Notizie di qua e di là dal confine

Notizie di qua e di là dal confine
di Paolo Radivo Importanti scoperte archeologiche a Pola
A Pola indagini archeologiche condotte dallo scorso dicembre nella cappella romanica di San Giovanni del convento di San Francesco sul colle del Castello hanno individuato un sepolcro in pietra con otto inumazioni e un ossario monastico posto su muri antichi e su pavimentazioni dove sono stati rinvenuti anche cocci di anfore, tessere di mosaico, stoviglie, frammenti di affreschi, aghi in osso e monetine bronzee.
Intorno al 20 gennaio gli scavi per la posa di cavi elettrici nella centralissima via Kandler hanno portato alla luce un nuovo tratto di selciato romano. A 70-80 centimetri di profondità sono riemerse lastre di pietra calcarea spesse 5 centimetri, lunghe 70 e larghe 50. Spezzate da un grande cavo di ferro posizionato in epoca asburgica, sono apparentemente della stessa fattura di quelle rinvenute in piazza Foro nel 2006. Al di sotto dovrebbe trovarsi la canalizzazione romana.
Tra l’ultima decade di gennaio e la prima di febbraio i lavori di metanizzazione hanno fatto riemergere sul Colle di San Michele 20 scheletri umani (quasi tutti in buono stato di conservazione) di quella che nel medioevo fu la principale necropoli polese. Era posta a fianco del monastero benedettino, raso al suolo nell’800 dagli austriaci per edificare un forte. Sedici dei feretri furono inumati nel terreno, quattro in loculi di lastre (come si usava nell’Istria “rossa” fra il IV e il IX secolo). Alcuni si trovavano a profondità diverse e uno apparteneva a un bambino. Le tombe erano disposte in direzione est-ovest.
Il 6 febbraio in via Flaccio gli scavi per il posizionamento del collettore fognario costiero a ridosso della Posta centrale hanno svelato a 5-6 metri di profondità i resti di quella che ha tutto l’aspetto di una nave romana in legno. Il magnifico stato di conservazione del manufatto dipende dall’assenza d’ossigeno nella fanghiglia prodotta alla foce del torrente di Pragrande. Tale ennesimo ritrovamento conferma la tesi secondo cui in epoca romana tra la Posta e l’Arsenale esistevano un molo e un porticciolo. La linea di costa era arretrata.
Ai primi di aprile a fianco del duomo è riemerso un muretto che probabilmente delimitava il cimitero della cattedrale.
Sempre in aprile, tra la Riva e via Porta Stovagnaga, gli addetti del Museo Archeologico dell’Istria hanno rinvenuto massicce opere murarie composte da blocchi di pietra romani riciclati in età tardoantica o medievale verosimilmente a scopo difensivo. Al di sotto sono stati scoperti micropali lignei conficcati nel terreno sabbioso per sostenere la struttura.

Italiana ministro per gli sloveni nel mondo
La nuova premier slovena Alenka Bratušek ha nominato ministro per gli Sloveni nel mondo Tina Komel, 32enne vice-presidente della Comunità degli Italiani di Crevatini, deputata e finora vicepresidente della Commissione parlamentare per gli Sloveni nel mondo: una novità assoluta che attesta il superamento di inveterati tabù. Secondo Rudi Pavšič, presidente della principale organizzazione della minoranza slovena in Italia, l’SKGZ, essere una esponente della minoranza italiana è per la Komel un «valore aggiunto in quanto sarà più sensibile ai problemi delle minoranze e quindi anche ai nostri». La sua nomina è «un passo in avanti verso la collaborazione tra le due minoranze». Anche Drago Štoka, presidente della seconda organizzazione degli sloveni in Italia, l’SSO, ha manifestato piena fiducia nella Komel. Entusiastico il commento di Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana: «È la prima volta nella storia della Slovenia indipendente che un nostro connazionale assurge a una carica di tale importanza e responsabilità. Le recenti nomine di alcuni connazionali ai vertici di importanti enti e istituzioni a livello locale, come quella di Franco Juri a direttore del Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano, di David Runco a direttore della Biblioteca Centrale “Srečko Vilhar” di Capodistria, di Andrej Bertok a direttore del Centro per la Cultura, le Manifestazioni e lo Sport di Isola e di Luka Juri a direttore del Museo Regionale di Capodistria sono l’ennesima concreta prova che la Comunità Nazionale Italiana, con il suo capitale umano e intellettuale, contribuisce fattivamente allo sviluppo sociale, culturale ed economico della regione e del Paese».

Studenti italiani visitano l’Istria
Ben 120 studenti di 20 scuole superiori romane hanno visitato la Venezia Giulia nell’ambito del progetto Roma nel Cammino della Memoria. Percorsi e viaggi di storia, cultura e impegno civile. Erano accompagnati da rappresentanti della Giunta capitolina, della Società di Studi Fiumani e del Comitato provinciale dell’ANVGD. Il 19 marzo sono stati al Sacrario di Redipuglia, alla Foiba di Basovizza e all’ex Campo profughi di Padriciano, pernottando a Umago. Il 20 hanno raggiunto Rovigno, rientrando in serata a Umago. Il 21 sono tornati a Trieste. Particolarmente ricca è stata la tappa di Rovigno, dove al Centro multimediale hanno partecipato a un incontro-dibattito sulla minoranza italiana autoctona con il vicesindaco Marino Budicin, il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, la presidente del Comitato provinciale ANVGD di Roma Donatella Schürzel e l’esule rovignese Sergio Schürzel. I giovani cantanti della Comunità degli Italiani hanno eseguito canzoni tradizionali e alcuni mini-attori della filodrammatica hanno fatto sentire agli ospiti come suona il dialetto istrioto. La visita ha incluso anche la Scuola media superiore italiana, la CI e il Centro di ricerche storiche. La sera a Umago, dopo il saluto del presidente della locale CI, hanno portato la loro testimonianza Sergio Schürzel e le sorelle rovignesi Bucci, prima deportate dai nazisti e poi esuli, che hanno parlato ai giovani anche il giorno dopo in Risiera.
Il 16 aprile una settantina di alunni della Scuola secondaria di I grado di Limena (Padova), accompagnati dai propri insegnanti, si sono recati in viaggio d’istruzione a Parenzo (Croazia), dove hanno visitato il centro storico potendo contare sul presidente della locale CI quale cicerone. Quindi sono andati a Montona. Il giorno successivo hanno fatto tappa a Trieste: prima alla Risiera di San Sabba, poi a Miramare e infine alla Foiba di Basovizza, dove il redattore de “L’Arena di Pola” ha fatto loro da guida. In tal modo hanno potuto vedere di persona sia la pulsante realtà odierna sia i principali luoghi simbolo degli inauditi crimini commessi dalle dittature del ’900.
Sempre il 16 aprile i 33 studenti vincitori della XII edizione del concorso indetto dalla Regione Liguria sul tema Il sacrificio degli Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia: mantenere la memoria, rispettare la verità, impegnarsi per garantire i diritti dei popoli hanno visitato Fiume, accompagnati da alcuni insegnanti, tre consiglieri regionali, un dirigente del Consiglio regionale e due rappresentanti dell’ANVGD. Nell’aula magna della Scuola media superiore italiana sono stati accolti con simpatia dalla preside Ingrid Sever e dal console generale d’Italia Renato Cianfarani.
Il 18 aprile la comitiva ligure ha incrociato nella Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri” di Pola quella del Liceo psico-pedagogico e delle scienze umane di Enna. A entrambe il gruppo vocale ha offerto un saggio di benvenuto. La preside Debora Radolović ha esposto storia, caratteristiche e attività dell’istituto. Gli ospiti siciliani sono stati accompagnati a visitare la città, i liguri a rendere omaggio nel cimitero di Marina al sacrario dei Caduti italiani e al simulacro della tomba di Nazario Sauro, quindi al cippo in memoria delle Vittime di Vergarolla, per concludere con un giro nel centro storico.

