NOTIZIE SCRITTE DAL DIRETTORE PAOLO RADIVO

Notizie scritte dal direttore Paolo Radivo


Cinema italiano a Lussinpiccolo
Per la prima volta Lussinpiccolo (Quarnero, Croazia) ha ospitato una Rassegna del cinema italiano. L’iniziativa, promossa dalla locale Comunità degli Italiani con il sostegno finanziario del nostro Ministero degli Esteri tramite l’Università Popolare di Trieste e l’Unione Italiana e della Città di Lussinpiccolo, si è svolta presso il cinema Vladimir Nazor. Le proiezioni, a ingresso libero, sono state accompagnate da una presentazione e da una lettura critica ad opera del prof. Paolo Lipari, docente di regia nonché autore di documentari e cortometraggi. La sera del 27 maggio è stato proiettato Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni (2012), la sera del 28 La giusta distanza di Carlo Mazzacurati (2009), la sera del 29 Il cuore grande delle ragazze di Pupi Avati (2011), e la sera del 31 Io non ho paura di Gabriele Salvatores (2003).

Applausi per la “Lino Mariani” in piazza Foro
Ha riscosso molti applausi la sera del 30 giugno in piazza Foro a Pola il concerto della Società artistico-culturale “Lino Mariani”, aderente alla locale Comunità degli Italiani. Davanti al Tempio d’Augusto il coro maschile, quello femminile, l’orchestra a plettro, il coro misto e i solisti hanno deliziato il pubblico con un ampio repertorio, frutto di accurata preparazione. Di particolare qualità sono risultate le tre esecuzioni finali del coro misto: Gli aranci olezzano dalla Cavalleria Rusticana di Mascagni, la Preghiera dal Mosè di Rossini e il Brindisi della Traviata di Verdi. Nel cuore della Pola romana i nostri connazionali cantori e musicisti hanno così innalzato un edificante inno alla bellezza e alla soavità.

«Nelle scuole la cultura della Nazione Madre»
Il gruppo delle minoranze nazionali al Parlamento croato, riunitasi il 12 luglio, ha chiesto in una lettera all’Agenzia per l’educazione e l’istruzione (AZOO) che i programmi didattici e i contenuti aggiuntivi delle scuole elementari con lingua d’insegnamento italiana, ceca, ungherese e serba comprendano la cultura della Nazione madre e non solo quella della rispettiva minoranza, come invece vorrebbe l’AZOO. Durante la seduta il vicepresidente Furio Radin ha affermato che «il gruppo di materie identitarie e i contenuti aggiuntivi nei programmi didattici di storia, arte, educazione musicale e geografia vanno studiati muovendo dalla cultura generale della Nazione Madre». «La proposta dell’Agenzia di intendere per cultura soltanto il patrimonio culturale, materiale e immateriale, della minoranza nazionale – ha aggiunto – è riduttivo e in quanto tale dannoso per l’identità stessa della comunità. Va tenuto conto che siffatta interpretazione riduce sensibilmente l’ambito contenutistico perché prende in considerazione soltanto una piccola parte della cultura di una Nazione. Inoltre sia i direttori delle scuole che operano nelle lingue delle minoranze sia i consulenti pedagogici delle etnie hanno già espresso la loro contrarietà alla proposta».
«La cultura e la storia della Nazione Madre – si legge nella lettera – sono la base sulla quale poggia l’identità della minoranza. È ovvio che la cultura di una minoranza è un elemento importante che deve essere considerato nel processo formativo attuato nelle scuole delle etnie, ma questa viene svuotata del suo contenuto se decontestualizzata dalla cultura di appartenenza. Entrambi i concetti pertanto devono essere inseriti nei piani e programmi didattici relativi alle materie identitarie per le scuole delle minoranze». Il gruppo ha raccomandato all’AZOO di «stilare i programmi didattici per tutte le scuole in Croazia dando maggiore attenzione alla storia e alla cultura delle minoranze nazionali e ad ampliare lo spazio dedicato alle grandi tragedie del XX secolo».

Il sindaco di Spalato fa visita agli italiani
Il nuovo sindaco di Spalato Ivo Baldasar ha fatto visita il 10 luglio alla locale Comunità degli Italiani. Un fatto già di per sé significativo e non scontato, che ha assunto ancora maggiore valenza alla luce delle parole da lui pronunciate nell’occasione. «La mia famiglia – ha dichiarato – è originaria dell’Italia e siamo dei buoni vicini, nonostante qualche storia del passato. Durante la guerra patriottica sono stato in Italia e so quanto gli italiani abbiano fatto per aiutarci: sono dei veri amici e dei veri vicini». Agli italiani Baldasar ha promesso aiuto per qualsiasi problema e in ogni momento. Inoltre ha auspicato una maggiore collaborazione fra Croazia e Italia specie in campo culturale ed economico. I connazionali gli hanno donato una grafica seicentesca del Peristilio di Spalato. Era presente anche il console d’Italia Paola Cogliandro.

Simone Cristicchi rende onore agli esuli
Il cantautore e attore romano Simone Cristicchi ha interpretato diverse canzoni di Sergio Endrigo il 18 luglio all’anfiteatro del centro Pecci di Prato nell’ambito di Prato Estate 2013 e il 26 luglio sul palcoscenico dell’International folk festival Folkest 2013 nella piazza centrale di Spilimbergo (PN). Cristicchi, accompagnato a Prato dall’orchestra da camera I Nostri Tempi e Spilimbergo dalla FVG Mitteleuropa Orchestra, ha voluto riproporre alcuni successi del cantautore polese, di cui è stato amico, nell’80° anniversario della nascita. Lo spettacolo spilimberghese è stato trasmesso da Rai 1 il 15 agosto in seconda serata. Un vasto pubblico televisivo ha così potuto ascoltare anche la toccante canzone di Cristicchi Magazzino 18. L’autore l’ha introdotta raccontando con sincera partecipazione emotiva la persecuzione titoista degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, le foibe, la pulizia etnica e il conseguente esodo biblico. Quello da Pola, narrato immedesimandosi in un esule polesano, l’ha definito «un suicidio di massa» compiuto portandosi dietro masserizie ed effetti personali. Ha inoltre denunciato la cattiva accoglienza in Italia, la diffidenza di molti connazionali verso quelli che sprezzantemente giudicavano «criminali fascisti», la durezza dei campi di raccolta, l’emigrazione di non pochi profughi oltre oceano, nonché il senso di straniamento nel vedere le loro località prima svuotate e poi occupate da estranei. Ha infine manifestato lo sdegno di molti quando il presidente Pertini baciò la bandiera jugoslava sul feretro di Tito. Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ha accusato l’artista, cui l’ANPI aveva offerto la tessera onoraria per meriti antifascisti, di «revanscismo antipartigiano». Ma lui non demorde e dal 23 al 27 ottobre al Politeama “Rossetti” di Trieste inscenerà lo spettacolo Magazzino 18 - L’Esodo di italiani cancellati dalla storia interpretando vari personaggi, accompagnato dalla FVG Mitteleuropa Orchestra e da un coro di 60 bambini.

Crevatini recupera la festa di santa Brigida
La CI di Crevatini sta recuperando la festa tradizionale di Santa Brigida, protettrice delle donne. Un tempo proprio le donne salivano in processione da Muggia all’omonima chiesa, poiché i borghi di Crevatini e Santa Brigida, come gli altri di quella fascia collinare, appartennero al Comune di Muggia fino al 26 ottobre 1954, quando in forza del Memorandum di Londra furono staccati dal resto della Zona A del Territorio Libero di Trieste e assegnati alla Jugoslavia. Tale decisione provocò l’esodo della maggioranza degli abitanti (italofoni e non) dei Monti di Muggia. L’allontanamento degli autoctoni e l’ateismo di stato fecero cadere in disuso tale tradizione, che solo dopo il 1991, con l’indipendenza slovena, poté essere ripristinata. Il 21 luglio scorso è stata celebrata nel borgo di Santa Brigida con una folta partecipazione di pubblico, tra cui i rappresentanti della Famea dei salineri della CI “Giuseppe Tartini” di Pirano e della Fameja Mujesana. In chiesa è stata celebrata una messa. Quindi sul sagrato i figuranti in costume del gruppo di tamburini Terraemotus di San Ginesio hanno offerto musiche e danze medievali. Il gruppo marchigiano, che collabora ormai da un decennio con la CI di Crevatini, era accompagnato dal sindaco Mario Scagnetti. Poi ha cantato il coro La Porporella della CI di Capodistria e hanno danzato due giovani ballerine della CI “Pasquale Besenghi degli Ughi” di Isola. Sui banchetti allestiti per l’occasione sono stati esposti oggetti prodotti dalle CI di Crevatini e Pirano e dell’Associazione turistica Quattro stagioni di Crevatini.

Terremoto nella Chiesa slovena
Papa Francesco ha costretto alle dimissioni gli arcivescovi di Lubiana Anton Stres e di Maribor Marjan Turnšek, coinvolti in un crac finanziario da 900 milioni di euro, e ha nominato amministratore apostolico rispettivamente dell’Arcidiocesi di Lubiana il vescovo di Novo Mesto Andrej Glavan e dell’Arcidiocesi di Maribor il vescovo di Celje Stanislav Lipovšek.
Le due principali holding dell’Arcidiocesi di Maribor, Zvon 1 e Zvon 2, sono fallite nel marzo 2012 danneggiando le banche e aziende creditrici, anch’esse a rischio fallimento. In tutto potrebbero venire licenziati 10mila lavoratori. All’asciutto sono poi rimasti i 65.000 risparmiatori delle due finanziarie. L’Arcidiocesi ha dovuto inoltre cedere il monastero di Betnava, la fabbrica di organi del monastero di Studenica e la biblioteca “Slomšek” per un valore totale di 10 milioni di euro.
Artefice delle spericolate operazioni finanziarie sarebbe mons. Anton Stres, tra il 2000 e il 2006 presidente del Consiglio economico dell’Arcidiocesi di Maribor, di cui era vescovo ausiliare. Il 29 aprile scorso papa Francesco lo aveva esortato alle dimissioni, da lui rassegnate però appena il 31 luglio.
«Mi dimetto – ha dichiarato Stres – perché lo scoppio della bolla finanziaria in seno all’arcidiocesi di Maribor sta gettando un cono d’ombra sulla Chiesa slovena. Non ho mai detto che non abbia alcuna responsabilità, ma io e Turnšek non siamo i colpevoli principali». Nel 2012 il precedente arcivescovo di Maribor, mons. Kramberger, era stato indotto alle dimissioni per il suo coinvolgimento nell’affare. Poco prima il Vaticano aveva allontanato, per una presunta paternità, il recalcitrante arcivescovo di Lubiana Alojz Uran, che dal giugno scorso vive in un monastero di suore a Trieste. Nell’aprile 2013 don Mirko Krašovec è stato esautorato da capo dell’ufficio economico dell’Arcidiocesi di Maribor e forzato a ritirarsi in un monastero in Carinzia. Secondo i piccoli azionisti della Nova Ljubljanska Banka, l’ex consigliere di amministrazione della stessa, Slavko Jamnik, fratello del vescovo ausiliare di Lubiana Anton Jamnik, avrebbe agevolato i prestiti “allegri”.
Mons. Glavan ha criticato la decisione vaticana, mentre il segretario generale della Conferenza episcopale slovena Tadej Strehovec ha escluso il risarcimento dei creditori perché «hanno perso tutti, piccoli e grandi azionisti, e il danno maggiore è stato subito dall’Arcidiocesi di Maribor, che ha perso 27 milioni di euro ed è proprio lei la principale vittima dei fallimenti delle holding Zvon 1 e Zvon 2».

Brioni: meno turisti a spese dei contribuenti
I presidenti della Corte costituzionale e della Corte suprema croata con i rispettivi familiari, nonché gli uomini d’affari che ne hanno finora beneficiato non potranno più fare le vacanze sulle isole Brioni nei lussuosi edifici statali a spese dei contribuenti. Il 6 agosto l’Ufficio statale per la gestione dei beni dello Stato ha ristretto tale prerogativa ai presidenti della Repubblica, del Parlamento e del Governo, con i rispettivi familiari ristretti, e ai rappresentanti di paesi esteri su richiesta di uno dei tre presidenti. Lo Stato possiede nell’arcipelago sei residenze: Villa Brionka, Villa Jadranka, Villa Bianca, Villa Galija, il Castello e la villa sull’isolotto di Vanga. Queste possono essere affittate per le vacanze a persone fisiche o giuridiche che promuovano gli interessi della Croazia. I prezzi variano alquanto: 1.300 euro giornalieri per le ville Bianca, Jadranka e Brionka, mentre al castello si va dai 650 per l’appartamento di prima categoria ai 33 euro per le camere.
Si è nel frattempo chiuso il concorso internazionale volto a individuare il consulente che dovrà trovare chi investirà 300 milioni di euro per il restauro dei vecchi alberghi brionesi in cambio della concessione dei contenuti commerciali a fini di lucro. Il tutto sempre nel rispetto dell’ambiente.

Slovenia: un ossario per alcune vittime di Tito
Tra il maggio e il giugno 1945 l’apparato repressivo titoista condusse a forza circa 2.500 tra militari e civili slavi anticomunisti (perlopiù maschi) all’imbocco della miniera di Huda Jama, nella Slovenia settentrionale al confine con l’Austria, e li gettò dentro un pozzo di 45 metri ancora vivi o dopo aver loro sparato, come si deduce dai fori rinvenuti sulla testa e sul corpo. Per occultare l’atroce misfatto li ricoprì di materiali inerti e costruì undici intercapedini ostruttive in cemento armato. Appena nel 2008 la Commissione governativa incaricata di scandagliare le fosse comuni slovene ricevette l’autorizzazione a scavare. I medici legali vi trovarono 346 scheletri mummificati e altri resti umani, ma calcolarono che in tutto i cadaveri sarebbero dovuti ammontare a 2.500 circa. Le ricerche furono bloccate e le ossa di 800 vittime raccolte in cassette di plastica all’interno di una delle gallerie. Ora il Governo Bratušek ha deciso di renderla visitabile mettendola in sicurezza con getti di cemento e di cemento armato, installarvi un impianto di illuminazione e realizzarvi un ossario, coprendo con sabbia il pozzo in cui si trovano i resti umani non ancora repertati. Inoltre bandirà un concorso internazionale per un monumento in onore delle vittime di tutte le guerre.
Questa soluzione non ha convinto lo storico Mitja Ferenc, fra i primi sloveni a occuparsi dei crimini titoisti. «Ho paura – ha affermato – di simili decisioni con i quali il potere vorrebbe chiudere la partita e chiude anche gli occhi. Il potere non vuole, non sa oppure non ha il coraggio di fare quello che sarebbe giusto: continuare un lavoro in tutti i cimiteri degli eccidi titini presenti in Slovenia con un pubblico ricordo di quanto in questi luoghi è avvenuto e dando alle vittime una dignitosa sepoltura». Per il direttore del Museo di storia contemporanea Jože Dežman la decisione governativa «è solo un minimo passo in avanti». «Un simile atteggiamento nei confronti delle vittime del dopoguerra – ha aggiunto – è una tradizione dei governi di sinistra che di fronte a questi capitoli di storia preferiscono sempre nascondersi nella tana del topo».
Dal 1990 sono state identificate in Slovenia circa 600 fosse comuni attribuibili alla polizia politica titoista (l’OZNA), ma solo in 27 di queste sono stati recuperati resti umani.

