obiettiva». Alla cerimonia ha partecipato anche una delegazione dell’ANPI provinciale, la quale esprime «netta e ferma condanna degli ispiratori, dei mandanti e degli esecutori dei delitti ed onora tutte le vittime delle foibe istriane», anche se «con altrettanta fermezza e determinazione condanna il fascismo e il nazismo che hanno scatenato la seconda guerra mondiale occupando, deportando e trucidando le libere popolazioni slave».
Domenica 17 marzo ad Appiano Gentile (Como) è stato inaugurato un monumento ai Martiri delle Foibe e all’Esodo composto da colonne di marmo spezzate e una targa. Erano presenti ben dodici sindaci, il prevosto, alti ufficiali militari e delle forze dell’ordine, vigili del fuoco, esponenti di associazioni combattentistiche e d’arma, una banda e tanti alpini. Carlo Pagani, sindaco di Appiano, ha detto che lo scopo è «ricordare e insegnare a chi ancora non sa cos’è stata questa tragedia». L’assessore Giuseppe Luraschi ha definito il monumento «simbolo di pace e di riconciliazione fra i popoli». Due consiglieri di minoranza e l’ANPI hanno lamentato il mancato coinvolgimento del Consiglio comunale e l’inopportunità di onorare i soli Martiri delle Foibe e non anche i partigiani. Dopo Romano Cramer e Paolo Spadafora (Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia) sono intervenuti Guido Brazzoduro, sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio, e Tito Lucilio Sidari, vice-sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, suscitando commossi e vivi apprezzamenti. Poco dopo, a Bergamo, lo stesso Sidari ha reso omaggio al 100° compleanno della prof.ssa Maria Pasquinelli, commemorando, con lei, il generale Robert de Winton, vittima incolpevole, nel ricordo del quale tutti gli esuli sempre si inchinano.

Via libera sloveno alla Croazia nell’UE
Il Governo sloveno ha finalmente dato il via libera all’ingresso della Croazia nell’Unione Europea il prossimo 1° luglio. Il premier sloveno (sfiduciato dal Parlamento) Janez Janša e quello croato Zoran Milanović hanno sottoscritto l’11 marzo scorso nel castello di Mokrice un accordo di compromesso che prevede da una parte la rapida ratifica slovena del Trattato di adesione della Croazia e dall’altra l’impegno croato ad affrontare nel quadro dei negoziati sulla successione dell’ex Jugoslavia il nodo dei depositi valutari trasferiti dai risparmiatori croati della ex Ljubljanska Banka nelle croate Privredna e Zagrebačka Banka agli inizi degli anni ’90 e a congelare tutte le cause intentate da queste due banche davanti a tribunali croati contro l’istituto di credito sloveno. Il Governo Janša aveva finora bloccato l’adesione della Croazia all’UE, ma le pressioni tedesche, statunitensi e dello stesso presidente della Repubblica Borut Pahor, nonché l’investitura del nuovo Governo di centro-sinistra guidato per la prima volta da una donna, Alenka Bratušek, lo hanno indotto a deflettere. La 42enne primo ministro, che ha ricevuto il voto di fiducia il 20 marzo, ha già fatto recepire dal suo esecutivo  il memorandum bilaterale, mentre la Commissione Esteri del Parlamento ha approvato all’unanimità la legge di ratifica.

