Seminario nazionale di Trieste: un nuovo passo avanti

Seminario nazionale di Trieste: un nuovo passo avanti
(L'Arena di Pola marzo 2013)

Ha avuto luogo con successo a Trieste da giovedì 14 a sabato 16 marzo il IV Seminario nazionale promosso dal Tavolo di lavoro fra il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e le associazioni degli Esuli. Trieste, “capitale” dell’Esodo, ha dimostrato per la seconda volta di essere la località più consona allo scopo, calamitando un numero record di partecipanti da tutta Italia. Il culmine si è registrato venerdì mattina con 170 fra insegnanti, dirigenti scolastici, membri del Tavolo e ospiti dei sodalizi della diaspora. Tema di quest’anno era La storia del confine orientale nell’insegnamento scolastico: attualità e prospettive future. Parecchie le novità significative: la conferenza stampa di presentazione; un più cospicuo afflusso di seminaristi dal Friuli Venezia Giulia; la presenza del prefetto di Trieste e di un alto dirigente del MIUR; la possibilità per i media di assistere ai lavori (ne hanno approfittato solo TV Capodistria e “La Voce del Popolo”); l’uso dei locali del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata; i laboratori tematici; il confronto con gli editori scolastici.
Giovedì sera in Prefettura il prefetto e commissario di Governo Francesca Adelaide Garufi ha accolto gli ospiti dimostrando interesse per i temi del Seminario, che qui «non sono ancora stati metabolizzati a dovere», ma che è necessario approfondire. L’Orchestra d’archi del Conservatorio “Giuseppe Tartini” ha poi offerto un magnifico concerto di benvenuto con musiche di Antonio Vivaldi e Giuseppe Fiocco.

Venerdì mattina, nell’Auditorium del Civico Museo “Revoltella”, Daniela Beltrame, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale del Friuli Venezia Giulia, ha avviato i lavori spiegando che il Seminario è un’occasione di formazione in ottemperanza alla legge 92/2004 sul Giorno del Ricordo e in coerenza con gli auspici formulati dal presidente Napolitano affinché si ponga fine alla congiura del silenzio e alla mutilazione della storia del confine orientale dalla memoria collettiva della nazione. La legge 221/92 introduce progressivamente dall’anno scolastico 2014-15 l’obbligo di libri di testo solo digitali o misti cartaceo-digitali. Compito degli insegnanti sarà avvalersi dei nuovi sussidi didattici per coinvolgere emotivamente gli studenti nella scoperta dei saperi e nell’acquisizione di competenze di cittadinanza utili per lo sviluppo della propria coscienza civica secondo i valori costituzionali. L’apprendimento attivo delle vicende degli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia vi si presta perfettamente.

Enrico Conte, direttore dell’Area Educazione del Comune, ha definito un dovere civile raccontare ai giovani questa storia e fornire agli insegnanti, in collaborazione con le associazioni degli Esuli, i migliori strumenti didattici per insegnarla con parole adeguate, onorando le vittime e riflettendo sull’area plurilingue dell’Adriatico orientale, nonché sul concetto di nazione legato alla libertà.
L’assessore provinciale Adele Pino ha giudicato importanti tali percorsi formativi per docenti di tutta Italia affinché le vicende delle Foibe e dell’Esodo diventino un pezzo della storia nazionale e siano riconosciute anche da Slovenia e Croazia in un’ottica europea di superamento dei confini.
Carmela Palumbo, direttore generale per gli Ordinamenti scolastici e l’Autonomia scolastica del MIUR, ha annunciato che con gli editori verranno concordate le caratteristiche dei nuovi ausili didattici, affinché siano uno strumento in più. Il Seminario serve ad offrire indicazioni per chi dovrà riscrivere le vicende del confine orientale in forma digitale. La scelta di Trieste è motivata dal fatto che vi si respira il contesto delle vicende trattate. Ma la sfida della convivenza vale anche per chi vive lontano da lì, data la presenza sempre più massiccia di alunni stranieri nelle scuole di tutta Italia. Insegnare questi temi consente di affrontare meglio la globalizzazione.