Il vice-sindaco di Roma minimizza le foibe
«Roma è medaglia d’oro della Resistenza, ha subito il fascismo e il nazismo, la deportazione del Ghetto. È quella la nostra memoria. Altre città ricorderanno le foibe». Lo ha dichiarato sul “Corriere della Sera” del 16 agosto il vicesindaco di Roma Luigi Nieri (SEL) rispondendo alla domanda: «Continuerete a portare i ragazzi delle scuole alle foibe?».
Gli hanno risposto il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Francesco Storace («Dimettiti subito, Nieri, o almeno vergognati! Con quelle parole hai offeso una comunità intera, lo Stato e la Regione che alla Giornata del Ricordo hanno dedicato ben due leggi»), Fratelli d’Italia («Basta con questi rigurgiti filo-titini, Nieri smentisca e si scusi o Marino gli ritiri la delega») e l’ex sindaco Gianni Alemanno («È assurdo pensare che la storia di Roma venga catalogata con orrori di serie A e di serie B. È ancora più assurdo che Nieri consideri il giorno del Ricordo una celebrazione di destra, quindi meno rappresentativa della città»). Matilde Spadaro (lista Marchini) ha invitato «Nieri e Marino a venire nel quartiere giuliano-dalmata, come fece Veltroni, per parlare con i sopravvissuti della tragedia dell’esodo istriano». Donatella Schürzel (ANVGD) ha rilevato che «Roma aprì le sue porte agli esuli italianissimi» e che «anche l’Istria, Fiume, Zara e le isole hanno subito il fascismo». La Giovane Italia ha annunciato che il 10 febbraio sarà nelle piazze di Roma «per ricordare le foibe».
Secondo il capogruppo del PDL nel Consiglio comunale di Trieste Claudio Giacomelli, si tratta non di ignoranza bensì di «una volontà politica chiara: negazionista, o meglio riduzionista». «Mi piange il cuore – ha commentato il consigliere comunale di FI Lorenzo Giorgi – che ancora oggi ci siano degli uomini, con la u minuscola, che ignorando la storia si permettono di fare distinzioni tra morti e fra tragedie».
«Contrapporre i morti italiani antifascisti alle vittime italiane delle foibe – ha sostenuto il Comitato 10 Febbraio – è un’operazione vergognosa, figlia di una cultura politica dell’odio che non possiamo non condannare. La repressione titina colpì tutti gli italiani e quindi anche tantissimi antifascisti».
«La memoria – ha detto Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo e candidato alla segreteria del PD – è unica, non è di destra e non è di sinistra. I martiri delle foibe meritano lo stesso rispetto che hanno le altre vittime del fascismo e del comunismo. Certa sinistra è permeata di una cultura di parte, di una veduta manichea della storia. Manca un’analisi obiettiva anche a tanti anni dalla fine del conflitto». Pittella ha annunciato una visita alla Risiera di San Sabba e alla Foiba di Basovizza per onorare la memoria di quei morti.
«Misconoscere il dramma del confine orientale dopo il secondo conflitto mondiale – ha scritto l’on. Massimiliano Fedriga (Lega) – è un’azione miope e irresponsabile che vanifica gli sforzi profusi da tutte le forze politiche per creare, se non una memoria condivisa, almeno le condizioni affinché le vittime innocenti trovino uguale dignità nella memoria».
Luigi Nieri ha infine rettificato esortando a finirla con le strumentalizzazioni: «Roma Capitale è impegnata anche a tenere vivo il ricordo di episodi drammatici accaduti in altri luoghi del nostro Paese che è doveroso conservare, nell’interesse della collettività, compresa la tragedia delle Foibe».
Il senatore del PD Francesco Russo e il vicecapogruppo PD in Consiglio comunale a Trieste Alessandro Carmi lo hanno invitato a visitare ufficialmente Trieste con una delegazione di studenti capitolini poiché «l’immane tragedia delle foibe e le vicende dell’Esodo non appartengono ad una parte politica soltanto e non sono memoria solamente di alcune zone geografiche ma sono patrimonio comune di tutto il Paese».
Il sindaco di Trieste Roberto Cosolini ha espresso «la preoccupazione, da un lato, che ci possa essere una tendenza a non considerare come doveroso patrimonio della memoria storica e civile del nostro Paese l’insieme delle tragedie, di cui le Foibe sono parte integrante, che segnarono il periodo bellico e postbellico al confine orientale, e dall’altro che i drammi delle Foibe e dell’Esodo ritornino così ad essere terreno di polemica e magari di strumentalizzazione politica».
«Il vice di Marino – ha scritto Maria Teresa Meli sul “Corriere della Sera” – ignora che dal ’47 affluirono nella Capitale i profughi di quelle zone e non sa che nella “sua” città esiste un quartiere che è stato ribattezzato il “villaggio giuliano-dalmata. Ritenere, come ha fatto Nieri, che le foibe appartengano alla destra e la resistenza alla sinistra postcomunista è fare un torto alla storia». Sconcertante la risposta di Giovanni Barbera (Rifondazione Comunista), presidente del Consiglio del Municipio XVII: «in quei buchi verso “l’inferno”, chiamati appunto foibe, non ci finirono solo italiani, molti dei quali anche complici del regime fascista e dei nazisti, ma anche tanti e troppi cittadini slavi che da sempre abitavano quei territori, vivendoci in pace e prosperità per secoli, con altri popoli, tra cui la minoranza italiana. Furono proprio l’italianizzazione forzata dell’Istria e le violenze di massa operate dal regime fascista in quei territori che accesero quella “miccia” che produsse e alimentò successivamente altre morti e violenze».

Viaggio in Istria per 30 giovani
L’Associazione delle Comunità Istriane organizza e offre un viaggio in Istria a 30 giovani di 18/30 anni, discendenti di esuli e non, purché interessati alla sua storia e alla sua diffusione. Programma e scheda di partecipazione si possono scaricare dal sito www.associazionedellecomuntaistriane.it e ritirare nella sede del sodalizio a Trieste in via Belpoggio 29/1 tutti i giorni meno il sabato in orario 10-12 e 17-19.


La Farnesina vuole chiudere il Consolato d’Italia a Spalato
A fine luglio si è appreso che il piano di «riorientamento» della rete diplomatico-consolare italiana predisposto dal Ministero degli Affari esteri ha stabilito la chiusura del Consolato generale a Capodistria e del Consolato a Spalato il prossimo dicembre o comunque entro l’estate 2014. Le altre 12 sedi da chiudere sulle 319 complessive, in quanto non più strategiche, sono: Neuchâtel, Sion e Wettingen (Svizzera), Adelaide e Brisbane (Australia), Tolosa (Francia), Alessandria (Egitto), Scutari (Albania), Mons (Belgio), Timişoara (Romania), Newark (USA) e Amsterdam (Olanda). Tutte località di emigrazione o di insediamento imprenditoriale di italiani.

Due presidi di italianità culturale
Nulla in comune perciò con Capodistria e Spalato, che per millenni sono state a maggioranza italiana, che per un periodo avevano fatto parte del Regno d’Italia e che tuttora conservano un nucleo di connazionali. I due Consolati rappresentano quindi, oltre che un servizio ai non pochi cittadini italiani villeggianti o residenti, un presidio di italianità e un segno di vicinanza verso i connazionali cittadini sloveni o croati.
La sede diplomatica capodistriana fu istituita dopo il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 e per decenni costituì l’unico “sportello” della Repubblica Italiana per i connazionali rimasti in Istria, Quarnero e Dalmazia, mentre l’Ambasciata d’Italia era nella lontana Belgrado e l’altro Consolato generale a Zagabria. Anche dopo l’indipendenza slovena, fino alla nascita del Consolato generale d’Italia a Fiume, continuò a svolgere tale ruolo per gli italiani di Croazia che vi si rivolgevano per i documenti necessari a frequentare l’università nella penisola o ad ottenere la cittadinanza italiana o i permessi di soggiorno straordinari previsti dalla legge Boniver. Oggi quello di Capodistria, ospitato in una bella palazzina del centro e retto da Maria Cristina Antonelli, è l’unico Consolato generale d’Italia in Slovenia e ha giurisdizione su tutta la Venezia Giulia slovena già appartenente al Regno sabaudo. Vi lavorano sette persone. Venendo soppresso, tutte le pratiche sarebbero passate all’Ambasciata di Lubiana. Capodistria, principale città del “Litorale”, sede dell’unico porto sloveno e di una diocesi, è Comune bilingue dove hanno sede i programmi italiani di Tv e Radio Capodistria, nonché varie istituzioni culturali della Comunità Nazionale Italiana (CNI).
Spalato, sotto occupazione armistiziale italiana dal 1918 al ’21, era stata capoluogo di una Provincia italiana e sede del Governatorato di Dalmazia fra l’aprile 1941 e il settembre ’43. E’ la seconda città della Croazia e la prima della Dalmazia, capoluogo di Regione e sede di un porto, di un aeroporto, di un’università e di un arcivescovado. Nel 1994 i pochi connazionali superstiti hanno fondato una Comunità degli Italiani dopo i lunghi decenni vissuti nelle “catacombe”. Il Consolato, esistente dal 1998, ha giurisdizione sull’intera Dalmazia, impiega 5-6 persone ed è retto da Rosaria Amato. La sua istituzione a partire dal precedente Vice-consolato fu un segnale di interesse dell’Italia per gli italiani dalmati. Con la sua chiusura la giurisdizione sulla Dalmazia passerebbe al Consolato generale di Fiume, competente per l’Istria croata e il Quarnero ma già oggi sotto organico e quindi in affanno.

Chiudere in Europa per aprire in Asia
Le risorse umane e finanziarie risparmiate con le soppressioni consentirebbero di aprire nuove sedi diplomatiche in luoghi economicamente strategici ed attrattivi per le imprese italiane: un’ambasciata ad Ashgabat, capitale del Turkmenistan, paese dalle grandi potenzialità energetiche; un consolato generale a Chongqing, città emergente della Cina il cui territorio coprirebbe 200 milioni di persone; e un consolato a Città Ho Chi Minh, capitale economica del Vietnam.
Già nel 2009 la Farnesina aveva incluso Capodistria e Spalato fra le sedi da sopprimere per esigenze di bilancio, ma nel 2012 il ministro Giulio Terzi di Sant’Agata aveva soprasseduto dopo le rimostranze dell’Unione Italiana (UI) e di alcuni sodalizi degli esuli e degli emigrati italiani nel mondo. Ora però il Ministero assicura che il piano «permetterà di realizzare significativi risparmi economici ma anche di recuperare risorse umane e finanziarie da reinvestire nella rete stessa, con l’obiettivo di assicurare il loro migliore utilizzo al servizio dei cittadini e delle imprese, e soprattutto a beneficio della complessiva proiezione del Sistema Paese».

L’Unione Italiana: «Un errore di valutazione»
«Dei tre consolati vicini alla CNI – ha osservato il presidente dell’UI Furio Radin, deputato al Sabor – due verrebbero soppressi, mentre quello superstite è notoriamente ridotto al lumicino per quanto concerne il personale. Questo per noi è inaccettabile. Si tratta senza dubbio di un errore di valutazione del Governo italiano. Non bisogna sottovalutare la storia di queste terre e i valori ad esse legati». «La chiusura del Consolato di Spalato – ha aggiunto – non rappresenta una perdita solo per gli italiani di Dalmazia o per i numerosi turisti italiani, ma anche per la Comunità dei dalmati sparsa in tutto il mondo. Per loro, che hanno dovuto lasciare la propria terra durante la Seconda guerra mondiale e nel secondo dopoguerra, il Consolato Italiano di Spalato rappresenta un simbolo d’appartenenza. Il Consolato di Capodistria, un tempo punto focale degli interessi della CNI, ha sempre mantenuto un ruolo centrale, non solo per i connazionali residenti in Slovenia, ma anche per noi che viviamo in Croazia. Mi auguro non solo che queste chiusure non si avverino, ma anche che il Consolato generale a Fiume possa essere rafforzato. Comprendiamo le ripercussioni dovute alla crisi economica, ma siamo fermamente convinti che i consolati vicini alla CNI non possano essere paragonati alle altre sedi consolari sparse nel mondo. Per noi hanno un valore aggiunto, sono luoghi dalla grande valenza affettiva». Chiuderli sarebbe «una perdita per l’Italia, per gli italiani e in particolare per la CNI».
Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’UI, ha parlato di «decisione sbagliata, dettata da ragioni di carattere economico» a fronte del fatto che «gli italiani residenti nel Litorale sloveno, assieme ai connazionali in Croazia, sono l’unica comunità italiana autoctona fuori dai confini italiani»; «esistono altri metodi per attuare le politiche di rigore».
«Il Consolato di Capodistria – ha rilevato Roberto Battelli, deputato a Lubiana – era ed è un punto di riferimento essenziale per quello che rimane degli italiani in Slovenia. Piuttosto che essere chiuso andrebbe riformato ridisegnando ruolo e competenze per quanto riguarda le necessità specifiche di sostegno e salvaguardia della cultura italiana e del territorio e dell’istruzione e formazione a beneficio della CNI».
Il presidente della CI di Spalato Damiano Cosimo D’Ambra ha promosso una petizione e creato un gruppo Facebook contro la chiusura del Consolato spalatino «data la sua posizione strategica, importante per la Croazia e l’Italia». Ne verrebbero infatti danneggiati sia gli italiani residenti o di passaggio nella Dalmazia centro-meridionale che i croati; «le porte delle comunicazioni e degli interscambi culturali, socioeconomici esistenti e futuri praticamente saranno chiuse per sempre». I connazionali dalmati hanno raccolto anche tramite banchetti all’aperto a Spalato, Lesina, Zara e Sebenico un migliaio di firme, tra cui quella del sindaco di Spalato e di intellettuali e personalità croate, spedite alla Farnesina.

