VERGAROLLA STRAGE TITOISTA di Lino Vivoda

Vergarolla strage titoista

Il 18 agosto 1946 fu consumata l’atroce strage di Vergarolla

Sul tema riportiamo un capitolo del libro di Lino Vivoda:

"In Istria prima dell’esodo - Autobiografia di un esule da Pola" , Edizioni Istria Europa, Imperia 2013.

 

Festa nautica

L’annuncio della riunione natatoria di Vergarolla (Vargarola in dialetto), località posta oltre la metà della parte sinistra della baia, guardando dalle rive, sotto Forte Musil, indetta per domenica 18 agosto nello specchio d’acqua antistante la sede sociale della Società Nautica Pietas Julia, della quale ricorreva il sessantennio della costituzione come fucina d’italianità sotto l’Austria, venne pubblicato dall’incaricato per le iscrizioni alle gare della Coppa Scarioni, Carlo Alessandrino, per parecchi giorni sul quotidiano locale italiano “L’Arena di Pola” come un implicito appello per la partecipazione in massa. La splendida giornata di sole aveva quindi favorito, sin dal primo mattino, l’afflusso di centinaia di bagnanti, che pranzavano all’aperto, secondo la tradizione estiva dei polesani dedicata completamente al mare, nella pineta alle spalle della spiaggia. Era stato istituito un servizio con una motobarca per agevolare dalla riva antistante l’ex palazzina dell’Ala Littoria, distrutta dalle bombe, al molo di Vergarolla.

C’era inoltre la comodità, a due passi, nella stradetta che congiungeva con Stoja, sotto un fresco pergolato, dell’ottima Trattoria da Calcich, cara a generazioni di buongustai polesani. Sulla spiaggia di Vergarolla giacevano accatastate ventotto mine marittime, residuato di guerra, con nove tonnellate di tritolo,  prive di detonatori ma non vuotate dell’esplosivo in esse contenuto. Il maresciallo della Marina Militare italiana Raiola, padre del noto giornalista Giulio, le aveva personalmente disinnescate asportando i detonatori. Tre squadre di artificieri, in successione, avevano operato il controllo secondo la procedura militare. Non sarebbero mai potute scoppiare senza detonatori. Nottetempo quel deposito di morte fu riattivato da emissari criminali giunti dalla Zona B, con l’inserimento di detonatori collegati ad un congegno a distanza per lo scoppio, le cui tracce nella cava vicina fece notare il prof. Giuseppe Nider, partigiano italiano già ufficiale del Regio Esercito, all’ufficiale inglese che l’accompagnava, subito dopo lo scoppio.

La carneficina avvenne poco dopo le due pomeridiane di quella assolata domenica d’agosto: la deflagrazione fu tremenda, con decine di morti e feriti scaraventati ovunque dalla spostamento d’aria e brandelli di carne umana che piombavano dappertutto in acqua. E sugli alberi. Fu come immergere un coltello rovente nelle carni vive della città, che fu scossa e profondamente colpita dal luttuoso evento.

Numerose le dichiarazioni di testimoni raccolte negli anni, principalmente su “L’Arena di Pola”, il giornale degli esuli polesani, sull’esplosione. Una testimone, Marina Rangan, esule polesana allora bambina, così ricorda quella triste giornata:

«In quel giorno si andò tutti in barchetta su un incredibile mare azzurro verso la spiaggia della Pietas Julia. Remava mio padre perché aveva deciso che si andava a fare il bagno proprio lì e non a Vergarolla con il barcone pieno di gente come avrebbe voluto mia madre.

Ricordo il dondolio dell’amaca stesa tra due pini dove mi preparavo a dormire, quando all’improvviso mi ritrovai per terra; attorno a me tutto era buio; piovevano terra e caligine, e sul mare c’era quello che mi sembrava un rotolo di fuoco; credevo che il sole fosse sceso giù a toccare l’acqua... Intorno a me la gente chiamava e correva da tutte le parti; poi qualcuno mi prese e mi portò via. Dicevano che era esploso il deposito di tritolo di Vergarolla.

Ritornammo in barchetta; il mare era scuro e i gabbiani, tantissimi, si precipitavano dal cielo stridendo e poi tornavano su dopo aver colpito l’acqua; avevano qualcosa in bocca. Poi mi dissero che erano anche carnivori.

Mio padre disse che era successo per via di tutte quelle manifestazioni per il plebiscito. Disse che era tutto “gnente” perché tanto De Gasperi il plebiscito non l’avrebbe mai chiesto per non compromettere gli accordi per l’Alto Adige e gli slavi avrebbero continuato a massacrarci, che tanto nessuno avrebbe mai mosso un dito per noi».