Lucio Toth, vice-presidente di FederEsuli, ha portato il saluto delle associazioni della diaspora spiegandone brevemente genesi e natura. Quindi ha dichiarato: «Il “secolo breve”, irto di odi e rancori tra popoli europei, è alle nostre spalle. Dobbiamo guardare avanti al presente e all’avvenire. L’uno e l’altro ci resterebbero indecifrabili senza conoscere il passato. Come si può costruire una casa comune se non si conosce il terreno dove deve sorgere e le fondamenta stesse di una cultura comune, pur nelle sue profonde diversità? [...] La vicenda complessa di questa regione può essere esaltante o tragica. Ma è una storia che sta al centro dei problemi dell’Europa contemporanea, dall’Ottocento al Novecento fino ai nostri giorni, che ne hanno ereditato i nodi irrisolti. È un laboratorio di esperienze che matura la conoscenza di noi stessi, in quanto italiani ed europei, delle colpe altrui e delle nostre. [...] In questi primi anni del XXI secolo l’integrazione in un’Europa unita dovrebbe far superare contrapposizioni scioviniste e nostalgie totalitarie anacronistiche, in nome di valori comuni. È a questo che siamo impegnati».
Il prof. Giovanni Stelli ha rilevato come l’appartenenza politica dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia all’Italia sia stata breve, mentre quella culturale molto più lunga. Del resto l’identificazione tra Stato e Nazione rappresenta l’ultima tappa del percorso che portò gli Stati ad affermare la propria sovranità assoluta emancipandosi tanto dall’Impero quanto dalla Chiesa universale, vincolando a sé i propri sudditi ed omogeneizzandoli sul piano prima religioso (cuius regio, eius religio) e poi nazionale. Il nazionalismo ottocentesco e novecentesco fu però mediato dalla Rivoluzione francese; così quella della Nazione divenne una religione civile con le sue liturgie, i suoi martiri e i suoi calendari. Se dunque gli Stati post-rivoluzionari inventarono le rispettive Nazioni per legittimarsi, le Nazioni culturali preesistevano da tempo. Quando poi nel ’900 i nazionalismi statalistici si ibridarono con i totalitarismi, ne sortì una miscela esplosiva razzista (nazismo) o esclusivista (comunismo). Fu invece sconfitto l’ideale mazziniano di fratellanza, capace di risolvere il problema dell’autodeterminazione nazionale nelle zone miste. Perdente fu anche l’ideale autonomista, che ora però si ripresenta in Istria. Quella degli italiani dell’Adriatico orientale non è un’italianità speciale, ma specifica come quella della Sicilia o del Piemonte. Non è di seconda mano, un prodotto d’esportazione o coloniale, bensì risale alla romanizzazione e, attraverso il medioevo, ha raggiunto l’età contemporanea. È però un’italianità di frontiera in un territorio multiculturale e multilingue. Tale identità, di fronte al parallelo risveglio della coscienza nazionale slava, divenne una scelta consapevole e a volte sofferta, ma contestata da quei nazionalisti slavi che, ispirandosi a una concezione biologistica, etnicista e genetistica, giudicavano slavi rinnegati quanti portavano cognomi di ascendenza slava ma si esprimevano in italiano. Costoro, che dal contado si erano trasferiti nelle città o nei borghi assimilandosi naturalmente, avrebbero dovuto ritornare all’originaria lingua e cultura della campagna. Esistevano peraltro strati della popolazione la cui identità variava a seconda della situazione.