Le reazioni dei parlamentari italiani
Secondo i deputati del PD eletti nella circoscrizione Estero, «continuare a chiudere Consolati significa solo farsi male».
Il 31 luglio il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero ha giudicato la scelta in «palese contraddizione» con le risultanze della commissione interna al Ministero sulla revisione della spesa.
Il sen. Aldo Di Biagio (Scelta Civica) in un’interrogazione ha sostenuto che «la cosiddetta riorganizzazione della rete estera rischia di compromettere la funzionalità, l’operatività e la qualità dei servizi resi ai nostri connazionali, oltre che mettere seriamente a rischio la continuità lavorativa di decine di lavoratori che rappresentano la spina dorsale del sistema Italia oltre confine».
Il 2 agosto la Commissione Esteri del Senato ha accolto la proposta del presidente Pierferdinando Casini di richiedere al presidente del Senato Grasso «l’autorizzazione a svolgere un’indagine conoscitiva sulla riorganizzazione della rete diplomatico-consolare e sull’adeguatezza e sull’utilizzo delle dotazioni organiche e di bilancio del Ministero degli Affari esteri». «La riorganizzazione della rete diplomatico-consolare – ha affermato Casini – deve avere come obiettivo non solo la riduzione dei costi, pure necessaria, ma anche un utilizzo più efficiente e razionale delle risorse disponibili».
L’on. Ettore Rosato (PD) ha espresso «grande preoccupazione perché non si tratta di semplici sedi italiane all’estero, ma sono punti di riferimento per la comunità degli italiani che vivono in loco e vanno quindi trattati in modo diverso dalle altre rappresentanze».
Secondo la sen. Tamara Blažina (PD), i Consolati di Capodistria e Spalato rivestono un’importanza particolare per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia, così come il Consolato generale di Slovenia a Trieste per la minoranza slovena.
L’on. Massimiliano Fedriga (Lega) ha definito quella della Farnesina una «decisione sbagliata perché una cosa è ottimizzare i costi, un’altra chiudere una rappresentanza dove c’è una forte presenza di nostri connazionali».
Per l’on. Sandra Savino (PDL) «la situazione economica è molto critica, per cui una contrazione delle spese è dovuta».
«Siamo di fronte – ha detto il sen. Francesco Russo (PD), impegnatosi contro la chiusura – a un ammodernamento necessario della presenza del Paese nel mondo e in Europa. Ci sarà la nascita di un Gruppo Europeo di Cooperazione Transfrontaliera fra Trieste e Capodistria e quindi il Litorale sloveno diventerà un pezzo di territorio comune. Poi si sta pensando a una riforma dell’impegno italiano in Istria attraverso una nuova conformazione dell’Università Popolare di Trieste e si vuole rilanciare l’INCE trasformandolo in un’Agenzia europea per i Balcani con sede proprio a Trieste».
In linea anche il sen. Lorenzo Battista (M5S): «Siamo in un’ottica europea e se la chiusura comporta una razionalizzazione delle attività e una diminuzione delle spese penso che non ci siano alternative. Non credo che i nostri connazionali vengano tutelati dalla presenza di un consolato».

La pressione dei consiglieri Ziberna e Marini
Il consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia Bruno Marini (Gruppo Misto - FI), anche a nome del collega Rodolfo Ziberna (PDL), ha chiesto con una mozione d’ordine l’intervento della presidente della Regione Debora Serracchiani. «Il Consolato italiano a Capodistria, oltre a svolgere una funzione storica di raccordo con la comunità italiana presente in Istria, ha sempre simbolicamente rappresentato – ha detto – un legame con la madrepatria. La sua importanza, pertanto, trascende mere questioni di spending review o astruse nuove impostazioni della politica estera italiana, ma assume un significato storico, culturale di punto di riferimento per la comunità italiana in Slovenia». In un’interpellanza Ziberna e Marini hanno poi sollecitato la presidente a intervenire presso il ministro Bonino «per chiedere innanzitutto un rinvio di ogni provvedimento di chiusura al fine di consentire un esame approfondito e condiviso» poiché «l’ingresso della Croazia nell’UE fa supporre un incremento della presenza di italiani, sia per ragioni turistiche che economiche, attratti anche dalla presenza di una nostra forte comunità italiana»; solo in subordine, per proporre «misure che consentano di limitare i danni alla nostra Comunità nazionale d’oltre confine attraverso una presenza comunque di una sede diplomatica, con personale ridotto ed operante come articolazione periferica di Lubiana e di Fiume, fruendo di Consoli Onorari».

L’intervento delle organizzazioni degli esuli
«La paventata chiusura – ha affermato Antonio Ballarin, presidente nazionale dell’ANVGD – rivela un’incredibile mancanza di sensibilità e il cedimento dell’Italia, delle sue amministrazioni, rispetto agli storici valori espressi dalla plurisecolare presenza italiana in Istria e in Dalmazia, e palesa la più spiacevole disattenzione nei confronti della nostra Comunità nazionale, che rappresenta nei territori oggi a sovranità slovena e croata la loro antica italianità. Se è vero che il Consolato di Fiume opera a ranghi ridotti, non si comprende come tutte le attività consolari, di cooperazione economica, di relazioni istituzionali, possano convergere unicamente sull’Ambasciata a Zagabria».
«Nei territori dell’alto Adriatico l’Europa – ha scritto la presidente dell’IRCI Chiara Vigini – gioca una delle sue partite decisive e più che mai la presenza dell’Italia, con le sue sedi istituzionali, è necessaria per guidare e non subire questi processi di integrazione. La presenza dei Consolati in Istria e Dalmazia non è un interesse locale, ma italiano ed europeo perché riguarda opportunità e prospettive per i giovani delle varie componenti nazionali che abitano in quest’area e che possono aspirare finalmente a costruirsi un futuro comune. Quella di eliminarli è una scelta inopportuna che non può rientrare in nessun modo in una logica di tagli indiscriminati e burocratici; sarebbe invece lungimirante rafforzare la loro azione anche istituendovi un codice di rappresentanza del partenariato europeo».
La delegazione di Trieste dei Dalmati italiani nel Mondo protesta «vivamente per la ventilata chiusura del Consolato italiano di Spalato, che svolge una funzione essenziale nella difesa della cultura italiana in tutta la Dalmazia, tutela gli interessi degli esuli e dei dalmati residenti in questa zona, presta aiuto ai numerosi turisti nel periodo estivo e fornisce tutto l’anno elementi indispensabili ai numerosi investitori, imprenditori e commercianti italiani operanti sulla costa orientale dell’Adriatico». Il Consolato di Spalato coordina «l’attività del Consolato onorario di Ragusa-Dubrovnik e degli addetti consolati di Zara, Sebenico e Lesina, per cui era atteso che la nostra rappresentanza diplomatica a Spalato fosse elevata al rango di “Consolato generale per la Dalmazia” anche in vista dell’incremento dell’interscambio commerciale tra l’Italia e la Croazia, destinato a registrare un aumento notevolissimo».
Il Comitato 10 Febbraio ha lanciato una petizione sul sito www.change.org per chiedere al ministro Bonino che venga evitata la chiusura dei due consolati, «punto di riferimento culturale e sociale importantissimo per la comunità italiana del posto, e un insopprimibile baluardo a difesa dell’identità italiana in terre già così colpite dai fatti storici».
Solo l’Unione degli Istriani ha plaudito alla chiusura. «Sono convinto – ha scritto il presidente Massimiliano Lacota – che la decisione del ministro Bonino sia stata ben ponderata, sia nell’ottica della riorganizzazione del ministero, ma anche rispetto alle effettive esigenze di mantenere due consolati in aree oggi stabilmente presenziate da investimenti italiani in diversi settori dell’economia e della finanza. L’unica ragione giustificabile per la quale poteva esserci il bisogno di avere le due rappresentanze, e cioè la tutela della minoranza italiana, è in realtà superata da anni ormai. Mi sembra che, come accade nei paesi normali, tali funzioni possano ora venire assunti dai consoli onorari, che in Istria mi pare non manchino… La necessità di ottimizzare ogni spesa razionalizzabile impone adesso anche una seria valutazione dei costi sostenibili relativi al mantenimento ed alla gestione delle innumerevoli sedi delle comunità italiane in Istria»: «bisognerebbe rivedere i costi e concentrare le attività delle varie comunità in un’unica sede rispetto al territorio circostante».
«Le nostre rappresentanze diplomatiche – afferma invece il presidente del Circolo “Istria” Livio Dorigo – sono canali insostituibili in questo momento convulso: dovrebbero esser potenziate ed adeguarsi alla situazione in via di rapida trasformazione, ma soprattutto dovrebbero esser potenziate quelle strutture che fino ad oggi hanno svolto un ruolo prettamente simbolico mentre costituiscono dei sensori preziosi della vita socioeconomica culturale del nostro territorio. Sono i nostri consolati onorari. Inseriti come sono nel contesto culturale, scolastico, amministrativo, economico e legale e per i rapporti stretti e costruttivi che hanno intrecciato con il mondo della diaspora sono dei veicoli importanti nei rapporti tra il mondo culturale ed imprenditoriale transfrontaliero».

Capodistria salva, Spalato no
L’8 agosto, durante la seduta della Commissione Esteri del Senato, il viceministro degli Esteri Marta Dassù ha annunciato che il Consolato generale di Capodistria sarà salvo per il suo «valore storico-simbolico». Non così gli altri. In settembre il viceministro esporrà al Parlamento «gli strumenti sostitutivi posti in essere sede per sede, così da garantire i servizi per gli italiani all’estero». «La riorganizzazione della rete – ha spiegato – non è un’opzione, ma una necessità dovuta sia al quadro geopolitico, per cui serve una rete più coerente al quadro internazionale, sia alla situazione economica. Vogliamo aprire una discussione seria con il Parlamento su come attuare questo processo, tenendo conto dell’obiettivo principale: ci serve una rete diplomatica per il mondo di oggi, non per l’Italia di ieri». Il decreto legge di revisione della spesa ha imposto più rapidità: «la fine del processo della riorganizzazione doveva essere il 31 dicembre 2012»; invece «abbiamo provveduto al taglio degli organici, ma la riorganizzazione è ferma dal 2011». Ora «riprendiamo un processo già iniziato».
Furio Radin e Maurizio Tremul hanno espresso soddisfazione per il mantenimento della sede di Capodistria confermando la richiesta di salvaguardare anche quella di Spalato.
«Si rischia – ha detto Antonella Tudor Tomaš a nome della CI di Spalato – di mandare a monte il lavoro durato anni tra il Consolato, le Comunità degli italiani, gli esuli e anche gli imprenditori che ora più che mai hanno bisogno dell’appoggio del consolato dato l’ingresso della Croazia nell’UE e i previsti investimenti. La chiusura significherebbe non solo la perdita della rete consolare a Zara, Sebenico e Lesina, ma anche una ingiustizia nei confronti di tutti gli italiani presenti (solo a Spalato sono iscritti circa 200 italiani, a Zara circa 500). Per non dimenticare la storia che lega la Dalmazia a tutti gli esuli presenti in Italia. Dato che è stata possibile la revoca della chiusura del Consolato di Capodistria (che dista solo 11,2 km da Trieste) chiediamo che venga revocata la decisione riguardo a Spalato che dista molto di più dal confine italiano. Se per lo Stato italiano sono importanti i legami con la Slovenia e l’Istria (attraverso il Consolato generale di Fiume) lo deve essere ugualmente anche la Dalmazia, che in questo modo viene completamente emarginata, nonostante tutti i legami storici, linguistici e culturali che la legano all’Italia».
Chiara Vigini ha proposto di istituire Consolati onorari a Spalato e Zara, che alla Farnesina non costerebbero nulla.
Il sindacato CONFSAL-UNSA Coordinamento Esteri ha lanciato una petizione su internet contro le chiusure previste.
Antonio Ballarin ha auspicato «una presenza istituzionale stabile, che non è detto debba essere pianificata secondo i soliti canoni di istituzionalità consolare, ma che dovrebbe, in ogni caso, far sperimentare alla popolazione italiana una cogenza e uno spessore, un driving, utile all’ambiente socioeconomico e all’impianto strategico e geopolitico».


