9 SETTEMBRE 1943: L'ITALIA ABBANDONA POLA

9 settembre 1943: l’Italia abbandona Pola
All’alba le navi della Regia Marina lasciano il porto, mentre il 12 settembre alcune decine di migliaia di soldati italiani si arrendono a poche centinaia di tedeschi

Cosa successe a Pola e in Istria esattamente 70 anni fa, dopo la caduta del fascismo e in particolare dopo l’armistizio? Lino Vivoda ne parla nel suo libro In Istria prima dell’esodo - Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013. Proponiamo in questo numero i capitoli che trattano del periodo dal 25 luglio 1943 all’arrivo, dopo l’8 settembre, dei partigiani titoisti. Il prossimo mese pubblicheremo invece i capitoli riguardanti le foibe e l’occupazione nazista. Invitiamo i lettori a fornirci anch’essi la loro testimonianza diretta per contribuire a far piena luce su tale periodo. Scriveteci!
Quella tragica estate del 1943 in Istria:
25 luglio a Gallignana
Sino all’estate del 1943, Pola non aveva ancora conosciuto la guerra nel vero termine della parola. Si viveva un’atmosfera anacronistica, da lontana retrovia, dove l’eco dei combattimenti giungeva smorzata. Oltre ventimila uomini appartenenti a tutte le armi s’erano aggiunti ai circa quarantamila abitanti. Era ripresa la solita solfa degli allarmi quasi ogni sera. Ma ormai la città, che si estende su sette colli come Roma (Castello, Zaro, San Michel, Castagner, Monte Ghiro, San Martin, Monte Paradiso), era stata traforata come il formaggio gruviera e ad ogni dove c’era un’entrata di rifugio antiaereo. Ormai non dovevo correre sino allo Zaro, ma avevo due rifugi vicini: percorrendo via Kandler in clivo San Rocco, vicino alla Catolica, o al clivo Gionatasi, percorrendo via Sergia. Questo nuovo rifugio, che faceva tutto il giro della città vecchia sotto al Castel, aveva anche altre due entrate: a Porta Gemina a fianco del Museo e accanto a Porta Ercole ai Giardini.
Finito l’anno scolastico ritornammo a Gallignana per le solite vacanze estive. Come ogni estate ero arcifelice di andare al paese di Mamma, dove conoscevo un sacco di ragazzi e incominciavo anche ad interessarmi alle ragazzine. Ma non avrei immaginato quante cose sarebbero capitate quell’estate del ’43. Avvenimenti che avrebbero cambiato completamente il corso della nostra vita.
Una sera di luglio (il 25 per la precisione) ero in parrocchia con don Mauro, il parroco, quando sentimmo alla radio l’annuncio dell’arresto di Mussolini e della nomina a capo del Governo del maresciallo Badoglio. Don Mauro commentò con una frase che ricordo ancora oggi perché contrastava con l’opinione che avevo io di Badoglio: «Speriamo che Badoglio salvi l’Italia come ha fatto nella prima guerra mondiale». Non obiettai nulla ma mi rimase strano il giudizio del prete sul comportamento del maresciallo che io collegavo alla disfatta di Caporetto.
Uscito dalla Canonica vidi che alcuni ragazzi avevano già strappato dal muro l’insegna ovale di metallo con la bandiera tricolore ed il fascio ch’era davanti la porta dopolavoro, sotto la loggia della porta d’entrata al paese, e la prendevano a sassate. Al vedere ciò mi prese un amaro in bocca: era pur sempre la bandiera italiana che veniva oltraggiata assieme al fascio. Andai nella vicina osteria dei Salamon, dove i minatori giunti da Pozzo Littorio con la corriera nera (la “minadora”) che li portava e riportava al lavoro raccontavano di una grande confusione dappertutto.
Quasi due mesi più tardi, alle ore 17 di un pomeriggio di sole dell’8 settembre, la radio italiana annunciava la firma dell’Armistizio.

