NOTIZIE DI SETTEMBRE A CURA DEL DIRETTORE PAOLO RADIVO

NOTIZIE DI SETTEMBRE 2013

 

«Roma onorerà sempre gli infoibati»

Il sindaco di Roma Ignazio Marino ha rimediato alle dichiarazioni del suo vice Luigi Nieri, poi solo parzialmente rettificate senza alcuna scusa ai familiari degli infoibati e agli esuli tutti. Rispondendo al sindaco di Trieste Roberto Cosolini, Marino ha garantito l’impegno suo personale, della sua Giunta e della città di Roma «affinché la memoria sulla tragedia delle Foibe e dell’Esodo non conosca mai l’oblio, né occupi un posto di secondaria rilevanza nelle iniziative avviate per ricordare le altre folli tragedie che hanno colpito l’Italia e gli Italiani nel recente nostro passato». «La tragedia delle Foibe, e quello che hanno dovuto subire gli esuli e i cittadini rimasti in Istria, Fiume e Dalmazia, è – ha aggiunto – patrimonio di tutti, dell’Italia e degli Italiani a qualunque credo politico appartengano. E la memoria di quanto accadde va per questo onorata. E Roma la onora e la onorerà sempre. A testimonianza di ciò, l’impegno dell’amministrazione capitolina nella conservazione della memoria di chi in Italia fu vittima di qualunque tipo di barbarie si esprime attraverso il “Progetto Memoria”, rivolto ai giovani studenti della nostra città». Tale progetto ha «l’obiettivo di far conoscere alle nuove generazioni le ferite inferte al nostro Paese, perché quei tragici episodi siano insegnamento e tracce indelebili» e perché i giovani «non debbano mai trovarsi ad alzare quegli steccati ideologici che tanto male hanno prodotto nella nostra collettività». La Giunta di Roma «ha approvato, all’unanimità, una memoria in tal senso, nella quale è prevista, tra le altre, la commemorazione nel Giorno del Ricordo delle vittime dei massacri delle Foibe». Riconoscendo che le ferite di Trieste e della sua comunità «sono le nostre», Marino si è detto pronto «a condividere» con il Comune di Trieste ogni azione finalizzata a far sì che «i valori della democrazia e della libertà, del rispetto e della solidarietà umana siano sempre amati e difesi».

Cosolini si è detto «pienamente soddisfatto» di tale risposta sostenendo che le parole di Marino «contribuiscono a rafforzare la collaborazione fra le nostre amministrazioni e le nostre Comunità, comunemente impegnate ad affermare i valori fondamentali di libertà e democrazia attraverso i percorsi della Memoria».

 

Alleanza strategica Italia-Slovenia-Croazia

Un’alleanza strategica Italia-Slovenia-Croazia per far valere in sede europea le istanze comuni. Un “blocco adriatico” per contare di più a Bruxelles. Questo il felice parto del primo vertice trilaterale fra i premier Enrico Letta, Alenka Bratušek e Zoran Milanović svoltosi a Venezia. Il primo di una serie da tenere annualmente a rotazione nei tre Paesi. Il titolo era già un programma: Sponde, foro di dialogo e di cooperazione.

«In un’Europa a 28 – ha esordito Letta parlando con i giornalisti – nessun Paese può fare da solo. Servono forme di cooperazione. Da qui parte una strategia italiana che non sia solo quella di guardarsi l’ombelico, per un dialogo che ci renderà più forti all’interno dell’Europa, per interpretare all’attacco le nostre posizioni nell’UE in cui tutti e tre siamo protagonisti». L’obiettivo è fare massa critica e diventare un «nocciolo duro» nell’UE «così come già fanno i Paesi Baltici o quelli del Nord». «L’Italia ha grandi opportunità di leadership in Europa se solo smette – ha ribadito il nostro presidente del Consiglio – di guardarsi l’ombelico». L’intensificazione dei rapporti con Croazia e Slovenia «è un investimento», anzi «una delle priorità della politica estera italiana».

I tre Governi hanno istituito un gruppo di lavoro comune «per superare una sterile e futile competizione che ci ponga nella condizione migliore di presentarci di fronte al gigantismo dei nostri interlocutori come la Cina o la Corea». Temi sui quali produrre sinergie: infrastrutture, energia, porti. Alla seduta di ottobre del Consiglio Europeo i tre Paesi presenteranno una comune proposta di unione bancaria europea, economia digitale e mercato unico delle telecomunicazioni.

Milanović, evidenziando l’importanza commerciale di Italia e Slovenia per la Croazia, ha spiegato che in questi incontri «possiamo dirci quello che pensiamo per poi presentarci uniti ai Consigli Europei». Sottolineando le radici veneziane della costa istriana e dalmata, ha affermato che «l’identità croata tende verso il mare». «Noi – ha assicurato – non faremo alcuno sgambetto alla Serbia».

«Questa precisazione – ha commentato Letta – è il segno della vittoria dell’Europa. Siamo qui a parlare di cooperazione dimostrando di aver superato quei muri e quelle barriere che c’erano anche in un passato recente».

«Le cose che ci legano sono parecchie» ha dichiarato Alenka Bratušek, definendo «molto positivo» l’esito del vertice. Ed ha aggiunto: «Non abbiamo parlato del rigassificatore di Trieste, perché è un tema che riguarda la Slovenia e l’Italia. Posso dire, però, che su questa vicenda proseguono gli incontri bilaterali. I ministri si sono incontrati anche questa mattina. Sono convinta che una soluzione la troveremo».

Scopo di Sponde è – spiega un comunicato della Presidenza del Consiglio – «giocare insieme un ruolo di coordinamento virtuoso tra politiche nazionali, regionali ed europee, per uscire dalla crisi economica con la crescita e l’occupazione, per portare l’Alto Adriatico al centro delle iniziative europee, sulle infrastrutture e sull’energia anzitutto, per costruire nel Mediterraneo un’Europa dell’incontro, che sappia far risaltare il patrimonio delle tante identità culturali e linguistiche che la connotano, rendendolo sempre più un veicolo di arricchimento reciproco e di crescita». Sponde è quindi «un contributo di Italia, Croazia e Slovenia a un’Europa dei popoli, fondata sulla salvaguardia e la valorizzazione delle diversità».

Prima del vertice Letta e la Bratušek hanno visitato l’aeroporto di Tessera. Il direttore Enrico Marchi ha confermato l’interesse per acquisire la gestione dello scalo di Lubiana quando il governo sloveno deciderà di privatizzato.

 

Procedimento di infrazione contro la Croazia

La Commissione Europea ha avviato un procedimento di infrazione contro la Croazia, ai sensi dell’art. 39 del trattato di adesione all’UE, per violazione del mandato di cattura europeo. Il 28 giugno 2013, ossia due giorni prima dell’ingresso in Europa, il Parlamento di Zagabria aveva infatti approvato senza preavviso una legge che limita la possibilità di estradizione in altri paesi comunitari ai soli reati commessi dopo il 7 agosto 2002. Il 29 luglio la vicepresidente della Commissione Europea e responsabile per la Giustizia Viviane Reding ha chiesto al ministro della Giustizia croato di farle sapere entro il 23 agosto quando la legge sarebbe stata omologata ai principi comunitari. Altrimenti Bruxelles avrebbe comminato «misure appropriate»: dal congelamento di parte dei fondi comunitari, con un rinvio dell’entrata della Croazia nell’area Schengen, fino alla sospensione dall’UE con la sottrazione del diritto di voto nell’Europarlamento e nel Consiglio.

A sollecitare tale passo era stato il presidente della Commissione Affari europei del Bundestag Gunther Krichbaum, ritenendo che la modifica legislativa del 28 giugno fosse uno stratagemma per non estradare in Germania Josip Perković, cittadino croato ex alto dirigente dei servizi segreti jugoslavi sul quale la procura tedesca ha emesso un mandato di cattura internazionale e una taglia per l’assassinio del dissidente croato Stjepan Đureković, avvenuto in Baviera nel 1983. Krichbaum ha dichiarato che la Germania «si sente presa in giro» e che il Parlamento tedesco non avrebbe ratificato il Trattato di adesione della Croazia se la Lex Perković (così battezzata dai media) fosse stata varata prima di quel voto.

Mentre il premier Zoran Milanović ha sostenuto che per adeguare la legge bisognerebbe modificare la costituzione, il presidente Ivo Josipović ha detto di «non vedere nulla di male nell’emendare una legge fortemente criticata dall’UE». Il 22 agosto la vice-premier e ministro degli Affari esteri e comunitari Vesna Pusić ha annunciato modifiche, ma non subito. Il 23 Milanović ha confermato che il Sabor «sicuramente non deciderà» sulla legge almeno «nei prossimi giorni».

Il 26 agosto la portavoce di Viviane Reding, Mina Andreeva, ha dichiarato che «la presa di posizione della Croazia significa sostanzialmente che alcuni criminali sospettati di aver ucciso, negli anni del regime comunista, emigranti croati sul territorio di un altro Paese membro dell’UE possono continuare a nascondersi dietro alle frontiere croate».

Dura la risposta del ministro della Giustizia croato Orset Miljenić: «La Repubblica di Croazia non è l’unico Paese membro dell’UE che ha previsto un limite temporale all’applicazione del mandato d’arresto UE. Lo hanno anche Austria, Francia, Italia, Lussemburgo e Repubblica Ceca. Quindi, è evidente che si tratta di uno strumento che non viene applicato in modo univoco sul territorio europeo». Il Governo croato ha «riconosciuto la portata del problema, come si desume dall’iniziativa tesa a modificare la Costituzione onde escludere gli omicidi politici dall’elenco di crimini che possano andare in prescrizione», ma «è assolutamente inappropriato che i funzionari della Commissione UE osino richiamare uno Stato membro diffondendo affermazioni scorrette e infondate».

Di parere opposto Vesna Pusić: «È vero che i “vecchi” Paesi membri avevano il diritto a porre alcune limitazioni al mandato d’arresto UE e che questo diritto non è stato esteso ai Paesi che hanno aderito all’Unione dopo il 2002, ma l’UE si sviluppa e oggi non è uguale a com’era, per dire, negli anni ’80. E’ legittimo che la Croazia discuta con gli altri Paesi membri e avvii la procedura di modifica del mandato d’arresto europeo, ma fino a quando questo non avverrà bisogna rispettare le norme in vigore. E’ antipatico il fatto che la limitazione sia stata introdotta alla vigilia dell’adesione. Il momento era particolarmente sbagliato».

Durissimo invece Milanović: «Così non si parla nemmeno con i nemici. È da vedere se la Croazia abbia commesso un’infrazione. Per quanto riguarda il mandato d’arresto, stiamo parlando di un sistema che, in un settore molto delicato, viene applicato in 10 modi diversi in territorio europeo. E’ una questione di interpretazione e noi riteniamo di interpretare bene le regole. Non possiamo nemmeno parlare di crisi. Siamo di fronte a un’incomprensione». Il premier ha accusato la Reding di faziosità e richiamato la Pusić alla lealtà.

Rigida anche la viceministro della Giustizia Sandra Artuković Kunšt: «Non tuteliamo gli assassini, bensì desideriamo un approccio equo. Desideriamo che a tutti vengano applicate le stesse regole, se possibile».

Il 2 settembre Miljenić ha scritto alla Reding che serviranno dieci mesi per emendare la legge. La commissaria gli ha risposto esprimendo sorpresa e chiedendo una modifica celere e incondizionata, pena le misure di tutela previste dall’articolo 39. Miljenić ha replicato che queste sono applicabili solo in caso di «serie manchevolezze nella realizzazione dell’acquis communitaire», mentre «la Croazia non solo realizza e rispetta le disposizioni sui mandati d’arresto, ma si è anche presa l’obbligo di armonizzare la propria legge sulla collaborazione giudiziaria con gli altri Paesi UE».

«Le modifiche della Lex Perković – ha detto il 10 settembre il presidente del Sabor Josip Leko – rientrano nelle competenze del Governo e personalmente ritengo che sia molto importante fare in modo che tutti i crimini possano essere processati e sottoposti all’attenzione delle corti giudiziarie».

«Cambiare la legge a due giorni dall’accesso all’UE – ha osservato l’11 settembre Viviane Reding – non è solo una grave violazione della legge: è anche una rottura della fiducia che tutti gli altri 27 Stati membri e le istituzioni europee hanno concesso alla Croazia. La legge va corretta immediatamente. In caso contrario i rapporti tra Zagabria e Bruxelles ne risentiranno ancora per lungo tempo. I Paesi devono soddisfare tutti i criteri d’accesso. Solo così la politica d’allargamento sarà credibile e di successo».

In una nuova lettera alla Reding, Miljenić, con il sostegno di Milanović, ha annunciato l’imminente presentazione al Consiglio dei ministri di una bozza di modifica della legge che dal 15 luglio 2014 abrogherebbe il limite temporale del 2002.

Insoddisfatta, il 16 settembre la Commissione ha annunciato l’avvio del procedimento infrattivo. Se la Croazia non adotterà misure tali da giustificarne il riesame, verrà inviato un documento ai singoli Stati membri, che avranno 10 giorni per pronunciarsi. Poi si procederà con le prime sanzioni.

All’ordine del giorno del Sabor, riaperto il 18 settembre, vi sono solo proposte di modifica costituzionale sulla prescrizione per gli omicidi politici, non sulla legge. Milanović ha respinto le accuse contenute in alcune interpellanze rivoltegli.

 

Capolavori istriani: deputato sloveno interroga

Il deputato socialdemocratico sloveno Samo Bevk ha presentato un’interrogazione al suo Governo lamentando che nei tre colloqui fra i premier Bratušek e Letta non si sia discusso dei beni «trafugati» durante il fascismo da chiese e altre ubicazioni oggi slovene. Dal 1991 i due governi non ne avrebbero mai trattato seriamente. Gli unici a parlarne sarebbero stati i presidenti Napolitano e Türk nel gennaio 2012 al Quirinale. Bevk ha chiesto un incontro tematico bilaterale tra esperti e tra rappresentanti governativi.

Sono 24 le opere d’arte contese, perlopiù risalenti al 1450-1550: 15 quadri di Paolo Veneziano, Alvise Vivarini, Vittore e Benedetto Carpaccio, Matteo Ponzone, Giambattista Tiepolo e altri maestri veneti, e 9 sculture di Alessandro Algardi, Tiziano Aspetti e della bottega di Niccolò Roccatagliata. In base alla legge italiana di tutela del patrimonio artistico, nel 1940 vennero spostate da alcune chiese di Capodistria e Pirano in ricoveri segreti friulani e nel 1943 depositate negli scantinati di palazzo Venezia per prevenirne danneggiamenti bellici. Nel 2002 il Ministero dei Beni Culturali le assegnò alla Soprintendenza del Friuli - Venezia Giulia, che le restaurò destinandole alla Galleria di Arte Antica di Trieste. Nel 2005-2006 vennero esposte in una mostra al Museo “Revoltella”. Poi la Soprintendenza le concesse in deposito provvisorio al Comune, che le collocò al Civico Museo “Sartorio”.

Bevk sembra però essersi riferito anche a libri antichi.

Il sottosegretario ai Beni culturali Aleš Črnič ha risposto che è stata recentemente istituita un’apposita commissione interministeriale e che il tema è stato affrontato nel colloquio Letta-Bratušek del giugno scorso a Roma. La Slovenia – ha annunciato – intende appellarsi alla direttiva del ’93 dell’Europarlamento sulla restituzione di beni culturali trafugati. Una direttiva non retroattiva ma che consentirebbe di avviare negoziati anche per il passato.

Nell’aprile 2011 il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ribadì «l’inesistenza di un obbligo giuridico internazionale alla restituzione dei cosiddetti “capolavori istriani” perché si tratta di beni di proprietà italiana e provenienti da territorio italiano» e il divieto europeo di esportazione e uscita definitiva dal territorio nazionale.

 

A Trieste manifestazioni pro TLT e pro Italia

Manifestazioni contrapposte il 15 settembre a Trieste nel 67° anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di pace.

Nel pomeriggio un brioso corteo di persone inneggianti al Territorio Libero di Trieste ha percorso le principali vie del centro con tantissime bandiere rosso-alabardate, magliette siglate TLT e striscioni, scandendo slogan come: «Trieste libera», «Basta magnadora, dall’Italia semo fora» o «Politici italiani da Trieste giù le mani». Che fossero 4.000, come secondo il movimento Trieste Libera, o 3.500, come secondo la Questura, hanno comunque inscenato la più grossa dimostrazione indipendentista della storia cittadina. Erano quasi tutti triestini comuni, anche di madrelingua slovena, cui si sono aggiunti indipendentisti veneti e cittadini sloveni e croati dell’ex Zona B con le bandiere di quei Comuni. In piazza della Borsa i dirigenti di Trieste Libera hanno tenuto un affollato comizio in italiano, sloveno e triestino con qualche parola in inglese e tedesco, precisando anche che il TLT «va da Duino al fiume Quieto». «La nostra – ha detto Roberto Giurastante – è una battaglia per la legalità, una legalità che è stata determinata da trattati internazionali e non può essere cancellata dallo Stato italiano. Oggi è la nostra festa d’indipendenza, ma la battaglia continua. E non verrà decisa nelle aule dei tribunali italiani, bensì in quelle dei tribunali internazionali».

Nella tarda mattinata un «corteo tricolore» si era snodato per le vie cittadine. Promosso dal Comitato Trieste Pro Patria per iniziativa delle associazioni “Novecento” e “Pertan”, della Federazione degli Arditi e del Comitato 10 Febbraio, aveva visto la partecipazione di 250 persone secondo la Questura e di quasi 500 secondo gli organizzatori. «Fratelli, questa manifestazione – aveva esordito il coordinatore Antonio Martelli in largo Don Francesco Bonifacio – non è contro di loro. Anzi, a questi concittadini tendiamo la mano, conosciamo le difficoltà in cui si vive oggi. Non possiamo però sopportare che si vada contro l’Italia e i suoi martiri». In piazza Sant’Antonio era stata deposta una corona d’alloro ai piedi della lapide dei sei caduti del novembre ’53 per Trieste italiana.

 

Vergarolla: un grazie alla presidente Serracchiani

“Il Piccolo” del 9 settembre ha pubblicato nella cronaca di Trieste un articolo dal titolo «Strage di Vergarolla, confutiamo la tesi di Serracchiani», che riferisce di attacchi indirizzati alla presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani durante una conferenza stampa tenuta il 7 settembre a Trieste dalla redazione del sito filo-titoista www.diecifebbraio.info. Nel mirino delle due relatrici sarebbe finito il messaggio della presidente agli organizzatori delle cerimonie polesi in memoria delle vittime della strage di Vergarolla, diffuso da alcune agenzie di stampa, ripreso parzialmente dal “Piccolo” stesso e riportato quasi integralmente su “L’Arena di Pola” di agosto. Una delle due relatrici avrebbe definito le affermazioni della Serracchiani «poco meditate e inappropriate», alla luce di un’«ulteriore documentazione» presente negli archivi britannici. Secondo l’altra relatrice, «gli jugoslavi non avrebbero avuto interesse a terrorizzare la popolazione italiana affinché se ne andasse, quando già la stragrande maggioranza aveva deciso in tal senso». In realtà nel suo messaggio la presidente regionale non aveva scritto la frase attribuitale: «la consultazione delle carte dei National Archives di Kew Gardens, vicino a Londra, che conservano anche i documenti relativi agli avvenimenti dell’immediato dopoguerra in Istria, ha permesso di accertare quello che in molti avevano già capito: era il messaggio chiaro dei servizi segreti di Tito agli italiani di Pola e dell’Istria». Giudicando l’eccidio «uno degli episodi più cupi del secondo dopoguerra, paragonabile a pochi altri in Italia», e deplorando «le modalità subdole e indiscriminate» con cui fu perpetrato, aveva invece espresso pietà per le vittime, condivisione del dolore e vicinanza agli italiani di Pola sia esuli che residenti.