Scoperti quattro accampamenti romani nell’Istria italiana
Un metodo innovativo di telerilevamento laser ha consentito di individuare nell’area sud-orientale della provincia di Trieste, in comune di San Dorligo della Valle, ben quattro accampamenti romani di età repubblicana riferibili al periodo compreso tra la vittoria sugli Istri nel 177 a.C. e la fondazione della colonia romana di Tergeste (metà del I secolo a.C.). Sono fra i più antichi mai scoperti, non solo in Italia. Hanno forma rettangolare o trapezoidale e risultano quindi frutto di pianificazione edilizia. Rientrano fra i siti archeologici identificati in provincia di Trieste sotto la vegetazione superficiale in seguito a una ricerca condotta da Federico Bernardini e Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Trieste, Alessandro Sgambati dell’Ispettorato Agricoltura e Foreste di Gorizia e Trieste, Manuela Montagnari Kokelj, Claudio Zaccaria e Cristiano Tiussi del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste, Roberto Micheli della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, Andrea Fragiacomo della Società di Preistoria e Protostoria del Friuli Venezia Giulia, Diego Dreossi del laboratorio “Elettra” di Basovizza (TS) e Angelo De Min del Dipartimento di Matematica e Geoscienze dell’Università di Trieste. Gli esiti sono stati pubblicati sul “Journal of Archaeological Science” e presentati dall’archeologo triestino Federico Bernardini in una conferenza la sera del 26 luglio nel Giardino delle Ancore del Civico Museo del Mare di Trieste nell’ambito dell’edizione 2013 di Navigando nella scienza - Marestate, ciclo di eventi offerto dall’Assessorato alla Cultura e dal Servizio Musei Scientifici del Comune di Trieste in sinergia con PromoTrieste e l’associazione di volontariato Cittaviva.
La tecnologia utilizzata si chiama LiDAR (Light Detection and Ranging) e consiste in un sistema montato su un aeromobile capace di emettere impulsi laser e di registrarne i tempi di ritorno. Come ha chiarito una delle diapositive proiettate da Bernardini, «grazie alla misura del tempo intercorso tra l’emissione e il ritorno dell’impulso laser, è possibile definire la posizione dei punti colpiti sul terreno con una grande precisione, in genere compresa tra i 100 e i 150 mm sia in piano sia in altezza, permettendo la creazione di modelli digitali del terreno che possono essere esaminati per l’identificazione e la mappatura di strutture archeologiche emergenti, anche in aree coperte da fitta vegetazione». Se ne possono dunque ricavare mappe altimetriche tridimensionali. In questo caso la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia e l’Ispettorato Agricoltura e Foreste di Gorizia e Trieste si sono serviti di un ALTM (Airborne Laser Terrain Mapper) Optech 3033 sistemato su un elicottero. Le relative immagini sono state poi rielaborate con dei software e trasmesse al gruppo coordinato da Bernardini. Per la datazione del materiale rinvenuto sul posto ci si è valsi, nel Laboratorio multidisciplinare dell’ICTP, della microtomografia computerizzata a raggi X, che fornisce immagini ad altissima risoluzione.
Il metodo LIDAR ha portato a una mappatura completa dell’intera provincia di Trieste, all’individuazione nell’area centro-settentrionale di altri 11 siti (fra tumuli funerari, fortificazioni e terrazzamenti agricoli), di cui uno preistorico e 10 protostorici, e alla precisazione dei contorni di quelli che De Marchesetti disegnò in base ai suoi rilevamenti “pedestri”.
I quattro accampamenti romani si trovano in una ristretta area che fra il 1463 e il 1510 appartenne (pur fra varie contese militari) all’Istria veneta, costituendone l’estremità settentrionale confinante con i territori austriaci, e che dal 1825 al 1923 rientrò nella provincia d’Istria. E’ lecito quindi affermare che oggi si collocano nella residua Istria italiana.
Il ritrovamento più sensazionale è quello compiuto in area carsica sul monte Grociana Piccola (475 metri), a Est della foiba di Basovizza, poco oltre il ciglione. Si colloca esattamente al confine tra il Comune di Trieste e quello di San Dorligo della Valle. La struttura è composta da due cerchie murarie rettangolari. Quella più grande, allineata in senso Nord-Sud, ha una forma trapezoidale con lati di 165x134 metri, è lunga come la piazza Unità di Trieste e larga il doppio. Contiene all’interno una cerchia più piccola, perfettamente rettangolare, con lati di 100x43 metri ma con una disposizione obliqua. Il rilievo in realtà si discosta poco dall’altimetria circostante. Nel suo studio del 1903 sui Castellieri preistorici di Trieste e della Regione Giulia Carlo De Marchesetti vi aveva individuato un castelliere con doppia cinta muraria a secco. Nella stessa opera lo studioso aveva accennato a costruzioni «più recenti» sulla cima del monte, nei pressi del quale rinvenne anche frammenti di ceramica non meglio datati. L’archeologo aveva trovato difficoltà a studiare il terreno per via dei danni apportati dall’allora recente rimboschimento dell’area con pino nero. Ulteriori danni furono poi causati dalle trincee austro-ungariche della Prima guerra mondiale.
Mai più da allora vi ebbero luogo indagini archeologiche sul campo. Ma quelle effettuate nel 2012 dal gruppo di Bernardini su richiesta del Centro didattico naturalistico di Basovizza hanno portato alla luce, dentro il rettangolo più piccolo, due frammenti di orli di anfore del tipo Lamboglia 2, piccoli frammenti di altri vasi e un chiodo in ferro pertinente a una scarpa (caliga) di un legionario romano, tutti reperti databili tra la fine del II e la metà del I secolo a.C.. Resta invece ancora da appurare se una punta di lancia trovata nelle vicinanze possa effettivamente appartenere allo stesso sito o meno.
Secondo gli autori dello studio, l’accampamento del monte Grociana Piccola potrebbe corrispondere a quello dove nel 178 a.C., secondo Tito Livio, due legioni romane si erano sistemate prima di subire il contrattacco degli Istri. In base a tale ipotesi, il «primo porto in territorio istrico» dove avrebbe attraccato la flotta romana si troverebbe nella riparata baia di Muggia (forse Stramare, alla foce dell’Ospo?), presso l’attuale zona industriale di Trieste. In effetti l’accampamento del monte Grociana Piccola dista 7 km e mezzo da Stramare, come afferma lo storico romano. Tuttavia risulta troppo ristretto per ospitare due legioni, ovvero 8-9.000 uomini. Rimane pertanto da dimostrare che risalga già alla Terza Guerra Istrica (178-177 a.C.). Molto probabilmente servì da base per la spedizione condotta nel 129 a.C. dal console Caio Sempronio Tuditano, che «trionfò» sui Giapidi e, forse, i Taurisci, i Carni e i Liburni e «domò» gli Istri. Le due strutture rettangolari potrebbero comunque risalire a diverse fasi costruttive. Un complesso militare coevo simile è venuto alla luce presso la località celtibera di Numanzia nella Spagna settentrionale, che i Romani cinsero d’assedio fra il 134 e il 133 a.C.. Nessuno invece nell’Italia romana di allora. Altri, rinvenuti nelle province romane, sono tutti di epoca successiva.
La più grande delle fortificazioni romane appena scoperta in provincia di Trieste si trova sul colle San Rocco (105 m), a fianco della fabbrica Wärtsilä e della superstrada. In tal caso la tecnologia LiDAR ha solo comprovato quanto Stanko Flego e Matej Župančič avevano scritto nel 1991 in Topografia archeologica del comune di San Dorligo della Valle (provincia di Trieste) e quanto poi lo stesso Flego aveva ribadito assieme a Lidia Rupel nel libro del 1993 I castellieri della provincia di Trieste. «Degne di particolare interesse – si legge in quest’ultimo volume – sono le tracce di una complicata struttura, visibile dalle pendici del M. Carso in determinate ore del giorno a luce radente. Dalla foto aerea si può notare un’ampia struttura (350x230 m circa) quasi trapezoidale. L’angolo occidentale è mancante, perché distrutto dai lavori agricoli. Internamente il trapezio è attraversato da una linea quasi parallela alla sua parete orientale. All’interno di questo rettangolo si iscrive nella parte più alta del colle un quadrato di 70x70 m, addossato alla linea divisoria interna e al perimetro esterno della struttura principale. […] Le strutture in questione, di cui nulla è visibile in superficie, si potrebbero identificare con un accampamento romano, riferibile forse al tempo delle guerre istriche e che si è conservato fino a oggi per un caso fortuito, dato che la zona non fu mai coltivata, perché troppo esposta alla bora. Lo testimonierebbero anche i frammenti di ceramica romana, per lo più anfore di età repubblicana, e la posizione del sito, in epoca romana a ridosso del mare».
Bernardini ha osservato come queste anfore non siano state datate più precisamente e non si trovino alla Soprintendenza. Nel frattempo la realizzazione di una discarica di materiali inerti sul colle ha ulteriormente danneggiato e coperto un’altra area dell’antico accampamento. Le prospezioni geofisiche recentemente compiute in loco da un gruppo guidato dallo stesso archeologo hanno permesso di appurare, tramite un particolare attrezzo, la presenza di strutture più piccole al di sotto del terreno. La caratteristica di altura a dominio sul mare e in prossimità del fiume Rosandra avrebbe conferito al sito un ruolo strategico di centro di controllo della zona.
Il sistema LiDAR ha recentemente permesso di svelare nelle immediate vicinanze altre due fortificazioni militari romane più piccole in zona marnoso-arenacea. Una di queste ha il lato principale di 70 m e presenta un fossato bordato internamente da un terrapieno ottenuto riportando la terra ricavata dallo scavo del fossato stesso: una tipologia sconosciuta in età repubblicana e che costituisce una novità. Le indagini ancora in corso lasciano trasparire un sistema complesso di fortificazioni romane in quella delicata area di confine.
Vasi del tipo Lamboglia 2 sono stati trovati anche in un deposito di 200 armi romane risalenti a un periodo fra la fine del III e la prima metà del II secolo a.C. scoperto nel 1890 e ulteriormente indagato nel 1983 nel sito preistorico di Grad pri Šmihelu, alla base del monte Nanos in Slovenia.
Bernardini auspica che si possano trovare finanziamenti per la continuazione delle ricerche, anche in un’ottica di valorizzazione turistico-culturale dell’area triestina.



A Pola riemergono due navi romane
Due navi mercantili romane in legno di fattura arcaica risalenti al I secolo a.C. o al I d.C. sono riemerse a Pola lo scorso luglio una vicino l’altra sotto via Flaccio, tra la città vecchia e il cantiere Scoglio Olivi, durante i lavori per il collettore costiero. Furono costruite con semplici cuciture di spago o stoppa a trama fitta fra le tavole senza giunture metalliche. Da ciò il nome di “navi cucite”. Era questa l’antica tecnica adoperata dagli Istri e da altri popoli antichi come Greci ed Etruschi, quasi scomparsa nel Mediterraneo circa 2.000 anni fa ma proseguita nella zona lagunare adriatica presso le foci del Po almeno fino all’XI secolo d.C., come pure nell’Adriatico orientale e in aree remote come l’India. I vantaggi pratici erano la flessibilità e la facile riparabilità. Mentre tuttavia alla foce del Po si lavorava “a punto croce”, a Pola si utilizzava il “punto semplice”. Questa è un’ulteriore particolarità dei due navigli, per la realizzazione dei quali i coloni romani impiegarono manodopera locale, dal momento che gli Istri erano grandi esperti di ingegneria navale e navigazione.
Il buon grado di conservazione dei due straordinari manufatti dipende dall’assenza di ossigeno nella fanghiglia in cui sprofondarono. Lì si trovavano il porto e l’arsenale, che con il passare dei secoli vennero impaludati dai sedimenti limacciosi trasportati dal torrente Pragrande, il quale sfociava nelle immediate vicinanze.
L’imbarcazione più piccola, battezzata Pola 2, si attesta sugli 8 metri e nella prima decade di agosto è stata  segmentata, smontata e infine estratta pezzo per pezzo. L’imbarcazione più grande, battezzata Pola 1 e già intravista all’inizio dell’anno, non ha potuto essere recuperata interamente perché buona parte del fasciame si trova sotto l’edificio delle poste e sotto il muro dell’arsenale. Pare comunque raggiunga i 15-20 metri di lunghezza. Dopo la scansione laser, il 19 agosto circa metà dello scafo, tagliato con motoseghe, agganciato con una piattaforma metallica e sollevato con una gru, è stato trasportato su un camion in una vasca di desalinizzazione del vicino cantiere. Lì rimarrà per due anni, cui ne seguiranno altri due per gli interventi conservativi e di restauro. Dentro e attorno alle navi sono venuti alla luce oltre 300 oggetti: resti di un delfino in pietra, vasellame ottimamente conservato, cuoio, suole di calzature, spago intrecciato, ma anche resti organici di ossa, conchiglie, ossi di pesche, noci, cereali, pinoli e pigne contenuti in alcuni recipienti, il che testimonia l’impiego della Pola 1 come nave da trasporto di derrate alimentari. Precedentemente erano stati rinvenuti sul posto frammenti di marmo, ceste, anfore, pesi da reti di pesca e altro materiale ancora.
Gli eccezionali ritrovamenti consentiranno di conoscere meglio la storia della carpenteria navale adriatica. La clamorosa scoperta è stata resa pubblica lo scorso 25 luglio in una conferenza stampa. Hanno seguito i lavori sul piano scientifico il Museo Archeologico Istriano di Pola, diretto da Darko Komšo, l’Ufficio Ministeriale di Sovrintendenza con sede a Pola, il Centro “Camille Jullian” (Aix-Marsiglia), nonché alcuni ingegneri, architetti e progettisti del cantiere Scoglio Olivi, mentre la ditta Kapitel di Gimino si è occupa dello scavo e, insieme alla Herculanea, del recupero. Interessatissima alla valorizzazione dei manufatti si è detta Sanja Cinkopan Korotaj, direttrice dell’Ente turistico di Pola. Darko Komšo ha proposto di realizzare una copia fedele delle due imbarcazioni, da utilizzare per il trasporto dei turisti nel golfo di Pola.