Cherso: l’italiano entra nella scuola croata
Il Consiglio della Città di Cherso ha modificato a fine marzo lo Statuto municipale introducendo la facoltà per i genitori di scegliere per i loro figli l’apprendimento dell’italiano dalla prima all’ottava classe della Scuola elementare croata. Si comprenderà ancor meglio la valenza storica di tale innovazione considerando che a Cherso la scuola elementare italiana fu soppressa nel 1953. Da allora anche i figli di connazionali o di matrimoni misti hanno dovuto iscriversi a quella croata. Tuttora, per imparare la lingua del sì, non resta che frequentare i corsi organizzati dalla locale CI. Questa è una delle cause del forte calo degli italiani al censimento 2011: dal 4,02% al 3,27% rispetto al 2001.

Definitivo sì sloveno alla Croazia nell’UE
Il Parlamento sloveno ha ratificato all’unanimità lo scorso 2 aprile il trattato di adesione della Croazia all’Unione Europea ottemperando con ciò all’impegno assunto l’11 marzo dal premier uscente Janez Janša con quello croato Zoran Milanović a fronte del corrispettivo impegno di Zagabria a discutere dell’ex Ljubljanska Banka nelle trattative sulla successione dell’ex Jugoslavia. Alla seduta hanno assistito lo stesso Milanović e il ministro degli Esteri croato Vesna Pusić, che si sono incontrati con i rispettivi omologhi Alenka Bratušek e Karl Erjavec e hanno partecipato al pranzo di gala offerto dal presidente della Repubblica Borut Pahor.
Sono ancora tre i Paesi europei a dover dare il via libera: Germania, Danimarca e Olanda. Il Belgio lo ha appena fatto. Ma il 26 marzo la Commissione, nel suo ultimo rapporto di monitoraggio presentato dal commissario Štefan Füle a Zagabria, ha dichiarato che la Croazia ha introdotto o si appresta a introdurre tutte le riforme richieste, specie nei capitoli: Competitività sul mercato; Giustizia e diritti fondamentali; Equità, libertà e sicurezza. Dunque è pronta per entrare il 1° luglio nella casa comune europea senza ulteriori monitoraggi. Nei primi sei mesi avrà a disposizione 650 milioni di euro di fondi comunitari: ossigeno per la sua claudicante economia. Se dal 1° luglio spariranno i finanzieri ai posti di blocco sloveno-croati, bisognerà ancora esibire la carta d’identità ai poliziotti. La nuova sfida lanciata da Milanović è l’ingresso nell’area Schengen: solo allora il confine si smaterializzerà.
Intanto domenica 14 aprile si sono svolte in Croazia le elezioni per i 12 europarlamentari che dal 1° luglio siederanno fra i banchi di Strasburgo. Ha votato solo il 20% degli elettori. L’alleanza di destra fra HDZ, HSP AS e Blocco dei Pensionati si è piazzata al primo posto con il 32,86% accaparrandosi 6 seggi, di cui 5 dell’HDZ e 1 dell’HSP AS. Solo seconda con il 32,07% la coalizione governativa composta da socialdemocratici, popolari e pensionati, che ha ottenuto 5 eletti tutti socialdemocratici; fra loro anche Marino Baldini, sindaco di Visinada. Al terzo posto i laburisti col 5,75% e un eurodeputato.

Braico presidente delle Comunità Istriane
È il primo presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane ad essere esule di seconda generazione. Stiamo parlando di Manuele Braico, nato il 6 luglio 1957 nel campo profughi di Padriciano da genitori di Briz (alto Buiese). Lo ha eletto lo scorso 4 aprile per il prossimo quadriennio l’Assemblea generale. L’importante realtà, che dal 2007 fa parte di FederEsuli, ha sede a Trieste, dove pubblica il quindicinale “La nuova Voce Giuliana”.
Braico, attivo nell’associazione dal 1979 e vice-presidente negli ultimi quattro anni, è responsabile del reparto cokeria della Ferriera di Servola. Auspica una gestione collegiale e partecipata del sodalizio, il mantenimento dell’identità degli esuli mediante la prosecuzione delle tradizionali attività associative, il sostegno al giornale, il coinvolgimento delle scuole, il potenziamento del sito internet, il sostegno a quanti volessero coltivare rapporti con la terra d’origine e i corregionali rimasti, nonché la creazione di un ufficio di consulenza legale insieme ad altre associazioni consorelle per le pratiche inerenti sia i beni abbandonati sia la corretta indicazione del luogo e dello Stato di nascita degli esuli nei documenti.
Anche lo sfidante appartiene alla seconda generazione. Franco Biloslavo, nato a Trieste nel maggio 1954, dal 2000 membro del direttivo dell’Associazione e segretario della Comunità di Piemonte d’Istria, è coordinatore dell’ufficio progetti in Fincantieri. Fortemente rivolto al futuro, si è presentato all’insegna del motto “Rigenerazione” puntando su quattro obiettivi principali: coinvolgimento delle seconde-terze generazioni anche tramite i nuovi mezzi tecnologici, supporto organizzativo alle singole Comunità, promozione di attività in Istria per ricucire la lacerazione determinata dall’Esodo e potenziamento del dibattito sia dentro l’Associazione sia tra i sodalizi degli esuli sulle tematiche di maggior rilievo.
L’elezione è avvenuta in due turni: nel primo Braico ha ricevuto 53 voti contro i 35 di Biloslavo, nel secondo 29 contro 26. Vicepresidenti sono stati eletti Bruno Liessi e Licia Giadrossi. Braico succede a Lorenzo Rovis, che è stato presidente per 10 anni (due mandati e mezzo) dando impulso alle attività interne, coltivando cordiali rapporti di collaborazione con le altre associazioni della diaspora e manifestando crescente apertura verso gli italiani “rimasti”. A suo giudizio ambo i contendenti erano in sintonia con la linea da lui seguita.
Daila: l’ex convento tornerà ai frati
L’Alta Corte Amministrativa della Croazia ha invalidato lo scorso 7 aprile tutti i provvedimenti con cui il precedente Governo di centrodestra aveva voluto impedire che i frati benedettini di Praglia tornassero in possesso dell’ex convento di Daila e di parte dei terreni pertinenti. La vicenda è contorta. Nel 1947-48 le autorità jugoslave sottrassero all’Abbazia di Praglia tutti i suoi beni a Daila. Tra il 1997 e il 2002 la Repubblica di Croazia li assegnò alla Diocesi di Parenzo e Pola, la quale ne vendette ampie parti a scopo di lucro. I frati di Praglia si opposero rivendicando i loro diritti. Dopo anni di vertenze inter-ecclesiali e giudiziarie, una commissione cardinalizia istituita da Benedetto XVI elaborò un accordo che ripartiva l’invenduto in parti quasi uguali fra la Diocesi e l’Abbazia. Poiché l’allora vescovo Milan Milovan rifiutava quel compromesso, il 13 luglio 2011 il Papa lo sostituì nella firma con un cardinale curiale. In seguito alle inusitate reazioni del vescovo che, sfidando la Santa Sede e alimentando un ormai desueto nazionalismo anti-italiano, ottenne l’appoggio del Governo di Jadranka Kosor e del presidente della Regione Istriana Ivan Jakovčić, il 9 agosto il ministro della Giustizia decretò la riacquisizione al demanio statale di tutti i beni, compresi quelli giù venduti a fini turistici, sostenendo che i benedettini erano stati risarciti con gli Accordi di Osimo. Contro tale decreto il segretario di Stato Tarcisio Bertone firmò, a nome della recalcitrante Diocesi, un ricorso alla Corte amministrativa della Croazia scritto da Tiziano Sošić, avvocato connazionale rovignese e vice-console onorario d’Italia a Pola. Ora la Corte ha accolto tale istanza sentenziando la restituzione dell’invenduto (180 ettari) alla Diocesi e un risarcimento di 4 milioni di euro ai frati per le spese legali e la mancata riacquisizione del venduto (190 ettari). La Diocesi, retta dal 14 giugno 2012 dal vescovo Dražen Kutleša dopo le dimissioni dello “scismatico” Milovan, riconsegnerà i 180 ettari ai benedettini in ottemperanza alla convenzione del 2011. Sui terreni alienati potranno invece sorgere i campi da golf e le altre strutture turistiche bloccate dal contenzioso.