L’ 8 settembre del ’43
Il silenzio della notte settembrina fu rotto da un continuo rumore di macchine verso Santa Caterina: sapemmo poi che erano gli automezzi della 2a Armata che abbandonavano precipitosamente i Balcani, passando da Fiume diretti a Trieste. Anche da Gallignana incominciarono a passare delle automobili, non autocarri, facenti chiaramente parte del parco macchine di corpi speciali: Guardia alla Frontiera, Capitaneria di porto e uffici militari di Fiume. Il colore verde indicava che erano macchine militari. Poi incominciò la lunga teoria di soldati appiedati: affamati, affranti, sbracati. Dopo i quattro chilometri in salita da Pedena a Gallignana appena arrivati si sdraiavano nel Klenja, il grande parco con alberi secolari a margine del paese. Dopo essersi riposati proseguivano per Pisino, diretti a Pola dove speravano di imbarcarsi sulle navi della Marina da guerra italiana per attraversare l’Adriatico e raggiungere le famiglie.
Correva voce infatti che Trieste era bloccata dai tedeschi e non si poteva passare. All’inizio la gente del paese offriva acqua e fette di polenta a quei poveri disgraziati, poi dato il numero fu impossibile aiutarli. Intanto le donne partigiane approfittavano per farsi consegnare le rivoltelle e le bombe a mano di quelli che ne erano ancora provvisti: nessuno aveva più il fucile.
Guardavo sgomento quei poveri uomini, una volta soldati, abbandonati allo sbaraglio senza ordini né direzioni di marcia: ARRANGIATEVI, TUTTI A CASA, E SI SALVI CHI PUO’! Mi domandavo: ma possibile che nessuno degli Alti Comandi avesse pensato di diramare l’ordine di ripiegamento inquadrati e armati sino alle caserme di presidio da dove erano partiti per la guerra?
Più tardi negli anni, leggendo parecchia memorialistica, mi feci la convinzione che la fuga di re e generali a Sud era stata barattata in qualche modo coi tedeschi. Un ricognitore tedesco Cicogna infatti sorvolava la lunga teoria di macchine in fuga da Roma a Ortona dove tutti si imbarcarono sulla Baionetta, venuta da Pola, diretti a Brindisi.
Ricordavo che in Istria dopo un simile sorvolo ricognitivo era susseguito il bombardamento degli Stukas a Pisino e Gimino sulla colonna di automezzi partigiani. Sugli Alti fuggitivi invece niente.
Secondo quanto risultò poi (e lo lessi anche su un giornale svizzero che parlava della resa di Pola), allora a Pola, i primi giorni dopo l’8 settembre 1943, si trovava insediata una presenza militare di circa 40mila soldati.
Date le circostanze il Comitato dei leader antifascisti di Pola aveva deciso di organizzare un meeting di protesta, al grido di «Fuori i tedeschi da Pola» (quelle poche decine di sommergibilisti di Scojo Olivi), che sarebbe dovuto iniziare alle 14. Oratore avrebbe dovuto essere il prof. Nicola De Simone, napoletano, uno dei capi comunisti di Pola ritornato in città dal confino.
La massa di gente radunata nella piazza del Mercato, un centinaio di persone, era stata più volte scacciata da una formazione mista formata da militari del battaglione “San Marco”, da carabinieri, da poliziotti e da sottufficiali della Scuola della marina da guerra italiana, al comando del capitano dei carabinieri Casini, che infine avevano aperto il fuoco.
Negli scontri ai Giardini avevano perso la vita Giuseppe Zahtila, già condannato dal Tribunale speciale a 14 anni di carcere in quanto membro del Partito comunista, quindi Carlo Zuppini e il marinaio Giuliano Cicognani, un sottocapo di Marina appartenente al picchetto di sorveglianza presso la sede della TELVE, mentre i feriti furono più di una decina.