Il prof. Giorgio Federico Siboni ha delineato i mutamenti geopolitici avvenuti dal XV al XX secolo. Quello orientale fu un confine mutevole, «un territorio non di meno culturalmente ed economicamente integrato e proprio per tale via di perpetua ardua demarcazione», «un’area – analogamente a molte regioni dell’Europa centro-orientale – i cui gruppi linguistici storicamente residenti (italiano, sloveno e croato in primis) hanno a loro volta risentito di una nazionalizzazione competitiva che rifletteva caratteri stanziali per certi versi dissimili: da una parte un ceto litoraneo e urbano italofono (o più propriamente venetofono, con l’esclusione della Repubblica di Ragusa che adottò il toscano in contrapposizione a Venezia) e dall’altra una popolazione interna slava, radicata e ritratta nei valori di un “territorio etnico” eminentemente rurale». «Nonostante ciò e certo per conseguenza di similari peculiarità, tale superficie – ha aggiunto Siboni – è stata anche il luogo d’incontro fra diverse rifrazioni culturali a loro volta mobili e intrecciate come gli stessi confini».
Bruno Crevato-Selvaggi, della Società Dalmata di Storia Patria di Roma, si è avvalso di un PowerPoint ad uso didattico per indicare i punti salienti della storia giuliano-dalmata dalla romanizzazione a oggi. Ciò in quanto è a suo giudizio necessario dare una prospettiva di lungo periodo se si vuole confutare la tesi dei nazionalisti slavi per cui gli italiani dell’Adriatico orientale sarebbero importati come gli svedesi della Finlandia, quando al contrario sono autoctoni. Riguardo alle foibe ha sostenuto non potersi parlare di jacquerie contadina ma di fenomeno ben organizzato con motivazioni più etniche che politiche. Quanto a Vergarolla, il crudo messaggio che i servizi segreti jugoslavi volevano trasmettere ai polesani era: «Andatevene, sennò vi ammazziamo».
Il prof. Raoul Pupo ha spiegato come la formazione nell’800 degli Stati nazionali, o meglio “Stati per la Nazione”, avesse suscitato anche nell’Adriatico orientale una nazionalizzazione delle masse parallela sullo stesso territorio guidata dalle rispettive élites. La società ne risultò frantumata in gruppi nazionali antagonisti. Si crearono gli opposti miti della Nazione (su base volontarista o etnicista, urbana o contadina) e dell’autoctonia (Roma-Venezia-Italia o protoslava). Dopo il 1918, crollati gli Imperi multinazionali e affermatisi gli “Stati per la Nazione”, le minoranze divennero un fastidio da affrontare secondo tre possibili modalità: discriminazione, assimilazione o espulsione. Ma solo dopo la Seconda guerra mondiale tali misure vennero attuate in modo radicale e generalizzato. Così, se il fascismo riuscì solo in minima parte ad assimilare forzatamente sloveni e croati, il comunismo jugoslavo sradicò quasi tutta la popolazione italiana. Dall’8 settembre 1943 la storia di queste terre può essere capita solo considerando che il Litorale Adriatico assunse caratteristiche tipiche del fronte orientale. I movimenti di liberazione italiano e jugoslavo erano diversi sia per composizione sia per obiettivi: pluripartitico e volto a costruire un Paese democratico il primo, egemonizzato dai comunisti e volto alla rivoluzione il secondo. Da ciò gli infoibamenti anche di antifascisti antiannessionisti, Porzûs e la repressione di massa criminale. Le pulsioni di violenza sopraffatrice, nazionali e politiche si intrecciarono. La politica di Togliatti fu ambigua perché dall’autunno ’44 avallò le mire titine. Fino all’uscita dal Cominform i poteri popolari, con la “fratellanza italo-slava”, tentarono l’inclusione selettiva dei soli italiani “onesti e buoni”, ovvero operai e contadini utili per il socialismo. Ma contadini e pescatori non volevano saperne del collettivismo, i nuclei operai di Trieste e Monfalcone rimasero fuori dalla Jugoslavia, mentre quelli meno consistenti di Pola e Fiume furono in buona parte delusi dal socialismo reale. Per giunta dal giugno ’48 i cominformisti divennero i peggiori “nemici del popolo”. Ne seguì un Esodo pressoché totale degli italiani, indotti a partire per le pressioni e le violenze subite, la negazione dei propri diritti e l’impossibilità di conservare la propria identità collettiva.