Le due relatrici hanno esortato ad «essere rigorosi nel trattare temi legati all’immediato dopoguerra in queste terre e alla strage di Vergarolla in particolare» e ad «approfondire una vicenda storica sulla quale ancora non si è fatta chiarezza».

Il direttore de “L’Arena di Pola” e segretario del Libero Comune di Pola in Esilio Paolo Radivo ha subito diffuso un comunicato di solidarietà e riconoscenza alla presidente Serracchiani, riassumendo in estrema sintesi i principali elementi noti su una strage che dopo 67 anni attende ancora di essere pienamente sviscerata per rispetto stesso delle vittime e dei loro familiari. Il testo è stato pubblicato su “Il Piccolo” dell’11 settembre nella rubrica “Segnalazioni”.

 

Leggiamo con dispiacere le critiche rivolte alla Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani per il bel messaggio da Lei trasmessoci in vista delle cerimonie polesi a ricordo delle vittime della strage di Vergarolla, e le riconfermiamo gratitudine per la sua attenzione e apprezzamento per le sue significative parole.

La Commissione d’inchiesta alleata accertò che le 28 mine di profondità non sarebbero potute esplodere accidentalmente poiché private del detonatore, che qualcuno reinserì. Pertanto fu una strage premeditata, non una tragedia fortuita.

Fabio Amodeo e Mario Cereghino scoprirono fra i documenti degli archivi inglesi il nome di uno dei probabili attentatori, un agente dei servizi segreti jugoslavi, e lo citarono in Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra. Volume 3. 1946-1951 (Trieste, 2008). Ulteriori particolari vennero forniti da Pietro Spirito su “Il Piccolo” del 9 marzo 2008: «dal 9 settembre 1946, sono attive a Trieste e in tutta la Venezia Giulia 6 squadre di sabotatori dell’OZNA, con l’obiettivo di “promuovere atti terroristici”»; «in ottobre, un gruppo di ex soldati tedeschi (una trentina) è stato incaricato dai titini di organizzare una serie di attentati dinamitardi contro le forze angloamericane di stanza a Trieste».

Ulteriori documenti inglesi richiamati su “L’Arena di Pola” del luglio 2006 riferiscono che, prima di Vergarolla, da parte filo-jugoslava era stata espressa la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione, anche sportiva, filo-italiana. Non a caso una bomba fu rinvenuta a Trieste sotto la tribuna della giuria di una gara internazionale di canottaggio. E le gare natatorie previste per la mattina del 18 agosto 1946 davanti alla sede della società “Pietas Julia” avevano una chiara connotazione patriottica. Vi accorsero centinaia di famiglie italiane italofile, ragion per cui le vittime si contarono solo fra queste.

Testimonianze oculari riportate su “L’Arena di Pola” del luglio 2013 affermano di aver sentito una detonazione subito prima dello scoppio e di aver visto in mattinata un uomo ben vestito stendere un “filo” lungo la pineta, tagliarlo con un coltello e aggiuntarlo in più punti: era un congegno elettrico a distanza. Un altro sconosciuto fu visto arrivare su una barchetta di idrovolante alla banchina del vicino cantiere navale “Lonzar”; disse di venire da Brioni, che era sotto occupazione jugoslava. Dopo l’esplosione il prof. Giuseppe Nider e un maggiore britannico trovarono in una vicina cava tracce di apparati per l’innesco remoto uguali a quelli usati nelle miniere dell’Arsa. L’esule polesano Lino Vivoda avrebbe inoltre scoperto un altro degli attentatori: un agente dell’OZNA-UDBA membro del gruppo operante tra Fasana e Peroi.

E’ vero che già nel luglio 1946 ben 28.058 cittadini presenti a Pola avevano preannunciato l’intenzione di esodare nel caso la città fosse passata alla Jugoslavia. Ma la Conferenza della pace doveva ancora decidere e il 15 agosto all’Arena circa 20.000 filo-italiani erano accorsi alla manifestazione indetta dalla Lega Nazionale unendosi ai cori nel cantare inni patriottici. L’eccidio di Vergarolla rafforzò anche nei più titubanti la convinzione che l’esodo fosse ormai l’unica garanzia di sopravvivenza, oltre che di libertà e di mantenimento della cittadinanza italiana.

Paolo Radivo

Direttore de “L’Arena di Pola”

e segretario del Libero Comune di Pola in Esilio

 

“Il Piccolo” del 12 settembre ha pubblicato una lettera in cui Renzo de’ Vidovich, presidente della delegazione di Trieste dei Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio, contesta le dichiarazioni delle due relatrici rammentando il ruolo svolto dal Battaglione 808 del Controspionaggio dei Carabinieri - CS) nell’individuare uno degli attentatori di Vergarolla e quattro sabotatori dell’OZNA-UDBA, trovati a Trieste in possesso di esplosivo al tritolo il 24 settembre 1946. «Vero è – ha commentato l’esponente degli esuli dalmati – che il Governo italiano del 1946 (che precede la strappo Tito-Stalin del ’48) dove erano presenti ministri comunisti non ritenne allora, pur minuziosamente informato dal CS, di giocare questa carta in sede di trattative per la stipula del Trattato di Pace del ’47, che avrebbe potuto cambiare il destino di Pola e forse anche di altre città della costa istriana».

Lo stesso giorno sempre la rubrica “Segnalazioni” ha pubblicato una lettera dell’esule rovignese Gianclaudio de Angelini fortemente polemica verso l’articolo del giornale.

Il sito www.diecifebbraio.info ha criticato l’articolo del “Piccolo”, smentito di aver rivolto attacchi alla presidente Serracchiani e pubblicato un’analisi che: smonta le responsabilità jugoslave; scredita sia i documenti finora rinvenuti negli archivi britannici sia le testimonianze di Lino Vivoda, Marina Rangan, Claudio Bronzin e Gino Salvador riportate su “L’Arena”; chiama semmai in causa i servizi segreti britannici, statunitensi e italiani; ingigantisce i proclami bellicosi pronunciati nel maggio 1946 da alcuni esponenti del CLN di Pola; insinua addirittura responsabilità degli organizzatori delle gare natatorie, i quali «avevano scelto proprio la spiaggia accanto al cumulo di mine, sia pure disinnescate, per radunare tante persone»; afferma che alla Jugoslavia una strage così abietta non sarebbe convenuta proprio nel momento in cui alla Conferenza della pace di Parigi stava facendo valere le proprie tesi. La conclusione è che a Vergarolla «un centinaio di innocenti furono probabilmente sacrificati alla logica della stabilizzazione di nuovi equilibri internazionali». Insomma: una strage da contestualizzare nella strategia della tensione di allora. Tradotto: jugoslavi innocenti, italiani, inglesi e americani probabilmente colpevoli.

Tali discutibili illazioni confermano una volta di più la necessità di uno studio organico negli archivi britannici, statunitensi, jugoslavi e italiani al fine di trovare ulteriori elementi capaci di far piena luce su mandanti, esecutori e complici dell’abominevole eccidio di 67 anni fa, ponendo fine a sterili e faziose polemiche ideologiche utili solo a chi le fa.

 

«Si rimuova il parco di Cava Cise»

Il presidente della Regione Istriana Valter Flego, affiancato dal vice Miodrag Čerina e dal capo di gabinetto Duško Kišberi, ha partecipato alla seduta della presidenza regionale dell’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti svoltasi a Pisino il 20 agosto in previsione del 70° anniversario del Ricongiungimento dell’Istria, di Fiume, di Zara e delle isole alla Madrepatria Croazia, festività nazionale fissata da una legge del 2005 ogni 25 settembre. Flego ha garantito che la Regione salderà le spese per la stampa del libro collettaneo Istra u Titovo doba (L’Istria al tempo di Tito), edito dall’Associazione stessa e da presentare il 24 settembre a Pisino.

Tomislav Ravnić, presidente regionale dell’associazione, ha chiesto di rimuovere il parco della rimembranza di Cava Cise (vedi p. 16) poiché dedicato ai «fascisti della guarnigione di Montona morti in varie battaglie in Istria», mentre lì furono uccisi «solo 4 fascisti, poi esumati», di modo che il monumento non avrebbe attinenza con quel sito. Ravnić ha comunque convenuto che le tensioni fra Italia e Croazia sono diminuite dopo l’incontro fra i presidenti Josipović e Napolitano. Ravnić e altri membri della presidenza hanno inoltre segnalato «negligenze protocollari» durante le cerimonie polesi per le vittime di Vergarolla, «quando le attuali autorità democratiche elette di Pola hanno ricevuto una rappresentanza dell’LCPE».

E’ stato inoltre proposto che in tutte le Città, i Comuni e le scuole dell’Istria si tenga un’ora di storia o un altro programma analogo sul 70° anniversario dell’annessione e che alla cerimonia nel teatro di Pisino vi siano foto di Tito e si cantino canzoni partigiane, perché senza Tito l’Istria non sarebbe mai diventata croata.

 

Festa dell’annessione del Litorale: toni morbidi

Circa 10.000 sloveni hanno partecipato sabato 14 settembre nella piccola località carsica di Lipizza, presso il confine italiano, alla manifestazione Litorale per sempre nell’ambito della Festa del ritorno del Litorale alla Madrepatria. Tale ricorrenza nazionale fu istituita nel 2005 per celebrare l’annessione delle fasce orientali delle province di Gorizia e Trieste e dello spicchio più settentrionale della provincia di Pola (Erpelle-Cosina, Castelnuovo e Matteria) alla Repubblica Federativa Popolare (dal 1963 Socialista) di Jugoslavia sotto la Repubblica Popolare (dal 1963 Socialista) di Slovenia, avvenuta il 15-16 settembre 1947 ai sensi del Trattato di pace.

Finora la solennità era stata festeggiata nel Capodistriano, che tuttavia 66 anni fa venne assegnato al Territorio Libero di Trieste (Zona B), il 26 ottobre 1954 passò all’amministrazione civile sloveno-jugoslava in virtù del Memorandum di Londra e appena nell’aprile 1977, con l’entrata in vigore del Trattato di Osimo, fu annesso alla Jugoslavia. Tale discutibile estensione geografica denota la valenza che la festa assunse fin dall’inizio: una ripicca nazionalista e filo-titoista contro il Giorno del Ricordo, istituito in Italia nel 2004 e ufficialmente celebrato dal 2005 ogni 10 febbraio.

Quest’anno però le cerimonie ufficiali della Festa del ritorno del Litorale sloveno alla Madrepatria si sono svolte in una località pertinente, che fu cioè davvero annessa in applicazione del Trattato di pace, dato che fino al 15 settembre 1947 era appartenuta al Comune di Trieste e, dal giugno 1945, alla Zona A della Venezia Giulia. Hanno presenziato il presidente della Repubblica Borut Pahor, la premier Alenka Bratušek, il ministro per gli sloveni nel mondo Tina Komel e il ministro per l’istruzione, la cultura e lo sport Jernej Pikalo. Non sono mancate le bandiere sloveno-jugoslave rosso-stellate e altri vessilli rossi con stelle gialle di formazioni militari partigiane. Ma i toni sono apparsi più morbidi e privi di spunti acrimoniosi verso l’Italia. Il sindaco di Sesana Davorin Terčon ha auspicato che anche in futuro il Litorale sloveno possa essere un simbolo di integrazione e non di divisione. Già lo scorso anno l’allora presidente della Repubblica Danilo Türk a Capodistria, in assenza del premier Janez Janša, aveva pronunciato un intervento conciliante verso l’Italia e la minoranza italiana.

 

Monumento  inaugurato in Slovenia a pochi chilometri dall’Italia

Sabato 7 settembre è stato celebrato a Okroglica (Stanzia Bartolomei), villaggio sloveno a Est di Gorizia in comune di Sambasso (Šempas), il 60° anniversario del raduno “oceanico” durante il quale Tito tenne un lungo comizio irredentista. Per l’occasione è stato inaugurato un composito monumento in cemento che ricorda i principali eventi storici della valle del Vipacco e in primo luogo appunto quello del 6 settembre 1953. Vi si trovano impressi una stella e il volto di Tito (nella foto), mentre delle piastre bianche riportano in caratteri rossi alcuni dei passi meno aggressivi del famoso discorso.

Il presidente del Parlamento sloveno Janko Veber ha definito quella di 60 anni fa «una risposta spontanea del popolo al problema della questione di Trieste», quando invece fu una manifestazione di regime paragonabile alle adunate di piazza Venezia. Il sindaco di Renče-Vogrsko (Ranziano-Voghersca) Aleš Bucik ha aggiunto che a quel tempo era giusto battersi per la propria terra e che oggi in Europa si devono difendere i presidi dell’identità slovena.

La cerimonia è stata più che altro un’allegra festa folcloristica con una fantasiosa coreografia basata su bandiere jugoslave, jugo-slovene e rosse, ma anche italiane della Brigata d’assalto “Garibaldi” e dell’ANPI, bandierine di carta sia jugoslave sia slovene rosso-stellate con la sigla OF (Osvobodilna Fronta) e il simbolo del monte Tricorno, veicoli bianco-blu della Milica tirati a lucido con figuranti in divisa da “milizionieri”, cartelli bianchi con scritte rosse inneggianti a Tito, bustine partigiane, magliette bianche con le scritte rosse «Morte al fascismo – Libertà ai popoli» e «Qui siamo a casa!», nonché magliette rosse con lunghe scritte bianche. Un coro ha allietato l’adunanza e qualcuno ha anche suonato la fisarmonica.

Il 6 settembre 1953 Tito, da pochi mesi sia presidente della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia che primo ministro, elencò le colpe – reali o presunte – dell’Italia verso la minoranza slovena e croata fra le due guerre e i crimini commessi durante l’occupazione di parte della Jugoslavia fra l’aprile 1941 e il settembre 1943. Queste le cifre iperboliche: 67.230 sloveni rinchiusi in campi di concentramento in Italia, di cui 11.606 morti; 228 persone uccise, 700 case distrutte o incendiate, con i relativi raccolti e il bestiame, durante i rastrellamenti del 1942 nella regione della Biokova; 437.956 persone uccise dall’esercito italiano in territorio (ex) jugoslavo; 84.512 inviate ai lavori forzati; 109.437 nei campi di concentramento; 122.430 deportate; 142.555 case distrutte; danni per 9.850 milioni di dollari. Il maresciallo precisò di non voler annettere la Zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia, visto che la controllava già. «Si è parlato – rammentò – anche di una spartizione, dando la Zona A all’Italia e la Zona B alla Jugoslavia». Per ragioni di tattica negoziale respinse tale ipotesi, su cui si accomoderà un anno dopo limitandosi a pretendere rettifiche territoriali e contropartite varie. «Noi – aggiunse – non riconosciamo la dichiarazione Tripartita. […] Il principio etnico è un modo impossibile per risolvere il problema. L’unico modo di risolverlo è quello di fare di Trieste una città internazionale e di annettere il retroterra alla Jugoslavia». Il TLT dunque avrebbe dovuto venir ristretto alla sola Trieste, sotto il controllo dell’ONU, circondata dalla Jugoslavia.

Se toni e tesi furono più morbidi che in passato, ciò dipese anche delle pressioni statunitensi, britanniche e francesi volte a placare un clima surriscaldatosi dal 25 agosto 1953, quando giunse notizia che il 16 o 17 settembre l’esercito jugoslavo avrebbe iniziato delle manovre che, per verificare la vulnerabilità del passo di Lubiana, avrebbero ripetuto la «marcia dei partigiani su Trieste». Il 6 settembre si sarebbero radunati mediante 72 treni speciali 250.000 ex partigiani presso la soglia di Gorizia. A questi si sarebbero aggiunti sloveni residenti in Italia. Il 26 agosto la “Borba” scrisse che «Trieste e l’intero Territorio Libero di Trieste sono stati e rimangono geograficamente, etnicamente, economicamente jugoslavi». Il 28 agosto l’agenzia di stampa Jugopress scrisse in una nota che «l’atteggiamento negativo dell’Italia», rilevato nel discorso del nuovo presidente del Consiglio Pella, aveva «completamente convinto parecchie personalità belgradesi della necessità di riprendere seriamente in esame l’atteggiamento jugoslavo di fronte al problema triestino», a fronte del «processo di fredda annessione di Trieste operata dall’Italia». L’americana United Press ne dedusse che «la Jugoslavia ha perso la pazienza con l’Italia per quanto concerne la questione di Trieste» e «sta pensando di annettersi la Zona B, in risposta alla “fredda annessione” della Zona A da parte dell’Italia».

A scopo dimostrativo e dissuasivo il Governo Pella spostò di pochi chilometri truppe verso il confine terrestre, concentrando a Venezia unità navali e annunciando agli alleati della NATO che queste, in caso di annessione jugoslava della Zona B, avrebbero occupato la Zona A, a meno che gli anglo-americani non avessero opposto resistenza. La Jugoslavia protestò e dal 1° settembre mosse propri contingenti militari verso il confine italiano. Washington, Londra e Parigi cercarono di convincerla a non annettersi la Zona B e ad evitare che il 6 settembre avvenissero incidenti di frontiera, premendo al contempo su Roma affinché ritirasse le truppe. La tensione crebbe fino a quando il discorso di Tito non la fece scemare. Quel giorno il dittatore inscenò una spettacolare prova di forza calcolata anti-italiana, volta ad acquisire punti in campo negoziale sulla “questione di Trieste”.

 

La Croazia celebra la Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari

Il 23 agosto si è celebrata in Croazia la Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, istituita dal Parlamento Europeo nel 2009 con la risoluzione «sulla coscienza europea e il totalitarismo».

In vista delle cerimonie il presidente del Sabor (il Parlamento) Josip Leko ha rilevato come tale festività sia stata aggiunta lo scorso anno al calendario delle ricorrenze croate «in segno di rispetto delle vittime del nazismo, del fascismo e del comunismo». «I crimini e le terribili conseguenze che queste tre ideologie totalitarie del XX secolo hanno lasciato dietro di sé – ha sostenuto – ci invitano ad assumere un atteggiamento responsabile, dignitoso ed equo nei confronti di tutte le vittime dei citati regimi antidemocratici e antiliberali. Ciò significa che bisogna appurare e chiarire tutti i fatti storici in modo da evitare, in futuro, ogni possibile manipolazione sulle vittime. La Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari non deve essere strumentalizzata a fini ideologici, e soprattutto non deve essere utilizzata per scopi legati all’attualità politica. Commemorando le vittime dei regimi totalitari e autoritari condanniamo tutti i crimini contro l’umanità, promuoviamo i valori democratici delle pari opportunità, del rispetto reciproco, della comprensione e dei diritti umani».

