Avvenire 10/05/13 Addio a Missoni maestro del colore e dell’ottimismo

UN LUTTO MADE IN ITALY
Il fondatore della maison italiana lascia un segno nel mondo.
Lunedi a Gallarate i funerali 
Addio a Missoni maestro del colore e dell’ottimismo
«Morto per scompenso cardiaco». Ma il suo cuore si era ammalato alla scomparsa del figlio
Una vita che sembra una favola, dai successi sportivi, alla moda, all’amore per una famiglia grande e unita
da Milano
 Lucia Bellaspiga
“ Non steme a domandar de moda che no mene intendo” , si scher­miva in dialetto veneto, aprendo un candido sorriso sul volto abbron­zato da navigante dalmata. Umile e ironico, pulito e sincero. È così che in molti ricorderemo Ottavio "Tai" Missoni, il re della moda e dei colo­ri, morto l’altra notte all’alba nella sua casa di Sumirago (Varese) per quello che i bollettini medici defi­niscono "scompenso cardiaco", ma il cui vero nome è crepacuore: ave­va iniziato a morire il 4 gennaio di quest’anno, quando il volo incerto di un bimotore da turismo si è ina­bissato nel mare venezuelano por­tando a fondo con sé il suo primo fi­glio, Vittorio. Quel giorno Tai, in va­canza in Oman con la sua Rosita, portava ancora allegramente i suoi 92 anni. Ma «da quel momento non si è più ripreso, non mangia più», raccontavano nelle ultime settima­ne le persone a lui vicine, mentre i ricoveri si susseguivano, prima all’Humanitas di Milano, infine all’o­spedale di Varese, da cui era stato È trascorso via senza sorrisi anche il 18 aprile, il giorno che la grande tribù dei Missoni aveva a lungo at­teso per festeggiare tutti insieme i sessantanni di matrimonio di papà Tai e mamma Rosita. Ormai ogni suo pensiero, doloroso al punto da annientare tutto il resto, era Vitto­rio: prima con l’assurda speranza di trovarlo vivo, poi nell’illusione di riaverne il corpo, inghiottito dall’oceano. Era stata una vita "speciale" quella di Ottavio Missoni, nato a Ragusa (og­gi Croazia) l’ 11 febbraio del 1921, cre­sciuto nella vicina Zara fino ai vent’anni, quando la guerra lo ave­va chiamato alle armi. E anche que­sto episodio, nei racconti di Tai, di­ventava intelligente autoironia, «in fondo ho combattuto ben poco - sorrideva senza fare l’eroe ,ad El Alamein sono subito stato catturato dagli inglesi e ho passato quattro an­ni in un campo di prigionia... ma è più giusto dire che ero ospite di Sua Maestà britannica!». Vera e profon­da, però, era la nostalgia per Zara, la città mai più rivista, perché «al ritor­no dal fronte le persone care erano tutte fuggite, ormai c’erano gli jugo­slavi e il maresciallo Tito, un migliaio di amici erano sotto il mare, gettati con una pietra al collo». Zara nel suo cuore era il miraggio dell’esule dal­mata, «vedo ancora una città tutta calli e campielli come Venezia, una fragile e bellissima filigrana». Poi spiegava perché, tra gli esuli giulia­ni, lui era ancora più esule: «A diffe­renza di Pola, Zara non c’è più, 54 bombardamenti l’hanno sbriciola­ta... L’emigrante può almeno spera­re un giorno di tornare, noi non po­tremo mai fare ritorno in un luogo che non esiste . Bello e sportivo da giovane come nel­la vecchiaia, campione di atletica nei 400 metri piani e a ostacoli, alle Olimpiadi di Londra nel 1948 la me­daglia d’oro che si porta a casa è una sedicenne italiana in gita scola­stica a Londra: è Rosita Jelmini, die­ci anni meno di lui, la ragazza che lo ammira dagli spalti, gli dà il primo appuntamento in Trafalgar Square e cinque anni più tardi sarà sua moglie. La trama fiabesca vuole che il padre di Rosita abbia una fabbrica di tes­suti a Gallarate, mentre il profugo Ot­tavio nel frattempo ha aperto un pic­colo laboratorio di maglieria sporti­va a Trieste, una "coincidenza" che a Sumirago, il paese delVaresotto che ancora oggi ospita gli stabilimenti e la casa dei Missoni, darà origine alla nota griffe. L’ordito di una vita lumi­nosa si intreccia con quello colorato dei loro inconfondibili tessuti. In­tanto i tre figli - Vittorio, Luca e An­gela - entrano nella maison e la por­tano nel mondo. È poi la volta della terza generazione, quei nipoti che Tai guarda soddisfatto ripetendo se­reno la sua finzione, «no steme a domandar de moda che no me ne intendo, parlate con loro». Fino al 4 gennaio del 2013, quando la favola bella si sgretola. Perché c’è qualcosa di paradossale e incom­prensibile nella storia capovolta di un uomo che ha raggiunto i 92 anni con giovanile entusiasmo e proprio all’ultimo è costretto a chiudere il suo conto con la vita nel dolore, senza u­na pietra da abbracciare e su cui piangere il figlio. «La comunità cri­stiana di Sumirago si stringe attorno a questa famiglia già tanto provata», dice il parroco don Daniele, che ieri mattina ha pregato con tutti loro nel­la casa-azienda «attorno alla salma di Ottavio». Il pianto di centinaia di dipendenti è quello di una famiglia, non a caso la camera ardente do­menica verrà aperta in azienda, «è questo l’ultimo omaggio alla sua gente». L’addio lunedì a Gallarate al­le 14.30, nella basilica di Santa Maria Assunta.
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