L’ambasciatore croato al Museo degli esuli
Il nuovo ambasciatore croato in Italia Damir Grubiša ha visitato il 9 aprile scorso l’Archivio Museo Storico di Fiume con sede a Roma, accolto dai dirigenti della Società di Studi Fiumani. Lui stesso fiumano di nascita, ha voluto visitare l’istituto, di cui conosce le opere editoriali, per vedere direttamente i tanti documenti e cimeli esposti. Nell’occasione ha ricordato di aver partecipato, con il presidente Ballarini, il segretario generale Micich e il prof. Stelli, al convegno tenutosi in riva al Quarnero nel 1996 dal titolo Fiume/Rijeka: Itinerari culturali. Sono stati menzionati anche altri eventi importanti sulla via del dialogo. Ballarini ha donato a Grubiša alcune pubblicazioni del sodalizio e una medaglia commemorativa in bronzo con l’aquila bicipite. L’ambasciatore, auspicando che le vecchie divisioni e tragedie vissute nell’Adriatico orientale non si ripetano mai più, ha invitato i dirigenti della Società a partecipare il 1° luglio alle celebrazioni per l’entrata della Croazia nell’UE in programma all’ambasciata di Roma.

Esuli capodistriani a Semedella
Domenica 14 aprile don Giuliano Vattovani, esule capodistriano operante a Trieste, ha celebrato con due sacerdoti locali nella chiesa della Beata Vergine delle Grazie a Semedella la tradizionale messa per l’intercessione della Madonna contro la peste. Alla cerimonia organizzata dalla CI erano presenti anche quest’anno diversi esuli. Secondo il console generale d’Italia a Capodistria Maria Cristina Antonelli è «palpabile un senso di speranza, con segnali di fratellanza e di superamento di vecchie cicatrici»; il riconoscimento delle reciproche sofferenze consentirà di risolvere le difficoltà. Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, ha sostenuto che «determinate vischiosità del passato si stanno superando, riuscendo con le persone di buona volontà a ricomporre una famiglia recisa drasticamente».

Occhio alle trappole del CUD!
Miett Grigillo Mazzucconi, nata a Zara nel 1942 (perciò quand’era ancora Italia), esule residente a Bergamo e pensionata, è entrata nel sito dell’INPS per scaricare il suo CUD, dove però ha trovato scritto: Provincia di nascita «EE» (estera), Stato di nascita «codice ignoto», cittadinanza di nascita «EE» (estera). Allora si è rivolta alla locale sede INPS portando con sé la legge 54/89. Ma l’impiegata le ha risposto di non poter correggere perché le lettere e cifre «M149» del codice fiscale della signora corrispondono alla Croazia. Una collaboratrice esterna di FederEsuli ha invece appurato che «M149» è il codice attribuito dal Ministero dell’Interno al Comune di Zara italiano, e un impiegato dell’Agenzia delle Entrate di Bergamo ha aggiunto che «M149» è la Zara ante 1947, mentre «Z149» quella jugoslava e poi croata. L’errore era perciò della sede centrale romana dell’INPS e di quella di Bergamo. La signora è così tornata in quest’ultima; impuntandosi, è riuscita a farsi modificare i dati del CUD e a farli trasmettere alla piattaforma informatica dell’INPS nazionale. Ora la sua Provincia di nascita risulta «ZA», il suo Stato di nascita «I» e la sua cittadinanza di nascita «I».
Quando però Miett Grigillo ha chiesto di correggere i dati anche degli altri esuli giuliano-dalmati residenti a Bergamo, la risposta è stata che la correzione si sarebbe fatta solo man mano che gli utenti lo avrebbero richiesto. Il modulo CUD viene infatti stampato dall’INPS nazionale e non è modificabile. Il problema è dunque a monte e si ripresenta in ogni parte d’Italia per tutti gli esuli. L’unica soluzione è che l’interessato vada nella sede INPS delle sua città e faccia registrare le correzioni tramite il sistema SIATEL o quello in uso. Poi la stessa sede INPS dovrebbe inviare il tutto a Roma, in modo da allineare i codici. Se invece è il codice fiscale ad essere sbagliato, bisogna recarsi all’anagrafe del Comune, affinché faccia la variazione e la trasmetta all’Agenzia delle Entrate.
Chi è nato nel Comune di Pola entro il 15 settembre 1947 deve avere scritto sul codice fiscale «G778». Sul suo CUD deve comparire: Provincia di nascita «PL», Stato di nascita «I», sua cittadinanza di nascita «I».