Il presidente della Repubblica Ivo Josipović ha pubblicato una dichiarazione sul suo profilo Facebook. «Dobbiamo omaggiare – ha scritto – tutte le vittime dei totalitarismi, delle guerre e dell’odio affinché dalle loro tombe non germogli il seme del male. Ahmići [in Bosnia-Erzegovina, dove nel 1993 i croato-bosniaci massacrarono 120 bosgnacchi], Bleiburg [nella Carinzia sud-orientale, dove nel maggio 1945 i titini massacrarono decine di migliaia di jugoslavi anticomunisti consegnati loro dai britannici], Jadovno [campo di concentramento e sterminio ustascia di serbi, ebrei e prigionieri politici], Jasenovac [idem], Kampor [Campora, sull’isola di Arbe, campo di concentramento fascista per sloveni filo-partigiani ed ebrei sottratti allo sterminio fra il giugno 1942 e il settembre 1943], Križančevo Selo [in Bosnia-Erzegovina, dove nel 1993 decine di croato-bosniaci furono uccisi dalle milizie bosgnacche], Ovčara [in Slavonia orientale, dove nel 1991 miliziani serbi uccisero 264 croati], Paulin Dvor [in Slavonia orientale, dove nel 1991 soldati croati uccisero 18 serbi e un ungherese], Sarajevo, Sijekovac [Bosnia-Erzegovina, dove nel 1992 miliziani croato-bosniaci e bosgnacchi uccisero 47 serbi], Srebrenica, Tezno [luogo di massacri titini in Slovenia]... In questa terribile e fin troppo lunga lista del dolore e al cospetto di decine di monumenti mi sono recato per omaggiare le vittime della guerra, dei totalitarismi e dell’odio. Sono profondamente convinto che dalle loro tombe non debba più germogliare il seme del male».

Per Josipović, se il passato non si può cambiare, deve valere da lezione per il futuro. Scopo della Giornata è rendere omaggio alle vittime non solo dei totalitarismi, ma anche dei conflitti armati. «Alla radice delle guerre e dei comportamenti disumani compiuti nel corso dei conflitti – ha affermato – spesso si trovano proprio i totalitarismi e il disprezzo nei confronti delle persone e della vita. Siamo coscienti del fatto che non vi possa essere vero perdono e sincera pacificazione senza il rispetto e la compassione condivisa verso tutte le vittime innocenti». Secondo il presidente croato, condannare i regimi totalitari e autoritari, studiare i motivi che hanno fomentato la loro ascesa, difendere la pace, la democrazia e i diritti umani significa assumere un atteggiamento responsabile per il futuro. «Il secolo scorso – ha aggiunto – l’Europa ha avuto troppe lezioni di storia che non devono più ripetersi. Per tale motivo, mantenendo viva la memoria delle vittime dei regimi totalitari e di tutte le guerre, noi costruiamo un’Europa fondata sulla pace, sul pluralismo, sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani».

Politici e commentatori di centro-destra hanno rilevato come nel messaggio di Josipović manchi un’esplicita condanna del comunismo in generale e del titoismo in particolare, mentre in quello di Leko tale condanna risulti assai annacquata.

Una commemorazione ufficiale ha avuto luogo il 23 agosto all’imboccatura della fossa di Jezovka, sui monti a Ovest di Zagabria presso il confine sloveno, dove nel 1943 i partigiani titoisti infoibarono 250 ustascia (militi dei corpi politicizzati dell’esercito dello Stato Indipendente di Croazia) e dove nel maggio 1945, a guerra appena finita, gettarono i cadaveri di altri ustascia, domobrani (soldati di leva) e civili non comunisti giustiziati senza processo. Alla cerimonia hanno preso parte fra gli altri il presidente del Sabor Josip Leko, il ministro dei Difensori Predrag Matić (anche quale presidente della Commissione per la ricerca, la sistemazione e la manutenzione dei cimiteri militari, dei cimiteri delle vittime della Seconda guerra mondiale e dei cimiteri del dopoguerra), il comandante della Fanteria croata gen. Dragutin Repinc e l’ambasciatore d’Italia Emanuela D’Alessandro.

«La Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari e autoritari – ha esordito Leko nella sua allocuzione – rappresenta un’occasione per rammentare la storia e per sviluppare i valori promossi in modo spontaneo dalla democrazia. Uno stimolo a difendere questi valori e la memoria delle vittime dei regimi autoritari e totalitari». Leko ha aggiunto che la lotta per l’affermazione dei valori democratici non è mai da ritenersi conclusa e che sarebbe auspicabile individuare un luogo simbolo dove rendere omaggio a tutte le vittime di tutti i regimi totalitari.

Matić ha affermato che luoghi come la fossa (ma potremmo anche chiamarla “foiba”) di Jazovka o l’ex campo di concentramento ustascia di Jadavno (nella Lika) sono simboli della divisione che ha lacerato la Croazia per anni. Il ministro ha inoltre osservato che è compito della Procura di Stato e della polizia perseguire autori e mandanti dei crimini commessi in tali siti.

Rappresentanti dell’HDZ, il principale partito di centro-destra ora all’opposizione, hanno deposto corone di fiori a Jasenovac, sull’Isola Calva, sulla vicina isola di San Gregorio (luogo di detenzione titino per ufficiali delle forze armate e della polizia italiani nell’immediato dopoguerra e poi per cominformisti) e, a Fiume, ai piedi delle croci centrali nei cimiteri di Cosala, Tersatto e Drenova. Il partito ha chiesto alla maggioranza di centro-sinistra di ripristinare il patrocinio del Sabor alle tradizionali celebrazioni di Bleiburg. «In Croazia – ha affermato l’esponente Tomislav Đonlić – la pacificazione è possibile solo se si tiene conto della verità storica. Solo in questo modo è possibile superare le divisioni».

A Leskovec Toplički, nella Croazia settentrionale, l’Associazione per la segnalazione delle sepolture delle vittime della guerra e del dopoguerra ha tenuto una cerimonia presso la croce che nel locale cimitero ricorda alcune persone uccise dai partigiani nel maggio 1945, tra cui il parroco.

Il Partito Croato dei Diritti (HSP), formazione di estrema destra nostalgica del regime ustascia, nell’ottica della Giornata europea ha invitato a dichiarare fuorilegge i simboli del regime comunista e a processarne i crimini, tanto più che il 30 giugno 2006 il Sabor ha condiviso la Dichiarazione di condanna dei crimini comunisti proclamata dal Consiglio d’Europa il 25 gennaio precedente.

A Zagabria poi l’iniziativa civica Krug za trg (Circolo per la piazza) ha chiesto di nuovo che, in base alle risoluzioni del Parlamento Europeo contro i regimi totalitari, la piazza intitolata al maresciallo Tito torni a chiamarsi “del Teatro”.

Nella “rossa” Fiume l’ex deputato del Partito Popolare Croato (HNS) Miljenko Dorić ha presentato una petizione alla Commissione cittadina per le autonomie locali chiedendo che la piazza di Sussak dedicata a Tito nel 1946 si chiami nuovamente Bano Jelačić. «Josip Broz Tito – ha detto – è stato il leader di un regime antidemocratico, che ha fatto numerose vittime e dunque il suo nome non merita di comparire nella toponomastica fiumana. Non intendo in questo modo equiparare comunismo e nazifascismo, né intendo negare i valori dell’antifascismo, ma è pur vero che dal 1945 in poi nell’ex Jugoslavia si commisero numerosi crimini, con vittime coloro che non accettavano il sistema. Tito era al vertice di quel regime». Se la Commissione si pronunciasse favorevolmente (cosa assai improbabile), la decisione finale competerebbe al Consiglio cittadino. Intanto il sindaco socialdemocratico (ex comunista) Vojko Obersnel ha già bocciato l’idea. «Tito – ha sostenuto – non è stato mica perfetto, ma di questo devono occuparsi gli storici. Nessuno può però mettere in dubbio che abbia avuto dei meriti eccezionali e grazie ai quali Fiume, l’Istria e altre aree dell’attuale Croazia non fanno parte dell’Italia. Josip Broz non può essere equiparato a dittatori come Stalin e Hitler». Contro tale proposta si sono espressi anche il vice-sindaco nonché presidente della sezione fiumana dell’HNS Miroslav Matešić, che Dorić non aveva interpellato preventivamente, e la presidente della Commissione per le autonomie locali Ljiljiana Cvjetović, del Partito Croato dei Pensionati (HSU).

Nell’omelia pronunciata domenica 8 settembre per la festività della Madonna Piccola, l’arcivescovo di Spalato e Macarsca Marin Barišić ha chiesto che venga stilata una lista di tutte le vittime dei regimi totalitari e dei collaboratori dell’UDBA.

 

«Stragi comuniste volte a conquistare il potere»

La Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari e autoritari è stata festeggiata anche in Slovenia. In prima fila la Chiesa cattolica. Il 23 agosto nella cattedrale di Lubiana il nunzio apostolico Juliusz Janusz ha celebrato una messa affermando che la ricorrenza serve a manifestare la contrarietà degli uomini di buona volontà a tutte le forme di violenza e a sostenere la dignità dell’uomo e il suo impegno per la riconciliazione.

In concomitanza, domenica 25 agosto a Rovte, tra Idria e Lubiana, una folla si è radunata per celebrare il 70° anniversario di fondazione della Guardia territoriale slovena, lo Slovensko domobranstvo. Istituita il 24 settembre 1943 a Lubiana, equipaggiata con le armi tolte ai soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e addestrata dalle SS quale milizia ausiliaria anticomunista prevalentemente volontaria, si ingrossò progressivamente arrivando a contare fino a 13.000 effettivi. Ebbe compiti paramilitari e di polizia. Se all’inizio operò rastrellamenti e rappresaglie anti-partigiane solo al seguito dei nazisti, con il tempo riuscì ad acquisire maggiore autonomia. Era comandata dall’ex generale jugoslavo Leon Rupnik. Ingaggiò duri scontri con i partigiani comunisti, per i quali divenne il nemico principale, tacciato di collaborazionismo nazista. Alla fine di maggio del 1945 molti domobranci e loro familiari, ritiratisi in Carinzia, furono consegnati dai britannici ai titini e da questi sterminati in varie località e occultati in foibe, cavità, miniere, fosse comuni e cave. Le più note sono quelle di Kočevski Rog. Altri miliziani e civili anticomunisti rimasti sul territorio jugoslavo furono eliminati in località come Trbovlje, Laško e Tezno.

A Rovte la messa in duomo avrebbe dovuto essere celebrata dal vicario militare Jože Plut, che però in seguito a pressioni ha rinunciato all’ultimo momento adducendo tanto improrogabili quanto improbabili impegni. A celebrare la funzione religiosa è stato così il cappellano militare Milan Pregelj, che ha poi presenziato in uniforme militare alle allocuzioni tenute nella piazza della località davanti a un folto pubblico accorso malgrado la pioggia.

L’oratore principale, il presidente del Partito democratico sloveno (centro-destra) ed ex primo ministro Janez Janša, ha tenuto un discorso di fuoco accusando i comunisti di aver provocato «la guerra civile della Seconda guerra mondiale» e di aver compiuto stragi per conquistare il potere, al quale non sarebbero mai giunti tramite libere elezioni. «Comunismo e nazionalsocialismo – ha detto – sono i due grandi mali del XX secolo, che si sono imitati vicendevolmente commettendo atrocità e genocidi». Janša ha inoltre accusato di complicità i comunisti sloveni durante l’ambigua alleanza fra Hitler e Stalin dal 23 agosto 1939 al 21 giugno 1941. «Quanti – ha esclamato – già due anni prima dell’occupazione hanno collaborato sia con Stalin sia con Hitler non hanno alcun diritto morale di accusare gli altri di collaborazionismo. Hanno iniziato in contemporanea con il nemico l’eliminazione dei loro avversari politici reali e presunti, hanno causato un terrore tale che per molti patrioti sloveni l’invasore rappresentava il male minore. Migliaia di sloveni, inizialmente nelle file partigiane, si sono ribellati a questo terrore schierandosi in seguito con gli anticomunisti».

Secondo Janša la resistenza ad ogni male era e resta un atto legittimo. Occorre perciò rispettare tutti coloro che hanno combattuto contro il fascismo, il nazismo e il comunismo, i quali meritano una tomba appropriata e il rispetto degli sloveni di oggi. Tale equiparazione costituisce la base permanente per la riconciliazione nazionale. Janša ha inoltre affermato che nel 1991 il principale avversario dell’indipendenza slovena non fu l’esercito jugoslavo, bensì i vertici comunisti sloveni, che accettarono l’indipendenza solo in cambio del mantenimento del potere, conservato poi anche nel nuovo contesto democratico mediante il controllo dei gangli vitali dello Stato e dell’informazione prima ancora che per via elettorale.

Era la prima volta che un politico sloveno interveniva a cerimonie del genere. Tale novità, che ha accresciuto la valenza mediatica del raduno di Rovte, e l’esplicito richiamo di Janša ai crimini comunisti hanno naturalmente scatenato aspre polemiche. In concomitanza un gruppo di jugo-nostalgici ha infatti inscenato presso il monumento ai caduti della Resistenza lungo la strada di accesso alla località una contro-manifestazione con tanto di bandiere jugo-slovene e berretti partigiani con la stella rossa. Il giorno seguente il ministro della Difesa Roman Jakič ha chiamato a rapporto il capo di stato maggiore dell’esercito per la presenza alla cerimonia del cappellano militare in divisa Milan Pregelj. In risposta il Partito democratico sloveno ha presentato una mozione di sfiducia verso il ministro accusandolo di mobbing. L’esercito ha reso noto che Pregelj non aveva l’autorizzazione a rappresentarlo.

La sinistra slovena, perlopiù di estrazione comunista o comunque egemonizzata da quella matrice, ha criticato la cerimonia. Tali battibecchi si inseriscono in un crescendo di tensione tra filo-partigiani e anti-partigiani innescato dalla decisione dell’allora premier Janša di non invitare le bandiere con le stelle rosse alle cerimonie ufficiali per l’indipendenza nel giugno 2012 e di non partecipare il 15 settembre successivo ai festeggiamenti per l’annessione del “Litorale” alla Slovenia. I dirigenti della sinistra avevano risposto il 27 aprile scorso intonando canti partigiani durante un concerto per la Giornata della Resistenza. In Slovenia dunque la guerra civile non è ancora finita.

Il presidente della Repubblica Borut Pahor, anch’egli ex comunista ma ora teso a svolgere un ruolo super partes a fini conciliatori, si è limitato ad osservare che al paese serve un dialogo costruttivo sulle vicende del passato.

 

Cancellare via Tito! Anzi no

A Parma esistono una via e un largo dedicati a «Josip Broz Tito – 1892-1980 – Capo di Stato». Nella scorsa primavera la Commissione Toponomastica del Comune aveva deciso di cambiare nome e chiesto agli uffici di inviare una lettera ai residenti per informarli. Ma… c’è la crisi, bisogna garantire i servizi ai cittadini rispettando il Patto di stabilità e la Giunta “a 5 Stelle” è attenta alle spese superflue. Così in settembre la Commissione ha fatto dietrofront: sostituire il nome dei due odonimi sarebbe «assai oneroso a livello economico per i residenti». L’assessore alla Cultura Laura Maria Ferraris «ha ritenuto di soprassedere per il momento, mantenendo quindi temporaneamente la denominazione attuale, pur sottolineando la necessità di provvedere, in tempi meno critici per i bilanci famigliari, alla risoluzione di un’intitolazione della toponomastica attuale ritenuta comunque inopportuna».

 

Un monumento da completare con i nomi e le età delle Vittime

In occasione delle cerimonie del 18 agosto, il sindaco/presidente del Libero Comune di Pola in Esilio Tullio Canevari ha consegnato al vice-sindaco della Città di Pola e presidente della Comunità degli Italiani Fabrizio Radin la sua proposta per il completamento del cippo alle Vittime di Vergarolla eretto nel 1997 presso l’omonimo parco accanto al duomo dalla Città di Pola su iniziativa dell’LCPE e del Circolo di cultura istroveneta “Istria”. Attualmente il masso riporta le semplici scritte: «VERGAROLA – 18.08.1946 13’ – GRAD PULA – CITTA’ DI POLA». Oltre a qualsiasi spiegazione dell’oggetto da commemorare manca dunque l’elenco delle 64 vittime identificate con le rispettive età. Andrebbe inoltre corretta l’ora dell’esplosione, ossia le 14.10 circa invece delle 13.

Il 24 gennaio scorso l’Assemblea della CI di Pola aveva approvato la proposta avanzata dal presidente Fabrizio Radin di chiedere in via ufficiale al Consiglio delle Minoranze della Città di far scolpire sul cippo o comunque nel giardino circostante i nomi delle 64 Vittime identificate, come ventilato dall’LCPE il 2 novembre 2012 durante le cerimonie per i Defunti. Successivamente il gen. Silvio Mazzaroli, a nome dell’LCPE, aveva presentato a Radin due possibili soluzioni elaborate dall’arch. Ennio Cervi, progettista del monumento che in piazzale Rosmini a Trieste ricorda l’encomiabile opera del dottor Geppino Micheletti. Fabrizio Radin si era interessato personalmente della questione, appurando che la legge croata sulla tutela dei beni archeologici, entrata in vigore dopo il 1997, stabilisce il blocco di qualsiasi lavoro di scavo nel caso si rinvengano manufatti di interesse archeologico. Entrambi i progetti dell’arch. Cervi prevedevano un minimo di scavo per il posizionamento delle lapidi integrative e dunque rischiavano di portare alla luce i resti della sottostante basilica paleocristiano-romanica di San Tommaso, risalente alla fine del IV secolo e demolita nel XVII dopo aver svolto la funzione di chiesa cattedrale nella prima metà del XV durante la ricostruzione dell’odierno duomo.

Pertanto si è reso necessario pensare a soluzioni alternative. Da ciò il progetto formulato dall’arch. Tullio Canevari (nel frattempo divenuto sindaco dell’LCPE), che non necessita di fondazioni e scavi, in quanto i due blocchi in pietra d’Istria da affiancare ai due lati del cippo e sui quali incidere nomi ed età delle Vittime verrebbero appoggiati su un letto di sabbia a soli 10 centimetri di profondità, senza interferire con i resti della chiesa. L’ingombro e l’impatto visivo sarebbero minimi, come pure la spesa per la realizzazione e la messa in opera.

Pubblichiamo di seguito la lettera accompagnatoria consegnata da Canevari a Radin insieme ai bozzetti. Naturalmente poi la decisione finale spetterà alle autorità cittadine polesi, con le quali l’LCPE auspica di poter interloquire.

 

Progetto per il completamento del Monumento alle Vittime di Vergarolla

Al Vice Sindaco di Pola

e Presidente della Comunità degli Italiani di Pola

prof. Fabrizio Radin

II cippo in pietra d’Istria che, nell’area verde fiancheggiante il Duomo di Pola, ricorda il tragico scoppio occorso a Vergarolla il 18 agosto 1944, rappresenta fin dal 1997 un preciso punto di riferimento per noi che da allora, da soli o collettivamente, facciamo ritorno alla nostra città.

Ad esso rivolgiamo un omaggio, nel ricordo delle vittime innocenti di quel tragico evento, animati esclusivamente da umana pietà.

Proprio per questo motivo siamo pervasi da profondo rammarico ogniqualvolta ci troviamo al cospetto di quella pietra, per noi così piena di significato, ma muta per il visitatore ignaro dei fatti, perché non dice nulla dell’immane lutto che colpì la città e, in particolare, non ricorda le vittime di cui si è inteso serbare memoria.

