TULLIO CANEVARI NUOVO SINDACO

Tullio Canevari nuovo Sindaco
Durante i giorni festosi del nostro raduno a Pola, il rinnovato Consiglio comunale ha pensato, e deciso, di eleggermi Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio.
Me lo aspettavo, perché avevo dato la mia disponibilità, ma soprattutto lo temevo perché sento la responsabilità di guidare un’associazione di persone che unisce all’amore immenso per la propria terra natale abbandonata una passione per l’azione e una saggezza intellettuale che la guida nel fare.
Io sono uno dei più giovani ad aver lasciato l’Istria, a nove anni, nel 1946. Sono nato a Pola, anche se i miei genitori vivevano a Brioni, dipendenti di quegli alberghi che erano il segno della splendida vita che vi si trascorreva. In effetti i nove anni passati in quel paradiso  terrestre non li posso dimenticare: scuola pluriclasse, giornate in pineta sugli alberi, e in mare in mezzo agli scogli bianchi.
Poi, con l’arrivo dei “drusi”, l’inizio della tragedia: la bandiera con la stella rossa al posto dello stemma sabaudo, il kolo ballato, e fatto ballare nella Tanz-Platz che aveva visto tanti valzer. In Italia, raggiunta Trieste con un viaggio in bragozzo, per me bambino, bellissimo, per studiare, nove anni di collegio: Vigevano, San Benedetto del Tronto e infine Gorizia, nel glorioso “Fabio Filzi” erede di quello di Pisino.
Laureato in architettura a Venezia, ai tempi favolosi di Carlo Scarpa, ho esercitato la libera professione fino a poco tempo fa, a Padova, dove risiedo da anni. Ho trasmesso la passione per l’architettura a due delle mie tre figlie, alle quali ho imposto, senza che me ne vogliano, l’amore per la classicità e per l’istrianità, battezzandole Gaia, Daila e Mirta.

Ora mi godo i nipoti: forse adesso un po’ meno, visto il lavoro che mi aspetta.
Ho indicato, molto sinteticamente, le mie intenzioni programmatiche, nel corso dell’assemblea a Pola. Ho constatato la coincidenza con gli obiettivi che si sono proposti gli altri candidati e i consiglieri. Il primo e di gran lunga il più importante è quello della difesa dell’identità nazionale italiana nella nostra terra natale. Tutti gli altri ne sono il supporto e il completamento: quindi il mantenimento e il rafforzamento dei rapporti con gli italiani rimasti; lo sforzo per ottenere riconoscimento e collaborazione con le autorità amministrative e politiche locali; l’impegno, che ci è stato sollecitato a Pola, a tornare, tornare spesso, quasi per “riappropriarci” pacificamente di quello che una volta era nostro. E poi tante altre cose, alcune che comportano lavoro paziente e duro: le foibe, i risarcimenti, i rapporti con le altre associazioni; altre più facili ed anche, talvolta, gratificanti.

Il 10 febbraio 1947 un colpo di mannaia ha amputato un braccio dell’Italia. L’anestesia è stata così forte che, per cinquant’anni, gli italiani non se ne sono accorti ed hanno continuato la loro vita come se non l’avessero mai avuto.
Sergio Endrigo ha cantato il dolore di quella ferita: «Da quella volta non t’ho rivista più, cosa sarà della mia città?». Io l’ho rivista, molte volte, fin dagli anni sessanta; era ormai balcanizzata: la farmacia si chiamava ljekarna, il museo Archeologico Arheološki Muzej, la Banca d’Italia Hrvatska Banka, sul municipio c’era una bandiera che al posto del verde aveva una striscia blu, ai giardini la gente, invece di dirsi “buon giorno” diceva “dobar dan”. Le case avevano gli intonaci scrostati e le finestre con i vetri rotti; i negozi avevano le vetrine con i ripiani di vetro impolverati, sui quali c’era soltanto qualche scatola di yogurt: era molta triste.