Un’altra testimonianza è quella di Claudio Bronzin [Vedi Claudio Bronzin, Bieco telo di ipotesi false per cercare di coprire le precise responsabilità della strage. Prove e testimonianze sull’eccidio di Vergarolla, in “L’Arena di Pola”, 18 novembre 1996]:

«Tempo fa, parlando con un parente rimasto a Pola, sono rimasto allibito nel sentire sostenere l’ipotesi dell’autoinnesco per calore delle mine esplose a Vergarolla. Siccome la mia famiglia è stata colpita in pieno dalla strage, desidero che la verità rimanga viva ed alla luce di tutti, evitando che si cerchi di coprirla con un bieco telo di ipotesi false, stupide, e degne di vergogna al solo fatto di volerle proporre. Ma veniamo al fatto. La domenica precedente (11 agosto 1946) quasi tutte le famiglie dei fratelli Bronzin sono andate al mare alla punta della pineta di Vergarolla ed io (avevo 11 anni) ricordo benissimo di aver giocato a cavalcioni sopra quei cilindri metallici che tutti sapevano essere degli oggetti, sì di origine militare, ma comunque inoffensivi e perciò lasciati tranquillamente sulla battigia dai militari alleati dei quali, fino a quel momento, avevamo una grande stima ed affetto (ci avevano liberato dall’occupazione titina ed erano l’ unica nostra difesa).

La domenica 18 agosto, dato che mio padre Bruno e mio zio Anci amavano sia lo sport che le manifestazioni di italianità di ogni genere, hanno riportato le loro famiglie al mare, sempre a Vergarolla, ma nel punto ove si svolgevano le gare di nuoto della coppa Scarioni. Nel luogo maledetto invece sono andate le due sorelle (mie zie) Francesca e Rosmunda, la loro zia Gina Venier e i nipoti Mario e Mirella che di cognome fanno Trani perché la Rosmunda era così maritata. Comunque erano vicini a noi, tanto che mia cugina Mirella (allora quattordicenne), venuta a trovarci, si è salvata. Dopo il pranzo, che era ovviamente al sacco, nell’intervallo delle gare di nuoto, con l’altra cuginetta Marisa, sono salito sul pontile di legno terminale dello specchio d’acqua di gara, quello in linea d’aria più vicino allo scoppio; mi sono seduto sul lato che guarda punta Vergarolla con le gambe a penzoloni verso l’acqua (questa posizione forse mi ha salvato dallo spostamento d’aria) e mi sono messo a pescare con una “tognetta”. Giudico che in quel momento potevo essere a circa 200 metri dal punto del successivo scoppio, ma forse meno.

Nel momento maledetto, ho sentito nitidamente una detonazione (tipo colpo di fucile), secca ed unica; questa mi ha fatto alzare lo sguardo verso la direzione della sua provenienza e, in quell’istante, ho visto innalzarsi una immensa colonna di fuoco che è durata qualche secondo prima di diventare fumo. L’immane e terrificante boato dell’esplosione è arrivato dopo l’innalzarsi della colonna di fuoco. Considerando la distanza e la velocità del suono (300 metri circa al secondo) ed il tempo per far salire il mio sguardo dall’acqua e guardare verso la provenienza della piccola detonazione, è certo che le mine sono saltate in aria dopo una frazione di secondo dalla citata prima detonazione. Questo è lo stesso spazio di tempo che ho sentito da militare quando, artigliere, andavo a fare chiusura poligono per far scoppiare gli ordigni inesplosi; nel caso gli artificieri mettevano una piccola carica (detonatore) addosso all’ordigno e nello scoppio i colpi, intervallati da una frazione di secondo, erano due.

Questa è la mia testimonianza diretta, che smentisce la teoria balorda dell’autoinnesco delle mine, che del resto avrebbe provocato un lungo, unico boato. E’ evidente che il tutto è avvenuto con l’innesco di un detonatore la cui capsula è stata probabilmente inserita in una di quelle dozzine di mine; le altre sono esplose per “simpatia” (termine usato dagli artificieri, ai quali ho chiesto un parere tecnico). Ovviamente il detonatore doveva essere comandato a distanza, con un collegamento elettrico tramite fili, e su questo seguirà la successiva testimonianza di mia zia Unda.

Quella tragica esperienza rimane incancellabile nella mia memoria. Mio padre Bruno, subito, nel fuggi fuggi generale, riuniti moglie (allora incinta di sei mesi), figlio, nipoti e cognata, li affidava urlando al fratello Anci e correndo entrava per primo nella pineta ancora in fiamme a cercare le sorelle e gli altri parenti. E ricordo ancora il suo ritorno, dopo un tempo interminabile, tutto sporco di sangue altrui (aveva aiutato a caricare feriti e morti nelle autoambulanze alleate accorse successivamente); urlando e piangendo per il dolore e la rabbia ci diceva di aver trovato, fra tronconi e pezzi di corpi umani anneriti e bruciati dal fuoco, solo la sorella Unda (Rosmunda) tutta straziata nel corpo ma viva. Degli altri niente.