Convegno a Brescia sul confine orientale
Il Centro Mondiale per la Cultura Giuliano-Dalmata, col patrocinio del Comune di Brescia, in collaborazione con la Regione Lombardia, la Provincia di Brescia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la Fondazione ASM e la Fondazione Brescia Musei, ha tenuto il 14 marzo a Brescia nel Palazzo della Loggia il convegno su Le vicende del confine orientale d’Italia e l’esodo dei giuliano-dalmati: una memoria per la nuova Europa che sta sorgendo. Il prof. Arnaldo Mauri ha parlato dell’Alto Adriatico quale obiettivo mancato nel processo di unificazione nazionale; Kristjan Knez, presidente sia della Società di Studi Storici e Geografici di Pirano sia del Centro italiano “Carlo Combi” di Capodistria, del Novecento istriano e triestino visto da Diego de Castro; il prof. Giorgio Baroni, direttore tecnico-scientifico del CMC, dell’esodo giuliano-dalmata nella letteratura; Milan Rakovac, giornalista e scrittore e traduttore istriano, di “amnesie e psicopatologie di frontiera”; il prof. Fulvio Salimbeni della recente storiografia italiana sul confine orientale; Manuela Cattunar, figlia di esuli istriani, dei campi profughi in provincia di Brescia.

Consiglieri provinciali sloveni di Trieste leggono testimonianze di esuli
Lunedì 18 febbraio il Consiglio provinciale di Trieste, a maggioranza di centro-sinistra e a notevole presenza slovena, si è riunito per celebrare il Giorno del Ricordo in un modo originale. La vice-presidente Maria Monteleone (PD) ha introdotto la seduta affermando che dovere delle amministrazioni pubbliche è ricordare quei «fatti criminali affinché non si ripetano più nell’Europa unita». Quindi la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat e altri dodici consiglieri di vari gruppi (principalmente PD, PDL e SEL) hanno letto testimonianze autobiografiche di esuli e loro discendenti messe a disposizione dall’IRCI, nonché poesie e brani di autori.
Giorgio Ret (centro-destra) ha riportato alla mente un ricordo degli anni ’50, quando sua madre esclamò, vedendo i primi esuli che si insediavano al Villaggio del Pescatore e a Borgo San Mauro: «C’è chi sta molto peggio di noi».
I due consiglieri di SEL si sono alternati nel leggere un articolo di Pier Paolo Pasolini (L’Italia non italiana) scaturito da una sua visita a Fasana e Pola dopo l’Esodo.
Claudio Grizon (PDL), dopo aver letto il testo della canzone di Sergio Endrigo 1947, ha rievocato le Foibe e l’Esodo forzato di un’intera popolazione, che pagò con la pulizia etnica e politica il suo amore per la Patria, ma che venne accolta in modo precario e indecoroso nei 109 campi profughi, schedata e trattata con ostilità da troppi connazionali. Oggi il ricordo non deve limitarsi a omaggiare le vittime degli eccidi titini, ma riconoscere la plurisecolare presenza autoctona italiana nell’Adriatico orientale (che permane tuttora sia pure in forma ridotta), sanare le ferite del passato e guardare alla convivenza e alla collaborazione. Grizon ha poi giudicato necessario revocare l’onorificenza conferita al presidente jugoslavo Tito da Saragat nel 1969 e condannare, al di là delle appartenenze partitiche, gli odierni oltraggi ai monumenti e le manifestazioni negazioniste che vilipendono i giuliano-dalmati.
Štefan Čok (PD) ha riferito di essere intervenuto a Firenze alla consegna del Premio “Sergio Rusich”, partigiano polese catturato dai nazisti, deportato a Flossenburg, profugo nel 1947 e poi insegnante elementare a Firenze. Allora alcuni studenti avevano letto un passo del romanzo Bora, dove Nelida Milani narra di due ragazze polesane (lei e un’amica) che dopo l’Esodo, mentre camminavano per strada da Veruda a Valcane esprimendosi in dialetto istro-veneto, furono intimidite da un signore il quale disse loro che, se avessero continuato a parlare «la lingua dei fascisti», avrebbe liberato il suo cane. Čok ha riletto quel brano con partecipazione emotiva. «Chi ama la propria lingua, o le proprie lingue, non può – ha affermato – che sentirsi vicino al racconto di chi ha sofferto perché la sua lingua gli è stata negata, chiunque fosse e ovunque fosse. Se le diverse comunità che vivono in queste terre preserveranno la propria memoria ma mostreranno comprensione e interesse per la memoria di chi sta loro accanto avranno fatto un grande servizio a quelle stesse terre».
La parola è quindi passata ai pochi rappresentanti dei sodalizi degli Esuli presenti in sala.
Dario Locchi, presidente dell’Associazione Giuliani nel Mondo, ha richiamato la doppia sofferenza di chi, dopo essere esodato, dovette pure emigrare in un altro continente.
Paolo Radivo, in rappresentanza del Libero Comune di Pola in Esilio, si è detto commosso per aver sentito sia consiglieri di madrelingua italiana non istriano-fiumano-dalmati sia consiglieri di madrelingua slovena immedesimarsi nelle sofferenze degli esuli. Questo fatto, per nulla scontato e difficilmente immaginabile fino a non troppi anni fa, dimostra come si stia finalmente comprendendo che in un fazzoletto di terra quale l’alto Adriatico bisogna imparare a convivere e che i diritti degli uni vanno difesi anche dagli altri. Il patrimonio linguistico-culturale di ogni nazionalità è una ricchezza per chi l’ha ereditato, ma anche un dono da fare agli altri. Non più dunque conflitti tra genti che abitano nella stessa area geografica, ma solidarietà e collaborazione affinché ognuno possa esprimere se stesso in un clima di pace. Il Giorno del Ricordo dovrebbe trarre spunto dal passato per rimediare ai disastri compiuti. Ebbene: i dati del censimento in Croazia confermano che la fiammella dell’italianità nell’Adriatico orientale si sta spegnendo. Spetta a tutti gli abitanti di questi territori, indipendentemente dalla propria nazionalità, scongiurarlo.
Chiara Vigini, presidente dell’IRCI, ha sottolineato la complessità e la ricchezza culturale dell’Adriatico orientale. La civiltà istriano-fiumano-dalmata di lingua italiana, cui a Trieste è stato dedicato il Museo, è ancora da studiare ed ha ancora molto da offrire alla nuova Europa. In tal senso il Giorno del Ricordo può avere una prospettiva futura. Occorre lavorare a una storia condivisa, mentre la memoria è sempre personale.
Terminati i discorsi, è stata annunciata l’imminente visita dei consiglieri provinciali al Magazzino 18 del Porto vecchio di Trieste, dove sono ancora accatastate tante masserizie degli Esuli, e all’ex Centro di Raccolta Profughi di Padriciano.
La presidente Bassa Poropat ha definito di straordinaria importanza l’attiva partecipazione di vari consiglieri di madrelingua slovena ed auspicato un maggiore coinvolgimento delle scuole provinciali in iniziative che non si limitino al solo 10 febbraio, ma si estendano per tutto il corso dell’anno.