Secondo “Ribalton”: la resa di Pola
Intanto i poveri soldati sbandati del XVIII Corpo d’Armata giunti a Pola coi loro automezzi, poi abbandonati perché privi di benzina, ebbero un’amara delusione: tutte le navi in grado di galleggiare avevano tagliato la corda! Il porto era vuoto. Infatti, dopo l’annuncio dell’armistizio l’8 settembre ’43, le navi della Regia Marina abbandonarono precipitosamente la città già nella nebbia di primo mattino del giorno successivo. Prime a partire furono le unità della Divisione Navi Scuola Colombo, Vespucci e Palinuro, sulle quali erano imbarcati gli Allievi Ufficiali di complemento dell’Accademia Navale trasferita a Pola (isole Brioni) da Livorno per motivi di sicurezza, poi la corazzata Giulio Cesare, che uscì dal porto coi cannoni da 381 puntati su Scoglio Olivi, dove nella base sommergibili vi erano anche unità tedesche, e via via l’incrociatore Pompeo Magno, il cacciatorpediniere Sagittario, le corvette Urania e Baionetta (quest’ultima con disposizioni delle prime ore del 9 settembre dell’ammiraglio de Courten di recarsi con la massima velocità verso Pescara per imbarcare a Ortona il re e le Alte Autorità fuggiasche, per portarli a Brindisi), la torpediniera Insidioso, i sommergibili Serpente, Pisani e Mameli, la cisterna Verbano, la motonave Eridania, il naviglio leggero (dragamine, MAS, rimorchiatori) e qualsiasi imbarcazione in grado di raggiungere la sponda opposta. L’Italia abbandonava Pola!
Nel frattempo circa duecento sommergibilisti tedeschi della Kriegsmarine si prepararono a resistere in una città dove ai circa ventimila uomini di presidio si erano aggiunti le migliaia di soldati rimasti imbottigliati dalla fuga dai Balcani. Piazzarono alcune mitragliatrici prelevate dai sommergibili all’estremità del ponte in ferro che unisce l’isola Scoglio Olivi alla terraferma ed attesero gli sviluppi della caotica situazione.
Il primo reparto tedesco giunse a Pola la sera dell’11 settembre. Si trattava di uno squadrone di cavalleria motorizzata al comando del capitano Weggand. Con loro l’italiano capitano di corvetta Umberto Bardelli, come mediatore tra l’ufficiale tedesco e l’ammiraglio di divisione Strazzeri, comandante la piazzaforte marittima di Pola.
Più tardi giunse il maggiore delle SS Hertlein, che assunse il comando, ed al quale l’ammiraglio Strazzeri firmava la resa consegnando la piazzaforte, di decine di migliaia di uomini, senza sparare un solo colpo, alle scarso nucleo di truppe del Terzo Reich [Vedi Ennio Maserati, Il periodo badogliano a Pola e nell’Istria, in “Trieste”, Trieste luglio-agosto 1962].
Ai militari italiani venne subito offerta la possibilità di tre scelte: continuare a combattere coi tedeschi; collaborare coi tedeschi come lavoratori; essere internati in Germania come prigionieri. Incominciò così il trasferimento coi treni e con la motonave Vulcania dei prigionieri in Germania, che nel frattempo venivano ammassati nelle caserme, con le sentinelle tedesche che sparavano in continuazione per evitare fughe.
Intanto, saputo che a quella massa di prigionieri i tedeschi distribuivano solo una brodaglia al giorno, le donne e i ragazzi di Pola, guidati dal parroco del Duomo mons. Angeli e da don Felice Odorizzi che parlavano perfettamente il tedesco, per tre giorni sfamarono i prigionieri, raccogliendo cibo tra la popolazione, che si privava delle scarse razioni di guerra per cucinare polenta e minestroni di verdura «per quei poveri fioi che mori de fame».
E la città assistette muta e angosciata alla partenza nei vagoni bestiame dei prigionieri per i Lager della Germania.
Come dimenticare e perdonare i responsabili della mancata difesa dell’Istria nonostante l’enorme quantità di mezzi e forze disponibili!
La mancata difesa dei confini orientali d’Italia, per la fuga della monarchia e l’insipienza di Badoglio, fece sì che in tutta l’Istria, ad eccezione di Pola e Fiume, e naturalmente Trieste, dilagasse l’insurrezione dei partigiani di Tito.
Sempre a Pola, intanto, il cap. di corvetta Bardelli, insieme al comandante in seconda delle Scuole CREM, col. di fregata Mirone, costituirono un Battaglione di Marinai, al comando di Mirone, con compiti di ordine pubblico, coadiuvati da un gruppo di carabinieri ed una trentina di uomini del Deposito 60a Legione MVSN.
Infine, agli ordini del Capitano del Genio Covatta, giunse a Pola una colonna di automezzi con resti del XVIII Corpo d’Armata. Erano circa 1.200 ufficiali e soldati racimolati strada facendo dai Corpi più svariati, già dislocati in Balcania con la 2a Armata, che giungono inquadrati, superando anche combattimenti, con la volontà di non cedere le armi agli Slavi. Rimarranno in servizio a Pola sino alla fine della guerra.