Gli altri sono stati trovati successivamente: mia zia Francesca morta; la zia Gina, viva, è rimasta in coma per una ventina di giorni e dopo tre mesi è stata dimessa con decine di microschegge nella testa, schegge che si è portata dietro fino alla sua morte, avvenuta recentemente.

Detto quanto ha toccato la mia famiglia (e vibro ancora oggi per la commozione), voglio passare alla seconda testimonianza, quella indiretta, accennata all’inizio.

Mia zia Rosmunda Bronzin Trani, quella ferita e recuperata da mio padre (la citata Unda), anche se straziata nel corpo e nel viso, è sempre rimasta lucida; data la sua condizione (forse era l’unica rimasta viva e che poteva parlare), subito è stata interrogata dalla commissione  investigativa (lei diceva dagli inglesi e dai “bacoli neri”) [i membri della Polizia Civile, al servizio degli inglesi]. Questo è avvenuto sia all’Ospedale che dopo dimessa. Lei ha sempre e ripetutamente affermato, sia negli interrogatori che parlando con i fratelli (e questo lo ho sentito anch’io), che quella mattina del 18 agosto 1946 un uomo vestito bene, di grigio (quindi estraneo ai bagnanti, tutti ovviamente in costume), ha steso un “filo” attraverso la pineta; poi, tagliandolo con un coltello, lo ha aggiuntato in più punti. Preciso che questa è la classica operazione degli elettricisti che spellano il terminale del filo elettrico per poi aggiuntarlo. Quest’uomo, probabilmente dopo aver finito il collegamento della linea per l’attivazione a distanza del detonatore, è sparito. Poi lo scoppio. Questa testimonianza di mia zia, se non fatta sparire, è negli archivi dell’indagine sull’eccidio di Vergarolla. Lo chiamo eccidio perché si è trattato di un assassinio raccapricciante per il numero e l’età delle vittime (20 avevano meno di 10 anni).

Nel merito della testimonianza del signor Gino Salvador (vedi “Arena di Pola” del 19 ottobre 1996) dove parla di un uomo venuto dal mare su una barchetta di idrovolante, con pantaloni blu, non vi è alcuna discrepanza fra la sua dichiarazione e quella di mia zia che cita un uomo vestito di grigio. Un simile misfatto, a mio parere, non poteva essere fatto da un uomo solo, soprattutto se questo abitava a Brioni o a Fasana (testimonianza del sig. Sergio Marini, stesso articolo), località allora in Zona B, con sempre un confine nel mezzo. Certamente c’era un basista sul posto, di Stoia o dintorni, comunque di Pola, che sapeva dell’esistenza di quelle mine disattivate solo dei detonatori. Preciso che mia zia ha sempre  sostenuto che l’uomo vestito di grigio non le era una faccia nuova, e quindi poteva benissimo essere uno di Pola.

Con la speranza che questo possa servire a qualcosa, certamente a non farci prendere in giro da stupide deviazioni dalla verità, ringrazio per l’ospitalità nell’Arena».

Testimonianza di Elio Giorgi [lettera di Ezio Giorgi, Pola: Strage di Vergarolla, in “Il Piccolo”, Trieste, 18 agosto 2009]:

«Sono nato a Pola e il giorno del triste evento avevo da poco superato gli 11 anni. Allora abitavamo a Veruda poco lontano dal centro città. Era una giornata piena di sole quel 18 agosto 1946. Improvvisamente, erano circa le due del pomeriggio, un boato fortissimo fece tremare la terra e subito dopo vedemmo sollevarsi in cielo, nella direzione di Vergarolla, una colonna di fumo intenso e nero, che non finiva mai di salire. Gli adulti attorno a me capirono subito quanto successo e io ricordo ancora il modo concitato e di terrore mentre gridavano: “le mine… le mine!!”. In effetti l’esplosione fu intenzionalmente provocata innescando alcune mine, che in origine ostruivano il porto di Pola, e che gli Alleati recuperarono e portarono a terra depositandole a Vergarolla. Bisogna ricordare che quel giorno, in occasione dell’anniversario della Società Pietas Julia, c’era grande festa a Vergarolla e, chiaramente, la gente era accorsa in gran numero. Indubbiamente, in quegli anni difficili e tristi, una mente malata di ideologia aveva colto l’occasione per colpire, nel più gran numero possibile, gente inerme. Purtroppo, negli anni che seguirono, non si è mai scoperto quali fossero i mandanti e/o gli esecutori di quel crimine. Come d’altronde, non si è mai saputo esattamente quanti furono i morti. Si ritiene comunque non meno di 100 persone. Tra questi, quattro dei miei compagni di classe non ritornarono a scuola in quanto erano stati dilaniati nello scoppio. E qui ricordo con commozione, al rientro a scuola dopo la pausa estiva, che la nostra maestra elementare signora Devescovi pose su ciascun posto degli amici che non avremmo mai più rivisto un mazzo di fiori. Come bambino rimasi anche fortemente colpito dal fatto che furono trovati i resti soltanto di uno dei quattro periti. Resti ai quali, forse per pietà, diedero un nome. Gli altri tre compagni di scuola svanirono nel buco nero della violenza dell’uomo. Questo fatto fu determinante a far decidere ai miei genitori di lasciare la loro Terra. Infatti al 7 febbraio 1947 ci imbarcammo sul “Toscana”.