Meno afflussi in Istria
L’afflusso turistico nell’Istria croata ha subito una battuta d’arresto nei primi sei mesi del 2013 con un -4% rispetto allo stesso periodo del 2012. L’Ente turistico regionale parla di 4,8 milioni di pernottamenti, ossia 112mila in meno. Giugno è stato il mese peggiore: -11%. Tra le cause le 40 giornate di pioggia, le alluvioni in Germania e Austria e l’introduzione dal 1° aprile del visto per russi e ucraini. Ma andrebbero considerati anche i prezzi troppo alti (specie a Rovigno e Pola) rispetto a Grecia, Spagna e Turchia e un’offerta non sempre concorrenziale. Gli italiani sono calati del 36%. Seguono nella classifica delle defezioni sloveni (-7%), tedeschi (-5%) e austriaci (-2%). Ha potuto compensare solo in parte tale decremento la crescita di olandesi (+22%), britannici (+35%), polacchi (+15%), ungheresi (+9%) e francesi (+7%). Al primo posto fra i turisti stranieri ci sono i tedeschi, al secondo gli sloveni, al terzo gli austriaci, quindi italiani e olandesi. Rovigno è la località più gettonata. La tallona Parenzo.
Nel Quarnero la diminuzione è stata inferiore: -1%. I croati si sono ridotti del 9%, mentre gli stranieri sono aumentati dell’1%. In testa rimangono i tedeschi (+1%), seguiti da sloveni, austriaci e italiani (-8%). A trainare il comparto è sempre l’isola di Veglia con un terzo dei pernottamenti globali (-1%). Crescono la riviera di Abbazia (+5%) e le isole di Cherso e Lussino (+3%).
Un aiuto inatteso al turismo istriano è giunto dal più diffuso quotidiano tedesco, la “Bild”, che a inizio luglio ha scritto: «Altro che Toscana! È l’Istria la vera hit delle vacanze di quest’anno». Vi si possono godere «paesaggi collinari da sogno, località romantiche, cittadine molto pittoresche, specialità gastronomiche di prima qualità, eccellenti vini, fantastiche spiagge e anche tartufi, festival ed eventi». «Perché andare in Italia – si è chiesto il giornale – quando a prezzi minori e accessibili la Toscana la si può trovare nell’Adriatico settentrionale?». “Motorwelt”, la rivista dell’automobile club tedesco ADAC, ha incluso l’Istria fra le mete più elitarie da visitare citando tra le principali attrattive l’enogastronomia e tra i luoghi consigliati l’Arena di Pola, Montona, Rovigno e Colmo.
Tuttavia luglio e agosto hanno registrato un calo di turisti stranieri sia in Istria sia nel Quarnero (ma non in Dalmazia). A scoraggiarli sono state anche le persistenti code ai valichi di confine (specie quelli di Starada sulla Trieste-Fiume e di Dragogna sulla Trieste-Pola), malgrado la soppressione delle dogane (1° luglio) e malgrado che i campioni prelevati tra luglio e i primi di agosto dall’Istituto regionale istriano per la salute pubblica abbiano registrato acque marine di primissima qualità in 201 su 203 casi, mentre negli altri due (presso Rovigno e Barbana) la balneabilità è comunque assicurata.
Il presidente Ivo Josipović e il ministro del turismo Darko Lorencin hanno sostenuto che occorre allungare la stagione turistica offrendo contenuti più allettanti. Per riempire le stanze vuote alcuni albergatori istriani, quarnerini e dalmati hanno proposto sconti fino al 50%. A Umago è stata anticipata la decisione di demolire l’Hotel Adriatic, un brutto grattacielo costruito nel 1969, simbolo dell’architettura turistica d’élite jugoslava ormai in degrado; i pochi clienti sono stati trasferiti altrove. In controtendenza, la vicina Cittanova ha confermato i livelli record del 2012 grazie a un buon rapporto qualità-prezzo in un ambiente ancora tipico. A Rovigno la sera del 10 agosto l’illuminazione pubblica è stata spenta lasciando spazio solo a fiaccole, torce e candele per osservare in cielo le stelle cadenti, mentre in piazza e sulle rive hanno suonato vari gruppi musicali e nella chiesa di S. Francesco tre cantanti lirici hanno reso omaggio a Giuseppe Verdi. Il 22-23 agosto poi ha ormeggiato davanti alla città la grande nave da crociera Europa 2 con ben 364 passeggeri.

Commemorato Nazario Sauro
Si sono svolte il 10 agosto a Trieste le tradizionali celebrazioni in onore di Nazario Sauro, organizzate dal Comitato per le Onoranze con il patrocinio della Provincia di Trieste e la collaborazione del Comune, della Capitaneria di Porto - Guardia Costiera, dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia, dell’ANVGD - Comitato di Trieste, della Fameia Capodistriana, dell’Associazione delle Comunità Istriane, del Circolo marina mercantile “Nazario Sauro”, del Circolo canottieri “Saturnia” e della Società nautica “Giacinto Pullino”. Quest’anno ricorre il 97° anniversario dell’impiccagione dell’eroe capodistriano, avvenuta a Pola il 10 agosto 1916 per «alto tradimento» dopo la cattura presso Promontore.
La mattina di sabato l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia ha effettuato l’alzabandiera in piazzale Marinai d’Italia presso il monumento a Sauro inaugurato nel 1966. Quindi il Comitato per le Onoranze ha deposto un mazzo di fiori sul cippo che lo ricorda nel parco della Rimembranza.
Nel pomeriggio don Stefano Canonico ha celebrato una messa di suffragio nella chiesa della Beata Vergine del Rosario, evidenziando l’importanza di dedicare la propria vita a nobili ideali sia civili sia religiosi, laddove questi ultimi danno fondamento ai primi. Nell’aula sacra, stipata di fedeli, erano presenti i labari dei soggetti promotori e di associazioni combattentistiche e d’arma. Hanno assistito alla cerimonie i rappresentanti di Comune e Provincia. La soprano Gisella Sanvitale ha ottimamente interpretato due brani di musica sacra. Infine un cadetto della Marina militare ha declamato la Preghiera del Marinaio. Al termine l’esule capodistriano Ranieri Ponis ha commemorato la figura del martire, contestando le dicerie secondo cui avrebbe rifiutato i conforti religiosi prima dell’esecuzione, mentre non volle che a darglieli fosse un cappellano militare sloveno nell’odiata divisa militare asburgica. In precedenza aveva ricevuto segretamente i sacramenti e l’assistenza religiosa da un frate francescano italiano. Definito il “Garibaldi istriano”, progettò dei colpi di mano per indurre l’Italia a entrare in guerra e poi, fra il maggio 1915 e l’agosto 1916, partecipò da volontario a ben 62 operazioni belliche guadagnandosi in vita una medaglia d’argento al valor militare. Malgrado le indagini, non è ancora stata ritrovata la medaglia d’oro al valor militare in sua memoria trafugata dal Museo del Risorgimento di Roma nel marzo 2013.
Dopo la commemorazione un corteo ha sfilato fino al bacino San Giusto, davanti a piazza Unità d’Italia, dove sono arrivati i natanti del Circolo marina mercantile “Nazario Sauro” e del Circolo canottieri “Saturnia”, mentre nel cielo si sono innalzati grandi spruzzi d’acqua. Infine i partecipanti si sono diretti in piazzale Marinai d’Italia davanti alla Stazione Marittima. Lì hanno fatto il loro solenne ingresso i gonfaloni del Comune e della Provincia di Trieste. Erano presenti anche diverse bandiere italiane, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Dopo la deposizione di una corona d’alloro ai piedi del monumento, un trombettiere ha suonato il Silenzio. Al suono dell’Inno di Mameli l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia ha quindi proceduto con l’ammainabandiera. Infine Renzo Codarin, presidente del Comitato per le Onoranze a Nazario Sauro, ha tenuto una breve allocuzione annunciando che il monumento sarà restaurato con l’interessamento del Comune in vista del 100° anniversario dell’esecuzione e auspicando che l’Europa non mortifichi i sentimenti patriottici.


Bersaglieri di Zara, Pola e Fiume al Raduno di Salerno
Il gruppo dei Bersaglieri in congedo di Zara, Pola e Fiume “vivi e morti” ha partecipato con il tradizionale striscione al Raduno Nazionale dei Bersaglieri tenutosi quest’anno il 19 maggio a Salerno. Un annunciatore ha spiegato: «Passano ora, vivi o morti, i Bersaglieri di Zara, Fiume e Pola. Sono con loro i labari dei reparti bersaglieri che più a lungo hanno difeso la frontiera orientale: il battaglione Zara e quello che tenne la Valle dell’Isonzo fino alla fine di aprile del 1945. Zara, Fiume e Pola fanno parte della storia d’Italia e dei Bersaglieri. All’Italia hanno dato tanto, fino a sacrificare la propria esistenza. A Zara nacque nel 1871 una Società dei Bersaglieri: in assoluto il primo nucleo associativo bersaglieresco. Entro pochi anni le Società dei Bersaglieri in Dalmazia erano diventate ben cinque. Della Società dei Bersaglieri di Zara faceva parte anche un nucleo femminile: le prime Bersagliere».


Una statua per Mons. Santin
Il rovignese mons. Antonio Santin (1895-1981), vescovo di Fiume dal 1933 al 1938 e di Trieste e Capodistria dal 1938 al 1975, avrà una statua metallica in testa al Molo IV del porto vecchio di Trieste. Da lì potrà vedere tanto la sua Istria quanto il tempio mariano di Monte Grisa, che fece costruire sul ciglione carsico. L’Istituto di Cultura Marittimo-Portuale (una fondazione dell’Autorità Portuale) ha bandito un concorso internazionale valendosi dei 110mila euro stanziati nel 2012 dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Gli aspiranti potranno inviare la documentazione entro il 18 ottobre. L’opera vincitrice sarà posta al vaglio della Soprintendenza regionale. Il gruppo consiliare comunale di Un’altra Trieste ha contestato la collocazione perché la statua si potrà ammirare solo da lontano (il Molo IV non è accessibile in quanto rientrante nel Porto Franco) e perché sarà parzialmente coperta da un edificio.



In scena il dramma Bella e le bestie
Torre di Palme, frazione medievale di Fermo, è stata giovedì 1° agosto la cornice di una rappresentazione teatrale dedicata alla memoria di Norma Cossetto. La vicenda narrata in Bella e le bestie - Fiaba tragica istriana è quella della notte fra il 4 e il 5 ottobre 1943, quando la giovane laureanda, già seviziata più volte, venne gettata dopo ulteriori violenze dai partigiani titoisti nella foiba di Surani insieme ad altri 25 innocenti. Il monologo è stato interpretato dalla compagnia Scenari Armonici. Alla serata, promossa da Aries - Officina Nazional Popolare e dall’associazione culturale Turris, è intervenuto Orazio Zanetti, presidente dell’ANVGD Marche Sud. «La tragedia – hanno spiegato gli organizzatori – rivive a teatro, assumendo però i caratteri ed i valori universali della fiaba, quasi come a voler addolcire il destino infausto di quella povera ragazza e di quei tanti altri uomini e donne che hanno vissuto la tragedia dell’infoibamento e dell’esodo, colpevoli soltanto di essere nati e di voler restare fieramente italiani».
Aries da tempo si prefigge l’intitolazione di una via o in alternativa l’affissione di una targa alle vittime delle foibe nel comune di Fermo «perché su queste immani tragedie non cali l’oblio, perché quei corpi martoriati non vengano nuovamente gettati nel baratro della menzogna del silenzio complice e reticente mostrato più volte da certi vivi, ieri e oggi ancora fieramente alleati dai carnefici».


L’Ufficio zone di confine tra Bolzano, Trento e Trieste
Un intenso convegno bilingue (italiano-tedesco) svoltosi il 13 e 14 giugno presso la Libera Università di Bolzano ha affrontato congiuntamente le vicende del confine italo-austriaco e di quello italo-jugoslavo nell’immediato dopoguerra. Un confine duplice ma che interessava tre comunità nazionali: quella italiana, quella sudtirolese dell’Alto Adige e quella jugoslava (slovena, ma anche croata e serba) del Territorio Libero di Trieste e del Friuli Venezia Giulia. Tema in discussione: L’Ufficio Zone di Confine della Presidenza del Consiglio dei Ministri tra Bolzano, Trento e Trieste. L’UZC gestì (dal 1947 sotto la direzione del sottosegretario Giulio Andreotti) con notevole impiego di fondi la politica di difesa dell’italianità in quelle aree contese e soggette a opposti irredentismi. Il ritrovamento pochi anni or sono nel Centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma, di 10mila faldoni siglati UZC ha consentito dal 2010 agli storici di effettuare ricerche su preziose fonti archivistiche che si temeva perdute (vedi “L’Arena di Pola” del marzo 2011). A organizzare il convegno sul piano scientifico sono stati Diego D’Amelio, Andrea Di Michele, Giorgio Mezzalira e Raoul Pupo.
La prima sessione, nel pomeriggio del 13 giugno, si è incentrata sul contesto internazionale e i percorsi identitari. Günther Pallaver ha parlato del ruolo dei partiti politici rispetto allo spinoso tema dell’identità e del confine in Alto Adige, Anna Maria Vinci della nuova mitologia della patria italiana al confine orientale nel secondo dopoguerra, Jože Pirjevec del confine occidentale jugoslavo dopo il 1945, inteso diversamente a seconda che il criterio di giudizio fosse il socialismo o la patria, Maurizio Cau delle forme dell’identità politica e culturale del Trentino nel secondo dopoguerra, Massimo Bucarelli della politica jugoslava dell’Italia repubblicana, riassumibile nel motto “avversari per scelta, amici per forza”, e Leopold Steurer dei rapporti tra Italia e Austria dal 1945 al 1955.
La seconda sessione, la mattina di venerdì 14 giugno, ha riguardato il Trentino e l’Alto Adige. Dopo l’inquadramento fatto da Andrea Di Michele sulla storia dell’UZC, Giorgio Mezzalira ha relazionato sull’immigrazione italiana in Alto Adige (1945-1955), Stefan Lechner sulle “riopzioni” del 1948 (ossia il riacquisto della cittadinanza italiana da parte di quanti nel 1939 avevano optato per il Reich) quale tardiva denazificazione, Carlo Romeo sulle strategie e le forme di sostegno all’italianità in Alto Adige nel dopoguerra, Luigi Blanco sull’elaborazione dello Statuto d’autonomia e Lorenzo Gardumi sul sentimento nazionale in Alto Adige fra il 1945 e il ’48.
La terza e ultima sessione, nel pomeriggio del 14 giugno, si è concentrata sulla Venezia Giulia. Diego D’Amelio ha trattato dei governi, dei partiti e delle culture politiche nella battaglia per la «difesa dell’italianità» di Trieste fra il 1945 e il ’54, Anna Millo del ruolo dell’estrema destra e degli apparati dello Stato nella «questione di Trieste», Nevenka Troha dell’azione della Jugoslavia e delle forze filo-jugoslave della Venezia Giulia nella lotta per il nuovo confine, Patrick Karlsen di come l’UZC considerava il Partito comunista giuliano, tra egemonia jugoslava e tendenze indipendentiste, Monica Rebeschini del trattamento della minoranza slovena nella Venezia Giulia tra violenze, conflitti e cooperazione, e infine Irene Bolzon di propaganda e costruzioni identitarie nella Zona B del TLT con specifico riguardo all’attività del CLN dell’Istria.



