ANCHE PER ME E' GIUNTO IL MOMENTO DI PASSARE LA MANO

Anche per me è giunto il momento di passare la mano

 L'ARRIVEDERCI DEL DIRETTORE SILVIO MAZZAROLI

Carissimi lettori,
in data 7 marzo 2013 ho ricevuto la lettera che segue.



“L’Ultima Mularia de Pola” chiede, con fiducia e speranza, al suo insostituibile Direttore del giornale “L’Arena di Pola” di continuare nel suo incarico che è diventato un percorso, sì difficile, ma infinitamente importante dove egli ha saputo accogliere e fare suo il significato di una frase: “NON AVERE PAURA DI AVERE CORAGGIO”; il coraggio di ascoltare, di capire, di confrontarsi, di rispettare e farsi rispettare, di difenderci e di volere ciò che ci è dovuto.

E noi, la Mularia, crediamo e condividiamo l’importanza di questa affermazione e perciò vogliamo seguire questo percorso guidati dal coraggio e dalla perseveranza di quel “muleto polesan” che, malgrado tutto, tanti anni fa ha saputo realizzare il suo sogno di frequentare l’Accademia Militare di Modena per diventare un Soldato e poi un Alpino. Anche il nostro è un sogno, un sogno “polesan” che con il coraggio e la fede diventerà realtà.

Già riuscire a realizzare i nostri incontri annuali nella nostra Città, poter cantare il “Va pensiero” tutti assieme con i nostri fratelli rimasti, nel nostro Duomo, e soprattutto riuscire a non sentirci TURISTI ma figli di quella terra, di quelle pietre, di quel mare… tutto ciò non è un sogno realizzato? Non è una vittoria? E veder sventolare il Tricolore su alcuni edifici non è un segnale incoraggiante?

Sì, Direttore, il percorso del coraggio è faticoso, spesso deludente, ma cosa le dice il cuore se, durante una gita scolastica a Pola, una ragazza di 15 anni, trovandosi in Piazza Foro e guardandosi intorno, meravigliata, esclama: «Ma qui non siamo in Piazza S. Marco; non siamo a Schönbrunn, qui siamo a Roma!»… e poco più in là, in via Sergia, un “muleto” del posto che vende gelati chiede in dialetto “polesan” ad una signora: «Ghe dago anche un cuciarin?».

Caro Direttore, Lei ci ha insegnato a lottare e credere in questa realtà: che in futuro i nostri figli, nipoti e pronipoti, camminando per la nostra Città, sentano parlare il nostro dialetto, leggano i nomi delle vie anche in italiano, salutino con commozione il nostro Tricolore sul Municipio.
È per questo che le chiediamo di restare con noi.
Con stima ed affetto
“L’Ultima Mularia de Pola” (seguono 87 firme)


L’ho tenuta in bella evidenza e la utilizzo ora perché mi offre non pochi spunti per questo mio intervento di commiato da tutti Voi. In primo luogo essa rappresenta una delle più belle soddisfazioni che i 10 lunghi e coinvolgenti anni passati alla direzione dell’“Arena di Pola”, che includono altresì i 6 alla guida del LCPE in qualità di Sindaco, mi hanno riservato. Un grazie di cuore, quindi, a chi l’ha promossa ed a quanti l’hanno sottoscritta. Il motivo “aggiunto” per cui ve ne rendo partecipi è che il suo contenuto fa ben capire, a scanso di eventuali malevole interpretazioni, che la mia decisione di “passare la mano”, di cui tanti – non tutti – erano al corrente da ben più di un anno (ancorché avessi sempre detto che avrei onorato sino in fondo il mio mandato in scadenza il prossimo giugno), non è dovuta al fatto che mi sia sentito in qualche modo delegittimato, per qualche critica piovutami addosso nell’adempimento dell’incarico di Direttore bensì unicamente a stanchezza, ad una certa caduta d’entusiasmo (senza il quale so di non lavorare bene) per il prolungarsi dell’impegno ed al non voler essere troppo “invasivo”, e quindi condizionante, con il mio personale modo di pensare ed agire.