Ed infine una testimonianza, quella del polesano Gino Salvador, raccolta ad Adelaide in Australia il 1° settembre 2001, dall’istriano Mario Demetlica, appassionato cultore della storia istriana, per gli amici della Mailing List Histria, gruppo di discussione su internet. Il racconto di Salvador era stato pubblicato a sua firma, anni or sono, anche su “L’Arena di Pola”.

«Quell’uomo venuto dal mare. La strage di Vergarolla. Cari istriani e amici, molte volte richiesto da Mario Demetlica di raccontare la mia storia vissuta personalmente il giorno della strage di Vergarolla, posso dire che non ricordo su quale numero dell’“Arena di Pola” nel 1995 era stato già pubblicato un mio articolo sull’eccidio di Vergarolla. Il motivo che mi spinge a ritornare sulla strage di quelle vittime innocenti è l’aver letto sull’“Arena” del 31 agosto 1996 dello scritto su Vergarolla pubblicato sul “Messaggero Veneto” di Paolo Polverino, che riferisce di aver avuto dei contatti a Udine col sig. Sergio Marini, che a Vergarolla perse la sorella Liliana. Il sig. Marini riferì al giornalista che una decina di anni fa si recò a Pola a visitare la tomba della sorella e mentre era in raccoglimento presso la tomba una persona si avvicinò e gli disse: “Ma lei lo sa che quello che ha fatto scoppiare le mine di Vergarolla è ancora vivo? Abita a Fasana”.

Allora ricordai che sul mio articolo all’“Arena” avevo scritto che un tale a bordo d’una barchetta di idrovolante approdò alla banchina del cantiere navale E. Lonzar, sulla via Fisella, al mattino dopo le dieci del 18 agosto 1946. Avvicinatolo gli avevo detto che era proibito l’approdo, ma mi rispose che doveva recarsi nelle vicinanze e che non avrebbe tardato a prendere il largo. Gli chiesi da dove giungesse con quel mezzo acquatico e mi rispose dall’isola di Brioni. Era di statura media, colorito bruno, capelli neri ricciuti, vestiva pantaloni di tela blu.

Brioni e Fasana facevano parte della Zona B, controllata dagli jugoslavi. Comunque sin allo scoppio delle mine la barchetta d’idrovolante era ancora all’attracco per un bel po’ di tempo. Al mio rientro in cantiere non era più la ad attendere il suo proprietario. Il genocida aveva avuto tutto il tempo a sua disposizione per i preparativi per far brillare le mine e prendere il largo indisturbato. A distanza di mezzo secolo mi convinco sempre di più che quel tale possa essere l’esecutore materiale della strage di quegli innocenti vittime di un odio cieco. Mano assassina giunta dal mare, seguace di quelle ideologie “paradisiache” social-comuniste apportatrici di genocidi verso quella classe di esseri non allineati».

 

Scoperto uno degli attentatori

Tre capitoli del libro di Lino Vivoda attengono la scoperta di uno degli attentatori, ovvero un agente dei servizi segreti jugoslavi suicidatosi poi per il rimorso.

 Gli autori della strage

Fin dal primo momento dopo la deflagrazione, l’opinione pubblica escluse lo scoppio accidentale del materiale esplosivo accatastato nella pineta di Vergarolla. La versione che accreditava la tesi di un possibile fortuito caso di autocombustione fu istintivamente scartata dalla popolazione che individuò subito movente e mandanti della strage. L’occasione offerta da una manifestazione promossa da una Società che richiamava alla memoria le lotte irredentistiche sostenute dai polesani sotto l’impero austro-ungarico per difendere il carattere italiano della città era quanto mai favorevole. La “Pietas Julia” era popolarissima in città: avrebbe raccolto spettatori e gitanti. L’affluenza che si prevedeva consentiva agli slavi di avere a portata di mano la possibilità di dare una lezione indimenticabile agli italiani, in modo da fiaccarne le velleità di resistenza alle tesi annessionistiche dei titini. Secondo i comandamenti di Tito.