Perciò, nel clima di ritrovata armonia con la popolazione di Pola, incoraggiati dalla recente intitolazione del sito che accoglie il monumento a “Parco delle Vittime di Vergarolla” e confortati dal voto del 24 gennaio 2013, con cui l’Assemblea della Comunità Italiana di Pola, da Lei guidata, ha deciso di inserire nei propri orientamenti programmatici un progetto per il completamento del monumento, animati dal desiderio di fare quanto è nelle nostre possibilità affinché la nostra Associazione possa collaborare sempre più strettamente con l’Amministrazione comunale di Pola, ci siamo fatti carico di predisporre un progetto, frutto della collaborazione e dell’integrazione degli architetti Ennio Cervi e Tullio Canevari, pronti a contribuire, anche economicamente, alla sua realizzazione.

La proposta che sottoponiamo alla Sua attenzione consiste nell’affiancare al cippo esistente due blocchi, anch’essi in pietra d’Istria, leggermente inclinati così da favorire la lettura, riportanti i nomi e l’età  delle vittime, i quali si accordano anche esteticamente, per contrasto, con l’inclinazione, opposta, del cippo centrale. Essi, dato il loro peso, possono essere posti direttamente sul terreno, senza bisogno di fondazioni e quindi di scavo, su un semplice letto di sabbia, a 10 centimetri sotto il livello del terreno, in modo da non interferire con l’attuale normativa vigente in Croazia.

Le attuali scritte sul cippo dovrebbero essere integrate con le parole «Alle Vittime Innocenti», che possono essere incise senza rimuovere il cippo, oppure realizzate con lettere in bronzo applicate.

Nella certezza di poter trovare riscontro nella Sua sensibilità, così come in quella della popolazione di Pola e della sua Amministrazione, Le rivolgiamo i sensi della nostra stima e riconoscenza.

Il Presidente

dell’Associazione “Libero Comune di Pola in Esilio”

dott. arch. Tullio Canevari

Anche il neo-socio dell’LCPE Roberto Hapacher Barissa, residente a Pola, ha voluto avanzare una sua proposta, comprendente due lunghe steli retrostanti i rispettivi lati del cippo e riportanti una croce, i nomi, le età delle vittime e alcune scritte commemorative. Anche in tal caso però, come in quello dell’arch. Cervi, il rischio è che le fondamenta necessarie per posizionare le steli siano troppo profonde e dunque finiscano per intaccare le strutture archeologiche sottostanti.

Vergarolla: tornano a galla vecchie tesi dure a morire

“Il Piccolo” del 25 agosto scorso ha pubblicato come “Lettera del giorno” nella rubrica “Segnalazioni” dell’edizione triestina la missiva dell’ex soldato inglese Larry Southgate, titolandola Vergarolla e l’esodo: le colpe di Tito e quelle di Roma. Le labili argomentazioni dell’anziano ex militare, che all’epoca della strage di Vergarolla era operativo a Pola, hanno suscitato la replica di numerosi lettori, ma solo due di queste sono state pubblicate. Di seguito proponiamo tutte quelle di cui abbiamo avuto notizia.

 

Vergarolla e l’esodo: le colpe di Tito e quelle di Roma

Faccio riferimento ad un articolo apparso nel sito-web di questa settimana in merito alla strage di Pola 67 anni fa. Noto con rammarico le parole usate in quell’articolo dove ancora oggi si dà la responsabilità dell’accaduto alle forze di Tito. Io ero di stanza a Pola con il mio reggimento militare, il secondo battaglione del reggimento di Monmouthshire, Galles. Noi eravamo stanziati nella caserma Monumentale di Pola quel brutto giorno. Eravamo responsabili per le munizioni belliche che erano state stoccate nelle gallerie di Vallelunga. Le mine marittime furono collocate sulle spiagge di Vergarolla in un posto considerato abbastanza lontano dalla parte delle spiagge normalmente frequentate dai polesani, circondate da filo spinato e con cartelli di avvertimento di pericolo in ambedue le lingue del distretto, serbo-croato e italiano. Ma che siano state fatte esplodere dagli uomini delle forze di Tito è una tesi che forza l’immaginazione un po’ troppo ancora oggi. A cosa serviva? E come potevano sapere che le spiagge sarebbero state affollate da bagnanti quel giorno? C’erano le truppe americane poco lontano a Fiume (oggi Rijeka) e gli inglesi nella città e nel porto di Pola. Se gli uomini di Tito volevano sabotare qualcosa, credo che avrebbero cercato di far esplodere le munizioni di Vallelunga, che avrebbero fatto saltare la metà della città e del porto di Pola.

A quell’epoca facevo la corte ad una bella donna di Pola e avevo anche qualche amico italiano in città e nella caserma, e mi fu detto che si erano stati avvistati due o tre ragazzi della città vicino a dove erano state stoccate le mine. Anzi, ho inteso anche delle voci che giravano dopo che questi ragazzi erano stati visti dentro il recinto dove c’erano le mine con le quali pareva giocassero. Naturalmente, dopo l’esplosione non si sono mai più visti. Ma che oggi, a 67 anni dalla strage, la vecchia animosità tra i serbo-croati e gli italiani del Friuli Venezia Giulia sia così viva ancora, mi sorprende, specialmente oggi che le nazioni dell’Europa vantano della famosa Unione. Sono anche ben conscio del fatto che Tito voleva tutta l’Istria, fatto dimostrato dall’espulsione degli istriani poco tempo dopo la strage. Come ho detto, facevo la corte ad una polesana, che, assieme a sua madre e suo fratello, fu anche lei evacuata e trasferita nella zona del Governo militare alleato. E qui nasceva un’altra tragedia. Nel momento della loro grande disgrazia, disperati e con grande bisogno di aiuto, cosa ha fatto il Governo italiano? Se ne è lavato le mani dicendo che era responsabilità del Governo militare badare ai fabbisogni dei profughi. La mia donna e la sua famiglia furono alloggiati nelle caserme di Ronchi dei Legionari. Io, intanto, ero stato via da Trieste per un anno, poi ero riuscito a ritornare per ragioni compassionevoli. Così potevo visitarli quasi ogni fine settimana e posso dire che non ho mai visto un alloggio più disgraziato in vita mai. Ma in quei giorni, il governo italiano che voleva essere riconosciuto come un grande alleato (quando serviva!) non pensava a badare ai suoi cittadini.

Cosi, anche se fossero stati gli uomini di Tito a causare la strage di Pola, almeno quelle vittime morirono subito. Ma i profughi dell’Istria furono condannati invece ad anni di sofferenza causata da loro connazionali.

Larry Southgate

(Ex soldato inglese,

veterano con 6 anni di servizio a Trieste e Pola)

Il Piccolo, 25 agosto 2013

 

Le mine non erano in un recinto

Per rispetto alla verità in memoria di mio fratello Sergio, morto a Vergarolla (Pola) a otto anni assieme ai due santoli Mery e Francesco Toniolo, sento di dover precisare in merito a quanto scritto sul “Piccolo” da un ex soldato inglese di stanza a Pola durante l’amministrazione AMG, che nega la tesi della strage causata dall’OZNA sposando quanto sostenuto dai filo-jugo. Probabilmente egli ricorda più il suo innamoramento per una polesana che il resto, tant’è che confonde parecchie cose, tra l’altro sostenendo che gli inglesi erano a Pola e gli americani a Fiume, il che non mi risulta. Un solo piccolo reparto di americani fu a Pola per breve tempo e facevano esercizi militari davanti all’Ammiragliato.

Le mine non erano poi in un recinto ma libere sulla spiaggia in quanto disinnescate dalla Marina Militare italiana. Ogni giorno con un gruppo della Catolica del Duomo eravamo lì attorno a giocare e nuotare. Dire poi che l’OZNA non sapeva della riunione di Vergarolla, quando per parecchi giorni il quotidiano italiano “L’Arena di Pola” invitava la popolazione a partecipare numerosa alla manifestazione nautica – c’era appena stata la grande manifestazione nell’Arena il 15 agosto di oltre quindicimila persone inneggianti all’Italia –, è pura disinformazione. Così l’ordine di Tito di allontanare gli italiani dall’Istria con ogni mezzo, come ricorda Gilas nelle sue memorie, poteva venire eseguito facilmente innescando le mine accatastate sulla spiaggia, con detonatori fatti venire dalle miniere dell’Arsa come fu fatto.

La strage così fu una delle cause concomitanti dell’esodo plebiscitario.

Inoltre l’ex soldato inglese che scrive sul “Piccolo” non ha letto la pubblicazione dell’inchiesta dei due giornalisti negli archivi inglesi dai quali risulta l’attentato e il nome di un attentatore? E un altro nome di un reo confesso ho denunciato nel mio recente libro in memoria di mio fratello e delle oltre cento vittime della strage di Vergarolla. Questo per la verità storica.

Lino Vivoda, esule da Pola

 

Quella fu una vera e propria strage

Leggo con rammarico la lettera di Larry Southgate sulle “Segnalazioni” del 27 agosto, con cui dà una versione della strage di Vergarolla per decenni sostenuta dalla propaganda del maresciallo Tito: non sono stati i titini anche perché a loro non giovava, le mine erano lontano dalla spiaggia, nessuno poteva sapere che quel giorno ci sarebbero state persone sulla spiaggia. Non voglio sapere la ragione per cui vengono scritte ancora queste cose, ampiamente smentite dagli storici, ma pretendo almeno rispetto per i morti di quella che fu una vera e propria strage.

Per agevolare la comprensione al lettore sintetizzo gli accadimenti.

Il 18 agosto 1946 l’esplosione di 28 mine accatastate presso la spiaggia di Vergarolla, affollata di bagnanti e persone che assistevano alle programmate gare natatorie della Coppa Scarioni organizzate dalla società Pietas Julia, provocò la morte di un centinaio di persone (64 furono le vittime identificate, tra cui 15 sotto i 12 anni) e il ferimento di decine di altre. Alle mine artificieri italiani avevano da tempo tolto il detonatore, che successivamente qualcuno aveva rimesso: dunque non poteva che trattarsi di un attentato. Recenti ricerche presso il Public Record Office di Londra confermano tale ipotesi: gli autori sarebbero stati italofoni legati all’OZNA (ciò venne confermato dopo l’apertura degli archivi inglesi del 2008, ma sul settimanale “Globus” di Zagabria del 7.11.2003 erano apparse articolate conferme). Il governo italiano indennizzò le famiglie delle vittime e dei feriti. Una commissione di indagine britannica escluse lo scoppio fortuito, ma non individuò i colpevoli per evitare attriti con la Jugoslavia. Questa strage rafforzò la convinzione che l’esodo fosse ormai inevitabile quale garanzia di sopravvivenza, oltre che di libertà e di mantenimento della cittadinanza italiana.

E infatti nel gennaio del ’47 ebbe inizio il trasferimento in massa della cittadinanza grazie alle motonavi messe a disposizione dal governo italiano. Alla fine circa 29.000 polesani optarono per l’esilio, mentre soltanto 3.000 persone decisero di restare sotto la nuova amministrazione jugoslava.

Si concludeva così l’“operazione” comandata da Tito a Gilas e lasciata scritta da quest’ultimo: «Fummo mandati Kardelj ed io in Istria. Bisognava mandare via gli Italiani con ogni mezzo. E così fu fatto!». Fu fatto anche con la strage di Vergarolla organizzata dall’OZNA a Pola.

Non si superano i drammi della storia dimenticandoli, ma anzi promuovendone la conoscenza. Voglio sperare che la lettera del signor Southgate sia frutto solo di non conoscenza (la maggior parte degli italiani non conosce i drammi dell’esodo e delle foibe) e non si innesti invece nel filone di coloro che per decenni anno cercato prima di negare i fatti ed, ora che ciò è impossibile, di minimizzarli o giustificarli.

Il Vice Presidente Nazionale

dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

comm. dott. Rodolfo Ziberna

 

Noi, “miserabili profughi” in una Italia che non ci voleva

Questa mia segnalazione non è un commento alla Lettera del giorno “Vergarolla e l’Esodo” pubblicata sul Piccolo del 25 agosto, ma è, e vuole essere, l’espressione del mio sincero grazie al suo autore: il signor Larry Southgate, ex soldato inglese, veterano con sei anni di servizio a Trieste e Pola. Un grazie per quelle non molte, ma importanti parole, che trascrivo alla lettera: «... causare la strage di Pola... almeno quelle vittime morirono subito. Ma i profughi dell’Istria furono condannati invece ad anni di sofferenza causata da loro connazionali». Noi, fiumani, istriani, dalmati, eravamo un fastidioso, oneroso peso per le casse dello Stato italiano. “Miserabili profughi”, così eravamo qualificati. Nel 1948/’49, al Provveditorato agli studi di Genova, il dottor Bartolini così mi insultò: «Per una miserabile profuga qualsiasi ossicino va bene e basta». Altri furono insultati ancor peggio. Contavamo zero. Eravamo zero. I nostri morti suicidi non ebbero mai diritto di cronaca. Il Ponte monumentale di Genova era un sito invitante e sicuro per morire all’alba. E lo fu per più di un esule di Fiume. E chi mai si ricorda di quel giovanissimo fiumano che, a scopo di rapina, stava tallonando un uomo che teneva una borsa in mano? All’inizio di via Balbi (a Genova), preso dalla vergogna, estrasse la pistola e si sparò. Cadde per terra e morì, senza un grido, fra i passanti increduli, certamente non atterriti, perché erano tempi terribili per tutti.

Ma voglio anche ricordare i moltissimi vecchi, che più o meno consciamente si lasciarono morire, lentamente, per malnutrizione, senza lavoro, senza punti di riferimento, guardando il giorno che nasceva e moriva. Col pensiero bloccato. Inerti. Questi vecchi settantenni grosso modo vivevano in baracche o qualcosa di simile di soli 42 metri quadrati con moglie, figli sposati, nipoti piccoli e anche preadolescenti. Morendo lasciavano il loro unico bene: la brandina e un po’ di spazio. Col volgere del tempo, l’Italia si accorse che eravamo un popolo tutto alfabetizzato, di grande cultura e civiltà, mai violento e sempre rispettoso delle leggi. Spero solo che qualche sprovveduto non si metta a parlare di integrazione, o dell’attuale sproloquio dello jus soli (per fortuna non si è ancora invocato lo jus sanguinis). In chiusura, ripeto ancora il mio grazie all’ex soldato Larry Southgate, per aver ricordato senza retorica ma con poche parole il dramma e la grande sofferenza che mai hanno abbandonato noi, fiumani, istriani, dalmati, mai, nemmeno quando da “miserabili profughi” siamo diventati “esuli in patria”.

Giosetta Smeraldi

Il Piccolo, 30 agosto 2013

Le sofferenze degli esuli

Sono rimasto molto colpito da un’affermazione letta domenica 25 agosto su questo giornale, fatta da un ex militare inglese in servizio a Pola in quegli anni difficili, che in riferimento alla strage di Vergarolla ha detto che quei poveri morti in fondo hanno patito molto meno di tanti connazionali che hanno dovuto abbandonare la loro terra per subire poi sofferenze e umiliazioni ben più gravi. Niente di nuovo per chi ha voluto capire quelle storie documentandosi, e per comprendere meglio i motivi di quell’esodo basterebbe leggersi qualche rara copia di un giornale clandestino di allora intitolato “Il grido dell’Istria”, che denunciava le nefandezze estreme che quotidianamente venivano fatte di proposito verso gli italiani di quelle terre solo in quanto tali e quindi rimaste impunite, mentre la madre patria attraverso i servizi era cosciente ma assente perché per quelle terre erano già stati presi impegni diversi e irrinunciabili.

Eppure sembra, per qualcuno, che le sofferenze in queste zone siano state patite da una sola parte, anche se non dobbiamo dimenticare che per la difesa del Balkan è morto anche un ufficiale italiano. Al di là delle teorie estreme e incommentabili di qualche ideologo dei primi ’900 alle quali qualcuno sembra affezionato, la popolazione di Trieste nei numeri ha avuto queste proporzioni solo perché ha risentito della dimensione dei due paesi limitrofi, una semplice logica di vasi comunicanti. Quello che sorprende è che alcune idee in auge presso i circoli più estremi di allora possano avere ancor oggi nei racconti una sorta di rilancio, in un clima ormai sereno e di reciproca stima. Sorprende ancor di più che vengano apprezzate e premiate in loco le testimonianze della sofferenza di quella parte quasi a istigare sentimenti lontani, che non risparmiano neppure risentimenti verso l’Italia (non ho capito se quella di allora o anche di oggi), mentre prendiamo atto ancora una volta che dall’altra parte un intero popolo, che ha dovuto lasciare la propria terra per poi essere disperso, è stato per il proprio Paese e i suoi politici solo motivo di imbarazzo e disagio, allora come oggi. 

Personalmente la vedo in modo diverso tanto che qualche anno fa, in occasione del funerale di mio padre che ho voluto riportare a Capodistria, quando il Parroco mi disse che non disponeva di un prete che parlasse italiano, io gli dissi con spirito sincero che per me questo non era un problema perché la religione cattolica è universale; mi guardò zitto per un momento e poi sorrise: alla fine con mia sorpresa è venuto un prete che parlava italiano, cosa che ho molto apprezzato.

Livio Ceppi

“Il Piccolo”, 1° settembre 2013

 

Vergarolla, non si potrà dimenticare

Nessuno scorderà mai il 18 agosto del 1946 e la strage di Vergarolla, dico nessuno! Perché la storia si tramanda di padre in figlio e sparge l’eco ovunque, specie ora che omertà e barriere si dissolvono. E anche se qualcuno tende ancora a risollevare i dubbi, la sua strada si ferma in un vicolo cieco. La forza sta nelle verità emerse e sono queste che rianimano il nostro spirito. Preghiere, canti e onori per le vittime innocenti smembrate dall’odio cieco e dal tradimento; studio, sapienza e ascolto per le nuove generazioni che vogliono capire che la storia non deve essere scritta con il sangue ma con l’impronta della convivenza. Nessuno è riuscito a piegare l’anima di questa terra che risorge. Noi ne siamo testimoni., con il cuore e la mente sempre più aperti.

Soltanto il vento può scuotere le cime dei pini e il mare bagnar la spiaggia. Nessun altro deve farlo mai più!

Roberto Hapacher Barissa (Pola)

“La Voce del Popolo”, 22 agosto 2013

Aggiungiamo che le mine (o bombe di profondità) erano a ridosso dei bagnanti. Proprio per questo motivo causarono tante vittime. Magari fossero state circondate da filo spinato e da cartelli di avvertimento di pericolo in italiano e croato! La gente ne sarebbe rimasta alla larga… Da settimane tutti a Pola sapevano che davanti alla spiaggia di Vergarolla si sarebbero tenute domenica 18 agosto 1946 delle gare natatorie. Nel ricordare male i fatti il Signor Southgate fa implicitamente capire quanto sarebbe stato necessario mettere in sicurezza l’area per non esporre la popolazione a pericoli. Quella britannica di lasciare le mine incustodite e accessibili a chiunque fu pertanto una leggerezza imperdonabile che assume i connotati di corresponsabilità oggettiva e che suscita ancor oggi non pochi punti interrogativi.

Che l’attentato fosse di matrice titina lo lasciarono trasparire, sia pure in forma indiretta, le stesse autorità britanniche di Pola, le quali si lavarono pilatescamente le mani da ogni colpa sostenendo di aver provveduto a disinnescare le mine, che qualcuno aveva riattivato per provocare l’esplosione. La loro culpa in vigilando è quindi lampante.