Don Bonifacio ricordato in una chiesa stracolma
Quest’anno per la prima il Comitato provinciale ANVGD di Trieste ha voluto dedicare al Beato e Martire Francesco Bonifacio un’iniziativa memoriale nel contesto del Giorno del Ricordo. Il 16 febbraio, nel santuario diocesano di Santa Maria Maggiore, hanno concelebrato una messa in suo onore mons. Ettore Malnati, vicario episcopale per la cultura e il laicato nonché presidente del Tribunale diocesano che ne istruì la causa di beatificazione, e don Giuseppe Rocco, allora parroco di Grisignana, ultimo sacerdote che lo vide ancora vivo. La chiesa barocca era strapiena di fedeli, originari in particolare di Pirano, Cittanova e Crassiza, a dimostrazione della stima, dell’affetto e della riconoscenza ancora nutrita verso il giovane prete a 65 anni dal suo martirio. Per l’occasione è stata esposta accanto al leggio un’effige del Beato, dono di Bruno Marini, ora visibile sotto un’arcata del santuario.
Nato a Pirano nel 1912, Francesco fu ordinato sacerdote nel 1936. Dopo un breve periodo a Pirano, fu coadiutore della parrocchia di Cittanova e dal 1939 curato di Crassiza (Villa Gardossi), un villaggio in comune di Grisignana con numerosi casali sparsi. Lì si dimostrò instancabile organizzatore della vita sia ecclesiale che sociale, istituendo un coro, una filodrammatica, una biblioteca, una sezione dell’Azione Cattolica, nonché attività ricreativo-sportive per i più giovani e assistenziali per anziani, malati e poveri. Dopo l’8 settembre si prodigò in difesa della popolazione, stretta fra titoisti e nazisti. Divenuto inviso ai “poteri popolari” poiché troppo amato e seguito dalla gente, l’11 settembre 1946 fu prima rapito e poi trucidato da titoisti in armi, che fecero sparire il suo corpo, mai più ritrovato. Il 4 ottobre 2008 l’allora vescovo di Trieste, l’esule polese mons. Eugenio Ravignani, presiedette l’affollata cerimonia di beatificazione nella cattedrale di San Giusto.
Mons. Malnati, in rappresentanza dell’attuale vescovo mons. Giampaolo Crepaldi, ha rammentato la persecuzione religiosa anti-cattolica scatenata dal regime comunista jugoslavo subito dopo la fine della guerra. Don Bonifacio fu una delle vittime. Quando già era stato preso di mira dai titini, chiese al vescovo di Trieste e Capodistria, mons. Santin, se doveva resistere o lasciare l’incarico. Santin gli rispose che, al suo posto, sarebbe rimasto. Don Bonifacio replicò che era quanto voleva sentirsi dire. Così il coraggio, la fede e l’obbedienza lo condussero al martirio. La fede è stata anche in seguito la luce degli Esuli che, fedeli alle tradizioni, hanno offerto a Dio il loro sacrificio e si sono ben inseriti nella vita civile ed ecclesiale triestina. Oggi è importante non interrompere questa catena di fede, vivendola ogni giorno come testimonianza attiva sul modello di don Bonifacio. Mons. Malnati ha accostato la figura del Martire a quella del Beato Monaldo, giurista francescano nato nel XIII secolo a Capodistria, le cui reliquie sono custodite dal 1954 nella stessa chiesa.