Capodistria ricorda il suo vescovo Paolo Naldini
Il 21 aprile di trecento anni fa moriva il vescovo di Capodistria Paolo Naldini. Per celebrarlo degnamente la Diocesi di Capodistria, insieme al Comune e ad altri enti e istituzioni, ha organizzato alcune iniziative.
La mattina del 20 aprile a palazzo Pretorio, allora come oggi sede del Comune, è stata inaugurata una mostra riguardante l’insigne presule. Nella sala del Consiglio comunale ha poi avuto luogo un convegno che ne ha delineato la figura. Paolo Naldini, nato a Padova nel 1632, divenne frate agostiniano e sacerdote. Nel 1686 fu nominato vescovo di Capodistria, città in cui lasciò un segno profondo operandovi per ben 27 anni fino alla morte avvenuta nel 1713. Vi istituì il Seminario Illirico, aperto anche ai giovani slavi dell’entroterra. Tale indubbio merito gli valse il diritto di vedersi intestato il nome di una via cittadina in epoca jugoslava. Fu l’unico uomo di Chiesa cui il regime nazional-comunista riservò un simile trattamento di favore, se si esclude il capodistriano Pier Paolo Vergerio il Giovane, che fu ricordato però come riformatore protestante.
Nel 1700 diede alle stampe la Corografia ecclesiastica della diocesi di Capodistria, un’opera in buon italiano letterario che illustra la storia e la realtà non solo religiosa, ma anche geografica, politica, sociale, sanitaria, artistico-architettonica ed etnografica del territorio allora veneziano compreso tra Muggia a Castelvenere. Costituisce ancor oggi una fonte diretta e indiretta di conoscenza storiografica.
Il presule è stato commemorato anche quale benefattore e mecenate che destinò tutti i propri averi alla ristrutturazione di chiese e monumenti capodistriani. Commissionò all’architetto veneto Giorgio Massari il rifacimento della cattedrale e nel 1701 fece ricostruire nello stile barocco tipico dell’epoca la chiesa di San Biagio, allora retta dalle suore agostiniane. Lì fu sepolto e riposa ancora. Le autorità jugoslave nazionalizzarono la chiesa riducendola a magazzino. Ma nel 2008, dopo 60 anni, il Comune l’ha restituita alla parrocchia di Capodistria, che l’ha restaurata e valorizzata. Nell’ambito del simposio si è svolta una visita guidata all’edificio di culto.
In onore di Naldini la sera del 20 aprile il coro misto Adriatic della vicina Crevatini e l’orchestra d’archi della Scuola di Musica di Capodistria hanno eseguito nella cattedrale la Messa Solenne di Charles Gounod. Nel pomeriggio del 21 aprile il vescovo di Capodistria Jurij Bizjak ha infine celebrato una messa solenne dinanzi alla tomba di Naldini nella chiesa di San Biagio.



Gli animali nella storia adriatica
Il salone del Museo del Territorio Parentino, nel centro di Parenzo (Istria croata), ha ospitato dal 23 al 25 maggio il 6° Convegno storico biennale istriano su: “Animalia, bestiae, ferae…: gli animali nella storia dell’area adriatica”. Un tema tanto insolito e accattivante quanto finora poco studiato. Si è voluto con ciò stimolare le ricerche sul ruolo degli animali, che per millenni hanno convissuto anche nell’Adriatico orientale con gli umani in un rapporto spesso simbiotico e interdipendente. A questi esseri, così importanti per la stessa sopravvivenza umana, occorre dunque restituire la dignità storiografica troppo a lungo negata sul piano socio-economico, igienico-sanitario e culturale.
Al simposio internazionale, organizzato dallo stesso Museo, dall’Archivio di Stato di Pisino e dall’Università “Juraj Dobrila” di Pola - Dipartimento di Scienze Umanistiche, sono intervenuti ben 22 relatori di 3 nazionalità, docenti negli atenei di Pola, Trieste, Venezia, Zagabria e Lubiana o in istituti di ricerca. Fra questi alcuni nostri connazionali istriani. Ognuno ha parlato nella sua lingua madre.
Nel tardo pomeriggio di giovedì 23, aprendo i lavori, Ivan Jurković, Maurizio Levak ed Elena Uljančić Vekić hanno presentato gli atti del convegno del 2011 dal titolo “Domus, casa, habitatio, cultura della casa nell’Adriatico”. Quindi Maria Mogorović Crljenko (Pola) si è soffermata su alcuni documenti medievali istriani riguardanti gli animali. Klara Buršić Matijašić (Pola) ha parlato di alcuni oggetti a forma di volatile rinvenuti sull’isola di Veglia nella tarda antichità. Infine Rino Cigui (Centro di Ricerche Storiche di Rovigno) ha illustrato le profilassi delle epizoozie bovine adottate in Istria dalla legislazione sia veneta che austriaca fra ’800 e ’900.
Venerdì 24 maggio si è partiti con la relazione di Darja Mihelič (Lubiana) su accordi e disposizioni in materia di allevamento in vigore nelle varie località. Jakov Jelinčić (Pisino) ha trattato dei furti di bestiame in base ai documenti del Comune di Cittanova, Branka Poropat (Parenzo) dell’ittica negli ultimi secoli, Sabine Florance Fabijanec (Zagabria) del ruolo degli animali nell’economia dei Comuni dalmati medievali, Marija Karbić (Zagabria) della normativa medievale quarnerina inerente maiali, cani e pesci, Lia De Luca (Venezia) degli scontri di interessi fra agricoltura e pastorizia nell’Istria veneta di fine ’500, Elena Uljančić Vekić (Parenzo) dei contratti riguardanti gli animali nell’età moderna, Robert Kurelić (Pola) delle conseguenze politiche, strategiche ed economiche delle confinazioni nel ’500, Danijela Doblanović dei cibi di origine animale che dall’Istria arrivavano sulle tavole dei patrizi veneziani e degli stessi dogi, Eliana Biasiolo (Venezia) dei furti di animali e altri beni nell’Istria del ’600, Slavica Strojan (Ragusa di Dalmazia) della caccia, Gordan Ravančić (Zagabria) degli animali negli statuti e nella prassi dei Comuni dalmati, Dragica Čeč (Capodistria) del ruolo svolto dalla Società per la protezione degli animali a Trieste, Urška Železnik (Capodistria) dell’uccellagione nell’Istria nord-occidentale nella seconda metà del ’900, e infine Giovanni Paoletti (Trieste) degli animali nella numismatica dell’Adriatico settentrionale.
Sabato 25 maggio Denis Visintin (Pisino) ha relazionato sul patrimonio zootecnico e la campagna istriana in epoca veneziana, Ivica Pletikosić (Pirano) sugli animali domestici nel comune di Pirano secondo il censimento del 1910, Milan Radošević (Pola) della Gambusia, il pesciolino che “liberò” l’Istria dalla malaria, e infine Željko Dugac sugli animali come fonte di ricerca nella storia della medicina.
Domenica 25 maggio il connazionale Gaetano Benčić ha guidato i convegnisti alla scoperta della chiesa della Madonna dei Campi presso Visinada e dei vicini villaggi di Raccotole, Terviso e Corridico (tutte località dell’Istria croata interna), mentre Ivan Matejčić li ha portati a conoscere la splendida basilica Eufrasiana di Parenzo con i suoi mosaici bizantini.


Educazione e virtù secondo Pier Paolo Vergerio il Vecchio
Educazione e virtù nell’opera dell’umanista Pier Paolo Vergerio il Vecchio. Questo il tema della conferenza che la giovane italianista Alessandra Favero ha tenuto sabato 23 febbraio nella sala “Giorgio Costantinides” del Civico Museo Sartorio a Trieste nell’ambito degli incontri culturali della Società di Minerva. Il prof. Elvio Guagnini ha brevemente inquadrato la figura e l’opera dell’insigne intellettuale tardo-medievale istriano.
Nato a Capodistria nel 1370, Pier Paolo Vergerio il Vecchio studiò nel 1385 grammatica all’Università di Padova e fu poi lettore di dialettica all’Università di Firenze e di logica all’Università di Bologna. Dopo un breve periodo padovano, nel 1389 tornò a Firenze, dove apprese il greco. Fu quindi ancora a Padova e tra il 1405 e il 1409 a Roma alla corte di papa Innocenzo VII. Tra il 1414 e il 1418 seguì il cardinale Zabarella al Concilio di Costanza, dove conobbe l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico e re d’Ungheria Sigismondo, per il quale lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1444 a Budapest. Corrispose con numerosi umanisti del suo tempo.
Alessandra Favero considera educazione e virtù due parole chiave nell’opera di Vergerio e soprattutto in quella ritenuta più importante: il De ingenuis moribus ac liberalibus studiis, traducibile con I comportamenti nobili e gli studi liberali. Composta a Padova fra il 1400 e i primi mesi del 1402, fu il primo trattato sulla buona educazione dei principi. L’autore lo dedicò a Ubertino da Carrara, figlio del signore di Padova, nipote del mecenate di Petrarca, indicandogli in un latino classico tutto ciò che poteva fare per la propria formazione intellettuale e fisica.
«Secondo Vergerio – ha spiegato Alessandra Favero – la virtù è il concetto primo e il fine ultimo dell’educazione liberale cui applicarsi fin dalla più tenera età. Rimane per sempre in chi la acquisisce da giovane, ma se non la si acquisisce allora non la si acquisisce più. Gli studi liberali sono quelli degni di un uomo libero, grazie ai quali si esercitano e si acquisiscono virtù e sapienza. Le arti liberali per eccellenza sono la filosofia morale, la storia e l’eloquenza: la prima rende libera la persona, consentendole di distinguere il bene dal male; la seconda è un collettore di esempi buoni da seguire e cattivi da fuggire; la terza permette di parlare in modo corretto, elegante e forbito. Allo studio di tali arti si devono aggiungere le esercitazioni militari, il tempo libero e il riposo. Modelli di riferimento sono gli avi, il padre, i fratelli maggiori e i grandi uomini del mondo romano e greco come Scipione l’Africano, Alessandro Magno e Catone. Esempi negativi sono gli imperatori Claudio, Nerone e Domiziano».
«Per Vergerio – ha rilevato la studiosa – fondamento del potere è la bontà di chi lo esercita. Ne deriva la necessità di un’educazione liberale. Tra le innumerevoli fonti utilizzabili Vergerio cita principalmente Cicerone, Seneca e Petrarca. Si tratta di tre autori pagani, ma nei quali si trovano modelli e insegnamenti di virtù. Secondo Seneca le arti liberali non servono se non portano alla virtù; prioritaria è dunque la filosofia morale. Secondo Cicerone la temperanza è la virtù più importante, la cui manifestazione esteriore è il decoro. Il giovane aspirante principe non dovrebbe dormire né troppo, né troppo poco. Il ballo presenterebbe dei pericoli, mentre la musica potrebbe temperare le passioni dell’animo e costituire un buon diversivo nel tempo libero. Ma naturalmente bisogna saper distinguere musica da musica».
Secondo l’umanista Coluccio Salutati, Vergerio nel De ingenuis colse l’essenza del De officiis di Cicerone e delle opere morali di sant’Ambrogio.
Il De ingenuis fu riprodotto in oltre 200 codici e, a partire dal 1470, in 40 stampe antiche (da solo o in raccolte di testi pedagogici analoghi). La Biblioteca Civica di Trieste ne conserva alcune, mentre la Biblioteca Comunale di Capodistria ha acquistato presso una bancarella un incunabolo risalente agli anni ’70 del ’400. Il testo latino attende ancora un’edizione critica moderna con traduzione accessibile a un ampio pubblico.
Nel dibattito finale il prof. Giuseppe Cuscito ha osservato come oggi la pedagogia sia neutra, non educhi ai valori bensì al tecnicismo e nessun docente dica che occorre perseguire la virtù. A suo giudizio, quanti lo sostenevano allora non erano bacchettoni, ma spiriti critici.