Assisi: ad Antonio Concina il premio Dignità giuliano-dalmata
Antonio Concina è stato insignito il 28 febbraio nel municipio di Assisi del premio Dignità giuliano-dalmata, promosso dal Comune umbro in collaborazione con l’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio. Classe 1938, esule zaratino e già amministratore di importanti società nazionali, nel 2009 fu eletto sindaco di Orvieto, dove due anni fa ospitò il Raduno dei dalmati. «Le comunità degli esuli – ha rilevato – ricordano le loro origini e rivendicano senza isterismi, senza acrimonia e senza rivendicazioni cruente un ruolo culturale per il futuro delle terre lasciate».


Simone Cristicchi abbraccia gli esuli
Sono accorsi in tanti venerdì 29 marzo al Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste per ascoltare il 36enne cantautore, attore e scrittore romano Simone Cristicchi. La sala del pianoterra era gremita in particolare da esuli e loro discendenti, ma anche da triestini. Era venerdì santo e la presidente dell’IRCI Chiara Vigini ha fatto presente che una volta nella sua famiglia di Quaresima non si sarebbe né cantato, né festeggiato. D’altronde il clima penitenziale ben si abbina all’autentica Passione vissuta dai giuliano-dalmati con le Foibe e l’Esodo. Inoltre la Pasqua di Resurrezione può simboleggiare il momento in cui è stato tolto il silenziatore alle angosce e ai lamenti degli esuli. La presidente ha quindi consegnato all’artista una composizione incorniciata con tre medaglie raffiguranti i simboli di Istria, Fiume e Dalmazia. Cristicchi se n’è detto onorato. Piero Delbello ha ribadito che questo venerdì santo non era un’occasione di festa, bensì di raccoglimento.
L’ospite ha esordito riferendo di essere tornato quella mattina stessa al Magazzino 18 del Porto vecchio, da cui è scaturita la canzone del suo nuovo cd Album di famiglia. Quando da ragazzo si recava in autobus alla scuola superiore, si imbatteva in una fermata dal nome per lui enigmatico: «Quartiere Giuliano Dalmata». Ogni volta si interrogava su chi fosse stato questo signor Giuliano Dalmata... «E chissà quanti altri come me – ha detto – se lo saranno chiesto… Poi, grazie al libro di Jan Bernas Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, ho finalmente capito».
Dopo questa introduzione ha eseguito con la chitarra acustica una canzone in romanesco («perché la verità si trova nel dialetto») tratta dal poema del pacifista Elia Macelli Li Romani in Russia, trasformato dallo stesso Cristicchi in un omonimo monologo teatrale e parzialmente ripreso nel suo libro Mio nonno è morto in guerra (Mondadori, 2012): un testo dissacrante che mette in guardia dai falsi miti, pieni di belle parole, usati dai potenti per imbrogliare la gente facendone carne da cannone. Il successivo brano ha narrato la campagna di Russia del nonno Rinaldo, che tornò portandosi dietro per sempre la sensazione intima di freddo provata nel gelido inverno 1941-42. Quindi Cigarettes, tratta da Album di famiglia, che cita ironicamente la relazione dell’Ispettorato del Congresso americano risalente all’ottobre 1912 sugli immigrati italiani negli USA, dipinti come sfaccendati, petulanti, ladri, selvaggi, portatori di malattie e stupratori.
A seguire un commosso e commovente omaggio a Laura Antonelli, esule polesana prima a Napoli e poi a Roma, attrice di fotoromanzi e successivamente di film. La sua brillante carriera venne bruscamente interrotta nel 1991 dall’arresto per la scoperta nella sua villa di 36 grammi di cocaina. Fu l’inizio di una via crucis che la destabilizzò sul piano psichico, con la condanna in primo grado per spaccio di stupefacenti e il simultaneo deturpamento del viso causato da un’operazione di chirurgia estetica cui dovette sottoporsi per interpretare la sua ultima pellicola. L’assoluzione piena dall’infamante addebito giunse appena nel 2000, quando ormai l’attrice aveva abbandonato le scene appartandosi e piombando in uno stato di prostrazione. Solo nel 2006 le venne riconosciuto un congruo risarcimento per il danno alla salute e all’immagine determinato dalle esasperanti lungaggini giudiziarie. Cristicchi le si è rivolto con tenerezza e immedesimazione rievocando la sua tragedia: «Laura attrice che si spoglia per un popolo guardone, diventata il sogno erotico di una generazione, la creatura più divina dilaniata dal successo, per la tua lapidazione bastò un sasso…». E ancora: «Laura pazza, Laura ingenua, Laura povera drogata, Laura fragile, sensibile, alla gogna trascinata, Laura aspetta la sentenza crocifissa su un giornale, condannata per dieci anni ad impazzire».
La successiva canzone, Ti regalerò una rosa, ha raccontato con affetto l’esperienza umana di un triestino rinchiuso fin da piccolo nell’ospedale psichiatrico di San Giovanni ma ancora capace di amare e volare. Quindi la toccante Mi manchi, inclusa in Album di famiglia.
Lasciata la chitarra, Cristicchi ha narrato una delle storie da lui raccolte a Trieste col registratore e trascritte in Mio nonno è morto in guerra. Nel periodo del Litorale Adriatico due giovani donne residenti nel popolare rione triestino di San Giacomo si recano al comando tedesco per cercare lavoro e lo trovano come sarte. La madre inizialmente si indigna accusandole di tradimento degli ideali comunisti e di collaborazionismo col nemico, ma poi le lascia fare perché la fame anche per lei è più forte di qualsiasi ideale. Durante i bombardamenti anglo-americani le due giovani sono tra i pochi triestini a poter sostare nel ricovero anti-aereo di via Fabio Severo destinato ai tedeschi, ampio, arioso, pulito, dotato persino di panche e bagni con carta igienica, mentre quello destinato alla popolazione civile è angusto, umido e fetido.
Cristicchi ha interpretato anche la struggente 1947, in cui l’esule polesano Sergio Endrigo manifesta un’insopprimibile nostalgia per la sua Pola perduta, per la strada fiorita della sua gioventù, dove sarebbe stato troppo tardi ritornare perché nessuno lo avrebbe riconosciuto. Al cantautore istriano Cristicchi dedicherà un concerto il prossimo 26 luglio a Spilimbergo (Pordenone) nell’ambito della rassegna Folkest.
Sono seguite altre due storie raccolte a Trieste e riportate in Mio nonno è morto in guerra. La prima parla di un triestino che dopo l’8 settembre 1943, abbandonata la divisa del Regio Esercito, divenne partigiano dei GAP, responsabili di attentati contro fascisti e nazisti. In seguito a una delazione venne arrestato, interrogato, torturato e spedito a Dachau. Sopravvissuto e tornato a Trieste, non vi trovò più la sua amata, nel frattempo uccisa e bruciata nella Risiera di San Sabba. Il racconto successivo ha riguardato una famiglia di esuli fiumani che passarono in treno per la stazione di Bologna, accolti con lo stesso odio dal quale erano fuggiti, e finirono nel campo di raccolta di Laterina, vicino ad Arezzo. Ad attenderli: il filo spinato, i carabinieri col mitra e una sistemazione spartana in un umido camerone con giacigli di paglia e, come divisore dalle altre famiglie, una coperta poggiata sul fil di ferro. Per i bambini era quasi un campeggio, ma gli anziani piangevano di nascosto. Gli aretini consideravano gli esuli uomini delinquenti, le donne di facili costumi. Quando li vedevano in città esclamavano: «Attenti! Arrivano i profughi!». Penosa fu la visita del vescovo, che si accorse di non avere l’anello al dito e subito accusò i presenti, ragion per cui un maresciallo dei Carabinieri fece chiudere le porte ordinando ai profughi di tirar fuori il maltolto. Il loro rappresentante assicurò che nessuno l’aveva rubato, ma che in ogni caso l’avrebbero ricomprato facendo una colletta con le loro misere diarie statali. Dopo che la radio di servizio dei Carabinieri informò che il prezioso anello si trovava sul lavandino di casa del vescovo, il maresciallo si scusò con gli esuli palesando vergogna per averli ingiustamente additati. Il racconto si è concluso con queste forti parole: «Ci avevano strappato la nostra terra, ma nessuno riuscì mai a strapparci la dignità».
Cristicchi ha infine cantato l’intensa Magazzino 18, dedicata agli esuli. Vivissimi gli applausi del pubblico, come del resto anche per tutte le altre sue esecuzioni. E non era certo scontato, perché molte vicende narrate da questo moderno “cantastorie” riflettono un orientamento ideologico lontano da quello della maggioranza degli spettatori, che però hanno apprezzato lo spirito umanitario, la sincera compassione per le vittime di ogni ingiustizia, di ogni violenza, di ogni abuso, di ogni denigrazione, la volontà di comprendere e abbracciare tutti gli afflitti, di dar voce agli «ammutoliti dal frastuono della storia», recuperando in un mosaico per definizione incompleto le loro memorie troppo a lungo neglette. Magazzino 18 è anche il titolo di un capitoletto del libro, basato sulla testimonianza di un anonimo esule polesano.
Paolo Radivo