Giorno del Ricordo: un bilancio
Esodo e foibe: dal silenzio al ricordo: questo il titolo della conferenza tenuta dal prof. Diego Redivo il 21 febbraio a Trieste nella sala delle Assicurazioni Generali in via Trento 8. L’iniziativa, a cura del Circolo Amici del Dialetto Triestino, ha voluto fare il punto sul Giorno del Ricordo partendo dalla sua genesi. Redivo ha rilevato come la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del sistema comunista fecero sì che l’opinione pubblica italiana cominciasse ad affrontare i temi del confine orientale. Dopo la visita alla Foiba di Basovizza compiuta nel 1989 dalla delegazione triestina del PCI e quella effettuata nel 1991 da Francesco Cossiga (la prima di un presidente della Repubblica), nel 1992 il successore Oscar Luigi Scalfaro proclamò il sito monumento nazionale al pari della Risiera di San Sabba. Nel ’98 il dibattito tra Gianfranco Fini e Luciano Violante a Trieste portò il tema alla ribalta nazionale. La Commissione mista italo-slovena produsse un documento di compromesso che la controparte pretese di istituzionalizzare, quasi potessero esistere storie “di Stato”. Dopo un crescendo di contributi storiografici e diatribe ideologiche, con la legge 92 del 30 marzo 2004 il Parlamento istituì il Giorno del Ricordo, che però non ha ancora raggiunto pienamente l’obiettivo di rendere consapevole l’intera nazione delle tragedie del confine orientale. Negazionisti e giustificazionisti approfittano del 10 Febbraio per la loro propaganda politica nel disprezzo del dolore altrui. A tali provocazioni spesso rispondono gruppi di segno opposto, e ciò alimenta quella nostalgia della guerra civile che continua a permeare settori della società.
Difficile è stato anche far entrare questi argomenti nelle scuole. Ma nel 2008 è sorto il Centro di Documentazione della Foiba di Basovizza, che in cinque anni ha avuto quasi 500mila visitatori: perlopiù scolaresche provenienti dal resto d’Italia. L’abbinamento della visita a Basovizza e alla Risiera consente di fare ai giovani un discorso comune sui totalitarismi assassini del secolo dei genocidi. «Il Giorno del Ricordo – ha affermato Redivo – non dovrebbe riaprire vecchie ferite, ma servire alla costruzione di un futuro migliore».


