Robert De Winton e Maria Pasquinelli

(L'Arena di Pola 23/04/13)

Robert de Winton e Maria Pasquinelli

Il Generale di Brigata Robert (Robin) William Michael de Winton, alla cui memoria noi esuli sempre ci inchiniamo, avrebbe oggi 105 anni, parecchi meno di quanti ne avrebbe mio padre; ma egli fu ucciso a sangue freddo a soli 38 anni, perché ebbe la sventura di trovarsi in un particolare “punto” della Storia. Un punto come quelli che i matematici chiamano “punti singolari” di una funzione, che vanno studiati con le derivate, con la pazienza e l’acume insegnati dai maestri; e quando li avete scoperti, studiati, segnati su un foglio con mano incerta, ancora in realtà vi sfuggono, perché mostrano qualcosa di insolito, abnorme, insensato; eppure esistono e vi attraggono irresistibilmente.
Quel “punto” della Storia fu, in termini di tempo, una mattina piovosa di Pola, il 10 febbraio del 1947, nella stessa mattina in cui a Parigi veniva firmato lo sciagurato documento chiamato trattato di pace, che condannava le nostre Terre ad essere cedute al vincitore di una guerra orrenda e di un’avanzata plurisecolare verso il mare. Esso fu, in termini di luogo, la Via Giovanni Carrara di Pola, davanti al Comando del Governo Militare Alleato, a pochi metri da “El Cristo” e da Porta Gemina, in vista del nostro mare e della nostra Arena, che assistettero anche a quella tragedia come a tante altre tragedie avvenute prima e dopo.
Esso fu, in termini di cronaca, l’assassinio di un alto ufficiale britannico, incolpevole, che aveva “la sventura di rappresentarli ai quattro Grandi” vincitori, in quel momento e in quel luogo. Ma esso fu, in termini di umanità, l’azione estrema e disperata di ribellione che rappresentava la volontà dell’intero popolo di Pola, della Venezia Giulia, della Dalmazia, popolo che sentiva giungere la morte alle proprie radici, nella propria terra. Tutti avrebbero voluto ribellarsi a tanta ingiustizia; tutti; giovani e vecchi, poveri e ricchi, con un gesto clamoroso e risolutivo.

«Ma perché non vi ribellaste con le armi?» mi chiese un giorno uno che non aveva capito. Non aveva capito che già gli eserciti si erano sterminati per oltre cinque anni; che già le ultime truppe dell’una e dell’altra parte si erano battute oltre ogni limite per un pugno sacro di terra; che la guerra era finita in tutta Europa; che la popolazione civile di Pola non aveva né armi né la capacità di procurarsele. E dunque nessuno di quelli che stavano andando in esilio fece alcuna azione di ribellione armata: la ribellione ultima, gravissima, storica, fu il condannarsi da soli all’esilio, per sempre.

La Professoressa Maria Pasquinelli compì l’unico gesto di ribellione armata, in extremis.

Nella storia recente del popolo giuliano-dalmata, negli ultimi 130 anni, si hanno due soli casi di violenza contro le autorità da parte di comuni cittadini. Il primo caso, addirittura, fu soltanto e per fortuna di violenza organizzata ma non attuata: riguarda la vicenda, nel 1882, di Guglielmo Oberdan, studente triestino di ingegneria, di 24 anni, che intraprese un atto disperato e considerato da lui stesso come gesto suicida ed affermò «... getterò il mio cadavere fra l’imperatore e l’Italia...», cioè fra l’oppressore Impero Austro-Ungarico e il Regno d’Italia. Invano tutto il mondo culturale dell’epoca invocò la grazia per Oberdan, che non era riuscito a rientrare nei territori imperiali con le bombe nella sua valigia senza essere scoperto, ma che affermò con determinazione che egli avrebbe voluto colpire.
Il secondo caso, purtroppo, vide l’assassinio del Brigadiere - Generale di Brigata Robert de Winton per mano della Professoressa Maria Pasquinelli.
Poco importa se le varie cronache riportano notizie confuse sul numero dei colpi di pistola di lei, sul suo aver estratto l’arma dalla tasca, dalla manica oppure dalla borsetta, sul fatto che il Generale sia morto sul colpo oppure dopo aver raggiunto l’interno del Comando. Quello che importa è che egli era un militare in servizio in zona di occupazione, sì, ma in tempo di pace e che, giovane di 38 anni, aveva una giovane moglie ed un figlio piccolissimo, che mai più avrebbe avuto il sostegno ed il conforto di un padre. Ed importa anche che egli venne sepolto semplicemente nella terra friulana, ad Adegliacco di Tavagnacco, invece che nella sua terra natale, presso i suoi avi e là dove i famigliari avrebbero potuto portargli frequenti segni di affetto.