Consegnati i premi “Tanzella”
Si è svolta venerdì 22 marzo al Teatro Nuovo di Verona la cerimonia di conferimento del Premio “Generale Loris Tanzella”, promosso dal Comitato ANVGD di Verona e giunto ormai alla tredicesima edizione.
Il primo premio assoluto è stato conferito a Così Rovigno canta e prega Dio, di David Di Paoli Paulovich.
Per la sezione “Lingua” il primo premio è andato a La lingua veneta e i suoi dialetti, di Giovanni Rapelli, e una menzione d’onore a Voci veneto-italiane nella parlata della città di Lesina, di Ferruccio Delise.
Per la sezione “Testimonianze” il primo premio è stato assegnato a Parenzo. Gente, luoghi, memoria, di Aulo Crisma, il secondo a I gatti di pirano. Dal mare istriano al campo di Fossoli, di Anna Malavasi e Marino Piuca, una menzione d’onore a Mare e Fiume nel cuore, di Reneo Lenski, Lontani anni verdi. Ricordi di un muleto polesan, di Glauco Dinelli, 24 maggio-Sogni e speranze, di Mario Lorenzutti, Quei de Via Carpaccio. Zibaldone a cura dei Quattro Moschettieri, di Ruggero Botterini, Bruno Carra, Francesco Tromba e Veniero Venier, e Come Eva ma sensa pecà, di Amina Dudine.
Il generale Edgardo Pisani ha consegnato la targa “Per non dimenticare” a I cucai, di Tiziana Dabović.
Per la sezione “Storia” ha vinto il primo premio Il confine orientale. Da Campoformio all’approdo europeo, di Giorgio Federico Siboni, il secondo Mosaico dalmata. Storie di dalmati italiani, di Guido Rumici, il terzo Miniere d’Arsia tra eventi storici e sociali, di Antonio Zett, mentre hanno ottenuto una menzione d’onore Le cinque giornate di Fiume, di Silvia Moscati, Guida agli attori giuliano-dalmati, di Alessandro Cuk, e Piccola storia di Fiume, 1847-1947, di Rodolfo Decleva.
Per la sezione “Narrativa” si è aggiudicato il primo premio I cento veli, di Massimiliano Comparin, mentre una menzione d’onore è andata a 9 gennaio 1944, di Giuliana Donorà, e Dedicato a mio padre esule figlio di una terra perduta, di Rita Muscardin.
Per la sezione “Giovani” il premio unico è stato attribuito a Il grande esodo. Memorie di un’esule istriana, di Martina Raimondo, una menzione di merito a Le foibe: da cavità naturali del Carso a nere culle di orribili massacri, della classe V dell’Istituto Professionale per l’Agricoltura e l’Ambiente di Legnago (VR), e degli attestati di partecipazione a Questo è uno, uno dei tanti, di Guerrino Kotlar, Raccolta di poesie, di Mariella Potocco Barbato, e Dindio che pensa, di Silvia Sizzi.