Anche il riferimento alle truppe americane è sbagliato: queste all’epoca si trovavano non a Fiume, ma a Trieste, Monfalcone e Gorizia, che facevano parte della Zona A della Venezia Giulia sotto occupazione militare alleata. Mentre tuttavia Pola era governata solo dai britannici, il resto della Zona A vedeva la compresenza di americani e britannici.

Il richiamo ai due-tre ragazzi polesani non è chiaro: Southgate sta dicendo che avevano giocato con le mine poco prima dell’esplosione o in giorni precedenti, come racconta Lino Vivoda precisando di chi si trattava? Nel primo caso sarebbe chiaro il perché non si videro più in giro…

Se i titini avessero fatto saltare mezza Pola causando lo scoppio del deposito di Vallelunga, avrebbero ucciso anche tanti loro sostenitori, mentre a Vergarolla si presentava un’occasione d’oro: centinaia di italiani accorsi a una gara sportiva dai dichiarati contenuti patriottici. Lì non sarebbe morto alcuno slavo o filo-titino, ma solo odiati “avversari”.

Oggi non è in ballo l’animosità tra croati e italiani, ma l’ostinazione di alcuni nostalgici della Jugoslavia comunista nel negare che fu l’UDBA il mandante e l’esecutore di quel crimine, verosimilmente architettato dai vertici e compiuto da una ristretta cerchia di agenti ad insaputa degli stessi titoisti polesi, molti dei quali parteciparono ai funerali dei loro concittadini dilaniati dall’esplosione. Il ricordo di Vergarolla non deve creare zizzania tra due popoli coesistenti sullo stesso territorio, ma unirli nella ricerca della verità su quell’odioso crimine. Dopo 67 anni occorre individuare assieme i responsabili e conoscere finalmente il numero esatto dei morti e dei feriti, nonché l’identità di quelli non ancora identificati.

Possiamo invece almeno in parte condividere la riprovazione di Southgate per lo scaricabarile del Governo italiano di allora, che aveva ancora al suo interno i comunisti correi di Tito. Tuttavia furono britannici e americani a consegnare Pola alla Jugoslavia ancora allineata con Stalin. Se non lo avessero fatto, non ci sarebbe stato alcuno scaricabarile e la fidanzata polese di Southgate non avrebbe patito le sofferenze da sradicamento in quella lugubre abitazione di Ronchi.

Paolo Radivo

 

Insurrezione popolare in Istria: cerimonie in tono minore

Le cerimonie per il Giorno dell’insurrezione popolare in Istria si sono svolte in tono minore, solo a livello locale e senza alcun accento anti-italiano.

Domenica 8 settembre presso il bivio di Tizzano, in comune di Visignano, sono stati commemorati gli 84 abitanti della zona uccisi l’11 settembre 1943 durante un conflitto a fuoco e la successiva rappresaglia dai soldati tedeschi di una colonna motorizzata diretta verso Pola. Quegli uomini, sia italiani che croati, erano quasi tutti militarmente inesperti, ma furono mandati dai partigiani titoisti a fronteggiare il nemico con le armi sottratte a un battaglione italiano in rotta verso Trieste. Alla cerimonia vicino al monumento il sindaco di Visignano Milan Dobrilović ha rilevato la necessità di non dimenticare chi si sacrificò contro il nazifascismo e per un mondo migliore. Božo Štifanić, presidente della sezione parentina dell’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti, ha rievocato i fatti lamentando che nelle scuole la Lotta Popolare di Liberazione sia marginalizzata e lodando la convivenza e la tolleranza tipiche dell’Istria. Tomislav Ravnić, vice-presidente nazionale e presidente regionale dell’Associazione, ha affermato che senza le vittime di Tizzano oggi l’Istria non sarebbe parte della Croazia. Hanno inoltre portato un saluto Valter Drandić, vice-presidente dell’Assemblea regionale istriana, e Miro Sošić, presidente della sezione parentina dell’Associazione dei Volontari della Guerra Patriottica (1991-1995). Dopo un minuto di silenzio hanno suonato la banda d’ottoni di Visignano e il coro misto Arpa della locale Comunità degli Italiani. Fra il pubblico vi erano parenti delle vittime, residenti della zona ed ex partigiani.

Il 9 settembre a Pisino una delegazione della Città guidata dal sindaco Renato Krulčić e dal presidente del Consiglio municipale Boris Demark ha deposto una corona di fiori presso il monumento nel parco dei Grandi Istriani. Krulčić ha ringraziato tutti coloro che hanno dato la loro vita per la «patria» sia nella lotta antifascista sia nella «guerra patriottica». Alla semplice e breve cerimonia hanno assistito rappresentanti dell’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti, dell’Associazione dei Volontari della Guerra Patriottica, dei partiti politici e della polizia.

 

 Zara: aperto l’asilo italiano

Si è avverato un piccolo grande sogno. Lunedì 9 settembre a Zara ha aperto i battenti il primo asilo italiano dopo 60 anni. E’ situato in una villetta nella parte nuova della città, ha un ampio giardino, si articola in due sezioni e si rivolge a bambini dai 3 ai 6 anni connazionali e non. Per ora se ne sono iscritti 25. Le maestre sono due, più una volontaria. La seconda novità è che si tratta di un ente prescolare privato, il primo di tutta la rete della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia. Tale anomalia dipende dall’indisponibilità dell’amministrazione cittadina di Zara a farsi carico di un asilo pubblico in lingua italiana. Così nel 2011 l’Unione Italiana ha acquistato direttamente lo stabile e nel 2012 ha fatto partire i lavori di riatto, naufragati in estate a causa della ditta appaltatrice ma ripresi il 16 aprile scorso e terminati entro la scadenza prevista, in tempo per dare il via alle iscrizioni. Il costo di 52.566,18 euro è stato coperto mediante l’impiego di parte dei cosiddetti “fondi perenti” destinati dalla Farnesina ai connazionali di Slovenia e Croazia tramite il binomio Università Popolare di Trieste - UI, che penserà anche alle spese di gestione. La Comunità degli Italiani di Zara, legale fondatrice dell’asilo, ha acquistato arredi, attrezzature e mezzi didattici grazie al contributo di 32.000 euro offerto dalla Regione Veneto. All’inaugurazione ha assistito anche il presidente dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio Franco Luxardo. L’unica nota stonata è il nome. Sì, perché il Ministero dell’istruzione ha imposto la grafia croata «Pinokio», ma presto si potrà rimediare poiché in Croazia esiste già un altro asilo dedicato al personaggio di Collodi con la k. L’ultima scuola italiana a Zara venne chiusa nel 1953 nell’ambito della politica titina di eradicazione dell’italianità in Dalmazia.

 

 Mostra sull’emigrazione

La Biblioteca comunale di Arba (Pordenone) ha ospitato da sabato 27 luglio a domenica 18 agosto la mostra fotografica itinerante In viaggio. Cento anni di immagini e di parole dal mondo dell’emigrazione del Friuli Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. In esposizione vi era un’ampia scelta delle migliori immagini del sito www.ammer-fvg.org, l’Archivio Multimediale della Memoria dell’Emigrazione Regionale, un progetto coordinato da Regione e Università di Udine. Il materiale è parte del più ricco sito italiano tra quelli dedicati ai fenomeni migratori, dove sono consultabili on line quasi 15mila fotografie, oltre 700 interviste e più di 2mila schede biografiche, consultate sino ad oggi da oltre 74mila visitatori.

 

 A rischio il seminario sul confine orientale

Una spada di Damocle incombe sul 5° Seminario nazionale dal titolo L’Adriatico e l’Esodo giuliano-dalmata, promosso dal Gruppo di lavoro fra il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e le associazioni degli esuli per il marzo 2014. Infatti, non essendo ancora stata firmata la convenzione triennale e non essendo ancora pervenuti dal Governo i finanziamenti per i progetti 2012 delle associazioni stesse ai sensi di legge, l’ANVGD non ha disponibilità finanziarie e quindi, finché la situazione non verrà sbloccata, non può esporsi a nome di FederEsuli per coprire il Seminario 2014.

Durante l’ultima riunione, svoltasi a Roma il 4 settembre, il Gruppo di lavoro ha stabilito che gli eventuali dirigenti scolastici dovranno partecipare a proprie spese e che verranno ridotti i costi di gestione del sito www.scuolaeconfineorientale.it connesso al seminario e al concorso. Inoltre ha deciso di inviare una lettera al ministro degli Esteri Emma Bonino evidenziando che i ritardi nell’erogazione dei finanziamenti rischiano di compromettere le iniziative in cantiere. In tal caso l’auspicio è che il seminario si svolga ugualmente, magari presso la sede del MIUR, in una sola giornata e per i soli docenti del Lazio.

Intanto il sopralluogo effettuato il 25 e 26 agosto a Brindisi e provincia onde valutare sul posto le migliori sistemazioni per il Seminario ha appurato che in città non vi sono alberghi capaci di ospitare tutti i partecipanti. In provincia sono state visitate cinque strutture ricettive, cui sono stati chiesti altrettanti preventivi. Solo seminaristi e organizzatori (uno per Associazione) alloggeranno spesati in queste, mentre altri eventuali rappresentanti delle associazioni potranno soggiornare all’Hotel Virgilio di Brindisi, ma pagando di tasca propria. Le lettere di invito ai previsti relatori sono state inviate e alcuni hanno risposto positivamente. Si sono inoltre chiariti meglio i temi delle singole relazioni. Nel pomeriggio di venerdì 14 marzo si proietteranno le testimonianze di esuli rovignesi e polesani estrapolate dal documentario La cisterna, realizzato nel 2010 dal Libero Comune di Pola in Esilio. Saranno gli stessi relatori a coordinare i laboratori didattici del sabato mattina. Ai seminaristi che rimarranno a proprie spese il sabato pomeriggio e la domenica mattina verranno offerte visite guidate a Brindisi e Otranto. Quanto al futuro, è stata seriamente valutata l’opportunità che i seminari si tengano all’inizio dell’anno scolastico invece che ad oltre metà del suo svolgimento.

E’ stata poi approvata con alcune limature la bozza definitiva di bando di concorso sul confine orientale per l’anno scolastico 2013-2014 rivolto alle scuole di 1° e 2° grado e che il MIUR sta per emanare. Della giuria faranno parte anche quest’anno, per conto del Gruppo di Lavoro, Lucio Toth, Marino Micich e Patrizia Hansen.

Sempre a causa dei ritardi nell’erogazione dei fondi, l’imminente Festival del turismo scolastico Classe Turistica promosso dal Touring Club Italiano verrà ridimensionato. Potranno parteciparvi solo 7 persone (6 studenti e un docente) per ognuna delle 8 classi vincitrici. Inoltre si opterà per sale meno capienti e costose.

Si è infine tornati a parlare della necessità di realizzare un buon manuale integrativo (meglio ancora se digitale) sulla storia dell’Adriatico orientale.

 

 Attivissimi gli italiani di Dignano

La Comunità degli Italiani di Dignano ha vissuto un’estate fervida di attività capaci di calamitare pubblico.

Il 13 luglio ha festeggiato il 65° anniversario della sua fondazione. Alla galleria Loggia è stata inaugurata la mostra Arte in Loggia, nell’atrio della sede sociale a palazzo Bradamante è stato presentato il periodico “La trifora” e la sera nell’attigua piazza del Popolo il coro misto comunitario, la banda cittadina Amici della musica, il coro AIDA di Muggia e il coro Alabarda-UniCredit di Trieste hanno tenuto un concerto.

Il 27 luglio si è svolta in via Forno Grande la cerimonia di premiazione dei vincitori della 26a edizione dell’Ex tempore di pittura con l’apertura della mostra dei quadri realizzati per l’occasione. Il tema di quest’anno è stato Ritratti dignanesi, con tecnica a scelta libera. Vi hanno partecipato 40 artisti provenienti da Croazia, Slovenia e Italia. Le loro opere sono rimaste esposte fino al 2 agosto nella galleria Loggia. La mattina nella sede comunitaria si è svolto un laboratorio creativo per bambini e ragazzi. L’iniziativa è stata promossa dalla CI e dall’Ente turistico cittadino in collaborazione con UPT e UI.

L’8 agosto dietro al campanile il gruppo filodrammatico della CI ha messo in scena la commedia brillante Robe de mati.

Il 9 agosto hanno avuto luogo la Fiera della creatività, in via Forno Grande, i Fari dignanesi (con la possibilità di visitare le chiese di S. Rocco, di S. Caterina, di S. Giacomo, della Madonna del Carmine, di S. Martin e di S. Croce), una partita di calcio tra i club di Dignano e Cittanova, l’apertura al pubblico di alcune gallerie e lo spettacolo Polenta cup.

Il 10 agosto sono state celebrate assieme la Festa della Città e la Festa dei Bumbari con gare sportive, la seduta solenne del Consiglio cittadino, l’inaugurazione di Palazzo Portarol, l’ottava Rassegna istriana di cavalli a sangue freddo, il concerto della banda d’ottoni Mon Perin di Valle, la corsa degli asini, una sfilata di carri allegorici e una serie di concerti.

Il 14 agosto nella chiesa del Carmine il coro misto della CI ha proposto un ricco repertorio di canzoni e musiche popolari e sacre scritte da diversi autori. La mattina successiva ha cantato durante la messa delle 9.45.

Il 16 agosto si sono svolte le premiazioni del premio letterario in dialetto dignanese Favelà, organizzato congiuntamente dalla CI e dalla Famiglia Dignanese per valorizzare la variante locale dell’istrioto e riavvicinare rimasti ed esuli.

Il 23 e 24 agosto ha avuto luogo nel centro cittadino il 13° Festival internazionale del folclore Leron, promosso dalla CI insieme all’UI-UPT, con canti, danze e figuranti in costume tradizionale provenienti da varie parti del mondo.

Il 6 settembre il presidente della CI Livio Belci ha accompagnato il critico d’arte Vittorio Sgarbi a visitare le principali opere conservate nelle chiese del territorio dignanese.

 

Gemellaggio Pirano-Porano

Una delegazione del Comune di Porano (Terni) ha fatto visita il 26 luglio al Comune di Pirano (Slovenia), con cui è gemellato da un anno. Gli ospiti umbri, guidati dal vice-sindaco Marco Conticelli, sono stati accolti in municipio dal sindaco Peter Bossman, che ha illustrato loro i progetti europei transfrontalieri Slovenia-Croazia 365 giorni di riviera e Revitas e li ha poi accompagnati a Casa Tartini, sede della locale CI. Le due delegazioni hanno convenuto sull’opportunità di coinvolgere nel gemellaggio i rispettivi enti e associazioni operanti in settori affini.

 

 Arena International

Si è svolta con successo la 12a edizione della rassegna musicale Arena International, organizzata dall’Unione Italiana con il contributo finanziario del Ministero degli Esteri italiano, il supporto del Consiglio per le Minoranze nazionali della Croazia e il sostegno di vari soggetti tra cui l’Ente per il turismo della Città di Pola, la Regione Istriana e le Comunità degli Italiani di Dignano, Umago e Buie. Protagonisti dell’iniziativa musicisti, coristi e cantanti lirici provenienti soprattutto da Croazia, Italia, Slovenia, Russia e Germania, alcuni dei quali insegnanti, altri studenti, che fra il 3 e il 10 agosto hanno partecipato ai laboratori musicali distribuiti in varie sedi.

Sabato 3 nel duomo polese stipato all’inverosimile musicisti e cantanti hanno offerto il concerto di gala d’apertura. Al termine il Coro e l’Orchestra Arena International, nel bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e Richard Wagner, hanno eseguito il Va, pensiero e la Marcia nuziale dal Lohengrin.

Domenica 5 nel duomo di Umago allievi e docenti hanno offerto il secondo concerto di gala. Il terzo ha avuto luogo mercoledì 7 nella sede della CI di Dignano. Nell’occasione è stato inaugurato l’organo da studio Albhorn di Stoccarda, giunto in dono grazie al Mo di Cappella Eugen Sagmeister; sarà dedicato allo studio della musica antica e sacra.

Venerdì 9 agosto nel duomo di Buie si è svolto il quarto concerto di gala. I laboratori musicali hanno tenuto altri concerti presso la CI di Pola martedì 6 e giovedì 8. Sabato 10 il gran finale nel duomo di Pola.

 

 Demolito ex campo profughi

Ci sono volute poche ore il 1° agosto scorso a Rovereto (TN) per abbattere la parte più orientale della vecchia caserma del Follone, che nel dopoguerra funse da centro di raccolta per tanti profughi istriano-fiumano-dalmati e in seguito ospitò laboratori, magazzini, sedi di associazioni e autorimesse. Dopo l’asporto delle macerie si è provveduto al posizionamento dei sottoservizi, poi alla realizzazione di una massicciata, alla pavimentazione e infine alla perimetrazione di 40 parcheggi. Demolendo l’ala Ovest dell’ex caserma e un capannone adiacente si ricaveranno altri 50 posti auto. 

Anna Maria Marcozzi Keller, presidente del Comitato provinciale ANVGD di Trento e consigliere nazionale nonché socia dell’LCPE, ricorda così la sua triste esperienza in quel luogo.

Vedo le macerie che evidenziano la demolizione di un’ala di quel che resta delle caserme del Follone, prima pagina del quotidiano “Trentino”, 1° agosto 2013. Il completamento avverrà quanto prima e sarà il più grande parcheggio a cielo aperto di Rovereto. Bene. Mi sono soffermata sulla prima pagina e sull’articolo in cronaca di Rovereto ma non ho avuto il coraggio di andare a vedere.

Nelle caserme del Follone ho abitato dal febbraio 1947 al 1952. Assieme a me, trattati come ospiti indesiderati, suddivisi in tanti blocchi quante erano le scale d’entrata nella struttura, c’erano gli esuli giuliano-dalmati e fiumani, lì parcheggiati dopo l’esodo delle terre passate all’ex Jugoslavia.

Avevo dodici anni e mezzo, venivamo da una terra solare, nonostante tutto quanto successoci, ci siamo ritrovati come galline in un pollaio: non avevamo finestre, grandi finestroni erano a soffitto e non si potevano aprire, per guardare all’esterno dovevamo prendere una lunga scala. All’interno i settori abitati dagli Esuli erano divisi da un lungo buio corridoio che portava a servizi di struttura militare naturalmente, due turche con porte a battente, senza chiavi. Ogni blocco “ospitava” circa 8 famiglie per un totale di circa 26 persone, estranei anche fra noi. Mi vergognavo da morire, è stato il periodo più umiliante della mia difficilissima fanciullezza. L’ho proprio cancellato dalla memoria. Ad un mio compleanno una mia cara compagna di classe mi mandò un mazzo di fiori, venne il fioraio e rimase interdetto per come eravamo combinati.

Ogni tanto c’erano anche momenti di serenità, eravamo lì dentro, in quel settore del pollaio, in undici bambini o quasi tali. A mia madre venne l’idea di regalare a mio fratello due pulcini, crebbero poco... finirono annegati nella roggia retrostante la caserma.

C’era una varia umanità adulta... ricordo al mattino i due tenori che mentre si lavavano con l’acqua gelata cantavano a squarciagola, c’era poi un capitano di marina che invece si lavava nel corridoio in una tinozza gelida: era inverno, lo faceva rinvigorire. Tante persone che ora non ci sono più, tanti ricordi che è meglio dimenticare. E’ tristissima la vita e l’emarginazione cui siamo stati assoggettati, incomprensibile per un’adolescente. Guardando le macerie dello stabile le paragono alle macerie della mia fanciullezza.

Non ho mai più voluto salire quelle scale, mai più entrare nell’ex campo profughi.

