Costruire il nuovo, veramente di Mario Simonovich

(Panorama 15/06/13)

Quale l’esortazione che ci viene dai due raduni di questa metà giugno?
Costruire il nuovo, veramente
di Mario Simonovich
Partito dalla volontà di rendere il doveroso onore alle vittime degli opposti totalitarismi, allo scadere
della seconda metà di giugno si è svolto nella città di Pola il Raduno nazionale degli esuli. È stato il 57.esimo nell’ordine, ma solo il terzo che si è svolto all’ombra dell’Arena. Cifre alla mano, si può tranquillamente dedurre che per cinque decenni, ovvero mezzo secolo, le due anime della città hanno vissuto una vita separata, che sembra essere arrivata solo da un triennio ad una fine più che auspicata.
La conclusione di questa fase, è stata, si direbbe definitivamente, sancita da una sentenza sottoscritta all’unisono dagli esponenti degli esuli e della comunità dei rimasti.

Nelle stesse giornate, in una Fiume che, attraverso un paziente lavoro durato anni, già prima aveva dilatato la festa del patrono S. Vito alla Settimana della cultura fiumana, la tradizionale “visitazione” di quelli che erano partiti è assurta a un Incontro mondiale, significativamente denominato “Sempre fiumani”. Un incontro che si è significativamente articolato nelle sue componenti culturali, storiche, anche d’intrattenimento. Un incontro in cui, al pari di quanto avvenuto a Pola, sono state evidenziate e valorizzate al massimo, per quanto possibile, le componenti nazionali. Un processo lungo e tenace che, per quanto riguarda i rimasti, ha impegnato in notevole misura soprattutto l’Unione Italiana, le Comunità degli Italiani e via via le scuole, i mass media, il Dramma Italiano, le altre istituzioni, fino ai singoli dirigenti e attivisti (per non dire dei tanti che anche nelle “retrovie” hanno svolto un lavoro di prim’ordine che, ove non fosse stato tale avrebbe fatto scricchiolare fortemente le “impalcature”: e vedasi qui quale esempio per tutti, l’encomiabile prodigarsi dei giovani liceali nel corso di tutte queste più che intense giornate nella sede della Comunità degli Italiani di Fiume).

Chi voglia trinciare qualche giudizio più tagliente su questo tema partendo da una maliziosa occhiata limitata alle nude cifre, probabilmente avrebbe qualche motivo per rallegrarsi. I circa duecento aitivi a Pola, uniti ai circa altrettanti registrati nell’area del Quamerino, non si possono davvero considerare molti se messi a paragone con i paurosi vuoti che si erano venuti a creare tanto nell’una che nell’altra città negli anni in cui le nostre sciagure sembravano non avere mai fine. Era una consistenza di partenze che come sa molto bene la minoranza italiana, ma non solo essa - viaggiava su percentuali da brivido. Ma anche le attenuanti sono non poche e vanno dal procedere implacabile del tempo che di certo non gioca a nostro favore alle grosse distanze che si frappongono tra le nuove destinazioni e la città natale, per non parlare di altri elementi quali la disponibilità materiali o, magari, l’opposizione di familiari, a torto o a ragione preoccupati delle possibili conseguenze di spostamenti di certo poco salutari alle persone in età.

Pertanto si deve essere grati ad una “movimentazione” che ha portato a questi incontri, che ha permesso di tirare certe somme, di affermare con soddisfazione che, come avvenuto in riferimento a Pola, da una parte ci si è adoperati per il mantenimento dell’italianità della città, mentre dall’altro allo stesso modo si è agito per dare ancora maggior visibilità in Italia alla verità sull’esodo. O, come è stato rilevato a Fiume, la consistenza del lavoro svolto per includere la CNI nei corsi sociali mentre dall’Italia si provvedeva a premiare quei giovani che maggiormente avevano dimostrato amore e conoscenza della città senza chiedere loro a quale etnia appartenessero, perché, come è stato sottolineato, la tolleranza a Fiume ha un’antica tradizione.

Perché tutto questo discorso? Per far rilevare che è il momento di aprire un discorso nuovo, veramente ed effettivamente nuovo. Per far notare che fondamenta molto solide sono state già gettate. Ora bisogna pensare all’erezione dell’edificio.»

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