In un fondo, Indagini sul disastro di Vergarolla, il quotidiano italiano di Pola così scriveva: «Da domenica – giornata che rimarrà come una delle più tristi nella storia di Pola, dopo il tremendo scoppio di Vergarolla, in cui decine e decine di nostri concittadini furono straziati nel corpo – il nostro popolo cerca di far luce sulle cause dell’immane tragedia che ha portato in città lutto e disperazione senza conforto», e proseguiva rilevando che: «Le mine di profondità poste a Vergarolla erano di costruzione tedesca e francese. Ora si sa che tali mine contengono tritolo, il quale scoppia solo con un detonatore apposito. S’è accertato che i detonatori erano stati tutti tolti da questi ordigni». Continuando poi coll’evidenziare che: «Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole, senza l’intervento di alcuno» e, prospettando come ipotesi da scartare, «se si dovesse trattare di autocombustione, sarebbe ugualmente da meravigliarsi che lo scoppio sia avvenuto proprio di domenica, giorno delle gare per la “Coppa Scarioni”, mentre tante altre giornate precedenti erano state molto più calde (le mine poi erano esposte nella pineta!). Escludendo l’autocombustione, possiamo pensare ad un attentato». Concludeva il giornale: «La polizia sta indagando; noi indaghiamo almeno quanto la polizia... ed esigiamo che l’inchiesta sia portata a fondo con ogni scrupolo e non s’arresti a metà. I cittadini tutti hanno il sacrosanto diritto di conoscere chiaramente come mai tanto strazio sia stato causato e su chi eventualmente ricada l’orrenda colpa di averlo provocato».

Anche vari organismi cittadini elevarono la richiesta di fermezza nelle indagini con numerose mozioni di protesta intese ad ottenere l’identificazione e la punizione dei colpevoli e la salvaguardia della popolazione da ulteriori sciagure.

 

La mia indagine

Fin dal primo momento dello scoppio, rimasi convinto si trattasse di un attentato. Dopo l’esodo incominciai a raccogliere indizi tra gli esuli ed anche tra le testimonianze pubblicate su “L’Arena di Pola” edita in esilio. Poi, più tardi, parecchi anni dopo l’esodo, durante i miei saltuari  ritorni a Pola, tra i rimasti, sebbene tutti reticenti causa la mentalità formatasi sotto il terrore accumulato durante la dittatura comunista di Tito, interrogai alcuni che mi fecero anche nomi di possibili componenti il gruppo degli attentatori.

In particolare dai dati da me raccolti appariva che:

- lo scoppio non poteva essere stato causato da un’autocombustione.

- I detonatori per l’esplosione erano stati levati dal capitano della Marina Militare italiana Raiola del Comando Marina di Venezia, chiamato all’uopo dagli inglesi per disinnescare quella trentina di mine marittime abbandonate sulla spiaggia di Vergarolla, il quale ebbe testualmente a dichiarare che solo l’innesto di altri detonatori avrebbe potuto causare l’esplosione. In merito al lavoro del gruppo di artificieri da lui guidato precisò: «Il lavoro si svolse in conformità ai regolamenti militari, dividendo il gruppo artificieri in tre squadre. La prima era incaricata di togliere le spolette di tutte le mine, la seconda controllava il lavoro eseguito dalla prima e la terza controllava il lavoro delle altre due. Con questo scrupoloso lavoro di disinnesco e controllo – continuò poi il capitano – era materialmente impossibile che avvenisse l’esplosione delle mine, perché il tritolo contenuto in queste mine sarebbe esploso solo con l’innesco di un detonatore».

- Il prof. Giuseppe (Bepi) Nider, esponente dell’organizzazione dei partigiani italiani di Pola, già ufficiale del Regio Esercito, recatosi sul posto subito dopo l’esplosione assieme ad un maggiore inglese riscontrò nella vicina cava, al di là della strada che costeggiava la pineta di Vergarolla, le tracce indicanti apparati per l’innesco (uguali a quelli che usavano nelle miniere dell’Arsa) di apparecchiature per il contatto che comandava a distanza lo scoppio di detonatori e le fece notare all’ufficiale inglese del Field Security Service.

- Varie testimonianze avevano visto aggirarsi un uomo vicino alle mine, la sig. Rosmunda Bronzin l’aveva visto addirittura con un lungo filo in mano.

- Il nipote Claudio Bronzin aveva sentito chiaramente i due scoppi (detonatore e tritolo).

- La Commissione inglese d’indagine su Vergarolla aveva escluso che potesse trattarsi di scoppio fortuito.

Poi alcuni amici mi fecero pervenire, scritti dal giornalista David Fištrović sul quotidiano croato di Pola “Glas Istre”, tre articoli con la traduzione. Gli articoli, scritti per il 53° anniversario dell’esplosione di Vergarolla, erano: 1) Zločin omogučen nemarom (crimine reso possibile dalla negligenza); 2) Smrt kao “prilog” proslavi (la morte come supplemento alla celebrazione); 3) Pula ne pamti sličan udes (Pola non ricorda una simile sorte).

Pur non sapendo il croato che poche parole imparate a Gallignana del dialetto slavo istriano “po našu” (alla nostra), capii subito che erano riportati e citati regolarmente numerosi pezzi su Vergarolla del mio libro L’esodo da Pola. Agonia e morte di una città italiana, comprese numerose foto, tra le quali quella del funerale di Sergio con tutti i familiari dietro il camion inglese con le quattro bare. Foto che ho visto più volte riportata sui libri croati, alcuni senza citare la fonte.

