LA DONNA CHE SPARO' PER DISPERAZIONE


Mercoledì 3 luglio è mancata a Bergamo Maria Pasquinelli, che il 10 febbraio 1947 uccise il generale britannico Robert W. de Winton.
Il 16 marzo aveva compiuto cento anni.
Un ampio profilo della donna lo ha tracciato Lino Vivoda nei seguenti quattro capitoli del suo libro:
"In Istria prima dell’esodo - Autobiografia di un esule da Pola."

10 febbraio 1947
In quel triste 10 febbraio 1947 che, con la firma a Parigi del trattato di pace capestro (Diktat), sancisce il distacco delle terre giuliane dall’Italia, la CGIL, guidata da Di Vittorio, proclama dieci minuti di sciopero nazionale di solidarietà con i giuliani estromessi dalla Madrepatria. A Roma sull’Altare della Patria, innanzi alla tomba del Milite Ignoto, immolatosi nella Prima Guerra Mondiale per la redenzione della Venezia Giulia, migliaia di esuli e patrioti si inginocchiano con le bandiere di Pola, Fiume, Zara, dell’Istria, della Dalmazia e del Quarnero, listate a lutto.
Ma a Pola avviene un clamoroso gesto di protesta cruenta. Una giovane donna uccide con tre colpi di rivoltella il Brigadier Generale inglese Robert W. De Winton, comandante la guarnigione alleata di stanza nella città, visto quale più alto rappresentante in loco dei Quattro Grandi “artefici delle sventure della Patria”.

Maria Pasquinelli
Nella mattinata di quel piovigginoso lunedì, infatti, alle ore 9.30 una donna in cappotto rosso s’avvicina al corpo di guardia della 13.ma Brigata di Fanteria inglese, insediato nel palazzo di viale Carrara, vicino all’antica Porta Gemina della cinta muraria cittadina che conduceva  al piccolo teatro ed alla romana arce capitolina. Davanti l’edificio, sede del Quartiere generale alleato, è schierato un picchetto in armi mentre è atteso l’arrivo del Comandante il presidio per l’ispezione. La donna proviene dal porto dove, come impiegata al Comitato esodo, s’è recata ad assistere all’imbarco sul “Toscana” del secondo convoglio, diretto a Venezia, che porta in esilio cittadini di Pola e fuggiaschi dalla Bassa Istria occupata degli slavi; sul suo volto si possono scorgere i segni dell’intimo travaglio suscitato dal dolore e dal rimpianto per la sorte dei partenti: le lacrime agli occhi arrossati, le labbra e la faccia contratte che manifestano chiaramente la sua intensa partecipazione alla tragedia della gente istriana.
Giunge il comandante inglese, scende dall’auto, scambia alcune parole con il sergente A.J. Brown che comanda la guardia da ispezionare. Intanto la donna dal cappotto rosso raggiunge lentamente lo schieramento, alza la mano che impugna una rivoltella precedentemente tenuta celata nella manica e da circa un metro di distanza spara tre colpi: il generale colpito alla schiena incespica, si gira a guardare, poi barcolla in avanti verso l’ingresso del Comando. La donna getta l’arma a terra e rimane ferma aspettando la reazione dei soldati, ma lo stupore paralizza per alcuni attimi tutti i presenti. Poi uno dei militari ferito di striscio entra nel portone comprimendosi con una mano la ferita e s’accascia a terra accanto al generale colpito. Un altro si volta con l’arma puntata contro la donna e le si para innanzi. Il sergente allora, pistola in pugno, arresta la sparatrice e la traduce negli uffici del Comando, ordinando nel contempo ad un agente della Polizia Civile della Venezia Giulia di stare a guardia dell’arma, una “Beretta”, che giace a terra sul marciapiede.
La donna appena entrata nell’edificio comunica al sergente della guarda che l’ha fermata che indosso tiene nascosta qualche altra cosa. Questi, ritenendo possa trattarsi di un’altra arma, la perquisisce e trova un foglietto sul quale sono manifestate le ragioni del gesto clamoroso:
Seguendo l’esempio dei seicentomila Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibile come loro all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità,
a Pola
irrorata dal sangue di Sauro, capitale dell’Istria martire
riconfermo
l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale,
Mi ribello
col proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli – ai Quattro Grandi, i quali alla conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o – con la più fredda consapevolezza, che è correità – al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio.