Durante il successivo buffet al piano terra del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata, la presidente dell’IRCI Chiara Vigini ha inaugurato la mostra itinerante (visitabile fino al 14 aprile) Il confine più lungo - Affermazione e crisi dell’italianità adriatica, promossa dal Comune di Rimini in collaborazione con l’Università di Trieste, l’IRSML FVG e l’Associazione delle Comunità Istriane, con il patrocinio dell’ADES. Nel pomeriggio i seminaristi sono stati condotti in pullman alla Foiba di Basovizza e all’ex Centro di raccolta profughi di Padriciano. Quindi sono rientrati al “Revoltella”.
La prof.ssa Ethel Serravalle, consulente dell’Associazione Italiana Editori per l’editoria scolastica, ha auspicato prudenza e gradualità nell’adozione della legge sulla “rivoluzione digitale” perché si rischia di dismettere uno strumento consolidato e ormai altamente perfezionato come il libro di testo per adottare sussidi digitali che magari si prestano all’informazione ma non all’apprendimento. Lo stesso dimezzamento dei manuali non aiuterà ad approfondire le tematiche del confine orientale. Gli insegnanti dovranno essere messi nelle condizioni di poter usare i nuovi strumenti efficacemente.
Il prof. Roberto Spazzali ha affermato che il “libro liquido” vagheggiato dalla nuova legge presenta vantaggi ma anche limiti: su argomenti caldi e ancora aperti come quelli del confine orientale il pericolo è di attingere a siti negazionisti o giustificazionisti mascherati. I manuali di storia hanno trattato poco e male la materia poiché rispecchiano una storiografia nazionale superficiale e carente anche sul piano cartografico. Per giunta nel triennio universitario non si lavora più sulle fonti: cruciale diventa quindi il dialogo con le università. Al contrario i manuali di storia delle scuole slovene (adottati anche da quelle slovene in Italia) e croate si abbeverano a una storiografia nazionale molto attenta ai territori adriatici ma etnocentrica. Dopo la secessione, in Croazia fu il presidente della Repubblica Tuđman a dettare i nuovi manuali, che sminuivano le minoranze, demonizzando l’imperialismo serbo, ungherese e italiano ma tacendo su Foibe ed Esodo. Nei libri di testo sloveni si sottolinea che il “territorio etnico sloveno” è ben più ampio di quello politico, che esistono minoranze all’estero e soprattutto in Italia e che gli sloveni hanno subito torti, soprusi e violenze dai popoli vicini e in particolare dagli italiani, si enfatizza l’occupazione italiana del 1941-43 con i campi di concentramento di Gonars e Visco, si parla di “liberazione” delle terre giuliane nel 1945 ignorando le Foibe e si riduce l’Esodo all’espatrio degli italiani giuntivi dopo il 1918.
La prof.ssa Maria Ballarin ha rilevato come nel 1945 la Sottocommissione per l’Educazione istituita dal Governo Militare Alleato si occupò di defascistizzare i libri di testo. Nel 1951 la Consulta Didattica stabilì che in terza media ci si doveva fermare al Risorgimento, mentre nelle superiori alla Prima guerra mondiale. Nel 1960 i nuovi programmi di storia per i licei classici, scientifici e magistrali, ispirati a «fini di apologia democratica, pacifista, antifascista», non inclusero le tematiche del confine orientale. Ne conseguirono scarne, imprecise e a volte erronee trattazioni nei manuali. La riforma del 1996, che introdusse l’obbligo di dedicare l’ultimo anno delle medie e delle superiori alla storia del ’900, e le connesse iniziative di aggiornamento per insegnanti hanno stimolato una maggiore considerazione del tema, ma solo di recente si sono riscontrati alcuni significativi miglioramenti.