Ma mi colpì la chiusura finale dei tre articoli che così, tradottami, risultava: «Dunque l’eclisse provocata dall’esplosione nascose gli eventuali colpevoli tanto bene che sicuramente non si avrà la possibilità di trovarli. Forse qualche nuova luce verrà aperta sul caso in seguito alla ritrovata lettera d’addio scritta da un polese che si è suicidato e con la quale si scusa? si giustifica? per l’esplosione, ma sottolinea che tutto quello che ha fatto “lo ha fatto su ordine di Albona”. Il fatto che i resti dei detonatori sono gli stessi che venivano adoperati dai minatori e che ad Albona dove c’erano le miniere si trovava la sede principale dell’organizzazione polese titina forse potrebbe aiutare a risolvere il caso di Vergarolla, se qualcuno seriamente s’occupasse dell’indagine. Però siccome l’esplosione di Vergarolla non rientra nella categoria dei crimini di guerra, è scarsa la possibilità che venga nuovamente riaperta l’istruttoria».

Quindi da Albona, dove l’OZNA dalla Zona sotto gli jugoslavi controllava tutto quanto avveniva nella Pola sotto gli anglo-americani, come avevamo immaginato in molti.

Poi, durante una permanenza più lunga a Pola, cercai ed entrai in contatto con il giornalista del “Glas Istre”, autore, tra l’altro, di una serie di inchieste sui crimini commessi dai comunisti dopo la fine della guerra contro gli jugoslavi che si erano arresi agli inglesi in Austria e da questi consegnati ai partigiani di Tito. Mi raccontò anche della fine che avevano fatto un gruppo di giovani istriani che volevano fuggire in Italia e, presi con un tranello dall’OZNA, massacrati vicino a un cimitero nel centro dell’Istria. Mi disse poi che, secondo una sua ricerca, le vittime di Vergarolla risultavano 116 morti e 211 feriti, perché mi fece notare che nel mio libro avevo pubblicato solo i primi sessantaquattro nomi, pubblicati il giorno dopo lo scoppio. In realtà non erano compresi i corpi irriconoscibili, le quattro casse di resti di membra raccolte, alcuni morti deceduti dopo il ricovero e soprattutto persone della vicina Zona B venute a Pola per partecipare alla riunione.

David, che sapeva della mia attività di giornalista e di dirigente delle organizzazioni degli esuli, nonché di parente di una delle vittime di Vergarolla, mi mise al corrente quindi del suo segreto: sapeva il nome di uno degli attentatori di Vergarolla! E mi disse il nome: Ivan (Nini) Brljafa. In proposito mi confermò di aver visto personalmente il biglietto nel quale il personaggio in argomento, prima di suicidarsi, aveva lasciato scritta la confessione. La lettera era in possesso di una parente del suicida.

Mi consultai con alcuni amici e stabilimmo che avremmo comperato quel biglietto ove possibile. David s’informò e mi disse che la cosa era possibile. Gli avevano detto che sarei dovuto recarmi da solo in un luogo che mi sarebbe stato indicato successivamente.

A questo punto incominciai a pensare se valeva la pena rischiare. Il suicida in questione era uno dell’OZNA, per la quale aveva collaborato all’attentato. Mi ricordavo che l’ing. Onorato Mazzaroli, con un tranello chiamato dall’OZNA a Peroi per presentare un suo progetto di autonomia dell’Istria, era sparito senza lasciare più traccia, nonostante Rodolfo Manzin, col quale s’era confidato, l’avesse messo in guardia sconsigliandolo dal recarsi all’appuntamento. Non fidandomi dunque della gente con cui avrei dovuto trattare, rinunciai all’appuntamento per l’acquisto del biglietto. Valeva rischiare la vita?

Naturalmente incominciai ad indagare sull’attentatore suicida. Raccolsi un sacco di notizie sul suo conto:

- Ivan (Nini) Brljafa, era stato tra i primi membri del Partito Comunista Croato clandestino di Pola.

- Durante la seconda guerra mondiale agiva a Pola come  gappista in coppia con Livio Šain, ed insieme avevano effettuato l’attentato al Ristorante Bonavia, in via Smareglia, mensa di ufficiali tedeschi. Durante la reazione che ne era seguita, furono uccisi nelle adiacenze del Mercato coperto mio cugino Aldo Fosco, che trovandosi al vicino bar “Dal Moro” al momento dello scoppio era fuggito assieme agli altri avventori, e Francesco Almerigogna, raggiunti ed uccisi nei pressi del Mercato.

- Era stato membro del gruppo dell’OZNA che operava tra Fasana e Peroi (Tino Vitas, Mijo Pikunić, Nini Brljafa, Livio Šain).

- Nel 1963 aveva ricoperto una carica nell’amministrazione cittadina (presidente dell’Assemblea comunale), poi s’era suicidato, impiccandosi, lasciando in un biglietto la confessione del suo operato su comando dell’OZNA.