Maria Pasquinelli
Pola, 10 febbraio 1947


La maestrina dal cappotto rosso
Maria Pasquinelli, la donna che lega così tragicamente il proprio nome alle dolorose vicende dell’esodo da Pola, nasce a Firenze il 16 marzo 1913 in una famiglia di intellettuali toscani: insegnante la madre e giornalista il padre. A diciassette anni, nel 1930, si diploma maestra e nel 1939 consegue la laurea in pedagogia all’Università di Urbino, dedicandosi quindi all’insegnamento.
Scoppiata la guerra il 10 giugno 1940, la giovane insegnante, che inculcava con convinzione nei suoi alunni l’amor di Patria, si arruola come volontaria nel corpo infermiere della Croce Rossa Italiana, per condividere i disagi della guerra con le truppe al fronte e partecipa alla campagna in Africa Settentrionale dal marzo al dicembre 1941. Volgendo al peggio le sorti della guerra per le truppe italiane, il 29 dicembre dello stesso anno abbandona l’ospedale da campo di El Alamein e travestita da soldato si avvia verso la prima linea perché vuole essere con i combattenti nella battaglia che si presenta come disperata. Scoperta a Cirene viene espulsa dalla C.R.I. e rimpatriata.
Ma la Pasquinelli non si rassegna ad una vita tranquilla, vuole essere di valido aiuto alla Patria in armi là ove c’è bisogno di una impegnata attività. Chiede quindi ed ottiene di essere inviata quale insegnante alle scuole italiane di Spalato. L’armistizio dell’8 settembre la coglie quindi in Dalmazia ove, arrestata dai partigiani di Tito, subisce l’esperienza traumatica del carcere nel periodo in cui gli italiani della zona rimangono indifesi per lo sfacelo del Regio Esercito ed in balia delle bande partigiane croate assetate di vendetta. Passata Spalato sotto occupazione delle sopraggiunte truppe tedesche, viene scarcerata e nel mese di ottobre ottiene il permesso di procedere alla riesumazione delle vittime dei croati. Recupera così da una fossa comune centosei salme di italiani civili e militari fucilati sommariamente dai partigiani titini. Tra questi riconosce il Provveditore agli studi Giovanni Soglieri, il preside del regio ginnasio maschile e numerosi colleghi insegnanti, trucidati dopo essere fatti scomparire dalle carceri locali. Per tale operazione viene minacciata di morte e ricercata dai croati. Riesce fortunosamente a sfuggire alla cattura imbarcandosi clandestinamente per Trieste ove giunge il 1° novembre 1943. Nel capoluogo giuliano la Pasquinelli intraprende un’opera di assistenza nel Comitato Profughi Dalmati istituito dal sen. Antonio Tacconi, adoperandosi in particolare per il rimpatrio degli italiani da Spalato.
Nel 1944 si trasferisce a Milano ove insegna nelle scuole elementari di Vigentino. Ma la tranquilla vita dell’insegnante in tempi travagliati per la Patria non fa al caso suo. Chiede al Ministro della Repubblica Sociale Italiana on. Biggini di potersi interessare alla questione giuliana in opposizione alla politica snazionalizzatrice attuata dal Gauleiter tedesco Rainer nell’“Adriatisches Küstenland” ed alle mire annessionistiche degli Slavi. L’azione da lei svolta in Dalmazia le ottiene il tacito consenso del ministro.
Giunta quindi nuovamente a Trieste Maria Pasquinelli si interessa attivamente alla questione locale, intuendo il pericolo che la zona correrà dopo il crollo tedesco, ormai evidente, per le velleità di conquista dei partigiani titini. Cerca quindi di trovare intese per creare un fronte unico degli italiani di fronte all’incombente minaccia. Scrive una relazione sulla situazione di Italiani e Slavi nella Venezia Giulia che il 10 settembre consegna a dei giovani della brigata partigiana milanese “Franchi” affinché la facciano pervenire al presidente del consiglio del Governo del Sud, on. Bonomi. Copie della stessa relazione consegna al Comandate della Decima Mas, Valerio Borghese, al Comitato di Liberazione Nazionale di Udine, alla divisione partigiana italiana “Osoppo”, che opera nel Friuli, ed a Italo Sauro, comandante dei volontari italiani del Reggimento “Istria” che si battono per impedire alle bande di Tito di impadronirsi della terra istriana.