Piacenza: tre polesi parlano agli studenti
In occasione del Giorno del Ricordo, il 19 febbraio scorso tre esuli polesi soci del Libero Comune di Pola in Esilio hanno portato la loro testimonianza a studenti e docenti del Liceo scientifico paritario “San Benedetto” di Piacenza, per interessamento del preside Agostino Maffi. Salvatore Palermo (residente in provincia di Pavia), Remo Gobbo e Contardo Resen (residenti nella città emiliana) hanno raccontato la propria vicenda personale intrecciandola con quella degli altri loro concittadini e corregionali forzosamente sradicati dalla propria terra annessa alla Jugoslavia comunista. Ne è emerso un quadro vivido e coinvolgente delle foibe del 1943, dell’anno e mezzo di occupazione nazista, dei terribili 45 giorni di occupazione titina, degli oltre due anni di amministrazione alleata, e soprattutto dell’Esodo, dei viaggi del “Toscana”, del “Pola” e del “Grado”, dell’approdo dei profughi in quel che rimaneva del territorio italiano, della non sempre positiva accoglienza ricevuta e del faticoso nuovo inizio.
«Sono pagine di storia – ha affermato Palermo – volutamente dimenticata dall’Italia, che per pagare pegno della sconfitta nella Seconda guerra mondiale ha sacrificato le nostre case e le nostre vite».
Ha ricordato Romano: «Sia chi ha deciso di scappare dall’Istria che chi è rimasto ha vissuto un dramma incancellabile. Io e la mia famiglia siamo partiti e una volta arrivati in Italia abbiamo trovato un paese affamato e diffidente. Pensavano che fossimo tutti fascisti perché scappavamo dal comunismo, e così ci odiavano».
«Io – ha riferito Gobbo – sono arrivato da Pola a La Spezia e poi, dopo aver essere stato ufficiale dell’esercito, grazie ad un lavoro al Catasto sono arrivato a Piacenza e di qui non mi sono più mosso. Dei miei ricordi non parlo volentieri con i miei figli, non voglio trasmettere loro tutto il male che ho ancora dentro». Ma forse è giunta l’ora di raccontare senza ritrosie tutto questo male, non certo per alimentare odio a scoppio ritardato, ma per far conoscere finalmente la verità dei fatti. Quei fatti che troppi, accecati da vetuste ideologie totalitarie, continuano tuttora a negare, giustificare o minimizzare.


Artisti giuliano-dalmati operanti a Roma e nel Lazio
È stata inaugurata il 29 gennaio ed è rimasta visitabile fino al 5 febbraio, nella sede romana della Regione Friuli-Venezia Giulia, la mostra (con relativo catalogo) Dall’Adriatico al Tevere: l’arte dell’Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dal V secolo ad oggi. L’iniziativa, promossa dal Comitato provinciale di Roma dell’ANVGD, ha inteso colmare un vuoto di conoscenza presentando in 33 pannelli fotografici le opere di pittori, scultori e architetti istriano-quarnerino-dalmati attivi nella capitale e dintorni. I più noti e numerosi risalgono al Rinascimento: si pensi a Luciano e Francesco Laurana, Bernardo Parentino, Giorgio da Zara (detto Orsini), Domenico da Capodistria, Giovanni Dalmata, Nicola Dell’Arca, Michelangiolo da Segna o Andrea da Valle. A fine ’600 operò Francesco Trevisani, dopo la nascita del Regno d’Italia Giuseppe Lallich, Tullio Crali e Vincenzo Fasolo, nel secondo dopoguerra Amedeo Colella, Giovanni Gortan, Secondo Raggi Karuz, Franco Ziliotto, Mario Gasperini, Oreste Dequel, Carlo Ostrogovich e Carminio Butcovich Visintin.