Per tutte queste circostanze, io sono atterrito quando qualche giovane mi chiede informazioni su questa terribile vicenda, perché attratto dal “mito” dell’unica ribellione armata che si ebbe il 10 febbraio 1947. Subito gli faccio presente che questo mito significò la morte di un innocente e che nessun motivo ideale può giustificare la morte di un innocente; che la sua attrazione va tenuta a freno e che solo un’esatta cognizione e valutazione di fatti, cause e conseguenze può portare ad un reale arricchimento culturale. E gli prospetto la ben diversa alternativa di “gesto estremo” messo in atto dai monaci vietnamiti o, più vicino a noi, da Jan Palach che si dette fuoco nella piazza principale di Praga nel 1969, come poi fecero e tentarono di fare altri suoi amici, giorno dopo giorno, come ribellione estrema all’invasione sovietica. Ma mi accorgo che parlo di fatti totalmente ignoti, subdolamente nascosti, cancellati, dalla nostra società e dai nostri insegnanti di Storia. Che pena!

Ebbene, in quel triste 1947 non era ancora in auge l’auto-sacrificio con il fuoco, altrimenti avremmo visto parecchie torce umane sulle rive di Pola; quelli che si suicidarono nei modi usuali lo fecero di nascosto. Maria Pasquinelli, invece, si votò ad una probabile morte, ma portando a morte un innocente: nel resoconto stenografico della sua auto-accusa, nel processo tenuto nel marzo e aprile 1947 a Trieste, si legge chiaramente che ella riteneva, a priori, di poter cadere uccisa dai militari di scorta, appena dopo aver sparato contro il Generale de Winton e anche: «Di fronte a Dio non ero rea solo di omicidio, ma eventualmente anche di suicidio. Sperai nell’infinita misericordia di Dio, ma il problema rimase aperto. Forse ho amato l’Italia anche più della mia anima». Non poteva sapere che la scorta aveva le armi scariche, al fine di evitare spargimenti di sangue in caso di corpo a corpo con manifestanti; ed infatti le cronache ed ella stessa riferiscono del comportamento molto cauto di uno dei soldati dopo l’assassinio, per avvicinarsi a lei ed arrestarla. La deposizione di Maria Pasquinelli e l’arringa difensiva dell’avvocato difensore d’ufficio, Luigi Giannini, durante il processo di Trieste dovrebbero essere letti e meditati da chiunque, senza distinzione alcuna, intenda approfondire quel certo momento storico. Ciascuno ne potrebbe trarre informazioni importanti, ma soprattutto una forte spinta ad amare la propria Patria, qualunque essa sia. Deposizione ed arringa si trovano nel testo del 2008 La giustizia secondo Maria.

La Professoressa, prima della guerra, fu insegnante nelle scuole di Milano, vicino alle grandi fabbriche della Pirelli e della Breda, alla Bicocca. Ancora sono in vita alcuni dei suoi allievi di quel tempo ed alcuni loro figli; essi testimoniano del suo impegno totale nell’insegnamento e perfino nell’accudire personalmente qualche famigliare gravemente ammalato ed indigente dei suoi alunni. Un altro tratto del suo carattere si può rilevare nel breve resoconto che ella fa delle riesumazioni dei corpi di centinaia di fucilati, italiani e slavi insieme, da fosse comuni presso Spalato, dove era andata come insegnante dal 1941; lo fece, nel 1943, a rischio della vita, nell’intento di dare degna sepoltura a tutti questi caduti e di recuperare fra gli altri i resti del dalmata Provveditore agli Studi Giovanni Soglian (eminente studioso della lingua dalmatica) e del ferrarese Preside Eros Luginbuhl, fucilati dai titini.
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Tito Lucilio Sidari
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