Credo risulti evidente che quest’ultima ragione ha a che fare con quanto caratterizza più di ogni altra cosa l’attuale impegno della nostra Associazione, ovvero la “ricucitura” tra esuli e residenti, da me patrocinato ed avviato in tempi relativamente recenti e che qualcuno, non condividendolo in toto od in parte, ha interpretato come una discutibile ed insensata “virata” da parte mia. Le cose non stanno così!

La “ricucitura” era nelle mie intenzioni sin da quando sono stato eletto Sindaco (vedasi “Arena” di luglio 2002) e l’autorizzazione ad operare in tal senso, concessami dall’Assemblea generale che aveva determinato la mia nomina, era stata da me posta come pregiudiziale per l’accettazione dell’incarico; dunque, nessuna virata, nessun “tradimento” ma solo coerenza e continuità d’intenti. Un modo di vedere le cose, il mio, in larga misura indottomi dalle passate esperienze professionali nella ex Jugoslavia prima ed in Kosovo poi – in contesti ambientali e politici non molto dissimili da quelli che hanno visto il dipanarsi delle nostre vicende – che mi hanno fatto toccare con mano con quanta facilità la gente comune viene strumentalizzata dalla propaganda ideologica e dagli sporchi giochi della politica diventando, suo malgrado, allo stesso tempo artefice e vittima di immani tragedie. È un qualcosa che dovrebbe indurre tutti a mettere da parte criminalizzazioni preconcette ed a cercare, invece, di capire e superare le divisioni del passato. Ci sarebbe, pertanto, caso mai da chiedersi perché abbia aspettato tanto per impegnarmi in tal senso con la forza e determinazione di questi ultimi anni. La risposta è semplice: prima, ancorché convinto che fosse giusto ed opportuno farlo, i tempi non mi sembravano maturi.

Tuttavia, non ho difficoltà a comprendere le ragioni di chi ancora dissente da questo intendimento; mi è sempre stato, però, di conforto e sprone nel mio agire il saperlo condiviso dall’intero Consiglio e da tanti Soci di cui l’“Ultima mularia” – cui fa capo circa il 10% degli iscritti – rappresenta la componente più partecipe della nostra vita associativa, oltreché essere forse oggi la più qualificata, per quanto vissuto in passato e per la capacità di interpretare e vivere il presente, ad esprimere un giudizio in merito. Pertanto, nel ringraziare il Sindaco Argeo Benco e gli attuali Consiglieri per avermi sostenuto nel corso di quest’ultimo quadriennio, auspico che l’attuale indirizzo sia mantenuto anche da quanti subentreranno all’attuale Direttivo, nella speranza che il sogno di tutti – il poter tornare nei propri luoghi d’origine – possa un domani trasformarsi in una piacevole realtà per tanti o, quantomeno, per quanti vorranno e sapranno trarne godimento. Un grazie particolare all’“Ultima mularia” anche per avermi accolto, ancorché “picio” al loro confronto, nella loro ristretta ed affiatata comunità.

Quella suddetta non è stata, comunque, la sola soddisfazione; un’altra, anch’essa assai appagante, me l’ha data l’essere stato capace, ancorché assolutamente a digiuno di esperienze giornalistiche, di mantenere viva e vitale la nostra “Arena”. Di questo il merito non è stato certamente solo mio bensì di tutti coloro che, chi più chi meno, vi hanno collaborato a partire da Piero Tarticchio (da cui l’ho ricevuta in “eredità” e che spero vorrà tornare ad essere presente con l’intensità di una volta) con le sue pagine artistico-culturali, per finire a Paolo Radivo, con i suoi approfondimenti storici, i precisi e puntuali rendiconti, le copiose e sempre interessanti note informative e d’attualità, le recensioni, ecc..

A lui, che ringrazio per essere sempre stato con convinzione e coraggio al mio fianco mettendoci in ogni occasione la faccia, riconosco anche un altro grandissimo merito: l’aver dato al nostro giornale, soprattutto per via informatica, un’ampia diffusione al di fuori del nostro tradizionale bacino d’utenza, inviandolo a politici, giornalisti, studiosi, letterati ed amici più o meno occasionali, divenuti poi fedeli lettori, e che sempre più numerosi ci hanno manifestato apprezzamento per il nostro lavoro. È stato così possibile sopperire al calo, per insopprimibili ragioni anagrafiche, dei soci/lettori e rendere il nostro mensile un efficace strumento di diffusione delle nostre tematiche e, soprattutto, di trasmissione del nostro sentire. L’abbiamo fatto grazie anche a Maria Rita Cosliani che ha messo il giornale “in rete” senza costi aggiuntivi e questo, in un momento di crisi, è un aspetto tutt’altro che trascurabile. Un grazie riconoscente anche ai tanti che, per ragioni di spazio, non ho citati.