Premiato Ruggero Botterini
Il 22 marzo a Verona è stata consegnata all’esule polese Ruggero Botterini una Menzione d’onore del “Premio Loris Tanzella” 2013 per Lo zibaldone, libro scritto a quattro mani con Bruno Carra, Francesco Tromba e Veniero Venier, edito da “L’Arena di Pola” e donato ai partecipanti al Raduno svoltosi a Pola nel maggio 2012.


Isola chiama Trieste e Muggia
La Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” di Isola ha promosso nuove iniziative con realtà culturali della provincia di Trieste. Il 17 febbraio ha ospitato a palazzo Manzioli la serata letterario-musicale Svevo alla specchio nella canzone del Novecento, organizzata insieme al Circolo Amici del Dialetto Triestino. Il 28 febbraio, al Teatro Cittadino di Isola, la compagnia triestina I commedianti ha inscenato lo spettacolo dialettale Ricordi de co iero picio, di Dante Cuttin. Il 3 marzo a palazzo Manzioli hanno cantato il complesso Shattered Breath di Muggia e la giovane connazionale isolana Kris Dassena. Il 10 marzo al Teatro Cittadino l’associazione Persemprefioi di Muggia ha rappresentato il musical Manighi de ombrele.


La rivista di Otello Soiatti in mostra a Novara
A Novara, presso la Barriera Albertina, si è svolta dall’1 all’8 marzo una mostra dedicata alla rivista letteraria nonché casa editrice “Tempo Sensibile”, fondate e dirette dell’esule polese Otello Soiatti (classe 1930) nella sua città d’adozione fra il 1970 e il 1995. Il pubblico ha potuto visionare sia i numeri del periodico che per un quarto di secolo portò Novara alla ribalta della cultura nazionale sia le opere letterarie edite dall’omonima casa editrice. Ogni pomeriggio inoltre un interprete diverso ha letto alcune poesie di Soiatti (in arte Otèlo) e di altri poeti che collaborarono con “Tempo Sensibile” o le cui opere furono da lui pubblicate. L’iniziativa è stata promossa dalle associazioni locali “Nuares.it” e “Asinochilegge”.


Magazzino 18, una canzone per gli esuli
Si chiama Magazzino 18 ed è la canzone che Simone Cristicchi ha voluto dedicare agli esuli istriano-fiumano-dalmati nel suo ultimo cd “Album di famiglia”, uscito il 14 febbraio scorso. Nell’ottobre 2011, mentre si trovava a Trieste per una tournée, il cantautore romano visitò il Magazzino 18 del Porto vecchio di Trieste rimanendo profondamente colpito da tutte quelle modeste masserizie accatastate lì da decenni: quanto rimane del passato di un popolo disperso ai quattro angoli del globo. Da ciò gli è sorto il bisogno interiore di mettere in versi musicati quella tragedia, interpretandola con gli occhi del figlio di un esule morto di malinconia. Il testo, lungo, intenso e meditato, riprende in un passo l’espressivo titolo del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, del giornalista Jan Bernas, e si conclude con una citazione della poesia No dimentichemo del rovignese-polesano Bepi Nider.

Magazzino 18

Siamo partiti in un giorno di pioggia
cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra.

Hanno scambiato le nostre radici
con un futuro di scarpe strette
e mi ricordo faceva freddo
l’inverno del ’47.

E per le strade un canto di morte
come di mille martelli impazziti
le nostre vite imballate alla meglio
i nostri cuori ammutoliti.

Siamo saliti sulla nave bianca
come l’inizio di un’avventura
con una goccia di speranza
dicevi “non aver paura”.

E mi ricordo di un uomo gigante,
della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne,
a lui bastava una carezza.