Alle foci del Timavo seguendo Marin Sanudo
Il Circolo di cultura istroveneta “Istria” ha voluto dare il proprio benvenuto ed esprimere la propria soddisfazione per l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea in un modo originale, seguendo cioè le tappe descritte dallo storico, cronista e politico veneziano rinascimentale Marin Sanudo (1466-1536) nel suo diario di viaggio Itinerario per la Terraferma veneziana. Dopo essere rimasto orfano di padre a 10 anni, Marin (noto anche come Marino Sanuto il Giovane) accompagnò nel 1483 i tre sindici inquisitori, tra cui il cugino Mario, in una spedizione da Bergamo ad Albona, ossia dalle estremità occidentali a quelle orientali della terraferma veneziana. Loro compito era di ispezionarla palmo a palmo per poi riferirne ai superiori. Il giovane Marin descrisse in modo dettagliato, vivido e godibilissimo le aree visitate, di cui la sua opera costituisce oggi un’importante fonte di conoscenza storica diretta. La prima tappa sulla sponda adriatica orientale furono le bocche del Timavo, dove allora sorgeva il porto del Lacus Timavi, appartenente all’enclave veneziana del Monfalconese. Da lì l’altolocata comitiva, scansando l’asburgica Trieste, si diresse via nave a Capodistria. Quindi proseguì a cavallo verso Pirano, Rovigno, Pola e Albona.
Il Circolo “Istria” ha voluto ripercorrere quello stesso tracciato nel giro di alcuni mesi partendo lo scorso 18 luglio proprio dalle risorgive del Timavo, a fianco della chiesa di San Giovanni in Tuba: un luogo che non appartiene solo alla storia, ma che sfuma nella leggenda e nel mito. Posto ai margini settentrionali della provincia di Trieste in prossimità di quella di Gorizia, rientra oggi nel Comune di Duino-Aurisina, che è gemellato con la Città di Buie (Istria croata). Negli anni ’50 si insediarono in quel territorio carsico-costiero alcune migliaia di esuli istriani provenienti dalla Zona B del TLT, che fondarono il Villaggio del Pescatore, il Borgo San Mauro e il Borgo Santi Quirico e Giuditta. L’iniziativa si è svolta con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Duino-Aurisina.
Il vice-sindaco Massimo Veronese ha auspicato che, oltre all’economia, anche la cultura possa essere protagonista di questo processo di apertura e allargamento dell’Europa comunitaria. Quali ispiratori ha citato due intellettuali cofondatori del Circolo “Istria”: Fulvio Tomizza e Giorgio Depangher.
Paola Benes, assessore alla cultura di Monfalcone (GO), ha lodato l’attività del Circolo per lo studio e la conoscenza del territorio tramite il confronto di visuali diverse.
Livio Dorigo, presidente del Circolo ed esule da Pola, ha sostenuto che l’ingresso della Croazia nell’UE non deve indurci a stappare bottiglie di champagne, bensì a lavorare giorno dopo giorno per il futuro dei nostri figli. In particolare occorre trovare le risorse per immaginare questo futuro tramite una buona programmazione economica fra i tre paesi comunitari in cui l’Istria è oggi suddivisa: Italia, Slovenia e Croazia. Una programmazione che consideri soprattutto il mare. «Abbiamo – ha detto Dorigo – delle responsabilità verso l’Europa, che ci obbliga a lavorare assieme».
Giuseppina Rajko, vice-presidente italiana della Regione Istriana e vice-console onorario d’Italia a Buie, ha dichiarato che l’incontro contribuisce a unificare una terra unica.
Riccardo Aviani, assessore alla cultura di Ronchi dei Legionari (GO), ha ricordato le sue origini dalmate e rovignesi.
Arianna Brajko, vice-sindaco italiano di Buie, ha auspicato una proficua collaborazione con il Comune ospitante.
Fabio Scropetta, vice-presidente del Circolo, ha rammentato come lo scrittore istriano Milan Rakovac abbia fatto voti affinché l’ingresso di Zagabria nella compagine europea valorizzi ciò che fece la Serenissima in Istria e Dalmazia.
Il musicista triestino Alfredo Lacosegliaz ha infine eseguito una melodia con il suo mandolino.
I partecipanti si sono quindi spostati nella Biblioteca del Villaggio del Pescatore per la presentazione del libro collettaneo Con Sanuto, Tommasini e Kandler - Rivedere l’Istria oggi e immaginare quella futura, seconda opera edita dalla nuova casa editrice del Circolo, operante a Torre (Croazia). Ognuno degli otto autori (tre esuli, o comunque abitanti in Italia, e cinque residenti in Istria) tratta in forma sintetica un tema diverso. Livio Dorigo ribalta il detto Venezia madre ed Istria figlia fedele, sottolineando come in realtà sia l’Istria la vera madre nutrice di Venezia. Rino Cigui fa una panoramica della storia sanitaria dell’Istria veneta dal medioevo all’età contemporanea. Denis Visintin traccia i lineamenti generali dell’agricoltura nell’Istria veneta dal medioevo al XX secolo. Kristjan Knez spiega il ruolo fondamentale svolto dal sale, autentico oro bianco, nell’economia di Pirano. Pio Baissero collega la creazione della foresta demaniale di San Marco, nella valle del fiume Quieto, con la nascita della moderna scienza forestale. Gaetano Benčić, oltre a firmare l’introduzione, fornisce notizie sul feudo di Visinada, diventato veneziano appena nel 1508 e venduto nel 1530 ai Grimani. Franco Colombo inquadra invece la controversa figura di Pier Paolo Vergerio il Giovane da Capodistria quale fervente cattolico prima e riformatore protestante poi nel Cinquecento italiano ed europeo. Infine Tullio Vorano lumeggia le figure di tre albonesi che costituirono delle coscienza critiche per il loro tempo: Tomaso Luciani, Giovanni Tonetti e Giuseppina Martinuzzi. In sala hanno preso la parola Livio Dorigo, Gaetano Benčić, Franco Colombo, Rino Cigui, Kristjan Knez e Biagio Mannino. L’incontro è terminato con contributo musicale di Alfredo Lacosegliaz.



Figli di esuli e di rimasti a confronto... dal leggio
Un attore triestino di origini istriane, Maurizio Soldà, ha interpretato il figlio di esuli istriani insediatisi a Livorno, Danilo Bonifacio, mentre una giovane attrice connazionale di Pirano, Miriam Monica, ha interpretato… se stessa nella lettura scenica di Esuli in casa, effettuata al caffè “San Marco” di Trieste il 25 giugno scorso. Lo spettacolo, scritto e diretto da Maurizio Soldà con il contributo di Miriam Monica, è stato prodotto dal Circolo Culturale Jacques Maritain di Trieste grazie ai finanziamenti della legge regionale sulla valorizzazione dei dialetti di origine veneta nel Friuli Venezia Giulia. Consiste in un dialogo fra i due cugini, che si incontrano per la prima volta a seguito del decesso di un congiunto. Lui dalla Toscana raggiunge l’Istria nord-occidentale, dove non aveva mai messo piede. Ognuno dei due racconta all’altro la propria vicenda di vita, il proprio mondo, le proprie ragioni, le proprie difficoltà. Alla fine entrambi ne vengono arricchiti, si capiscono meglio e si sentono più vicini.
Il 60enne Danilo con un accento toscanaccio spiega che il 1952 segnò per la sua famiglia uno spartiacque epocale. Suo padre, di Buie, lo chiamava «l’ictus del 1952» per indicare il trauma subito e mai pienamente metabolizzato. Infatti anche i suoi genitori dopo il “colpo” hanno tentato di recuperare la propria funzionalità psico-sociale in un nuovo ambiente a loro estraneo dove era necessario reimparare a parlare per farsi capire dagli altri. Il dialetto istroveneto non andava più bene: dovevano esprimersi “in lingua”, cosa non sempre facile. Il padre di Danilo si sforzava di parlare in un italiano “maccheronico” di cui si vergognava, per cui era spesso taciturno. Lui invece, insieme alla “livornesità”, aveva assorbito la dominante ideologia comunista finendo per aderire al collettivo “Stella rossa”, anche se il posto alla fabbrica Solvay di Rosignano l’aveva trovato grazie alla DC, presso cui il padre aveva messo una buona parola. Si era sposato due volte, ma entrambi i matrimoni, fatti di silenzi, attriti e incomprensioni, erano naufragati miseramente.
Miriam invece, parlando quasi sempre in dialetto istroveneto, racconta di aver studiato da bambina nella scuola elementare italiana di Cittanova, dove si trovò sola poiché alcuni suoi compagni dell’asilo italiano erano stati iscritti alla scuola croata in quanto i loro genitori volevano che parlassero bene il croato e venissero accettati in società. Ma alla fine – spiega – furono croati e sloveni a salvare le scuole italiane dall’estinzione quando dagli anni ’80 cominciarono a iscrivere i propri figli affinché imparassero la lingua delle tv di Berlusconi. Ricorda di essere stata una “piccola pioniera” vestita da partigiana, di aver celebrato i compleanni del maresciallo Tito e di aver creduto nella fratellanza e nell’uguaglianza. Ma aggiunge: «L’identità un la senti solo quando la ghe manca. Noi semo stai ocupai da un altro popolo, con un’altra lingua e altre tradissioni, che considerava i italiani tuti fassisti. Noi come i esuli semo stai vitime de ’sta situassion. Tuto ne xé passà sora la testa. Ga comandà prima i fassisti, dopo i comunisti, che i xé tuti isti, ossia uguali».
Il fidanzato di Miriam era uno sloveno originario di Ilirska Bistrica (Villa del Nevoso), convinto che Pirano fosse sempre stata abitata da sloveni e impermeabile alle ragioni degli italiani. Nel caso avessero avuto figli, lui avrebbe voluto mandarli alla scuola slovena, lei a quella italiana. Come per Danilo, dunque, il rapporto di coppia viene ostacolato dalla sordità dell’appartenente al popolo e alla mentalità di maggioranza. Confessa Miriam: «Volevo andarmene. Essere italiana a volte è stato difficile». Si sentiva appunto “esule in casa”. Nel 1993 si trasferì dunque a Udine per studiare lingue e letterature straniere all’Università e vi rimase per ben dieci anni.
Potenziale elemento di scontro fra i due cugini è la questione dei beni, riattualizzata dal decesso del congiunto. Danilo sostiene che la casa con i campi di grano vicino a Buie era stata rubata alla sua famiglia dai “parenti serpenti” rimasti. Ma secondo Miriam costoro erano stati costretti a entrare in una cooperativa e a cederle gli strumenti di lavoro. E conclude: «Se ti vol, te regalo tuto e vado in Italia. L’Istria me ga stufà: trope zizanie, trope storie malinconiche. Ghe volessi un piano per cambiarla». E conclude: «Ognuno si sente proprietario della sofferenza, invece purtroppo è andata come è andata».
Il messaggio finale non è particolarmente ottimista circa la possibilità di migliorare la realtà istriana. Tuttavia si può considerare già un grande risultato il cordiale riavvicinamento tra due cugini che la rottura dell’unità del loro popolo originario aveva fin lì indotto a seguire in luoghi lontani percorsi diversi e non comunicanti. Questo faticoso ma fecondo dialogo interpersonale simboleggia e riassume quello collettivo in corso tra le due parti separate del corpo sociale istriano-fiumano-dalmata.
Esuli in casa è il secondo lavoro teatrale diretto da Maurizio Soldà sul tema dell’Esodo. Il primo, dal titolo Il vertice capovolto, scritto dallo storico triestino Roberto Spazzali, era stato rappresentato nel dicembre 2011 al teatro “Miela” di Trieste.


Quarantotti Gambini in scena a Trieste
La compagnia Casa del Lavoratore Teatrale di Trieste ha rappresentato il romanzo dell’esule istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini L’onda dell’incrociatore ogni sera da domenica 28 luglio a venerdì 2 agosto sulla terrazza della Società Triestina della Vela, ovvero laddove è ambientata la storia. I protagonisti sono alcuni popolani che vivono nell’ambiente sportivo dei velisti della sacchetta triestina in vere e proprie case galleggianti: il timido e candido adolescente Ario, bisognoso di affetto sincero; il suo amico di poco più anziano Berto, meno sognatore e che su di lui cerca di avere un ruolo dominante; l’audace coetanea Lidia, sorellastra di Berto, che rimarrà il sogno proibito di Ario; la madre di Ario, ruvida e manesca, che scarica sul figlio le colpe del padre di lui fuggito in America e corre dietro a uomini di varia età; la madre di Lidia, anche lei severa e anaffettiva; il patrigno di Lidia, burbero e ubriacone; Eneo, atleta narciso, spregiudicato e arrivista un po’ più grande dei tre adolescenti, che fa strage di cuori e suscita gelosie incrociate.
Nelle placide acque della sacchetta di Trieste, all’inizio dell’autunno 1935, si infrangono le onde dei tre incrociatori che fanno il loro ingresso trionfale in porto per sbarcare il duca Amedeo di Savoia Aosta reduce dalle sue vittorie in Etiopia. Il clima in città è festoso ed entusiasti sono pure Ario e Berto. Ma in scena entra mesto con una valigia un Ario adulto, che narrerà le vicende precedenti a quella fatale giornata a volta relazionandosi direttamente con gli altri interpreti.
Così si torna ad alcuni anni prima. Si vede la madre di Ario picchiare il figlio solo perché questi osa sognare le regate di San Francisco, ignaro che il suo sconosciuto padre se n’era andato via proprio con l’intenzione di parteciparvi. Ario e Berto seguono Lidia, che nel “camerino scuro” svela loro parte delle sue grazie con sfacciataggine. Ma poi, sentendosi traditi perché lei avrebbe frequentato un signore che le regalava cioccolatini, la pestano e la costringono a stare su una lamiera ardente. O meglio: è Berto a coinvolgere Ario in tale pesante punizione dettata dalla gelosia. Quindi arriva il piacione Eneo, verso il quale Berto assume un atteggiamento servile, mentre Ario scopre tardi con sorpresa che sua madre copula con lui ed è gelosa della ben più giovane Lidia, la quale pure lo frequenta. Così la madre di Ario racconta ai genitori di Lidia che questa ha avuto rapporti sessuali con Eneo, il che non è vero. Il patrigno di Lidia fa alla figliastra una umiliante “visita ginecologica”, dovendone infine constatare la verginità.
Per ripicca verso l’abuso del patrigno, la ragazza poi con Eneo ci va sul serio. Berto, che la scopre, nega alla madre di esserne a conoscenza, ma questa minaccia lui e schiaffeggia lei. La timidezza e il timore del rifiuto impediscono ad Ario di manifestare i propri sentimenti a Lidia. Quando finalmente prova a farlo lei lo scansa, svelandogli però di essere stata concepita da un uomo che non era, come si diceva, il precedente marito di sua madre morto prematuramente. Intanto Lidia continua a frequentare segretamente Eneo, anche dopo che questi ha compiuto una grave manchevolezza non presentandosi alle regate di Napoli preferendo dedicarsi a più piacevoli e remunerativi incontri romani da gigolo.
Berto, volendo vendicarsi del nuovo “tradimento” di Lidia con Eneo, investe Ario di un’idea che vorrebbe essere goliardica: far lentamente affondare la maona sulla quale i due piccioncini sono soliti appartarsi nella sacchetta. Ario mette in pratica la trovata, ma nella cabina dell’imbarcazione si era infilato ad insaputa di tutti un alpino, che annega travolto dalle onde alzate dall’incrociatore in arrivo. Ario teme di aver ucciso Lidia ed Eneo, che invece ricompaiono sani e salvi, ma scopre di essere l’assassino involontario di un innocente. Tale tremendo senso di colpa lo porterà sempre con sé.
Alla fine, in questa tragedia plebea della gelosia e della vendetta non si salva nessuno. Non certo gli adulti, rudi, violenti, ipocriti e anche bugiardi se si tratta di coprire le loro vergogne. Ma nemmeno i giovani, immaturi, incapaci di gestire i normali turbamenti adolescenziali e condizionati dalla stoltezza dei loro arcigni genitori. Ognuno a suo modo si sente tradito da chi gli sta vicino e non è in grado di esprimere i propri veri sentimenti. Chi poi tradisce e imbroglia più di altri, Eneo, la passa liscia e viene persino bramato e temuto.
In tutti carnalità viene vissuta morbosamente o per inettitudine a coniugarla con una sana affettività o per intrinseca rozzezza. Ne deriva il turbamento, la diffidenza, il voyeurismo, ma anche la disperazione capace di portare a gesti inconsulti. Paradossalmente proprio in un ambiente sportivo l’individuo non sa gestire il rapporto con la propria fisicità e rimane dilaniato nel conflitto tra mente, anima e corpo. Le colpe, specie se è adulto, le proietta sistematicamente sugli altri, per non doversi fare un serio esame di coscienza. L’unico a denotare onestà intellettuale, Ario, si macchierà di un omicidio doloso, per il quale proverà un sincero rimorso.
Da una così poco edificante rappresentazione lo spettatore esce pensoso e perplesso sentendola per tanti aspetti ancora moderna. In fondo, malgrado il cambiamento dei costumi sociali, ancor oggi quei nodi di fondo persistono, e non solo in contesti plebei vocianti come quelli dei protagonisti.
Il breve romanzo dello scrittore pisinese-capodistriano fu pubblicato nel 1947 da Einaudi, vinse nel 1948 il premio “Bagutta” ed è stato riproposto nel 2000 da Sellerio. L’idea di teatralizzarlo è venuta a Maria Grazia Plos e Maurizio Zacchigna, che hanno ridotto e adattato il testo, recitandolo poi come attori insieme a Massimiliano Borghesi, Elke Burul, Roberta Colacino, Adriano Giraldi, Paola Saitta e Lorenzo Zuffi. La regia è dello stesso Zacchigna.