Successivamente, al fine di provocare uno sbarco anglo-americano in Istria, prima della calata nelle terre giuliane degli armati di Tito, che protegga gli italiani da nuovi massacri, pensa di raccogliere una documentazione  sulle “foibe del 1943”. Parte quindi il 2 marzo 1945 con sprezzo del pericolo per l’Istria, munita di lasciapassare fornitole direttamente dal comandante Borghese. Visita Pola, Pisino, Parenzo e Visignano, raccogliendo abbondante materiale documentario utile per raggiungere lo scopo prefisso, aiutata nel delicato compito anche da esponenti del fascismo istriano che le consentono di mettere al sicuro tutto il materiale raccolto. Infatti rientrata a Trieste il 15 marzo 1945 viene arrestata dai soldati tedeschi della Luftwaffe, su ordine diramato a tutti i posti di blocco di arresto immediato in seguito ad una denuncia che la definisce avente “ambigui contatti con il Governo del Sud”.
Ebbi lunghi contatti telefonici più volte con la Pasquinelli, sempre su sua iniziativa, dopo la mia uscita con “Istria Europa”, per difendere la sopravvivenza della lingua, cultura e tradizioni italiane in Istria, della quale era una sostenitrice avendo inviato delle offerte per la stampa del giornale. Durante uno di questi, nei quali mi raccontava le sue vicende in Istria, mi fece anche il nome di chi l’aveva denunciata, saputo dal guardiano del carcere che la trattava con riguardo. Era un noto esponente del fascismo repubblicano di Trieste, ricostituito dopo l’8 settembre, Renzo Migliorini, fanatico della collaborazione coi tedeschi ai fini anticomunisti, che ho conosciuto poi a Roma nell’ambiente degli esuli.
Dopo quasi un mese di carcere tedesco, l’11 aprile riesce infine ad ottenere la scarcerazione ma viene subito informata che un’altra denuncia è stata presentata contro di lei. Fugge perciò travestita a Milano ove rimane nascosta fino al 25 aprile 1945. Ai primi di maggio anche lo Stato maggiore dell’esercito italiano si interessa della documentazione raccolta sulle foibe istriane.
Finita la guerra Maria Pasquinelli non si rassegna e, nonostante tutte le peripezie passate, ritorna a Trieste, dopo l’arrivo degli anglo-americani, finiti i tristi quarantacinque giorni dell’occupazione jugoslava. Vuole essere presente là dove la Patria è minacciata nella sua integrità territoriale. Si dedica attivamente alla diffusione della stampa giuliana in tutta la penisola italiana per risvegliare la coscienza nazionale sul problema del confine orientale. Ancora una volta si occupa quindi dell’assistenza ai profughi che arrivano fuggendo dal territorio occupato dagli Slavi, non appena giungono a Trieste gli anglo-americani a garantire la libertà, in specie da Fiume e dall’Alta Istria. Si reca quindi a Pola a prestare la propria attività al Comitato per l’esodo. Quivi assistendo impotente e sgomenta alla tragedia dei polesani che abbandonano in massa, tra la disperazione generale, la loro italianissima città ceduta alla Jugoslavia, alla quale mai era appartenuta, matura il clamoroso gesto di protesta che stronca la vita al generale inglese.
Processata a Trieste, fu condannata a morte dal Tribunale alleato. Triestini ed esuli istriani inscenarono manifestazioni di solidarietà. Un manifestino apparve ovunque con la scritta «Dal pantano è sorto un fiore, Maria Pasquinelli. Viva l’Italia». La condanna a morte venne commutata nella pena all’ergastolo. Dopo 18 anni di carcere, a seguito di numerose petizioni di esuli (anche nel campo profughi nella Caserma Ugo Botti di La Spezia dove erano alloggiati i polesani del IV convoglio del “Toscana” raccogliemmo 183 firme per una petizione) e di organizzazioni italiane ottenne il condono del Presidente della Repubblica, ritirandosi in un Istituto di religiose a Bergamo ove vive ancora oggi quasi centenaria.


Rivolta?