Ma la sua forza, la forza di un padre
giorno per giorno si consumava,
fermo davanti alla finestra
fissava un punto nel vuoto diceva:

Ahhah
come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia.

Ahhah
che male fa
aver lasciato il mio cuore
dall’altra parte del mare.
Sono venuto a cercare mio padre
in una specie di cimitero
tra masserizie abbandonate
e mille facce in bianco e nero.

Tracce di gente spazzata via
da un uragano del destino
quel che rimane di un esodo
ora riposa in questo magazzino.

E siamo scesi dalla nave bianca
i bambini, le donne e gli anziani,
ci chiamavano fascisti,
eravamo solo italiani.

Italiani dimenticati
in qualche angolo della memoria
come una pagina strappata
dal grande libro della storia.

Ahhah
come si fa
a morire di malinconia
per una vita che non è più mia.

Ahhah
che male fa
se ancora cerco il mio cuore
dall’altra parte del mare.

Quando domani in viaggio
arriverai sul mio paese
carezzami ti prego il campanile
la chiesa, la mia casetta.

Fermati un momentino, soltanto un momento
sopra le tombe del vecchio cimitero
e digli ai morti, digli ti prego
che non dimentighemo.

Di questa canzone, piena di sincera umanità, Cristicchi ha realizzato anche un video con immagini dell’Esodo, frammenti del cinegiornale Pola Addio e riprese del Magazzino 18. Un omaggio così toccante alla dolorosa sorte di quei suoi connazionali non poteva che attirargli da un lato la gratitudine di tanti esuli e dall’altro gli strali dei filo-titoisti, a riprova di quanta acrimonia ideologica il tema susciti tuttora. Ma lui, invece di scoraggiarsi, ha preannunciato che il 22 ottobre, insieme a Bernas, aprirà la prossima stagione del Politeama Rossetti di Trieste con lo spettacolo Magazzino 18. I due giovani autori tratteranno in musica, parole e immagini alcuni episodi emblematici dell’Esodo a partire dalla strage di Vergarolla allo scopo di «illuminare – spiega Cristicchi – delle storie rimaste al buio». Lo faranno «senza pregiudizi, senza creare polemiche», per «restituire il senso della dignità agli esuli che si ricostruirono una vita e a quelli rimasti al di là della frontiera». Poiché «il loro esempio ci aiuta a sentirci più “italiani”».


A Rovigno una lapide per padre Bommarco
Una lapide in memoria dell’arcivescovo di Gorizia e Gradisca Antonio Vitale Bommarco è stata inaugurata al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno sabato 9 marzo. Nelle sue disposizioni testamentarie il presule, nato a Cherso nel 1923 e spentosi a San Pietro di Barbozza nel 2004, aveva voluto lasciare al CRSR la propria biblioteca personale composta da 550 volumi riguardanti la storia dell’isola di Cherso, dell’Istria e del Quarnero. Questi sono stati catalogati e inseriti nei rispettivi settori di competenza, mentre una sezione speciale è stata dedicata ai volumi che padre Orlini (anch’egli chersino) aveva donato a padre Bommarco e alle pubblicazioni con dediche personali al prelato. I libri già in possesso del CRST sono invece stati donati ad alcune Comunità degli Italiani che ne erano sprovviste o ad amici e collaboratori. Alla cerimonia sono intervenuti Giovanni Radossi, presidente del CRSR, Carmen Palazzolo Debianchi, esule chersina occupatasi del trasporto dei volumi da Trieste a Rovigno, Franco Surdich, presidente della Comunità degli Italiani di Cherso, Licia Giadrossi Gloria, presidente della Comunità di Lussinpiccolo (Trieste), don Maurizio Qualizza, già segretario particolare dell’arcivescovo, Walter Arzaretti, suo collaboratore e biografo, e il fratello Alvise Bommarco. L’atmosfera è stata rallegrata da tre bitinade cantate della società “Marco Garbin”.
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