- Altre dicerie di rimasti a Pola, sebbene reticenti, mi convinsero che Brljafa era stato sicuramente un componente del gruppo che aveva effettuato l’attentato di Vergarolla. Non il solo, ma sicuramente uno del gruppo; mi erano stati fatti anche i nomi di altri presunti componenti.

Non aveva infatti scritto chiaramente nelle sue memorie Gilas, braccio destro del dittatore jugoslavo: «Fummo mandati da Tito io e Kardelj in Istria. Bisognava cacciare gli italiani in ogni modo. Così ci venne detto e così fu fatto»? Fu fatto chiaramente anche con la strage di Vergarolla, adoperando l’OZNA, la polizia segreta di Tito. Così denunciai apertamente l’OZNA come mandante dell’attentato di Vergarolla. Basandomi sulla confessione del Brljafa. Molto più tardi due giornalisti triestini avranno la conferma dagli archivi di Londra di un altro componente dell’OZNA implicato nell’attentato.

 Ripercussioni

Non appena la notizia della mia denuncia si diffuse in città tra i miei amici fu un passa parola tra i numerosi bagnanti, era agosto, che come ogni estate raggiungevano ormai Pola per fare i bagni, ritrovandosi per la maggior parte a Stoja, vecchio stabilimento balneare cittadino: «Vivoda ha scoperto che nell’attentato di Vergarolla era implicata l’OZNA». Naturalmente tutti mi chiedevano di sapere di più, ma rispondevo che l’avrei fatto a tempo debito. Anche agli amici della redazione di Pola del quotidiano italiano di Fiume per l’Istria “La Voce del Popolo” risposi nello stesso modo.

Ritornai a casa a Imperia e ai primi di settembre mi giunse una telefonata dal settimanale illustrato “Globus” di Zagabria chiedendomi un’intervista. Alla mia risposta affermativa giunse due giorni dopo la giornalista Ines Sabalić con il fotografo Roberto Orlić che fungeva anche da interprete in quanto la giornalista non parlava bene l’italiano. L’intervista con numerose foto a colori, tra le quali molte dell’esodo da Pola ed una nello studio di casa mia, con in mano il giornale “L’Arena di Pola” con la foto della colonna di fumo dello scoppio di Vergarolla, venne pubblicata con grande evidenza, su cinque pagine, alcuni giorni dopo. Subito il quotidiano di Trieste “Il Piccolo” diede ampio risalto alla notizia, nella pagina speciale Istria, Litorale e Quarnaro, del giornale diffuso in Istria assieme alla “Voce del Popolo”, quotidiano in italiano di Fiume-Rijeka, annotando che era la prima volta che la stampa croata si occupava dell’attentato sulla spiaggia della città istriana.

Poi una mattina del successivo mese di ottobre, mentre ero seduto al bar di Piazza Foro guardando quelli che erano stati i luoghi della mia infanzia, mi giunse una telefonata dalla redazione del “Glas Istre”, il quotidiano croato di Pola, chiedendomi un’intervista. Risposi affermativamente e dopo poco giunse la giornalista Sandra Zrinić con il fotografo A. Tosicj. Mi fece una lunga intervista, durante la quale ribattei quanto, fattomi presente dalla Sandra, era stato scritto recentemente sul loro giornale di una donna che propugnava la tesi della fatalità e non dell’attentato. Tesi sempre sostenuta dai filoslavi per non ammettere la strage e contestata da me anche in una tavola rotonda su Vergarolla, nella Comunità degli Italiani di Pola, in un intervento assieme a Livio Dorigo e Bruno Flego (giornalista del filoslavo “Nostro Giornale” al tempo dell’amministrazione anglo-americana che sosteneva la possibile autocombustione o incidente).

L’intervista venne pubblicata su un’intera pagina del giornale con una mia foto, seduto al bar in piazza Foro, con alle spalle il tempio di Augusto.

Recentemente, molto più tardi, nel 2008, quindi quasi dieci anni dopo la mia denuncia, la mia tesi della strage fatta dall’OZNA è confermata da un’inchiesta sul “Piccolo” di due giornalisti del quotidiano triestino, Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, nel terzo volume di una storia sullo spionaggio a Trieste: Top secret. Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, esaminando documenti degli archivi inglesi non più secretati, contenuti nelle carte del National Archives di Kew Gardens, vicino a Londra. Scrive Ugo Spirito, commentando il contenuto del libro nell’articolo «La strage di Pola organizzata dall’OZNA per causare l’esodo», che: [un] «documento afferma: fu un attentato pianificato e compiuto dall’OZNA, e tra gli esecutori materiali spunta il nome di un agente di tale organizzazione: Giuseppe Kovacich, trentenne ex membro della Marina Militare italiana, allora già noto allo spionaggio alleato come terrorista. Con nota del 18 dicembre 1946, archiviata “War Office 204/12765 Secret”, in relazione al sabotaggio di Vergarolla a Pola si segnala che uno dei sabotatori è Kovacich Giuseppe. La descrizione che ne viene fatta: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu, dovrebbe corrispondere a quella divulgata dagli alleati a Pola l’indomani dello scoppio relativa ad un individuo visto aggirarsi vicino le mine. Dai documenti risulta anche l’esistenza di una base dell’OZNA a Fasana, agli ordini di un certo “Timo”».