Trovata in Istria la più grande peschiera romana dell’Adriatico
Si è svolta tra giugno e luglio la campagna 2013 di indagini sul sito archeologico di Loron, in corso dal 1994. L’area, posta su un boscoso promontorio in una insenatura protetta dai venti tra le baie di Santa Marina a Nord e di Porto Cervera a Sud, si trova lungo la costa occidentale istriana, tra Cittanova e Parenzo, in comune di Torre-Abrega (Croazia). Dopo la fine delle guerre civili e l’instaurazione della pax augusta, verso il 10 d.C. fu confiscata dallo Stato romano divenendo demanio marittimo. I primi proprietari furono degli aristocratici: inizialmente Sisenna Statilio Tauro (figlio cadetto di Statilio Tauro, amico dell’imperatore Augusto), quindi Messalina e infine Calvia Crispinilla (parente di Nerone). A partire da Domiziano (81-96) la tenuta divenne imperiale. L’ultimo titolare ufficialmente attestato è l’imperatore Adriano, morto nel 138, ma i dati archeologici indicano una ininterrotta attività del sito fino alla seconda metà del V secolo, e dunque fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476/480). Gli scavi hanno stabilito trattarsi di un vasto insediamento residenziale con uno dei due più grandi laboratori di produzione ceramica dell’Adriatico settentrionale. Dunque una tipica villa rustica romana a carattere produttivo, posta in riva al mare e destinata all’allevamento e allo smercio del pesce, oltre che alla produzione di vasi da trasporto. Sott’acqua è stata inoltre individuata una peschiera romana connessa a un’altra poco più a Sud. Il bradisismo, che negli ultimi millenni ha fatto salire il livello marino in tutta l’Istria, le ha sommerse entrambe.
Già prima del 1994, nella parte settentrionale dell’insenatura di Cervera, nel raggio di poche centinaia di metri lungo la costa fra Porto d’Abrega a Nord-Ovest, Valle Santa Marina a Nord e Porto Cervera a Sud-Est, furono scoperte ben quattro ville rustiche litoranee. Quella più sud-orientale, nel promontorio di Loron di fronte a Porto Cervera, era affiancata da una fornace e da una necropoli. Poco più all’interno verso Abrega vi erano poi altre due ville rustiche: una dotata anche di mitreo, l’altra di un complesso per la produzione di ceramiche.
Gli scavi effettuati dal Museo Archeologico dell’Istria fra il 1976 e il 1980 misero in evidenza sulla costa prospiciente a Sud, presso l’attuale albergo di Porto Cervera, un’ulteriore villa rustica romana con una grande cisterna, una fornace, un sepolcro e, proseguendo verso Ovest in riva al mare, un oleificio e muri antichi. Un’altra fornace, dismessa alla fine del I secolo d.C., fu rinvenuta 600 metri a Est di Porto Cervera. Altre due ville rustiche erano già riemerse in precedenza a Sud di Porto Cervera presso le località interne di Sant’Anna (dove fu scoperta anche una necropoli) e Stalla. A Sud-Ovest di Porto Cervera e poco a Nord di Punta Bossolo, verso la metà dell’800 il marchese Polesini riportò alla luce una villa rustica in riva al mare con diverse stanze tutte con doppio pavimento ricoperto da sontuosi mosaici posti uno sopra l’altro, segno che l’edificio fu ricostruito in epoca successiva. Ora è chiamata Villa Mosaico, ma si trova sotto terra. Poco più a Sud-Est di tale villa, verso l’interno, furono scoperti due oleifici. A Sud-Ovest da lì, presso la punta Raguzzi che chiude Porto Bossolo, dove oggi ha sede il campeggio Ulika, furono ritrovate una necropoli, una villa rustica e un sepolcro.
Le indagini archeologiche riprese nel 1994 hanno portato alla luce lungo la costa del promontorio di Loron un grande complesso terrazzato con cortili intorno ai quali si sviluppavano le attività industriali, in particolare fornaci per anfore da trasporto. Alle ricerche, condotte dal Museo del Territorio Parentino e da numerose istituzioni scientifico-culturali francesi (tra cui l’École française de Rome), ha partecipato fino al 2010 anche l’Università di Padova.
Dal 2003, parallelamente agli scavi nel complesso di Loron, il prof. Vladimir Kovačić (Museo del Territorio Parentino) ha diretto le ricerche subacquee sulle installazioni sommerse nell’ambito di un partenariato fra Museo del Territorio Parentino, Università di Aix-Marsiglia - Centro Camille Jullian (Marie-Brigitte Carre) e Università di Bordeaux 3 - Istituto Ausonius (Francis Tassaux) con il contributo del Ministero degli Esteri francese, della Città di Parenzo, del Comune di Torre-Abrega, del relativo Ente turistico e recentemente anche dell’Università di Padova e dell’École française de Rome. Sotto la superficie del mare sono state individuate ben due peschiere: una a punta Copolo nella baia di Santa Marina, la terza più grande del Mediterraneo antico; l’altra, verosimilmente la più estesa dell’Adriatico, nella baia di Porto Bossolo presso Villa Mosaico, dove è stato trovato sott’acqua un molo/banchina da cui venivano imbarcate le anfore piene di olio e di altre derrate prodotte nelle vicine fattorie.
Dal 2012 un nuovo programma quinquennale ha esteso lo studio all’insieme del demanio aristocratico-imperiale, con particolare riferimento ai settori residenziali, ancora poco conosciuti, e ai cambiamenti del paesaggio litoraneo anche tramite approcci non invasivi (prospezioni geofisiche) sotto la densa copertura vegetale. Partner del programma sono: il Museo del Territorio Parentino, l’Università di Aix-Marsiglia - Centro Camille Jullian, l’École française de Rome, il Ministero degli Esteri francese e le Unità Miste di Ricerca francesi “Laboratorio di Archeologia Medievale e Moderna nel Mediterraneo”, “Centro Europeo di Ricerche e dell’Insegnamento delle Geoscienze dell’Ambiente”, “Geoscienze Ambiente Tolosa” e “Archeologia delle Società Mediterranee”, in collaborazione con l’Università di Bordeaux 3 - Istituto Ausonius. I lavori sono coordinati dagli archeologi Vladimir Kovačić e Corinne Rousse (Università di Aix-Marsiglia - Centro Camille Jullian).
Le due campagne di quest’anno, svoltesi dal 3 al 15 giugno e dal 15 al 31 luglio, si sono concentrate sul modulo residenziale del complesso artigianale di Loron e sul settore di Santa Marina, con studi delle strutture visibili e sondaggi archeologici. In particolare si è scavato dentro la cisterna romana, una delle più grandi dell’epoca presenti in Istria.
Il prof. Kovačić ha inoltre condotto le ricerche sulla peschiera sommersa di Villa Mosaico nell’ambito del progetto parallelo Istria e mare. La struttura era formata da cinque vasche rettangolari comunicanti fra loro tramite saracinesche in legno. Il fondo di una delle vasche più piccole presenta ancor oggi un tavolato in legno di quercia. La peschiera disponeva di corridoi e ascensori lignei utilizzati non solo per allevare il pesce, ma anche per trasferirlo a terra quando raggiungeva i dieci centimetri di lunghezza. Da lì – si suppone – sarebbe stato trasportato nel vivaio di punta Cupalia. Il pesce non consumato in loco veniva spedito per la vendita nei principali porti della penisola italiana su imbarcazioni-vivaio dotate di piscine interne oppure impiegato per fare la salsa di pesce (garum) trasportata in apposite anforette.
Gli archeologi hanno catalogato per tipologia le anfore prodotte a Loron. Prevalente è risultata quella volta all’esportazione dell’allora pregiatissimo e richiestissimo olio istriano. Simili, ma più piccole e meno numerose sono invece le anforette per contenere il garum. Vi sono inoltre anfore per il vino e anfore piatte. Nello stesso sito sono stati rinvenuti ceramica comune, vasellame, tegole e mattoni. Anfore bollate provenienti da Loron sono presenti nel grande insediamento celtico-romano del Magdalensberg, in Carinzia.
Da un’analisi petrografico-mineralogica si è desunto altresì che l’argilla usata all’epoca di Sisenna per le ceramiche non coincide con quella usata all’epoca di Domiziano: la prima deriva infatti dall’alterazione del calcare, la seconda da un deposito sedimentario. Probabilmente le due argille provenivano da due cave diverse ancora da individuare.
Inattesa è giunta la scoperta di una tomba e di una moneta medievali, che indicano una frequentazione dell’area anche in quel periodo storico. Del resto è noto che nel 929 il re d’Italia Ugo di Provenza donò la Torre Cervaria al vescovo-conte di Parenzo e che nel 983 l’imperatore Ottone II aggiunse a tale dono la peschiera di Cervera, segno della persistente vitalità economico-demografica della zona, confermata dalle dispute per il possesso di quella tenuta tra il vescovo e il Comune di Parenzo dal 1286 a tutto il XV secolo.
Gli esiti delle indagini sono stati presentati la sera del 22 luglio nella nuova sede della Comunità degli Italiani di Torre in un incontro pubblico dal titolo Ricerche archeologiche sul litorale di Parenzo, Torre e Umago. Promotori: la stessa CI, il Museo del Territorio Parentino, il Museo Civico di Umago, l’Università di Aix-Marsiglia - Centro Camille Jullian, l’Università di Bordeaux 3 - Istituto Ausonius e l’École française de Rome - Ministero degli Esteri francese. Nell’occasione Vladimir Kovačić ha parlato del vivaio ittico di Villa Mosaico, Corinne Rousse, Yolande Marion (Università di Bordeaux 3 - Istituto Ausonius), Paola Maggi (Università di Trieste) e Tiziana Cividini (Università di Padova) delle ultime ricerche nella zona di Loron e Santa Marina, mentre Elis Fovet (Università di Besançon) e Francis Tassaux (Università di Bordeaux 3) di coloni romani e indigeni a Nord del Quieto.


Scoperta in Dalmazia una fortezza bizantina
Sull’isolotto di Veliki Sikavac, posto nella baia di Giuba (Ljubački zaljev) tra l’estremità meridionale dell’isola di Pago e il prospiciente contado zaratino, ricercatori del Museo archeologico di Zara e dell’Università di Lubiana hanno rinvenuto lo scorso inverno i resti di una grande fortezza bizantina della metà del VI secolo, estesa su circa 5.000 metri quadri, con bastioni larghi 2 metri, 6 torri, 20 passaggi, 37 edifici (tra case, opifici artigianali e depositi), 2 piazze e frammenti di ceramiche, di stoviglie e di anfore di ceramica. Insomma: un’autentica cittadina militare permanente, fatta erigere ai tempi dell’imperatore Giustiniano poco dopo la sottrazione della Dalmazia agli Ostrogoti per difendere i traffici marittimi lungo la stretta via navigabile tra il Canale del Velebit e il basso Quarnerolo. Sono venuti alla luce anche oggetti di selce paleolitici e frammenti di vetro romani. Lì un tempo era esistito un castelliere, probabilmente abitato nell’età del ferro dai Liburni. Accanto all’insediamento bizantino è stata trovata una chiesetta, databile fra il X e il XV secolo, con una navata e i resti di mura dell’abside. Al di fuori è stato identificato un muro semicircolare, probabile base di una qualche costruzione precedente. E’ stato anche appurato che è artificiale lo sbarramento nel punto dove il vicino laghetto d’acqua salmastra si congiunge col mare.
Le ricerche hanno finora riguardato solo il 40% del sito e il loro completamento richiederà ancora 10 anni, ma  gli esperti considerano già quello di Veliki Sikavac il maggiore ritrovamento archeologico degli ultimi tempi nell’Adriatico orientale. La Città di Pago ha finanziato e continuerà a sostenere le indagini, prefiggendosi di dimostrare la continuità dell’insediamento dalla preistoria e attendendosi da esso importanti ricadute turistiche.



A Fasana una serata con gli antichi romani
Anche quest’anno gli antichi romani sono tornati a Fasana. Per la precisione sulla spiaggia della vicina Valbandon, in ciò che rimane di una delle sette ville patrizie che costellavano il territorio: quella di Gaio Lecanio Basso, console nell’anno 64 d.C. sotto l’imperatore Nerone. Nella sua tenuta operava anche una fabbrica di anfore, orci e tegole. Fasana sembra derivare da Vasianum, ossia luogo di produzione di vasi, benché secondo alcuni deriverebbe dal fagiano selvatico (Phasianum). Lo stesso stemma civico, riprendendo la prima interpretazione, è un’anfora romana gialla su sfondo blu. In quel suggestivo sito archeologico si è potuta passare il 21 luglio una piacevole ma istruttiva serata con gli antichi romani.
La rievocazione storica, denominata Senatus populusque Fasanensis, ha avuto luogo nel giardino estivo della villa, con oggetti d’epoca o ricostruiti e figuranti in costume che hanno proposto le melodie dell’antica Roma, le tecniche artigianali, la scuola romana e i laboratori creativi per bambini. Gli ospiti hanno potuto visitare la villa, la fabbrica di ceramiche e l’oleificio romano gustando pietanze preparate secondo le ricette di quel tempo: focaccia senza lievito, arrosto di maiale alle erbe aromatiche, sgombri in salsa di sesamo, lenticchie e ceci conditi, angurie, meloni e mulsum, ossia il vino aromatizzato con il miele. A tutti è stato così offerto un vero e proprio “assaggio” della vita quotidiana nella Vasianum di duemila anni fa. E’ questo un modo attraente e... gustoso per presentare agli istriani di oggi e ai turisti il prezioso retaggio storico del territorio.
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