A Pedena risuona di nuovo la lingua italiana
A Pedena sabato 23 marzo la sala del Centro per la Cultura Immateriale ha contenuto a stento il pubblico accorso dal borgo, da varie località dell’Istria e dall’Italia alla presentazione del volume del musicologo David Di Paoli Paulovich Pedena. Storia e memorie dell’antica Diocesi istriana, edito dall’Associazione delle Comunità Istriane. Per la prima volta dal 1945 la lingua italiana è tornata a risuonare in un luogo pubblico, dove hanno presenziato autorità diplomatiche, politiche ed ecclesiastiche assieme ad esponenti sia di associazioni di esuli sia della minoranza italiana. L’incontro, all’insegna della concordia e della serenità, è stato gestito professionalmente. Tutti gli interventi sono stati prima presentati sia in croato che in italiano e poi tradotti nell’altra lingua o dagli stessi oratori o da Nensi Rabar, giovane giornalista e vicepresidente della Comunità degli Italiani di Pisino.
Il sindaco Đani Franković ha auspicato che il libro possa venir tradotto in croato il prossimo anno grazie al concorso di più soggetti. In quella stessa sala il 16 agosto 2012 erano stati presentati gli atti in lingua croata di un convegno sulla soppressa Diocesi svoltosi nel 2008 all’Archivio di Stato di Pisino: sarebbe bello ora tradurli in italiano. «Aver ritrovato questa nostra storia – ha detto Franković – è come aver ritrovato un tesoro di cui nessuno ci può privare».
Il parroco Antun Kurelović ha dato un cordiale benvenuto ai «cari amici di Trieste», ricordando che l’ultimo vescovo di Pedena fu il triestino Aldrago Antonio de’ Piccardi, il quale contribuì con i suoi scritti a far conoscere la storia della Diocesi. «Il libro ora pubblicato a Trieste – ha affermato – ha un grande valore perché arricchisce la storiografia delle nostre terre salvando quei dati da una seconda morte. Oggi Pedena necessita di una rinascita, e il restauro del duomo attuato lo scorso anno suona di buon auspicio».
Lorenzo Rovis, presidente uscente dell’Associazione delle Comunità Istriane, pedenese e co-organizzatore dell’incontro, ha rimarcato l’antico legame fra Pedena e Trieste. «Ho sempre coltivato  – ha detto Rovis – l’amore per l’Istria e nei miei dieci anni di presidenza ho lavorato in sordina per riavvicinare esuli e “rimasti” preservando le comuni tradizioni». A suo giudizio, questa iniziativa costituisce un nuovo importante passo nel cammino di collaborazione secondo lo spirito di Trieste e Pola, come testimoniato anche dalla presenza di cinque esponenti del Libero Comune di Pola in Esilio guidati dal sindaco Argeo Benco. Il presidente si è poi rallegrato dei lavori in corso per la ripavimentazione delle vie: un segno incoraggiante di risveglio dopo decenni di abbandono.
Vladimir Torbica, assessore regionale alla Cultura, ha dichiarato in istro-veneto («perché in dialeto se capimo tuti») che «la Region la ga iutà fin ’desso e la iutarà anche a tradur el libro in croato».
Renato Cianfarani, console generale d’Italia a Fiume, ha lodato questo ritrovarsi tutti, senza distinzione di nazionalità, accomunati dal medesimo amore per l’Istria.
Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, si è rallegrato per questa prima iniziativa congiunta tra UI e Associazione delle Comunità Istriane, dopo la lunga collaborazione con l’LCPE.
Denis Visintin, direttore del Museo della Città di Pisino e storico, ricordando come nel 2013 ricorra il 225° anniversario della soppressione del Vescovado, ha citato i precedenti contributi storiografici su Pedena, cui ora Di Paoli ha aggiunto nuove preziose testimonianze rendendo possibile il recupero di una tradizione canora interrotta e dimenticata per troppi decenni. Riassumendo la storia del territorio, ha sottolineato l’antica commistione fra la cultura latina, slava e tedesca nonché la presenza del culto mariano.
Marino Baldini, storico dell’arte, archeologo e sindaco di Visinada, ha messo in risalto le belle foto del triestino-umaghese Gianfranco Abrami che corredano il volume. In epoca paleo-cristiana, paleo-bizantina e alto-medievale Pedena doveva essere senz’altro la località principale dell’Istria interna, dal momento che vi fu insediata l’unica Diocesi dell’entroterra. La speranza è di poter trovare i resti della chiesa paleocristiana. In quella di San Michele invece si possono ancora ammirare gli affreschi di scuola giottesca.
David Di Paoli Paulovich ha spiegato di aver voluto con quest’opera continuare nel recupero delle memorie delle cittadine istriane, restituendo ciò che appartiene al territorio e lo identifica sul piano religioso, folclorico, artistico e culturale. Non è stato facile reperire i materiali cartacei né i depositari delle tradizioni. Le trascrizioni dei canti patriarchini derivano perlopiù dal manoscritto dell’organista Giovanin Runco, che l’autore ha potuto consultare riuscendo inoltre a riprodurre un piccolo saggio del repertorio musicale sacro di Gallignana, Moncalvo e Lindaro. Fondamentale è stato l’apporto di Gianfranco Abrami. «Chi ama il bello – ha auspicato – non potrà non tenere in considerazione questa ricca eredità».
Dopo la presentazione i partecipanti hanno raggiunto la sala parrocchiale nella piazza del paese, dove è stato loro offerto un rinfresco rivelatosi un momento di socializzazione.
Domenica 5 maggio alle ore 11, durante la messa nel duomo, il Coro dell’Associazione delle Comunità Istriane diretto dal maestro Di Paoli Paulovich eseguirà per la prima volta dal 1948 alcuni antichi motivi liturgici riportati nel libro.

Libri di testo digitali
Al Seminario nazionale di Trieste su La storia del confine orientale nell’insegnamento scolastico: attualità e prospettive future si è parlato della sfida costituita dal passaggio dai manuali di storia cartacei a quelli digitali o misti previsto dalla legge 221/12. Ebbene: lo scorso 26 marzo il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo ha firmato il decreto che introduce l’obbligo per i Collegi dei docenti di adottare, dall’anno scolastico 2014/2015, solo libri scolastici digitali o misti per le classi I e IV della scuola primaria, I della scuola secondaria di I grado, nonché I e III della secondaria di II grado, come appunto stabilito dalla recente normativa. Secondo il MIUR, i risparmi così ottenuti (del 20% per la versione mista, del 30% per quella solo digitale) potranno essere utilizzati dalle scuole per dotare gli studenti dei supporti tecnologici necessari (tablet, pc/portatili). Il Ministero metterà a disposizione degli istituti scolastici e degli editori una piattaforma affinché i docenti possano consultare e scaricare on line la demo illustrativa dei manuali in versione mista e digitale ai fini della loro successiva adozione. Si prevedono inoltre azioni di monitoraggio continuo e documentazione sia sull’andamento dell’adozione dei libri misti o digitali sia sulle proposte di integrazione, sviluppate dal mercato, tra supporti tecnologici destinati agli studenti (tablet, pc/portatili), soluzioni di connettività (fibra, satellite, WiFi) e libri di testo e connessioni digitali.
Unica deroga rispetto alla legge è che i Collegi dei docenti delle classi I e III della secondaria di II grado potranno eventualmente confermare, negli anni scolastici 2014/2015 e 2015/2016, le adozioni dei testi già in uso.
L’Associazione Italiana Editori ha contestato il decreto sottolineando «le gravi conseguenze che si ripercuoteranno sull’intera filiera (editori, grafici, cartai, librai, agenti…)», «l’insufficienza infrastrutturale delle scuole (banda larga, WiFi, dotazioni tecnologiche…)», «le pesanti ripercussioni sui bilanci delle famiglie, sulle quali si vogliono far ricadere i costi di acquisto delle attrezzature tecnologiche (pc, portatili, tablet…), quelli della loro manutenzione e quelli di connessione, che nelle altre esperienze europee e degli altri paesi a Ovest e a Est dell’Europa sono solitamente affrontate con consistenti finanziamenti pubblici», il disallineamento rispetto alle indicazioni parlamentari «volte a una maggiore gradualità e prudenza», il rischio di «limitare l’autonomia delle scuole e il principio costituzionale della libertà dell’insegnamento», la mancanza di serie e documentate validazioni pedagogico-culturali e il disinteresse per le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti a un uso massiccio di dispositivi tecnologici.
Positivo invece il giudizio di RCS Education, che con l’Ebook+ propone manuali digitali interattivi con contenuti multimediali e software per l’interazione e la condivisione, nonché la possibilità di creare “classi virtuali”.
Al Seminario di Trieste e alla sfida rappresentata dai libri di testo digitali TV Capodistria ha dedicato lunedì 1° aprile una puntata della trasmissione Meridiani.