A proposito di chi fosse questo agente dell’OZNA, ecco quanto da me scritto nel libro L’esodo da Pola. Agonia e morte di una città italiana: «Nella tarda serata del due maggio millenovecentoquarantacinque fa il suo ingresso a Pola anche l’OZNA, la polizia segreta di Tito che sino ad allora ha svolto le sue luttuose trame da Peroi, borgo agricolo della campagna polese, sotto la guida di “Timo” Vitas Catich, ex ufficiale di complemento del Regio Esercito, originario di Gallignana. Installatosi nel palazzo di via Smareglia, dove in precedenza aveva avuto sede il Comando della Gestapo e delle SS, il capo dell’OZNA assieme al fratello Carlo avvolge la città in una cappa di terrore».

Si confermava così quanto i polesani avevano sospettato sin da quel triste 18 agosto 1946.

Ancora il 19 agosto del 2007, accanto alla cronaca della cerimonia in ricordo di Vergarolla, svolta ormai ogni anno dopo l’inaugurazione del cippo ricordo nel giardino accanto al Duomo, il giornalista del “Glas Istre” D. Lipljan, dopo la cronaca della cerimonia, in un breve trafiletto con accanto una mia foto mi fece una breve intervista (Ubolica nedužnih civila i dalje nepoznat), nella quale, richiamandosi a quanto da me detto nel 1999 alGlas Istre”, mi chiedeva perché sino ad oggi non avessi ancora reso noto il nome del colpevole.

Questa la traduzione della chiusura della breve intervista:

«Lo farò quando scriverò le mie memorie istriane, ha concluso Vivoda». E quel tempo ora è arrivato.

Naturalmente tutta la mia attività non era passata inosservata ai croati. In un libro informatissimo di Duško Večerina, uscito nel 2001, che esamina dettagliatamente esponenti e giornali degli esuli (irredentisti italiani), ad esempio, mi vengono dedicate parecchie pagine come sindaco del Comune di Pola in Esilio (con foto tratta dall’intervista al “Globus”) ed altre alla politica espletata come direttore di “Istria Europa” in favore dell’autonomia dell’Istria (con foto della prima pagina di un numero del giornale).                                                                                                        Lino Vivoda

  Un dramma che l’Italia ignora

La tragedia di Vergarolla merita un richiamo su queste pagine sia per la sua efferatezza sia per i risvolti legati all’esodo facendo decidere molti polesani, incerti se partire, ad andarsene per sempre.

Ai lettori dell’“Arena” potrebbe interessare, inoltre, la mappa del luogo del tragico attentato che ho preparato sulla base alle testimonianze ed indicazioni di chi, allora giovane, era presente sul posto in quel lontano 1946 e che ho pubblicato nel terzo volume della collana di testimonianze Chiudere il cerchio con il sottotitolo L’immediato dopoguerra di cui, insieme al prof. Guido Rumici, sono curatore e dove il capitolo Vergarolla riporta tre testimonianze. Per la costruzione della mappa, oltre ai suggerimenti dell’inossidabile amico Lino Vivoda, mi sono basato sulle indicazioni di un polesano, residente a Pola, che ho intervistato ma che vuole mantenere la riservatezza: assisteva alle manifestazioni sportive dal moletto della Pietas Julia di fronte a quello di Vergarolla, quando udì un secco suono, come uno sparo, che fece arretrare le persone a ridosso delle mine e, viceversa, voltare quelle un po’ più distanti che si sporsero verso le bombe: pochi istanti e fu morte.

Per il posizionamento delle bombe, della piccola cava da dove, presumibilmente, partì l’innesco e delle strutture utilizzate fino a qualche mese prima dal personale civile e militare del GMA, mi sono venute utili le indicazioni di Angelo Tomasello che fino alla tarda primavera di quell’anno portava con altri ragazzi il cibo ivi preparato alle postazioni militari lungo il confine che chiudeva la città nell’enclave Alleata. Per scaldarsi dal clima ancora fresco di fine primavera andavano – mi racconta – ad appoggiarsi sul caldo metallo di quelle bombe – pensate un po’ – accatastate lì vicino! Ho inserito in mappa anche il percorso che un bragozzo fece diverse volte per trasportare 50-60 persone alla volta dalla città, anche se moltissime famiglie arrivarono sul luogo attraverso i sentieri del boschetto alle spalle della zona. Ho posizionato anche il “Toscana” che qualche mese più tardi farà i suoi tristi viaggi verso Venezia ed Ancona.

Olinto Mileta

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