Quanto precede mi autorizza a dire che “L’Arena”, sempre al centro delle mie attenzioni, è una testata che riscuote non poco successo e che siano in particolare gli altri ad affermarlo è per quanti vi operano e vi collaborano motivo di orgoglio. Se le cose stanno così lo si deve soprattutto alle funzioni che oggi, come ieri, è capace di svolgere. Ma quali sono queste funzioni? Direi che quelle ordinarie, come per ogni giornale che si rispetti, sono quelle informativa, educativa, culturale e ricreativa che caratterizzano alcune sue pagine; quelle più specifiche riguardano invece la tutela, spesso ahinoi andata disattesa, dei nostri interessi e dei nostri diritti esercitata attraverso una critica puntuale, motivata ma “non urlata” perché improntata al buon senso ed alla buona educazione, nonché il fare “memoria”, non disgiunto dalla ricerca e dall’affermazione della verità anche nel rispetto dell’altro.

Direi, però, che la sua funzione precipua è un’altra e per definirla mi rifaccio alle parole di uno dei suoi fondatori, Corrado Belci, che in un suo articolo, apparso sul giornale in data 10 novembre 1948, scrisse che “L’Arena” è «come un filo che unisce una comunità, infranta e frazionata»; un filo, aggiungo, di cui la nostra gente ha ancora estremo bisogno sia per continuare a sentirsi “comunità” sia per quella “ricucitura” di cui da tempo vado parlando e sulla quale si sono ormai “allineate” tutte le Associazioni della diaspora, con un’unica eccezione che non fa che confermare la validità del proposito.

E c’è ancora un’altra funzione ed anche per questa ricorro al succitato Belci che, nel medesimo articolo, definisce il nostro giornale come «…il libro sul quale forse un tempo chi si interesserà della storia della nostra Terra andrà a leggere dov’è andata la nostra gente, quale lingua spirituale parlava, quali ne siano state le ultime tracce»; il libro, aggiungo, dove si andrà a leggere quanto grande è stato l’amore delle genti istriane per la propria Terra e quali sono stati i buoni propositi e gli aneliti che hanno animato gli esuli  ̶  pochi ormai quelli di prima generazione  ̶  ed i loro discendenti per «continuare l’opera di difesa dell’italianità delle nostre Terre per illuminare ancora quelli che ne sono all’oscuro». Anche quest’ultime in grassetto sono parole sue; a qualcuno potranno apparire retoriche, sono invece di grandissima attualità, conservano immutato il loro valore e non possono non sorprendere, a distanza di così tanti anni ed in una situazione profondamente diversa, per l’uniformità di linguaggio con quello che oggi anch’io vado ripetendo. Il bello è che queste parole mi erano del tutto sconosciute e che le ho lette solo in questi ultimi giorni in sede di rilettura della bozza dell’ultimo volume di “Pagine scelte” (quelle relative agli anni 1948-1960) dell’“Arena” di cui prossimamente Vi faremo omaggio. Forse, però, non c’è di che sorprendersi perché, probabilmente, è questo il modo di pensare e di agire che abbiamo un po’ tutti nel nostro DNA.

C’è, tuttavia, ancora un motivo per cui mi sento estremamente appagato per il lavoro, di Sindaco e Direttore, che mi ha completamente assorbito in questi ultimi 10 anni. Prima, lo confesso, oltre a sentirmi “orgogliosamente italiano” mi ero sentito, in particolare, “triestino”. A Trieste, infatti, oltre ad esserci nato, erano legati tutti i miei ricordi di gioventù e quantunque me ne fossi allontanato a vent’anni essa ha sempre continuato a rappresentare per me quel che si dice “casa”. Di Pola, pur essendoci vissuto grosso modo 15 mesi in tenerissima età prima dell’esodo, non conservavo che pochissimi ricordi, perlopiù indotti dai racconti sentiti in famiglia. Ebbene sì, non la conoscevo, come non conoscevo l’Istria; appartenevano entrambe ad un mondo che mi era estraneo, quasi inesistente perché scientemente cancellato, e nel quale, per ragioni professionali, ho messo piede per la prima volta solo nel 1989. Devo, pertanto, al suddetto impegno se ho “ritrovato” le mie origini e se oggi a chi mi chiede di dove sono rispondo con convinzione: «Son nato a Trieste ma son istrian».