L’Istria e il mare
“L’Istria e il mare” è il tema della tavola rotonda svoltasi lunedì 25 marzo al terzo piano del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste su iniziativa dell’IRCI in collaborazione con il Circolo “Istria”. La presidente Chiara Vigini ha spiegato che questo è il primo degli appuntamenti connessi all’omonima mostra allestita nello spazio antistante la sala “Alida Valli” e che in futuro si arricchirà di altro materiale.
Livio Dorigo, presidente del Circolo, ha definito l’Istria gemma dell’Adriatico nata come Venere dal mare, splendente di bellezza come la dea e impreziosita dal tempo. Da secoli però questa penisola è stata marginale rispetto ai suoi Stati di appartenenza, e lo è tuttora. Eppure l’Adriatico è posto al centro tanto del Mediterraneo quanto dell’Europa. Con l’ingresso della Croazia nell’UE Trieste verrà riunita al suo territorio naturale e in primo luogo all’Istria; entrambe saranno chiamate a svolgere una grande funzione, anche per evitare che l’asse economico europeo si sposti sul Danubio.
Walter Macovaz, anch’egli del Circolo, ha sostenuto che l’Istria è più un’isola che una penisola, in quanto gli scambi verso Nord sono limitati. La dicotomia tra civiltà del mare e della terra si è fusa e confusa con quella tra città e campagna, costa e interno, italianità e slavità. Ma le due civiltà si sono mai compenetrate? Forse no, perché fino agli anni ’40 del ’900 ci si spostava a piedi o con mezzi a trazione animale. Appena dopo la Seconda guerra mondiale l’automobile ha unito l’Istria. Un tempo la navigazione era costiera e per individuare gli approdi ci si basava sulle alture, sedi degli antichi castellieri. Oggi il paesaggio marino è rimasto essenzialmente quello antico, mentre il paesaggio terrestre è mutato.
Il musicologo David Di Paoli Paulovich ha elencato le numerose testimonianze di culto mariano lungo la fascia costiera: la basilica di Santa Maria Assunta a Muggia Vecchia, il santuario della Beata Vergine delle Grazie a Semedella, la chiesa della Madonna di Loreto a Isola, il santuario della Madonna di Strugnano, il duomo di Umago dedicato all’Assunzione in Cielo di Maria e a San Pellegrino, la chiesa della Vergine del Carmelo a Cittanova, la chiesa della Madonna della Misericordia a Buie, la chiesa della Madonna del Campo a Visinada, la chiesa della Madonna delle Grazie di Rovigno, quella di Siana (Pola), e ancora il santuario della Beata Vergine Maria a Tersatto e la chiesa dell’Annunciata a Cigale (Lussino). Da ricordare anche le feste mariane legate al mare, come la Madonna della Salute (21 novembre), o i canti sacri dei marinai rovignesi per propiziarsi la navigazione.
Il biologo Nicola Bettoso ha parlato della pesca, un tempo a conduzione familiare, praticata con imbarcazioni e strumenti modesti e volta al sostentamento, ma che dal 1880 conobbe uno sviluppo industriale. Il 25% di tutto il pescato dell’Austria-Ungheria era costituito da sardine, che specie in Dalmazia venivano condotte a riva mediante la tratta con le luminiere, implicante l’accensione di falò a prua. Il massiccio impiego di legname comportò tuttavia estesi disboscamenti; in alternativa furono così introdotti nuovi impianti di illuminazione a carburo o petrolio, ancor meno ecologici. Fondamentale fu l’impiego di reti moderne come le saccaleve. La Jugoslavia statalizzò il comparto e oggi in Croazia vi sono molte imbarcazioni familiari, mentre manca la grande impresa.
Lo storico Kristjan Knez ha ribaltato il mito secondo cui l’Istria sarebbe figlia di Venezia: semmai è il contrario, perché l’Istria era prospera quando Venezia non esisteva ancora e poi per secoli l’ha rifornita di materie prime. Dall’alto medioevo furono ricavate saline in diverse zone alluvionali della costa nord-occidentale. Le principali furono quelle di Pirano, che nel ’500 e ’600 davano lavoro al 35-40% della popolazione comunale incentrando su di sé l’intera economia. I proprietari di cavedini fecero autentiche fortune. Venezia impose il monopolio della vendita del sale piranese, mentre quello di Capodistria, Muggia e Isola poteva essere venduto nei territori asburgici. Il contrabbando fu molto in uso. Oggi sono rimaste solo le saline di Sicciole e Strugnano, dopo che quelle di Trieste e Isola furono dismesse nel ’700, quelle di Muggia nell’800, quelle di Capodistria negli anni ’20-30 del ’900 e quelle di Santa Lucia negli anni ’70.
Il biologo Giuliano Orel ha sottolineato il ritrovamento di gusci di molluschi nei siti dei castellieri, a riprova dell’atavico legame fra entroterra e mare. L’Istria è la regione mediterranea che ha dato di più allo studio della biologia marina. Vedasi: il capodistriano Aristocle Vatova (1897-1992), autore di 200 pubblicazioni scientifiche, vicepresidente dell’Istituto Italo-Germanico di Biologia Marina di Rovigno; il polese Pietro Parenzan (1902-1992), autore di oltre 300 pubblicazioni, capo del Servizio Idrogeologico e Pesca del Governo Generale dell’Africa Orientale Italiana, poi direttore dell’Istituto Talassografico di Taranto e fondatore della Stazione di Biologia Marina di Porto Cesareo; il fiumano Umberto D’Ancona (1896-1964), direttore dell’Istituto di Anatomia Comparata dell’Università di Roma e poi docente a Siena e Padova.
Il geologo Stefano Furlani ha chiarito che la storia geologica dell’Istria è testimoniata fino a 150 milioni di anni fa. Le rocce sono di origine marina e hanno poi subito l’erosione e il carsismo. Dall’epoca romana le coste, sia carbonatiche che flyschoidi, si sono abbassate di almeno 50 cm per un movimento verticale. La prima carta geologica dell’Istria risale al 1850. Geologi istriani da citare sono il buiese Carlo D’Ambrosi (1898-1992) e l’isolano Domenico Lovisato (1842-1916), anticipatore della teoria della deriva dei continenti.
Antonio Tommasi, presidente della Fondazione “Pietas Julia”, ha rilevato che dal 1867, con la legge asburgica sull’associazionismo, sorsero in Istria numerosi circoli sportivi, specie di canottaggio e vela, che contribuirono alla formazione della coscienza sia nazionale che regionale. I sentimenti di amicizia e fratellanza prevalsero su quelli agonistici. Lo sport, da pratica paramilitare d’élite, si diffuse fra i ceti borghesi e in parte operai per la sua valenza salutista e morale. I circoli, posti sotto stretta osservazione, furono soppressi all’entrata in guerra dell’Italia poiché considerati covi irredentisti, i dirigenti della “Pietas Julia” di Pola arrestati e internati. Nel 1920 sorse la prima sezione femminile della ricostituita “Pietas Julia”, ma in Istria già nel ’600 e ’700 alle regate di stile veneziano partecipavano imbarcazioni composte da donne.