Il 12 settembre si ricostituì a Pola la Federazione dei Fasci di Combattimento dell’Istria con un triumvirato guidato dall’ex Consigliere Nazionale on. Bilucaglia, che già il prefetto Zanelli aveva incaricato prima dell’arrivo dei tedeschi di formare una “milizia cittadina” per fermare i tentativi di assalto alle polveriere ed agli acquedotti verificatisi il 10 settembre.
Essendo io nei giorni dell’Armistizio a Gallignana, le notizie relative a Pola sono tratte da appunti manoscritti in mio possesso del giornalista Antonio Carbonetti, direttore del “Corriere Istriano”, quotidiano di Pola, sino alla chiusura a fine aprile 1945.

Dichiarazione di Pisino
A Pisino intanto si riuniva una specie di assemblea promossa e presieduta nella caserma dei carabinieri da emissari titini venuti dalla Jugoslavia. Veniva eletto un “Comitato regionale del potere popolare”. Tre i presidenti: Joakim Rakovac, Vjekoslav Stranić e Ante Cerovac. Il 13 settembre 1943, in un palazzo vicino ai giardini del centro, proclamarono la volontà dell’Istria di venir annessa alla Jugoslavia, decisione ribadita in un raduno di una quarantina di partigiani nei giorni 25 e 26 settembre. Quaranta partigiani si assunsero il diritto di rappresentare la volontà del popolo istriano, volontà che si vide poi espressa con l’esodo plebiscitario di oltre 300.000 giuliano-dalmati ed alcune decine di migliaia di sloveni e croati! Il proclama venne stilato dal partigiano Ljubo Drndić, e divenne il punto fermo della volontà dell’Istria, secondo i croati, di riunirsi alla Madrepatria jugoslava, alla quale peraltro mai era appartenuta!
Intanto si andavano formando gruppi di partigiani, mobilitati dagli agitatori venuti dalla Jugoslavia, e nelle tetre celle del Castello dei Montecuccoli di Pisino venivano ammucchiati italiani, prelevati da tutta l’Istria, e poi di notte avviati a gruppi e scaraventati nelle foibe del territorio, molti ancora vivi perché legati col filo di ferro ad altri sventurati uccisi a colpi di mitra. Comandava il Tribunale del popolo il famigerato “giudice” Motika.
Verso la fine del mese una colonna partigiana di una ventina di minadore (le caratteristiche corriere che trasportavano i minatori al e dal lavoro – una faceva servizio ogni giorno anche a Gallignana – tutte nere col cassone di legno, con la porta in fondo e senza finestre, con due file di panche alle pareti) si arrampicò lentamente per i quattro chilometri di salita che portavano da Pedena a Gallignana.
Giunti, si fermarono e parecchi partigiani già armati alla bell’e meglio scesero a bere all’osteria “Salamon” che era nel piazzale davanti la porta della cinta muraria.
Erano i primi partigiani che vedevo. Rimasero un po’ di tempo. Qualcuno intonò «Avanti popolo alla riscossa bandiera rossa trionferà». Non avevano ancora imparato la canzone partigiana slava: «Druže Tito ljubičice bijela» (compagno Tito violetta bianca) con la quale poi balleranno il Kolo, la caratteristica danza slava, allacciati in cerchio con le mani dei due compagni di fianco strette dietro la propria schiena.
Poi ripartirono e quando l’ultimo automezzo si fu appena mosso dal paese sentimmo il rumore di un aereo. Era una cicogna tedesca da ricognizione che fotografava la colonna.
Fu una fortuna che si fossero appena mossi in direzione di Pisino, perché poi subirono a Pisino e Gimino il bombardamento in picchiata di due Stukas tedeschi. Io li vidi dal terrazzo di zio Giacomo piombare su Pisino (giù a valle nel buco detto ombelico d’Istria), circa cinque chilometri in linea d’aria, essendo Gallignana posta a 454 metri di altezza. Sentii così il caratteristico urlo lacerante della loro sirena in picchiata.
Gran parte di quei partigiani furono massacrati a Gimino.
Lino Vivoda (continua)
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