Due anni fa venne un giornalista-fotografo per documentare i siti che avevano ospitato, per anni, i profughi. Con il permesso del Comune ci recammo in parecchi. Quelli che allora erano bambini avevano pensieri e ricordi a seconda dell’età che all’epoca avevano. Non vedevo l’ora di uscire. E’ stata la prima e l’ultima volta che sono ritornata là dentro, sinonimo per i roveretani, ma non per noi, di povertà, tristezza ed identificazione politica, anche quella impropria.

Marcozzi Keller Anna Maria (Rovereto)

 

  Nuove pubblicazioni del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno

Il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno ha presentato il 9 agosto in una conferenza stampa presso la propria sede le sue ultime tre pubblicazioni: il 24° numero dei “Quaderni”, il 20° delle “Ricerche Sociali” e il 63° del bollettino informativo “La Ricerca”. Comprendono saggi o articoli di 20 autori residenti in Italia, Croazia, Slovenia e Francia, a riprova della valenza transnazionale delle opere del benemerito istituto. Anche questi pregevoli volumi sono stati realizzati grazie ai fondi del Ministero degli Esteri italiano per il tramite dell’Università Popolare di Trieste e dell’Unione Italiana. Un importante contributo finanziario, fondamentale per l’edizione a colori delle “Ricerche sociali”, è giunto dall’Assessorato regionale per la Comunità Nazionale Italiana e gli altri gruppi etnici.

L’incontro è stato introdotto dal direttore del CRSR Giovanni Radossi. Nicolò Sponza ha illustrato il 24° numero dei “Quaderni” e il 63° de “La Ricerca”, mentre Silvano Zilli il 20° delle “Ricerche Sociali”. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche le due vicepresidenti italiane della Regione Istriana, Viviana Benussi e Giuseppina Rajko.

 “Quaderni” n° 24

Esiste ancor sempre l’Europa centrale?, di Drago Roksandić

Di solito quando si parla di identità croata, si pensa a un paese dalla millenaria identità culturale europea, senza alcuna attribuzione/i regionale/i. Il saggio di Roksandić è un tentativo di focalizzare e spiegare i cambiamenti di prospettiva che si sono verificati, nell’ultimo ventennio, nella storiografia croata focalizzandoli nei loro contesti regionali.

La presa del potere in Istria e in Jugoslavia. Il ruolo dell’OZNA, di Orietta Moscarda Oblak

Il presente contributo mira ad illustrare una serie di considerazioni generali relative allo sviluppo del movimento di liberazione jugoslavo nei territori che costituirono la federazione jugoslava e in particolare nella regione istriana, con riferimento al ruolo dell’OZNA, il servizio di sicurezza e di informazione dell’esercito jugoslavo, e poi polizia politica. In tale contesto l’autrice affronta il tema relativo all’uso della violenza politica da parte del movimento partigiano a guida comunista nella liberazione e nella conquista del potere.

Lega Nazionale e Governo Militare Alleato. La lotta per l’egemonia culturale nella Venezia Giulia, di Ivan Buttignon

Il saggio è il frutto del lavoro di ricerca archivistica condotto principalmente negli archivi della Lega Nazionale e in quelli del Foreing Office, laddove si mettono in luce le contrapposizioni tra le organizzazioni filo-italiane, che vedono nella Lega il loro principale momento di amalgama, e il potere d’occupazione della Venezia Giulia incarnato dal Governo Militare Alleato. La ricerca ha inteso porre in particolare evidenza il carattere culturale dei dissidi tra una tradizione filo-italiana e una politica dell’american way of life.

Nuovi piani regolatori di «città italiane» dell’Adriatico orientale (1922-1943) (Parte prima), di Ferruccio Canali

Le condizioni del tutto particolari di Zara, tra il 1920 e il 1943 (il passaggio della città da Capoluogo della più “piccola Provincia d’Italia” a Capitale regionale di tutta la Dalmazia dopo il 1941) portano alla redazione di ben due Piani Regolatori Generali, uno del 1938 e l’altro del 1942. Entrambi i Piani sono posti in stretta continuità ideologica e politica e vennero redatti sulla base di una aggiornatissima sensibilità disciplinare: dall’Urbanistica funzionalistica internazionale, dal “Diradamento” del centro antico di Gustavo Giovannoni, e dalle istanze del “Piano estetico” di Marcello Piacentini.

Organizzazione del regime fascista nella Provincia del Carnaro (1934-1936), di William Klinger

Il 7 dicembre 1933 il Gran Consiglio del Fascismo disponeva il veto al cumulo delle cariche e degli incarichi pubblici e il 13 luglio 1934 Mussolini ne disponeva l’immediata esecuzione ai prefetti. Anche a Fiume i Podestà, i Presidenti delle Opere pie e degli istituti di beneficenza ed assistenza dovettero comunicare la composizione dei propri organismi dirigenziali al prefetto, Francesco Turbacco. La documentazione, custodita all’Archivio di Stato di Fiume, permette di ricostruire la strutturazione del potere fascista in ambito economico e politico nella Provincia del Carnaro.

Mons. Antonio Dessanti: la carità tra l’Istria e Trieste, di Pietro Zovatto

L’autore traccia un profilo biografico e illustra la personalità sacerdotale di mons. Antonio Dessanti (1921-2012), istriano di origine, ma che operò per gran parte della sua vita a Trieste, dove viene ricordato come il “sacerdote dei poveri”. 

Messaggeri (corrieri) militari postali in Istria (1940-48), di Valentina Petaros Jeromela

L’autrice, prendendo spunto da una pubblicazione scritta negli anni ’80 da Enrico Depiera per l’Archivio postale e telegrafico della Jugoslavia, ha ripercorso le vicende belliche del territorio istriano attraverso le comunicazioni di terra durante la Seconda Guerra Mondiale. Curando inoltre l’aspetto filatelico con un breve elenco delle principali emissioni di questo periodo.

Memorie della prigionia di Erminio Vojvoda (1944-1945), di Paola Delton

Erminio Vojvoda (Dignano, 1902 - Pola, 1991) ha narrato in un manoscritto, portato a termine negli anni Ottanta, la sua deportazione in alcuni campi di prigionia nazisti, principalmente nel lager di Katschberg in Austria. La sua tragica esperienza ebbe inizio il 15 luglio 1944 con l’arresto a Dignano per cause di carattere politico e si concluse con il ritorno a casa il 15 maggio 1945. La trascrizione delle memorie è corredata dalla biografia dell’autore, rinomato modellista delle calzature.

Parenzo tra la “Serenissima” e la “Superba”. Le reliquie dei santi Mauro ed Eleuterio: memoria storica sulla loro restituzione, di Giovanni Radossi

La restituzione delle reliquie dei santi Mauro ed Eleuterio, nel 1934, costituisce certamente uno degli avvenimenti più rilevanti della storia ecclesiastica non solo di Parenzo, ma di tutta la provincia dell’Istria. La memoria che qui si pubblica venne stesa e conclusa nel settembre 1934 dal versatile Mons. Pietro Cleva, uno dei vicari cooperatori dell’Eufrasiana, che espose con zelante precisione e con linguaggio solenne, anche se spesso laudatorio, i particolari storici dei secoli XIV-XIX relativi alle vicissitudini delle reliquie, ma, soprattutto, quelli di attualità (1929-1934), che per lui costituivano certamente memorabili giornate da consegnare alla storia.

 

“Ricerche sociali” n. 20

Nel 1985 presso il Centro di ricerche storiche è stata costituita la sezione per le ricerche sociali.

Il primo numero della rivista “Ricerche sociali” risale al 1989 e a oggi sono stati pubblicati 20 numeri, contenenti 90 lavori scientifici originali (di 50 autori) di carattere socio-politico, economico e culturale incentrati sulla Comunità Nazionale Italiana e sul suo insediamento storico, per un totale di 2.583 pagine stampate.

Il numero 20 della rivista comprende 4 saggi scientifici originali e conta 154 pagine.

Gli argomenti affrontati e trattati nel presente numero sono i seguenti:

Simon Flambeaux nel saggio La politica linguistica della Croazia nei confronti della minoranza nazionale italiana presenta i risultati registrati attraverso un questionario con oltre 100 domande, somministrato alla popolazione di lingua italiana dell’Istria (ossia a 118 alunni e 78 adulti), al fine di valutare la vitalità linguistica e la realtà sociolinguistica della minoranza italiana in Croazia. Dall’indagine sul campo l’autore deduce che la situazione della lingua italiana della minoranza nazionale in Croazia non è in pericolo, ma molti sono stati i problemi riscontrati e per risolverli egli formula alcune proposte che includono il rafforzamento della vitalità della lingua italiana.

Zara, più delle bombe poterono le mine e la ricostruzione è il titolo del saggio di Dario Saftich. L’autore sostiene che Zara ha vissuto una metamorfosi completa nel secondo dopoguerra. A essere sconvolti e modificati irrimediabilmente sono stati sia il paesaggio urbano sia il quadro demografico. Vi sono ormai anche fonti della maggioranza che rilevano come a “stravolgere” il centro urbano non furono solamente i bombardamenti alleati, ma una commistione tra velleità di edificazione di un mondo nuovo, socialista, e spinte nazionali “purificatrici”. Ora pure tra le file della maggioranza c’è chi va alla ricerca dell’identità perduta, sia architettonica sia culturale in senso lato, del capoluogo della Dalmazia settentrionale.

Il lavoro di Edita Paulišić e Igor Dobrača dal titolo Abitudini, atteggiamenti e modi d’utilizzo di Internet tra gli alunni della Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” di Rovigno affronta il tema della sicurezza in Internet. Gli autori analizzano le risposte date da 76 alunni della Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” di Rovigno a un questionario di 47 domande. L’esame dei dati raccolti riguarda diversi temi, come: il tempo medio dell’utilizzo di Internet, il profilo e la pubblicazione d’informazioni in rete, la password, i genitori e Internet, ecc.. Gli autori sostengono che l’era tecnologica si è evoluta, ma bisogna tener conto anche dei suoi aspetti negativi e cercare di evitarli, dov’è possibile.

Francesco Cianci nel contributo dal titolo La promozione e la tutela dei diritti delle minoranze nell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa presenta e analizza la delicata questione della tutela dei diritti delle minoranze alla luce del pensiero della dottrina sociale della Chiesa, la quale appartiene al sapere teologico e, in particolare, s’impone nell’orizzonte della teologia morale. L’autore sostiene che l’applicazione dei principi avvalorati dalla Chiesa a favore dei popoli, e quindi delle minoranze, si pone come fine ultimo l’instaurazione di un ordine globale pacifico che trova nella fratellanza universale fra i popoli della terra il cuore dello stesso messaggio evangelico.

Colgo l’occasione per ringraziare gli autori e invitare tutti gli interessati a collaborare alla rivista.

 

“La Ricerca” n° 63

Come superare i “confini” Alto Adriatici

Il nuovo numero de “La Ricerca” apre come di consueto con l’editoriale di Nicolò Sponza. L’entrata della Croazia nella grande famiglia europea, nonostante la crisi, di idee e progetti, che la stessa Europa sta vivendo nell’ultimo periodo, secondo Sponza segnerà un momento nuovo per queste terre. Ma basterà questa nuova condizione affinché si affronti il passato in modo pacato, senza settarismo e isterismi di sorta? Forse, continua Sponza, ma non ne è pienamente convinto. O meglio, crede che la demolizione delle barriere amministrative non sia condizione sufficiente, in quanto bisognerà continuare a lavorare con coraggio e caparbietà per abbattere tutti i pregiudizi e gli steccati ideologici che inquinano il vivere quotidiano di queste nostre terre.

Il saggio Il laco de Sirsi presso Dignano nel 1912: un tentativo di manutenzione dello stagno di Paola Delton è il risultato di una ricerca condotta presso l’Archivio di Stato di Pisino, dove nel ricchissimo materiale documentario denominato “Fondo Dignano” non è difficile imbattersi in documenti del XIX e XX secolo (disposizioni circolari e progetti) che trattano la scarsità dell’acqua nella città di Dignano e la conseguente importanza degli stagni per il territorio. Un esempio ne è la serie di documenti riguardanti il tentativo di manutenzione del laco de Sirsi – l’intenzione era quella di estirpare la malaria – attraverso la recinzione e la costruzione di un abbeveratoio per il bestiame. Il progetto, elaborato dall’Ufficio tecnico comunale di Dignano, viene però rigettato dall’Ufficio per le Migliorie del Litorale con sede a Trieste, il quale scrive che senza la pavimentazione dello stagno i lavori previsti non risolverebbero il problema della malaria, ma i costi, a questo punto, sarebbero insostenibili, e pertanto propone la sola pulizia dello stagno. A sua volta il Municipio si rifiuta di ripulire lo stagno e risponde: «A quale dispendio di denaro poi si andrebbe incontro, lo si lascia conteggiare al bravo matematico…», ma si dice pronto a dare esecuzione al decreto sempreché la Luogotenenza si assuma ogni spesa.

Il saggio Eravamo in minoranza, di Dario Saftich, mette in evidenza uno dei punti nevralgici dello scontro tra gli autonomisti, che raccoglievano i membri della classe maggiore - nobili, gli italiani e una parte dell’élite slava, e i seguaci dell’idea nazionale croata nella Dalmazia di fine Ottocento, ossia il controllo del sistema scolastico. Esplicativa a tale proposito risulta l’analisi del saggio di Milan Begović L’infanzia di Vladimir Nazor pubblicato sull’“Obzor” nel 1925, che l’autore propone nel suo contributo.

Il terzo saggio, Momenti di edonismo del passato nei ricordi in istrioto vallese di Giovanni Obrovaz, di Sandro Cergna, ci fa conoscere un breve racconto intitolato All’Osteria dela Momoda, dove sono descritte – con stile chiaro e semplice, non però privo di accenti coloriti ed espressivi – le notolade, cioè le serate, spesso fino a notte tarda, che i giovani trascorrevano appunto all’Osteria dela Momoda o in casa di uno della compagnia. Il racconto è tratto dall’ottavo dei dieci quaderni manoscritti in dialetto istrioto vallese dello scalpellino e scrittore autodidatta Giovanni Obrovaz, detto Zaneto (1897-1977), custoditi presso la Biblioteca del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Il valore dei Quaderni di Obrovaz sta nel fatto che, oltre a rappresentare una fonte quasi inesauribile riguardo gli usi e costumi, i proverbi, i canti, e le tradizioni, ci danno la possibilità di cogliere in modo autentico le mille sfaccettature del quotidiano delle genti della Valle di ieri.

Una “conta” da superare: cause del decremento degli italiani nel censimento del 2011, di Ezio Giuricin, è un’attenta analisi sui numeri del censimento dove con intelligenza indica le possibili cause della flessione numerica degli italiani: da una parte nelle nuove metodologie di rilevamento, ossia il criterio della “popolazione presente”, dall’altra nel “boom” degli istriani, ossia l’intreccio e la sovrapposizione tra identità regionale e identità nazionale presente in regione.

 

Collaborazione con l’Università di Trieste

Il nuovo rettore dell’Università di Trieste Maurizio Fermeglia, accompagnato dai suoi collaboratori proff. Cristina Benussi e Franco Crevatin, ha compiuto il 9 settembre al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno la sua prima visita ufficiale fuori sede. Mai un suo predecessore aveva varcato quella soglia. Ad accoglierlo sono stati il direttore Giovanni Radossi, il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul, la vicepresidente italiana della Regione Istriana Giuseppina Rajko, il responsabile per la Ricerca scientifica dell’UI Daniele Suman, il presidente dell’Università Popolare di Trieste Silvio Delbello e il vicepresidente Fabrizio Somma. Fermeglia, originario di Rozzo d’Istria, si è presentato con un chiaro obiettivo pienamente condiviso dai suoi interlocutori: avviare un’intensa e proficua collaborazione con il CRSR nonché con le Università di Zagabria, Lubiana, Capodistria, Pola e Fiume per mettere a sistema le eccellenze del territorio. Sono tre – ha detto – i campi di ricerca europei su cui attuare sinergie volte a realizzare progetti comuni valendosi anche dei fondi strutturali europei: le scienze “dure”, le scienze umane e le scienze della vita. Le tematiche da affrontare saranno ambiente, occupazione, innovazione, istruzione e integrazione sociale. Intanto l’ingresso della Croazia nell’UE ha favorito l’aumento delle iscrizioni di studenti istriani all’ateneo triestino. Non più solo connazionali, ma anche croati che padroneggiano l’italiano. Tra gli studi prescelti, oltre a quelli umanistici, cominciano a far capolino anche quelli tecnico-scientifici.

 

 Volume su Monte Ghiro

Sarà presentato venerdì 25 ottobre alle ore 18 presso la Comunità degli Italiani di Pola in via Carrara 1 il grande volume sul cimitero di Monte Ghiro realizzato dallo studioso connazionale Raul Marsetič per conto del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno grazie alla collaborazione UPT-UI.

 

 

Dal 17 al 22 ottobre a Trieste il Salone del Libro dell’Adriatico Orientale

Si svolgerà dal 17 al 22 ottobre in galleria Tergesteo (piazza della Borsa 15) a Trieste l’edizione 2013 de La Bancarella - Salone del Libro dell’Adriatico Orientale, organizzata dal CDM - Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana, Istriana, Fiumana e Dalmata grazie a un contributo governativo. Intitolata Storia e personaggi, verterà sul contributo dei giuliano-dalmati all’Unità d’Italia (con particolare riguardo alla Prima guerra mondiale), sulla scuola e sulle possibili sinergie tra esuli, “rimasti” e le altre comunità del territorio adriatico nello spirito del messaggio veicolato dai Presidenti di Italia, Slovenia e Croazia a Trieste e Pola e nel nuovo contesto originato dall’ingresso della Croazia nell’UE.

La manifestazione avrà luogo in un’area all’interno della galleria con una pedana e un centinaio di posti a sedere per il pubblico. Dopo l’inaugurazione ufficiale con i saluti delle autorità si susseguiranno a oltranza presentazioni di libri “freschi di stampa” con letture e accompagnamento musicale, dibattiti, incontri con i ragazzi per raccontare le nostre terre attraverso il gioco e spettacoli serali di musica e prosa.

Sempre nell’ambito della Bancarella si terrà la prima parte di un convegno inerente le possibili sinergie tra gli istituti storici italiani nella ricorrenza del 10 Febbraio per creare una rete di servizio qualificato sulle vicende dell’Adriatico orientale a vantaggio di Comuni, scuole e realtà sociali. Due istituti, rispettivamente di Gorizia e Gradisca, presenteranno poi le loro iniziative di contatto con il mondo mitteleuropeo.

Durante le sei giornate, presso uno spazio espositivo nella libreria “Ubik” di galleria Tergesteo, si potranno acquistare i libri delle associazioni degli esuli, dell’EDIT di Fiume e di vari istituti di ricerca storica concernenti l’Adriatico orientale. Sono previste anche mostre fotografiche.

 

 

Momiano, un borgo feudale tra medioevo ed età moderna

Si è svolto dal 14 al 16 giugno presso la Comunità degli Italiani di Momiano (Croazia) il convegno scientifico internazionale sul tema Momiano e l’Istria: una comunità e una regione dell’Alto Adriatico (storia, arte, diritto, antropologia), organizzato dall’Università Popolare Aperta di Buie in collaborazione con la CI momianese, con il patrocinio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il sostegno finanziario della Regione Istriana, della Regione del Veneto e della Città di Buie, nonché con la collaborazione esterna dell’Ente per il turismo di Buie, dell’Associazione dei produttori del moscato di Momiano “Vino Momilianum” e dell’azienda municipale “Civitas Bullearum”. I relatori sono giunti da Italia, Croazia e Slovenia.

