MARIA PASQUINELLI, UN'ITALIANA

MARIA PASQUINELLI, UN’ITALIANA!
di Lorenzo Salimbeni –


 La commemorazione del Giorno del Ricordo è stata fissata al 10 Febbraio poiché in quella data nel 1947 l’Italia firmò a Parigi una pace punitiva che la privava di gran parte delle terre annesse al termine della Prima Guerra Mondiale, che per tanti irredentisti ed interventisti aveva in effetti rappresentato la Quarta Guerra d’Indipendenza, destinata a completare l’unificazione nazionale al confine orientale. Ma in quel freddo giorno d’inverno entrò nella storia pure Maria Pasquinelli, una maestrina che freddò a pistolettate il Brigadiere Generale De Winton, comandante del presidio britannico di stanza a Pola, città che era divenuta simbolo dell’Esodo di circa 300.000 italiani da Istria, Fiume e Dalmazia. La condanna a morte commutata in ergastolo, quindi la scarcerazione ed il silenzio, fino al compimento dei cent’anni e proprio in questi giorni la sua morte.


Parallelamente alla crescita d’interesse (e delle polemiche) per le tematiche connesse al Giorno del Ricordo, questa italiana negli ultimi tempi aveva attirato l’attenzione di tanti. Qualche intervista, nuove pubblicazioni sulla sua figura e la sua vicenda, poiché, prima di compiere quel gesto eclatante, in effetti la Pasquinelli aveva vissuto in prima persona le complicate trame che contraddistinsero la fase finale della Seconda guerra mondiale al confine orientale.


Dopo essere stata crocerossina in Libia nella prima fase del conflitto, si era poi trovata a Spalato nelle tragiche giornate a ridosso dell’8 settembre 1943, assistendo a deportazioni, sparizioni e riesumazioni di italiani vittime della prima ondata di Foibe, nel corso della quale venne assassinata pure Norma Cossetto, un’altra figura femminile simbolo della tragedia italiana allora consumatasi.


Nei mesi successivi si è ricostruito come Maria Pasquinelli abbia fatto parte di quel fronte articolato patriottico che stava prendendo corpo nella Venezia Giulia, in cui si intrecciavano partigiani “bianchi”, servizi segreti del Regno del Sud e reparti della Divisione Decima di Junio Valerio Borghese, in contrapposizione alle forze partigiane comuniste jugoslave, a quei partigiani garibaldini che avevano accettato la sudditanza al IX Corpus di Tito appunto ed ai collaborazionisti sloveni, cui le truppe tedesche di presidio nell’Adriatisches Küstenland avevano lumeggiato il ritorno dei tempi dell’impero asburgico e quindi la riduzione ai minimi termini dell’elemento italiano. In questa complicata matassa la Pasquinelli, la quale aveva già visto cosa voleva dire l’arrivo dell’esercito partigiano di Tito e quale trattamento veniva riservato agli elementi di spicco delle comunità italiane, si adoperò per favorire contatti ed abboccamenti finalizzati a salvaguardare la sovranità italiana su queste terre contese, ma gli sviluppi del conflitto prima e della diplomazia in seguito vollero altrimenti.


Mentre nel resto d’Italia la gente scendeva in piazza per l’italianità delle terre che il Trattato di Pace stava per strappare, mentre proseguiva la fuga di migliaia di esuli con mezzi di fortuna o accolti a sputi e insulti da picchetti di militanti comunisti nei porti e nelle stazioni ferroviarie di quella Patria che avevano idealizzato, ecco compiersi il suo gesto estremo. La Pasquinelli in quei giorni figurava retribuita dallo Stato italiano come insegnate a Milano, invece era a Pola a dare conforto agli esuli.

Difficilmente nelle carte di recente vagliate dagli storici nell’archivio dell’Ufficio Zone di Confine, all’epoca presieduto dal giovane Sottosegretario Giulio Andreotti, troveremo la spiegazione ufficiale, ma qualcuno a Roma certamente sapeva di questa sua presenza. La sua iniziativa, però, affondava le radici in quell’intenso amor di Patria che aveva assorbito in gioventù, allorché si era accostata alla Scuola di Mistica Fascista, molti dei cui animatori in effetti morirono sui campi di battaglia della Seconda guerra mondiale, coniugando teoria e azione.

Maria Pasquinelli quel giorno aveva addosso una lettera, poiché, temendo la reazione della scorta di De Winton, sapeva che avrebbe potuto essere uccisa e voleva lasciare una spiegazione della suo azione. In poche righe esprimeva un amore esasperato per l’Italia che l’aveva portata  colpire chi in quel momento rappresentava le grandi potenze che avevano deciso a tavolino in base a ciniche logiche di ridisegnare a loro piacimento i confini d’Europa.


Sobria e fredda davanti alla corte che la giudicò, non chiese mai la grazia a coloro i quali continuò a considerare i nemici della sua Patria, visse distaccata e riservata il resto dei suoi giorni, così in carcere come in libertà, tanto che molti pensavano che fosse già morta. Quasi un alone di leggenda aveva quindi avvolto la sua figura da tempo: se, come molti storici hanno riconosciuto, la cosiddetta Questione di Trieste rappresentò l’ultima pagina del Risorgimento italiano, allora adesso Maria Pasquinelli può ben figurare nel Pantheon degli eroi che furono pronti a mettere in gioco la propria vita anche con gesti disperati per amore dell’Italia.

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