Il giorno in cui la Pasquinelli sparò al generale inglese, mi trovavo all’Ufficio Parrocchiale del Duomo, dove lavoravo (il mio primo lavoro, ricevendo al momento della partenza per l’esodo la somma di lire 500 per me oltremodo gratificante) a compilare copie di certificati di matrimonio, nascita, ecc. che tutti si volevano portare via. Dopo la compilazione li passavo a don Gasperini, che mi aveva chiamato a quella funzione in quanto dotato di un’ottima calligrafia, che essendo responsabile dell’Ufficio li firmava. Ero appena tornato dall’agenzia giornali di via Sergia dove ero stato a comperare “L’Arena di Pola”, il quotidiano degli italiani, quando giunse trafelata una donna: «Hanno sparato al comandante inglese in viale Carrara». Cercammo di sapere qualcosa di più quando una camionetta inglese passò nella strada sottostante annunciando che dalle ore 14 era stato decretato il coprifuoco. Chiunque fosse stato trovato per le strade correva pericolo di vita.
Molti si sono chiesti se quel gesto della Pasquinelli doveva essere un segnale di rivolta. Effettivamente c’era chi voleva resistere. Anche nella notte precedente il gesto della Pasquinelli due bombe a mano erano state gettate contro la sede dell’UAIS causando un morto e tre feriti ed un’altra era stata lanciata contro “Il Nostro Giornale”, organo filoslavo.
I capi dei partigiani italiani di Pola, organizzazione che ormai raggruppava tutti gli uomini italiani impegnati nella lotta nazionale, erano per la resistenza in loco.
In una riscaldata riunione dell’Assemblea formata da esponenti di tutti i settori della vita cittadina, convocata dal CLN italiano che guidava la lotta nazionale degli italiani,  tenutasi il 6 maggio 1946, il rappresentante degli operai, Coslovi, lanciava la famosa frase: «Nessuna causa si vince senza sangue»; gli faceva eco Laganà delegato degli studenti universitari: «bisogna far sì che in Italia si rendano conto della nostra situazione... le mozioni a questo scopo servono a poco, bisogna fare in genere qualcosa di forte». E Rusich, esponente dei partigiani italiani: «chi non è disposto a dare la vita perché qui non vengano gli Slavi?».
Non ci fu una risposta impegnativa da parte degli anziani  abituati  sotto l’Austria alla legalità ed al rispetto delle leggi statali. Per resistere anche a costo della vita contro l’Autorità costituita bisognava mettersi contro la Legge, e gli anziani come dimostrato anche al momento dell’arrivo della Commissione alleata per i confini erano sicuri della prevalenza del buon diritto.
Ma in effetti esisteva a Pola un’organizzazione paramilitare clandestina collegata col colonnello Savio Fonda dell’analoga organizzazione di Trieste. Armi arrivavano da Trieste con i bragozzi via mare. Io stesso sentii una notte, mentre facevo il turno di guardia notturno al campo degli esploratori cattolici italiani, organizzato da Don Tarticchio a Vincural, vicino alle cave romane, passare un carro che aveva raccolto in Val Badò un carico di armi trasportate nottetempo in un rifugio sicuro. Da Trieste poi si erano annunciati anche gruppi di giovani che sarebbero venuti a dare una mano.
Vi furono una serie di fatti concomitanti che stroncarono la resistenza. La rete clandestina del CLN italiano, nella zona di occupazione jugoslava della Bassa Istria, che gravava su Pola per eventuali direttive insurrezionali, fu stroncata dall’OZNA (la polizia di Tito), alla quale vendeva informazioni riservate e ceduto gli elenchi,  dietro compensi, un membro del controspionaggio italiano  (Della  Paola), in contatto anche col Field Security Service inglese di Pola al quale aveva denunciato facendoli arrestare tre componenti di una radio clandestina in collegamento con Radio Venezia Giulia, e segnalato e fatto sequestrare un carico d’armi giunto da Trieste, destinato alla resistenza agli slavi.
Gli esponenti dei CLN italiani in parte riuscirono a salvarsi,  riparando di notte nella zona inglese di Pola e in parte fecero la fine nelle foibe o fatti sparire. Da parte sua il FSS inglese arrestò e trasferì a Trieste i capi dell’Associazione Partigiani Italiani di Pola decapitando l’organizzazione dei suoi rappresentanti più combattivi. Ciò nonostante fu proclamato, quel 10 febbraio, immediatamente il coprifuoco per impedire qualsiasi reazione, bloccando addirittura la partenza del secondo convoglio del Toscana.
Lino Vivoda
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