Citato per la prima volta nel 1035, il borgo collinare con il suo castello eretto nella prima metà del ’200 fu a lungo un baluardo anti-veneziano, pur passando più volte da un feudatario all’altro, finché nel 1508 entrò stabilmente nei domini di Venezia, che nel 1548 vendette il feudo al conte bergamasco Simone Rota. Oggi dello storico maniero, non più abitato dal ’700, restano solo le rovine, da poco messe in sicurezza, mentre il borgo, abbandonato dopo l’esodo, è ora in lenta ripresa e si sviluppa su due livelli: uno alto e uno basso. Fonte principale di sostentamento degli abitanti di questa località dell’alto Buiese a pochi chilometri dal confine con la Slovenia rimane l’agricoltura, mentre si sta sviluppando il turismo enogastronomico.

La mattina di venerdì 14 giugno, contestualmente all’apertura del convegno, è stata inaugurata la mostra Sotto il castello di Momiano. Nella prima sessione dei lavori Bruno Crevato Selvaggi (Società Dalmata di Storia Patria, Roma) ha trattato dell’organizzazione politica e amministrativa dell’Istria veneziana, Slaven Bertoša (Università di Pola) di Momiano dal XIV al XVIII secolo, Claudio Povolo (Università Ca’ Foscari, Venezia) dell’Istria fra consuetudine e legge in età moderna, Darko Darovec (Istituto di studi umanistici “Nova revija” di Lubiana) di Momiano e Pietrapelosa nel Medioevo, Lucien Faggion (Università di Aix-Marsiglia, Francia) del feudo di Barbana (che rimase tale anche dopo il passaggio a Venezia nel XVI secolo) e della sua giurisdizione, e Mila Manzatto (Università Ca’ Foscari, Venezia) della comunità montenegrina di Peroi quale esempio dei conflitti di culture nell’Istria sud-occidentale di fine Settecento.

Venerdì pomeriggio Chiara Vigini Conti (presidente dell’IRCI, Trieste) ha relazionato sulle chiese rurali del Momianese, Gaetano Benčić (Scuola media superiore italiana “Leonardo da Vinci” di Buie) sulla storia e l’architettura della chiesa parrocchiale di San Martino a Momiano, David di Paoli Paulovich (Società di Studi Storici e Geografici di Pirano) sulle tradizioni musicali a Momiano tra rito e folclore, Rino Cigui (Centro di Ricerche Storiche di Rovigno) sulle confraternite religiose e le edicole votive quali manifestazioni spontanee di fede a Momiano, Vladimir Bedenko (Facoltà di Architettura di Zagabria) sullo sviluppo storico-architettonico del castello di Momiano, Antonio Salvador (Istituto Italiano dei Castelli) su un tentativo di ricostruzione 3D del castello tra iconografia storica, rilievo architettonico e documentazione fotografica.

La giornata si è conclusa con la presentazione del ventennale di attività della rivista storica “Acta Histriae”.

La mattina di sabato 15 giugno Claudio Povolo si è soffermato su Momiano e il Momianese in età moderna tra rapporti giurisdizionali e assetti istituzionali, Erasmo Castellani (Università Ca’ Foscari, Venezia) su Momiano e Pirano nella prima metà del Cinquecento, Ivan Milotić (Facoltà di Giurisprudenza di Zagabria) su alcuni elementi di diritto romano nel “Capitolare di Momiano”, Eliana Biasiolo (Università Ca’ Foscari, Venezia) sul non sempre facile rapporto tra i conti Rota, proprietari dal 1548 del castello di Momiano, e gli abitanti del borgo, con particolare riguardo all’amministrazione della giustizia nella seconda metà del Settecento, Laura Amato (Università Ca’ Foscari, Venezia) sugli intrighi, i complotti e i tradimenti tra fratelli Rota testimoniati nel processo per incesto e forzato aborto a don Giacomo Rota, Giovanni Florio (Università Ca’ Foscari, Venezia), sull’orazione per l’elezione a doge di Leonardo Donà (1606) presentata dalla città di Capodistria, Denis Visintin (Museo Civico di Pisino) sul paesaggio agrario e l’organizzazione produttiva nelle campagne momianesi in età moderna, Walter Baldas (Scuola media superiore di Parenzo) sul passato, il presente e il futuro demografico di Momiano e del suo circondario, e infine Tajana Ujčić (Agenzia Culturale Istriana, Pola) sul Comune locale di Momiano, esistito per 19 anni dal 1850 al 1869.

Sabato pomeriggio Franco Rota ha parlato dei conti di cui è discendente, Nicola Gregoretti del castello-feudo di Sipar (Umago) e della contessa Rota-Bratti, Lia de Luca (Università Ca’ Foscari, Venezia) del processo contro i conti Rota per delle mancanze e trasgressioni che causarono il deterioramento dei beni feudali, Kristjan Knez (presidente della Società di Studi Storici e Geografici di Pirano e del Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria) del conte Stefano Rota quale erudito, archivista e studioso di patrie memorie, e Margherita Canale (Conservatorio di musica “Giuseppe Tartini”, Trieste) dei suoi interessi musicali e compositivi. Aleksandra Golojka (Pola) ne ha infine eseguito i brani Suonata XIV “La Piva del Pastore” e Romanza per soprano e pianoforte.

La mattina di domenica 16 giugno relatori e partecipanti sono stati portati a visitare le rovine del castello di Momiano e la sottostante vallata del torrente Argilla.

 

 

Cristicchi dal 22 ottobre al “Rossetti” di Trieste

Dal 22 al 27 ottobre Simone Cristicchi aprirà la nuova stagione del Politeama “Rossetti” di Trieste con il suo spettacolo Magazzino 18, scritto insieme a Jan Bernas, diretto da Antonio Calenda e prodotto dallo stesso Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia con PromoMusic.

«Il racconto dell’esodo biblico degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia – spiega – parte da un luogo “simbolo”: il Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Il protagonista, ideale “Virgilio” per gli spettatori, è un umile archivista romano, spaesato e ignorante, che viene inviato dal Ministero degli Interni a Trieste per fare l’inventario di questa enorme catasta di masserizie abbandonate e stipate alla rinfusa, che di lì a poco verranno portate via. Oggetti marchiati da nomi e numeri, che raccontano la tragedia di un popolo sradicato dalla propria terra e che sembrano in attesa di un fantasma che li venga a prendere, perché capaci di evocare direttamente la persona cui sono appartenuti. Il giovane protagonista ne riporta alla luce la vita che vi si nasconde, scoprendone gradualmente l’esistenza, narrando in maniera cruda e schietta una delle vicende meno raccontate della storia d’Italia». «Cambiando registri vocali, costumi e atmosfere musicali, mi trasformerò – precisa Cristicchi – dando vita ad ogni singolo personaggio: l’esule da Pola, il bambino di un campo profughi, la donna “rimasta” che scelse di non partire, il monfalconese che decise di andare in Jugoslavia, il prigioniero del lager comunista di Goli Otok. In una sorta di nuovo genere teatrale, il “Musical Civile”, le testimonianze reali e le canzoni inedite sul tema, colmano il silenzio di una pagina strappata dai libri di Storia».

Oltre a recitare, Cristicchi canterà, accompagnato dalla FVG Mitteleuropa Orchestra, da 60 piccoli coristi e da proiezioni video alle sue spalle.

Il presidente del politeama Miloš Budin, di madrelingua slovena, ha affermato che Magazzino 18 «dà il la» a tutto il cartellone: «Apriamo con un tema che qui colpisce sensibilità molto presenti ma sono convinto che questo contribuirà a unire e a far sì che la comunità triestina, nazionale e internazionale superi quello che la storia ha portato per dividere». «Viviamo – ha dichiarato Calenda – un momento terribile. E l’esodo è un tema fondamentale delle guerre etiche, che portano sempre con sé la trasmigrazione dei popoli. Quando Simone Cristicchi ed io abbiamo visto il magazzino 18, ci è apparso come una testimonianza esistenziale straordinaria, di gente che voleva riprendersi in qualche modo la sua vita, che non voleva sentirsi sradicata. Cristicchi si è avvicinato al tema come un giovane aedo, con malinconia e ironia, ma con la curiosità di chi indaga. Ne è nato un atto di pacificazione, hinc, nunc et semper». Per informazioni: www.ilrossetti.it.

 

 

2° EuroCarnevale Estivo

L’istro-veneta Muggia ha ospitato dal 9 al 15 agosto la 4ª Festa dell’amicizia - 2° EuroCarnevale Estivo con 13 bande o gruppi folkloristici da Italia, Croazia, Slovenia e Serbia.

Sabato 10 la II Eurosfilata ha percorso il tragitto da Porto San Rocco al centro di Muggia. Oltre alle rappresentanze delle Compagnie del Carnevale Muggesano, del Comitato del Carnevale di Trieste, del Palio cittadino e del Carnevale Carsico, c’erano anche allegri figuranti della Comunità degli Italiani di Buie, della Skupina Sicet di Crevatini e del Centro Attività Ricreative di Capodistria (Istria slovena). Venerdì 9 e sabato 10 si sono alternati complessi triestini e muggesani.

Domenica 11, dopo il concerto delle bande a Porto San Rocco e la simpatica Vogadamata, la Koza Nostra Band (koza=capra, il simbolo dell’Istria), composta dalle Bande d’ottoni di Rovigno, Visinada e della CI di Buie, ha offerto musica folcloristica giuliano-dalmata e brani internazionali.

Il 12 agosto hanno suonato l’orchestra Godba na Pihala di Sant’Antonio presso Capodistria e la Filarmonica Madonna di Buja (UD), il 13 il Complesso bandistico di Fagagna (UD) e la Banda cittadina di Albona (Istria croata), mercoledì 14 un gruppo triestino e uno serbo, il 15 la GuggenBand Muja.

L’evento transfrontaliero è stato organizzato dalla GuggenBand Muja e promosso dal Comune di Muggia e dall’Associazione delle Compagnie del Carnevale Muggesano.

 

 

Triplice identità istriana

Per celebrare l’ingresso della Croazia nell’UE l’Unione Italiana ha organizzato, in collaborazione con l’Università Popolare di Trieste e d’intesa con il Ministero degli Affari Esteri, la mostra Triplice identità, inaugurata il 5 luglio a Pola presso il Museo d’Arte Contemporanea e rimasta visitabile fino al 5 settembre, e un catalogo italiano-croato-inglese. Il 1° luglio l’Istria ha ritrovato la sua unitarietà nella triplicità sia istituzionale sia linguistico-culturale; la mostra ha voluto esprimerla coniugando arte e letteratura di ognuno dei tre gruppi nazionali che la compongono e dei tre Stati in cui è suddivisa: Italia, Slovenia e Croazia. Le installazioni dei tre giovani artisti Lara Favaretto, David Maljković e Tobias Putrih sono state abbinate ad alcuni passi tratti dalle opere di tre letterati meno giovani ma anch’essi di fama internazionale: Claudio Magris, Predrag Matvejević e Ciril Zlobec, cui si è aggiunto Giacomo Scotti in rappresentanza della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia. Gli artisti hanno affrontato il tema delle identità plurime in modo più concettuale e universale, gli scrittori in modo invece più diretto e specifico.

«Lara Favaretto – spiega il critico d’arte curatore della mostra Ludovico Pratesi – presenta l’opera intitolata Tutti giù per terra creando un’alterazione ambientale attraverso l’intromissione nel contesto museale di materiali comunemente usati e trovati in realtà differenti. Lo spettatore è invitato ad osservare il volo frenetico di milioni di coriandoli, costantemente in aria grazie al vento generato dai ventilatori».

«L’identità croata – continua Pratesi – è rappresentata da David Maljković con l’opera Temporary projection, composta da un proiettore 16mm da cui parte un fascio di luce che illumina due puntine rosse. Il processo attivato dall’artista si intreccia con i significati sottesi all’idea di monumento strettamente connessa sia alla contingenza storica, sia al contesto sociale e contemporaneo».

«Lo sloveno Tobias Putrih – chiarisce Pratesi – presenta l’installazione Re-projection, incentrata su un disegno luminoso, realizzato attraverso l’uso di un fascio di linee a mono-filamento che crea una sorta di elemento architettonico».

La citazione di Claudio Magris è tratta dal romanzo Microcosmi, dove scrive riguardo all’isola di Cherso: «La vana ricerca di purezza etnica scende alle radici più antiche, si accapiglia per etimologie e grafie, nella smania di appurare di quale stirpe fosse il piede che per primo ha calcato le spiagge e si è graffiato sui rovi della fitta macchia mediterranea, come se ciò attestasse maggiore autenticità e diritto al possesso di queste acque turchesi e di questi aromi nel vento. La discesa non raggiunge mai un fondo ultimo o primo, non arriva mai all’origine. A grattare un cognome italianizzato si riscopre lo strato slavo, un Bussani è un Bussanich, ma se si continua viene fuori uno strato ancor più antico, un nome venuto dall’altra sponda dell’Adriatico o da altrove; […] Ognuno, sulle carte di questi mari, ha la sua toponomastica personale, del nazionalista intrattabile che dice tutti i nomi in italiano o in croato, affermando implicitamente una compatta omogeneità etnica di quel mondo e negando l’esistenza degli altri che ne fanno parte».

«Le identità plurali – scrive Matvejević in Mondo ex e tempo del dopo – sono percepite dai nazionalismi come altrettante minacce. L’ideologia nazionalista sostituisce una nozione di particolarità all’idea di differenza. Confonde la nazione etnica con la nazione civile a detrimento di quest’ultima. Rifiuta di distinguere la nazione che genera il nazionalismo da un nazionalismo che contribuisce a creare la nazione». «Queste malattie di identità, spesso endemiche o ereditarie, colpiscono – continua lo scrittore croato – per lo più le nazioni “venute tardi”, quelle che hanno dovuto aspettare più a lungo il loro riconoscimento da parte della storia. L’ideologia che si crea in questo modo impedisce di concepire la nazionalità come un attributo dell’essere, presentandole come l’essere stesso. Riduce la cittadinanza all’etnicità. La “pulizia etnica” ne è l’espressione più esacerbata. Costruire in seno alle culture nazionali una nuova cultura civica, rifiutando di sottomettersi a certe forme di integralismo, costituisce uno degli obiettivi più urgenti dell’umanità».

Ciril Zlobec si chiede a proposito delle opere dei tre artisti: «il loro è da considerarsi un armonico mosaico tricolore, oppure si tratta di tre entità discordanti, incompatibili tra loro? Rappresentano quindi (in quanto mostra collettiva e non in quanto arte personale) la discreta metafora dell’Istria multietnica, che prende atto o persegue una certa unità o logica e senso della cosiddetta convivenza nella diversità, come si usa dire nel linguaggio politico?». «Sin da studente a Capodistria (1939-41) notavo con interesse – aggiunge lo scrittore sloveno – che i miei compagni di scuola nati in Istria, a prescindere se fossero italiani, croati o sloveni, avevano oltre all’identità primaria una molto sentita ulteriore “collaterale”-accessoria sensibilità e coscienza etnica: si ritenevano profondamente – e lo erano anche ai nostri occhi – istriani».

Commenta Giacomo Scotti riguardo ai protagonisti della mostra: «Tre pittori e tre scrittori, figli di terre confinanti, che penetrano e continuano le une nelle altre fino ai monti e al mare, si incontrano e si parlano in Istria, terra di tre colori e tre lingue, di una triplice identità, una delle quali è la Piccola Italia, che finalmente non conosce frontiere. Essi si parlano nel comune linguaggio della convivenza e dell’amicizia, dell’alleanza per la pace, tenendosi stretti per mano».

Il catalogo comprende anche testi introduttivi dell’ambasciatore d’Italia a Zagabria Emanuela D’Alessandro, del presidente della Giunta esecutiva dell’UI Maurizio Tremul, della direttrice del Museo d’Arte Contemporanea Gorka Cvajner Ostojić e di Ludovico Pratesi.

L’inaugurazione è stata preceduta da una tavola rotonda sulla molteplice e complessa identità istriana nell’Europa senza frontiere svoltasi presso la Comunità degli Italiani di Pola. Sono intervenuti Maurizio Tremul, il presidente dell’UPT Silvio Delbello, il filosofo connazionale Elvio Baccarini, la vicepresidente della Regione Istriana Guseppina Rajko, Gorka Cvajner Ostojić, il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, il direttore del Dipartimento di Studi in Lingua italiana dell’Università di Pola Elis Deghenghi Olujić, Giacomo Scotti e il direttore della casa editrice EDIT di Fiume Silvio Forza. Maurizio Tremul ha presentato mostra e catalogo il 5 settembre in via Cassa di Risparmio a Trieste durante la 12a edizione della manifestazione Sotto lo stesso cielo, promossa dall’Aciesse-Confesercenti provinciale.

 

 

Strage del “San Marco”: commemorate le vittime

L’amministrazione municipale di Umago ha commemorato le vittime civili innocenti del piroscafo di linea “San Marco”. Lunedì 9 settembre a Porto Salvore il vicesindaco italiano Mauro Jurman ha tenuto un’allocuzione presso la targa ricordo deplorando «l’immane tragedia, che ha segnato profondamente la gente di quest’area», e «l’inutile massacro». Hanno assistito alla cerimonia il presidente del Consiglio cittadino Milan Vukšić, la vicesindaco italiana Floriana Bassanese Radin, il presidente della Comunità degli Italiani di Umago Pino Degrassi, nonché alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime. Tra questi i coniugi Emilio Vardabasso e Olivia Razza Vardabasso, da 56 anni esuli in Canada. Dalla diga frangiflutti del porto il presidente del Consiglio Vukšić ha poi lanciato in mare una corona di fiori.

Nel tardo pomeriggio del 9 settembre una messa in memoria delle vittime è stata celebrata nella chiesa della Beata Vergine del Soccorso a Trieste, su iniziativa della Famiglia Umaghese, aderente all’Unione degli Istriani.

La mattina del 9 settembre 1944 una squadriglia di velivoli da caccia anglo-americani bombardò il vaporetto di linea Umago-Trieste, appena salpato dal porticciolo di Salvore in direzione Pirano. La nave, subito centrata nel camino, fu portata in secca per salvare quanti più passeggeri possibile e spegnere l’incendio. Ma gli aerei si accanirono mitragliando i superstiti gettatisi in mare. Fu un ecatombe: su 260 passeggeri si contarono più di 150 morti (forse 154); il numero esatto è ignoto perché non tutti i cadaveri furono recuperati. Oltre 100 erano i civili (compresi minorenni, donne e 5 membri dell’equipaggio), mentre gli altri erano soldati tedeschi e giovani italiani di leva o precettati nell’organizzazione Todt. Un veliero partito da Pirano soccorse i superstiti in mare. Le salme furono trasportate nel duomo di Umago. Numerose famiglie piansero almeno un congiunto diretto a Trieste per vendere prodotti dell’orto, recarsi in ospedale o fare acquisti.

Secondo l’appassionato di storia Claudio Pristavec, i servizi segreti alleati sapevano che su quel piroscafo sarebbero saliti anche una ventina di avieri (tedeschi e italiani) operativi presso la stazione di avvistamento radar tedesco di Villania (tra Umago e Buie), i quali da Trieste sarebbero poi proseguiti per Villa Masieri di Tricesimo, in Friuli, dove li attendeva un corso di aggiornamento.