Dopo le primissime visite, per ragioni di lavoro, il mio è stato un ritorno “dell’anima”, fortemente voluto alla ricerca di un’identità perduta e che ho cercato di affrontare (mi rendo perfettamente conto che per altri possa riuscire assai più difficoltoso) senza pregiudizi alla scoperta di una realtà che ad ogni tornata sentivo sempre più mia; l’aria, i colori, gli odori, i sapori… il mare (dove, per inciso, piccolissimo ero stato “lasciato cadere” imparando d’istinto a nuotare) erano quelli “di casa”, come mai lo erano stati i tanti luoghi frequentati in quarant’anni di vita professionale. Se ciò è potuto succedere è perché, evidentemente, c’era un legame subconscio ma anche perché, grazie alla frequente ospitalità offerta a mia moglie ed a me dagli amici Salvatore e Graziella nella loro bella casa di Valbandon, ho potuto vivere quella realtà direi quasi da “residente” e godere  ̶  sì godere e nessuno se ne abbia a male  ̶  di quel mondo dal di dentro, frequentando quotidianamente gente del luogo, connazionali e non, quasi sempre parlando nel nostro dialetto e solo in rare circostanze avvalendomi del poco serbo-croato imparato nel corso del mio soggiorno lavorativo a Belgrado.

Sì, come accennato nell’iniziale lettera, non solo ho goduto delle tante “pietre” che in ogni dove parlano italiano ma anche della gente del posto che, in città come in campagna, essendomi rivolto a lei da “polesan”, con educazione e rispetto, mi ha sempre corrisposto con cortesia e simpatia, inclusa l’anziana coppia (italiana lei, bosniaco lui) che oggi abita quella che è stata “casa mia”. Ai coniugi Palermo, pertanto, non solo per la loro amicizia ed il fattivo aiuto datomi in tutti questi anni (di cui anche tantissimi altri hanno beneficiato), ma anche per questa preziosissima opportunità offertami, il ringraziamento più sentito e sincero. Auguro anche a tutti Voi di riuscire, se non da subito in un domani prossimo, a godere del Vostro ritorno nei luoghi d’origine. Il riuscirci è solo una questione di volontà!

Erano essenzialmente queste le cose che, accomiatandomi da Voi, sentivo di dovervi dire e mi accorgo di essermi preso più spazio di quanto sia solito fare; una cosa ancora ve la voglio però dire.
Tantissimo tempo fa J. F. Kennedy disse una frase che mi è sempre rimasta ben presente: «Non chiederti cosa il Paese ha fatto per te, chiediti piuttosto cosa puoi tu fare per il tuo Paese».

Parafrasandola leggermente, mi sono frequentemente chiesto cosa di significativo ed importante potevo fare per la mia, per la nostra, gente, e la risposta che mi sono dato alla fine è stata “coltivare il seme del ritorno”. E questo ho cercato di fare. Qualcosa, molto meno di quanto avrei voluto, ho anche raccolto ma, al momento, mi accontento di aver seminato, e sarò un domani, che spero non troppo lontano, felicissimo se saranno altri a raccogliere; vorrà dire che ho seminato bene. Di contro, sarò assai dispiaciuto se vedrò vanificato il mio impegno di tutti questi anni. A tale riguardo, rappresento che per fare qualcosa non è assolutamente necessario essere investito di una carica o svolgere uno specifico ruolo; è sufficiente avere delle idee, credere in qualcosa ed avere la volontà di darsi da fare per realizzarle. Personalmente continuerò a fare quanto sin qui ho fatto come semplice “socio attivo”, collaborando se richiesto o agendo autonomamente per il raggiungimento degli scopi e degli obiettivi in cui credo come Italiano, come Istriano e come Polesano.
Lo potete fare anche Voi!

Un cordialissimo saluto a Tutti che non è un addio bensì un arrivederci.
Silvio Mazzaroli
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