Leonardo Devoti, del Touring Club Italiano, ha relazionato sul buon esito del concorso Classe turistica promosso dallo stesso TCI in collaborazione col Tavolo di lavoro e del Festival del turismo scolastico svoltosi a Grado dal 17 al 20 ottobre 2012. Studenti e insegnanti delle classi vincitrici sono stati portati in visita anche a Pirano, dove «l’italianità è evidente e si respira aria di casa»; «dopo aver visto l’ex CRP e Pirano si comprende quanto sia stato duro abbandonare posti così belli per un destino oscuro tutto da costruire». È possibile iscriversi al nuovo concorso compilando entro il 15 aprile il modulo d’adesione sul sito www.classeturistica.it. Il nuovo Festival avrà luogo a Trieste dal 17 al 19 ottobre 2013.
La mattina di sabato si sono svolti in contemporanea quattro laboratori sui seguenti temi: La Lavagna Interattiva Multimediale (LIM) in classe come supporto all’insegnamento della storia (moderatori Valentina Feletti e Caterina Spezzano); Casi didattici e buone pratiche attraverso i viaggi di istruzione e le uscite didattiche (Maria Elena Depetroni e Chiara Vigini); Il confine orientale: dal Risorgimento alla Seconda guerra mondiale (Massimiliano Lacota Enrico Neami); Dall’Esodo a oggi (Chiara Motka e Donatella Schürzel). Nel pomeriggio il prof. Roberto Spazzali ne ha esposto le risultanze. 1) La LIM, in mano a docenti adeguatamente formati, può costituire un ottimo strumento per coinvolgere i discenti poiché consente l’accesso a un’ampia gamma di fonti aperte digitali e multimediali (internet, dvd, cd, file…) e la loro registrazione. Sarà opportuno però certificare motori di ricerca e siti, risolvere il problema dei diritti d’autore e mettere a disposizione della comunità il risultato del lavoro compiuto. 2) Anche nella scuola primaria si possono affrontare i temi dell’Adriatico orientale in quanto legati ai principi costituzionali e all’acquisizione di competenze di cittadinanza. La trasversalità disciplinare potrà costituire un’ulteriore risorsa. Starà poi agli insegnanti mettersi in gioco. 3) È stato proposto di scandire gli avvenimenti dal 1815 al 1848, dal 1848 al 1918 e dal 1918 al 1945 (con sottotemi interni), ricorrere alla memorialistica, inserire nelle antologie della letteratura italiana brani di autori giuliano-dalmati e coinvolgere le associazioni degli Esuli nella produzione di materiale didattico. 4) Le vicende dell’Esodo andrebbero esposte in modo che i giovani si possano identificare emotivamente nei loro coetanei di allora.
La prof.ssa Serravalle ha annunciato che proporrà agli editori e al ministro un monitoraggio sull’attuazione della riforma, per segnalare errori, compiere aggiustamenti nella produzione della parte digitale interattiva, educare all’uso dei nuovi supporti e venire incontro alle aree con minori dotazioni tecnologiche. Quanto allo specifico giuliano-dalmata, si farà ambasciatrice presso gli editori delle istanze delle associazioni per un dialogo nel rispetto della libertà editoriale. L’obiettivo è migliorare la didattica: altrimenti l’abbandono del libro di testo tradizionale non avrebbe senso.
Dal pubblico sono intervenuti Renzo de’ Vidovich, Adriano De Vecchi e Maria Elena Depetroni. Daniela Beltrame ha infine rimarcato che il dialogo con l’AIE servirà a correggere gli errori macroscopici di troppi manuali, sempre nel rispetto della libertà di pensiero e insegnamento perché «la democrazia si difende con la verità». Le linee guida ministeriali flessibili consentiranno l’integrazione della dimensione locale con quella nazionale e internazionale, dando modo di trattare al meglio le vicende giuliano-dalmate. Nel Friuli Venezia Giulia si stanno già facendo lavorare le scuole in rete anche su moduli di storia locale. Ora bisognerà mettere tutti gli insegnanti nella condizione di stare al passo con le nuove tecnologie.
Paolo Radivo
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