Vi sono tornato, molte volte. Ho portato mia mamma Weffy, che non ci voleva tornare, ho portato amici padovani per far loro vedere che, nonostante tutto, l’Arena era ancora là, bianca, imponente, e c’erano ancora il teatro sulla collina, il tempio di Augusto ricostruito dopo il bombardamento, per consegnarlo, testimone, ai nuovi arrivati; c’erano l’arco dei Sergi, Santa Maria del Canneto, in mezzo ai sarcofagi ricordati da Dante, che «....fanno tutto il loco varo». C’era il mare bellissimo e, in fondo, c’era Brioni.
A settembre ho portato a Pola il “Coro dell’Accademia degli Erranti”. Il nome pomposo sta ad indicare alcuni temerari che qualche anno fa avevano scoperto che, durante le loro gite in pullman, i cori erano piuttosto sgangherati e pertanto era opportuno qualche “ripasso”: Così, ingaggiato un maestro di musica, si ritrovarono a cantare Bach, canzoni yiddish, irlandesi, medievali, perché il maestro, un ebreo  polacco-triestino, è un uomo di sconfinata cultura.

A Pola siamo stati accolti dalla professoressa Silvana Wruss, presidente della Società Dante Alighieri. Molti dei miei amici non erano mai stati a Pola e, sebbene io li avessi già “indottrinati”, per loro è stata una sorpresa, evidente e piacevole: il teatro romano, l’arco dei Sergi, il Foro, il tempio di Augusto, l’Arena, Santa Maria Formosa sono pezzi di una storia che non può essere dimenticata.
Alla Comunità degli Italiani, affollata, l’emozione è stata grande e la commozione ancora più grande quando abbiamo cantato “Millenovecentoquarantasette”; l’abbraccio tra la professoressa Wruss e le dottoressa Luisa di San Bonifacio, presidente della Dante Alighieri di Padova, i ringraziamenti del vicesindaco Fabrizio Radin credo che abbiano fatto capire ai miei amici più di quanto possano fare tante trasmissioni televisive. L’incontro dei veneti e dei polesani è stato un altro piccolo mattone di una ritrovata amicizia.

Qualcosa è infatti cambiato: sul municipio, accanto alla nuova bandiera, c’è quella con lo scudo verde e la croce dorata, il simbolo antico della città, e c’è anche una bandiera con i colori verde, bianco e rosso.
Nel cimitero di Monte Ghiro, accanto a tante altre, c’è ancora la tomba della mia famiglia e, proprio sopra, al di là del muro di cinta, c’è un albero «che sa dove è nato e dove morirà». Io non so dove morirò, però il posto, sul Monte Ghiro, sotto quell’albero che mi farà compagnia, ce l’ho.
E voglio qui rinnovare la mia gratitudine e la mia riconoscenza ai Consiglieri con cui lavorerò per quattro anni. Ho già espresso loro la mia gratitudine per avermi voluto scegliere per questo incarico, non solo moralmente importante, nonostante io fossi e sia tuttora quasi sconosciuto e fossi entrato, solo qualche ora prima, a far parte del Consiglio. E’ stato un segno di fiducia che spero di non deludere e che farò di tutto perché non sia motivo di rammarico. La mia riconoscenza, per aver collaborato, fin dai primi momenti del nostro lavoro comune, nell’affrontare e risolvere problemi piccoli e grandi; per aver mostrato fin dai primi interventi di aver a cuore la nostra Associazione, come fosse una famiglia, proponendo con entusiasmo cose da fare, iniziative, innovazioni, con slancio giovanile, con foga giovanile, da parte dei più giovani e dei più anziani.

Sono sicuro che, con l’eredità del precedente Consiglio, saremo in grado di fare «egregie cose», spronati non solo da Foscolo, ma anche da Dante, che ci ricorda «...Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna».
Un fraterno abbraccio a tutti i polesani.
Tullio Canevari - Sindaco dell’LCPE
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