Amedeo Colella pittore, mosaicista e scultore polese
La mostra L’arte dell’Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dal V secolo ad oggi, svoltasi presso la sede romana della Regione Friuli Venezia Giulia dal 29 gennaio al 5 febbraio su iniziativa dal Comitato provinciale di Roma dell’ANVGD, ha presentato l’opera di artisti istriano-quarnerino-dalmati fra cui il pittore, mosaicista, vetratista, scultore e grafico di fama internazionale Amedeo Colella. Di lui abbiamo ampiamente trattato su “L’Arena” dell’aprile 2009. Nato nel 1922 a Pola, visse da esule prima a Venezia, poi a Trieste e infine a Roma, dove morì il 7 aprile 1975. A favore della sua gente si prodigò quale vicesegretario dell’Opera per l’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati.
L’amico di gioventù Danilo Colombo ha così ricordato le loro frequentazioni nella città natia: «L’incontro era stato all’ombra di quel Sant’Antonio che figura nella vicenda di tanti di noi, esuli, e il collante una condivisione della passione per l’arte. Lui all’insegna della tavolozza, delle tele, dei pennelli, delle tessere musive. Io nelle escursioni nei campi letterari più diversi […] Con Amedeo c’era un pungolo artistico continuo, controllato settimanalmente nei giardinetti del Duomo. Lui sottoponendo alle mie critiche disegni, olii, acquarelli. Io leggendo la mia “Arlecchinata” […] In seguito, di comune accordo, sul giornale del GUF avremmo proceduto ad una accesa polemica senza esclusioni di colpi sulla pittura moderna. Io ancora radicato ai macchiaioli e ai metafisici. Lui già proiettato verso Picasso, Mirò, Monet e i dadaisti». Emblematico questo episodio narrato da Colombo: «Mi vedo nei giorni dopo l’8 settembre con lui, due autoblinde tedesche che ci sorvegliano con i cannoncini brandeggianti, in Riva, mentre – l’ukase è “consegnate tutte le armi, pena la morte!” – gettiamo in mare le sciabole di rappresentanza dei nostri padri. Avrei scoperto in seguito che Amedeo aveva tenuta nascosta una pistola con la quale avrebbe girato la notte appiccicando manifesti antifascisti sui muri e applicando la tecnica del focoso amatore che spinge la sua bella contro il muro gabellando per foia amorosa l’incollamento di un manifestino proibito alle spalle della “diletta”».
La critica d’arte Barbara Vinciguerra gli attribuisce «raffinata cultura, sensibilità, rigore, attenzione, metodo» accanto a una «intensa e poliedrica attività intellettuale». E ancora: «La sua è una pittura elegante, piena di fascino misterioso, libera di immaginare scenari senza contorni e misurata da un’intelligenza versatile che costantemente ha offerto nuove pagine».
Il critico Valerio Mariani ne parla come di un artista «che non si presta a compromessi di sorta preferendo talvolta una sintetica impostazione del quadro purché al di là della pittura e dei valori formali ci sia sempre un contenuto umanamente sofferto». In ogni sua mostra Colella testimonia «uno stretto rapporto tra interiorità e forma».
Molto acuto e lusinghieri sono i giudizi di Vito Cracas: «Un percorso creativo vario quello di Amedeo Colella, ricco di proposte, basato su solide conoscenze culturali, ispirato da una sensibilità umana, oltre che artistica, capace di leggere nel profondo delle coscienze, delle storie e degli eventi di un periodo travagliato del Novecento, in un lembo di territorio le cui popolazioni hanno vissuto tragiche esperienze». «È tenendo presenti queste realtà – continua il critico – che è possibile tracciare un ritratto artistico di Colella, comprendere la sua passione per l’arte come momento catartico, la sua tenace ricerca di ideali, la riflessione personale e corale sul mistero della vita e della morte e sulle verità di fede rivelate, l’alta considerazione dell’amore che può vincere l’odio e generare pace e concordia, il suo sguardo denso di nobili sentimenti sulla donna fonte di amore e di vita... L’arte di Colella riassume tutto ciò, simboleggiandolo nelle figure e nelle forme create in opere pittoriche, scultoree, grafiche, con una straordinaria varietà di tecniche, con scelte stilistiche da cui si evince una partecipazione attiva al dibattito culturale ed estetico del suo tempo, senza tuttavia ostentare dirompenti atteggiamenti di rottura nei confronti della tradizione, ma con l’impegno di rinnovarne il linguaggio conservandone alcuni, essenziali tratti».
Secondo Cracas, il linguaggio di Colella «accoglie la lezione espressionista con atteggiamento di ricerca, per indagare sulla figura, l’ambiente, l’atmosfera, la luce, per formare, fra i decisi ritmi di cromie sobrie e scelte fra limitate gamme, trame narrative che lasciano molta libertà di interpretazione all’osservatore, mirando soprattutto a sollecitarne l’interesse e l’emozionalità». L’arte dell’esule polese «ascolta le voci dei protagonisti, registra i sussulti dell’animo, i sentimenti contrastanti, la sublime serenità della religiosità vera e sincera, i momenti del dolore e della gioia, i drammi vissuti nel vortice di una guerra e durante gli strascichi non meno dolorosi che ne conseguono: un’arte vera, che nasce dalle sonorità poetiche dell’interiorità, che anela a una verità che sia segno di condivisione e riflesso di universale armonia».

Libri sull’Adriatico orientale
Il 19 gennaio al Museo Sartorio di Trieste la Società di Minerva ha presentato il volume extra serie del periodico “Archeografo Triestino” Carlo Nobile. L’ultima bugia. Autobiografia di un socialista istriano.
Il 4 febbraio presso l’Associazione delle Comunità Istriane a Trieste è stato presentato il libro di Carmen Palazzolo Debianchi Le case dei giovani profughi giuliano dalmati.
Il 9 febbraio all’Auditorium del Museo Revoltella di Trieste la Fondazione Rustia Traine ha presentato il volume di Daria Garbin e Renzo de’ Vidovich Dalmazia Nazione. Dizionario degli Uomini illustri della componente culturale illirico-romana latina veneta e italiana.
L’11 febbraio all’Unione Ginnastica Goriziana l’ANVGD ha presentato il libro di Paolo Sardos Albertini La grande rapina dei beni degli esuli istriani, fiumani e dalmati.
Il 16 febbraio presso il Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata a Trieste l’IRCI ha presentato il volume di Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953.
Il 19 febbraio nella sala “Tessitori” di Trieste il Circolo Istria e il Centro studi Dialoghi Europei hanno presentato il libro di Livio Dorigo, Giulio Mellinato e Biagio Mannino Europa. Economia e Storia di una regione periferica.
Paolo Radivo
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