 

 

Bocciata una via a Maria Pasquinelli

Il Consiglio comunale di Pieve di Soligo (Treviso) ha discusso nella seduta del 6 settembre e alla fine respinto la mozione con cui i consiglieri del gruppo misto Cristian Gai e Jacopo Beltrame avevano proposto di intitolare una via a Maria Pasquinelli (1913-2013). In favore hanno votato solo Gai, Beltrame e l’assessore Salvatore Cauchi.

«La Pasquinelli – ha spiegato Gai – è una figura importante che ha mostrato il suo attaccamento alla patria. Aveva un principio valido: la liberazione dell’Istria e della Dalmazia dai partigiani jugoslavi. Certo, l’episodio dell’omicidio è crudo e controverso, ma vogliamo far passare solo l’ideale di attaccamento alla patria». Il suo – ha aggiunto – fu «un gesto eclatante per punire simbolicamente le grandi potenze alleate». «Amore, fedeltà e attaccamento alla patria di questa grande donna – ha concluso il consigliere – devono essere di esempio e monito per le nuove generazioni».

«Vogliamo – ha chiarito Beltrame – risvegliare l’italianità. Non sono di estrema destra, né un nostalgico del fascismo, ma in un periodo come questo va rispolverato il senso di appartenenza alla nostra patria». All’obiezione che Maria Pasquinelli non ha alcun legame con il Trevigiano Beltrame ha replicato che «nel nostro paese non tutte le vie sono intitolate a personaggi locali».

Il sindaco Fabio Sforza ha espresso contrarietà sia perché la legge vieta intitolazioni toponomastiche a soggetti deceduti da meno di 10 anni, sia perché andrebbero comunque anteposti personaggi locali. Inoltre Maria Pasquinelli ha pur sempre ucciso un generale in tempo di pace... Quanto invece alla mancata intitolazione di una via ai Martiri delle Foibe, pur decisa dal Consiglio comunale due anni fa, il motivo è che nel frattempo non sono state realizzate nuove vie.

Lo storico ed esponente del PD Daniele Ceschin ha sostenuto che la Pasquinelli non c’entra nulla con Pieve di Soligo o con il Veneto e che era affiliata alla X Mas, la quale il 26 gennaio 1945 proprio a Pieve di Soligo fucilò sei partigiani.

Favorevole invece il Comitato provinciale ANVGD di Treviso. Secondo il presidente Luigi Costanzo, il gesto della Pasquinelli «va contestualizzato all’interno del dramma che costrinse 350.000 istriano-dalmati ad abbandonare la propria terra sotto l’incalzare della pulizia etnica attuata dagli slavo-comunisti con le foibe». Costanzo ha ricordato che «quella donna, che giuliana non era ma aveva insegnato in Dalmazia, visse e soffrì così profondamente il nostro dramma collettivo e l’ingiustizia che subivamo da decidersi al tragico gesto, pagato con la condanna all’ergastolo». Non si tratta – ha sostenuto – di «esaltare un’uccisione, ma nel clima arroventato del tempo la Pasquinelli agì d’impulso contro un’ingiustizia che ci faceva pagare il conto della storia».

 

 Comunità Istriane a Barbana

Domenica 8 settembre, in occasione della Natività di Maria Santissima (Madonna Piccola), il Coro dell’Associazione delle Comunità Istriane e la Cappella corale della Società Filarmonica S. Apollinare si sono recati da Trieste in pellegrinaggio al santuario della Madonna sull’isola di Barbana (Grado), dove nel pomeriggio hanno cantato prima il vespero solenne in lingua latina secondo i toni gregoriani e patriarchini e poi la S. Messa. In quel giorno al santuario si è potuto lucrare l’indulgenza plenaria applicabile anche a defunto. La chiesa custodisce le spoglie mortali del polese Egidio Bullessich.

 

Il Beato Francesco Bonifacio sempre vivo nei cuori

Nell’anniversario del suo martirio, il Beato don Francesco Bonifacio (1912-1946) è stato commemorato sia a Trieste sia nei luoghi della sua fulgida azione pastorale.

Mercoledì 11 settembre l’Unione degli Istriani ha tenuto a Trieste nel largo a lui dedicato una cerimonia con la deposizione di una corona, l’allocuzione del presidente Massimiliano Lacota e la lettura di una preghiera.

Lo stesso giorno nella chiesa della Beata Vergine del Rosario è stata celebrata una messa in memoria del martire.

Domenica 15 settembre l’Azione Cattolica diocesana di Trieste ha compiuto il pellegrinaggio associativo annuale Sui passi del Beato. Nel pomeriggio un’ottantina tra aderenti e simpatizzanti, in prevalenza giovani, sono partiti per il santuario di Santa Maria della Visione a Strugnano (Slovenia), ben noto al piranese don Francesco, che proprio a Pirano fra il 1936 e il ’37 compì i primi passi del suo ministero sacerdotale, continuato poi a Cittanova (1937-39) quale assistente dell’Azione Cattolica e a Villa Gardossi (attuale Crassiza) quale cappellano. Passato il confine croato, la tappa successiva dei pellegrini è stata a Grisignana, dove il sacerdote si era recato l’11 settembre 1946 in visita al suo confessore. La sera, mentre stava tornando a piedi verso casa, fu arrestato, picchiato a morte e fatto sparire da alcuni solerti guardie popolari titine rimaste impunite. Nella chiesa di Santo Stefano a Crassiza i fedeli triestini hanno ascoltato la toccante testimonianza di Ede Dubaz Buzzai, allora giovane componente dell’Azione Cattolica locale, sul coraggioso e limpido operato del sacerdote, che in quel luogo sacro disse messa dal 1939 al 1946 costituendo il principale punto di riferimento dell’intera comunità.  Con la sua dolcezza – ha raccontato la signora – annunciava il Vangelo a tutti e in particolare ai giovani. Li esortava a salutarlo con un «Sia lodato Gesù Cristo» e a portare nelle case delle frazioni santini invitanti alla preghiera. Fu un prete buono e misericordioso, attento anche alla liturgia, che faceva accompagnare da un piccolo coro. Rimase al proprio posto malgrado le crescenti minacce contro la sua predicazione. A lei donò la gioia di essere cristiana. Dopo la celebrazione dell’Eucarestia è stata annunciata la costituzione del gruppo di attenzione Amici di don Francesco, rivolto a soci e simpatizzanti che desiderano ricordarlo nella preghiera e farlo conoscere sempre più e coltivarne il culto nelle parrocchie della diocesi di Trieste.

 

 Rivedere Montona

La Famiglia Montonese di Trieste, presieduta dalla giovane Simone Vicki Peri, ha organizzato per domenica 4 agosto una gita a Montona (attuale Istria croata) in occasione della tradizionale “fiera”, che ogni prima domenica dopo il 2 agosto costituì fino all’esodo un importante momento di socialità, traendo origine dalla consacrazione nel 1614 del duomo al patrono santo Stefano protomartire. Una festa che oggi i locali celebrano in famiglia ma che esuli e discendenti tentano di ravvivare annualmente con questi ritrovi della memoria.

I partecipanti (una sessantina) hanno raggiunto, in pullman o in auto, Montona facendo sosta nella centralissima piazza Andrea Antico (comunemente detta “Piassa de sora”) prima di entrare in chiesa per assistere alla messa, durante la quale hanno offerto doni alla parrocchia. Al termine hanno girato per l’antico borgo, posto in cima a una collina dalle intatte caratteristiche di città-fortezza medievale a guardia della media valle del fiume Quieto. Quindi si sono recati in un ristorante della zona per il pranzo collettivo.

Nel pomeriggio, lungo la viabile Montona-Pisino, si sono fermati in raccoglimento al sacrario di Cava Cise, dove hanno deposto fiori e recitato una preghiera per le vittime. In quell’ex cava di bauxite il 10 maggio 1945, a guerra appena finita, i titini trucidarono 20 o 21 giovani, di cui solo 14 identificati: 9 montonesi, altri 2 istriani, un friulano, un lucano e un milanese, fra i quali alcuni combattenti della Milizia Difesa Territoriale. Alla fine degli anni ’90 la Famiglia Montonese acquistò il terreno, ridotto a discarica, lo ripulì e lo adibì a sito memoriale posizionandovi una croce in pietra bianca, un altare e tante lapidi quanti sono i caduti identificati. Questo parco della rimembranza fu consacrato nel settembre 2001.

Continuando il proprio tragitto lungo la strada per Pisino, la comitiva ha svoltato a sinistra verso la località di Vermo, che ha superato per giungere alla vicina chiesetta cimiteriale della Madonna delle Lastre, situata a mezza costa di un colle arenaceo. L’edificio, un tempo parte di un’abbazia benedettina, presenta un portico, un campanile a vela e una copertura a tegole. Il nome gli deriva dalle lastre di pietra che ricoprono il pavimento, le pareti e un tempo anche il tetto. L’attrattiva maggiore sono gli affreschi dipinti nel 1474 da Vincenzo da Castua, di stampo tedesco-tirolese-carinziano. Il più famoso è la danza macabra sopra la porta d’ingresso. L’influsso artistico germanico deriva dall’appartenenza del borgo alla Contea di Pisino, appannaggio dal 1374 degli Asburgo d’Austria.

L’ultima tappa del viaggio ha avuto luogo al Museo Etnografico dell’Istria, ospitato nel maestoso castello Montecuccoli di Pisino. Le collezioni esposte comprendono: architettura e arredo domestico; cultura sociale e spirituale; economia; migrazioni; eredità; produzione tessile, abbigliamento, calzature e oggetti personali; souvenir; fotografie; cartoline, biglietti d’auguri e lettere. Nel museo si svolgono anche attività educative, laboratori per bambini e adulti e corsi.

 

 A Collalto per il patrono

Come ogni anno, anche gli esuli da Collalto, Briz e Vergnacco sono ritornati a casa per la festività del santo patrono, san Giacomo Apostolo. I loro ameni borghi d’origine si trovano sulle ubertose colline marnoso-arenacee nel territorio municipale di Buie, in Croazia, a poche centinaia di metri dal confine sloveno. Se Briz e Collalto hanno duramente risentito dell’esodo, Vergnacco (più a valle) è da tempo ormai un paese fantasma. La Comunità di Collalto-Briz-Vergnacco, aderente all’Associazione delle Comunità Istriane, ha organizzato un pullman partito da Trieste la mattina di domenica 28 luglio. Alle 11.30 i partecipanti hanno assistito nella chiesa parrocchiale di Collalto alla messa in italiano. Poi hanno pranzato in un locale della zona con musiche e canti tradizionali.

 

 Esuli buiesi a Buie

Il Circolo Buiese “Donato Ragosa”, aderente all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, ha organizzato una gita in pullman a Buie d’Istria per domenica 8 settembre, tradizionale festività della Madonna piccola. Il pullman era pieno, e ciò dimostra lo struggente bisogno di tanti esuli buiesi di riprendere contatto con il loro suggestivo borgo natio, continuazione di un castelliere protostorico posto in cima a un colle marnoso-arenaceo ai limiti del Carso istriano. Da lì la vista spazia fino al mare di Umago e Cittanova. La posizione di vedetta gli ha garantito per millenni un clima salubre. L’economia verteva sull’agricoltura, tuttora importante. L’esodo, concentratosi soprattutto fra il 1954 e il 1956, ne ha fatto un luogo spettrale, malgrado in epoca tardo-jugoslava Buie fosse divenuta sede di un vasto Comune comprendente i territori croati fra i fiumi Dragogna a Nord e Quieto a Sud. Ancor oggi diverse case del centro sono diroccate, malgrado i lavori di recupero intensificatisi negli ultimi anni. Ma il nucleo di connazionali rimasti, vista la non eccessiva immigrazione slava, si è rivelato sufficiente a garantire continuità al dialetto istro-veneto e a conservare il bilinguismo. Al censimento del 2011 la Città di Buie, dal 1993 ridimensionata nei confini di epoca austriaca e italiana, contava ancora il 24,33% di italiani, nonostante il calo rispetto al 2001 e al 1991. E’ la terza unità amministrativa della Croazia per presenza italiana, comprende appena 5.127 abitanti e confina a Nord con la Slovenia.

La prima tappa del viaggio alla riscoperta delle proprie radici è stata presso l’attivissima Comunità degli Italiani, che lo scorso 28 luglio ha rinnovato i propri vertici con la partecipazione alle urne di 340 connazionali su 1.017 aventi diritto (due le liste concorrenti). Si consideri che il territorio municipale include altre tre CI: Momiano, Castelvenere e Crassiza, a testimonianza del forte radicamento italiano. La cordiale accoglienza è avvenuta nella sala maggiore del sodalizio. E’ stato questo un significativo momento di incontro tra esuli e residenti, che ne rinsalda i legami malgrado le bufere della storia. Alle 11.30 in duomo gli esuli si sono uniti ai residenti nell’assistere alla messa in italiano. La chiesa era gremita. Dopo le celebrazioni religiose il gruppo si è recato in un agriturismo di Crassiza per un pranzo conviviale in allegria con un po’ di musica nostrana. Quindi ha fatto rientro a Trieste.

Domenica 25 agosto la CI di Buie aveva ospitato nel teatro cittadino l’Associazione Complesso Bandistico Arcobaleno di Trieste, il cui allegro concerto era stato seguito da circa 300 spettatori che ne sono usciti soddisfatti.

 

A Rovigno l’abbraccio esuli-residenti

Si è svolto a Rovigno dal 13 al 16 settembre il 56° Raduno annuale della Famìa Ruvignisa (aderente all’Unione degli Istriani), il settimo nella località natia. Da varie regioni d’Italia, ma anche dagli USA e dall’Argentina, oltre 150 esuli sono giunti in concomitanza con la tradizionale festa della patrona santa Eufemia, che coincide con la Giornata della Città.

Venerdì 13 dei pullman in partenza da Genova, Grado e Trieste hanno aiutato diversi radunisti a raggiungere la meta. Il primo appuntamento collettivo è stato la Serata in famiglia, tradizionale manifestazione offerta dalla Comunità degli Italiani di Rovigno all’Estivo di palazzo Milossa. Ben 400 persone hanno partecipato a questo cordiale primo incontro fra concittadini esuli e residenti, compresi la vicepresidente della Regione Istriana Viviana Benussi, il sindaco Giovanni Sponza e i vicesindaci Marino Budicin e William Uljanić. Il presidente della CI Gianclaudio Pellizzer ha ringraziato, assieme alle autorità, il presidente della Famìa Ruvignisa Francesco Zuliani per aver organizzato i raduni degli esuli e promosso il riavvicinamento tra tutti i rovignesi. «La nostra Comunità – ha esclamato – è la casa di tutti i rovignesi di buona volontà». Anche Zuliani, in dialetto rovignese, ha ringraziato le autorità per aver sempre accolto i soci della Famìa con grande disponibilità. «Oggi – ha detto – siamo qui tutti riuniti come in una grande famiglia nel ricordo della nostra amata Rovigno».

Quindi i bravissimi mini e midicantanti nonché i solisti della CI hanno presentato parte del programma di musica tradizionale rovignese Butémola in canto interpretando vecchie canzoni dialettali come Rovigno Bela, Li ven soûn par li casale, Rovigno tesoro, Vien, Fiamita, Rematore, Figarola, Sira e Turnade sì li ride, ma anche un capolavoro della canzone italiana come Con te partirò. I maestri Biba e Vlado Benussi hanno cantato Museto, Sprechen Sie douche e, assieme ai ragazzi e al pubblico, Santa Eufemia. Gli attori Tullio Svettini, esule rovignese, e Lucilia Pasquali hanno proposto alcune Maldobrie e una poesia di Biagio Marin. Poi si è esibito il Riccardo Bosazzi Quintet, con Sergio Preden-Gato, e infine la Società artistico-culturale “Marco Garbin” ha eseguito La viecia batana con la calorosa partecipazione del pubblico. I palati hanno potuto gustare crauti, sardelle in savor, baccalà e muini, tipici biscotti della tradizione culinaria locale. L’allegra serata si è conclusa con il gioco della tombola. Un grazie è andato a chi ha contribuito alla sua realizzazione: la Città di Rovigno, la Comunità turistica e la ditta Valalta, il cuoco Sergio Ferrara, l’associazione “Casa della batana” e le famiglie di Corrado, Nereo e Giannino Pellizzer, che hanno offerto gratis le pietanze tradizionali.

La mattina di sabato 14 settembre oltre 40 radunisti si sono diretti in pullman a Pisino, dove li attendeva la presidente della locale CI Gracijela Paulović. Hanno deposto corone sulle due fosse comuni che ai lati del viale d’accesso al cimitero conservano le spoglie di 56 persone infoibate nel 1943, nonché sotto l’effigie dell’esule pisinota prof. Nerina Feresini inaugurata lo scorso anno sul muro degli scrittori vicino al castello Montecuccoli. Quindi hanno visitato il Museo Etnologico dell’Istria. Infine si sono recati nella sede della CI, dove l’ospitale presidente ha offerto loro un rinfresco e dove è avvenuto uno scambio di libri. Dopo il pranzo di gruppo in un ristorante sono rientrati a Rovigno. Nel pomeriggio all’Hotel Eden hanno ascoltato con piacere la conferenza del prof. Giovanni Radossi, direttore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Quindi al Centro multimediale, sulle rive, la dott.ssa Orietta Moscarda Oblak, ricercatrice del CRSR e responsabile del settore cultura della locale CI, ha presentato Rovigno d’Istria - Guida storica artistica e culturale, pregevole e utile opera del giovane vicepresidente della Famìa Ruvignisa Gabriele Bosazzi. Dopo l’introduzione del presidente Zuliani, che ha riassunto la storia e le opere editoriali del sodalizio, l’autore del libro ha raccontato cosa lo ha spinto a realizzare questo lavoro: il grande attaccamento per la città dei suoi avi ma anche la constatazione degli errori e delle omissioni che si trovano sulle guide turistiche locali e italiane, di cui ha riportato alcuni esempi, anche grotteschi. Hanno allietato l’incontro i bitinadori della SAC “Marco Garbin”.

La mattina di domenica 15 i radunisti hanno raggiunto il lapidario del cimitero cittadino, dove la Famia Ruvignisa, la CI e la Città di Rovigno hanno raccolto negli anni numerose vecchie lapidi e statue provenienti da antiche tombe degli ultimi centocinquant’anni ormai smantellate ma che testimoniano l’italianità di Rovigno. Gianclaudio Pellizzer, la presidente della Giunta esecutiva Cinzia Russi Ivančić e Francesco Zuliani hanno deposto una corona di fiori ai piedi della croce all’ingresso del lapidario, di cui lo stesso Pellizzer e lo storico Antonio Pauletich hanno illustrato storia e finalità. E’ seguito l’omaggio alle lapidi in memoria dei sacerdoti e delle suore rovignesi deceduti in esilio, del capitano Silvano Abbà (olimpionico a Berlino e medaglia d’oro al valor militare), del M° Pietro Soffici e dei caduti rovignesi nella guerra di liberazione. Al termine Tullio Svettini ha recitato una poesia di Biagio Marin.

Nel pomeriggio la comitiva è partita in pullman per Valle, dove ha avuto un cordiale incontro con la locale CI e visitato il da poco restaurato castel Bembo (che la ospita) e l’antico borgo. Quindi ha assistito allo spettacolo di canti tradizionali, istriani e non, offerto a castel Bembo dai connazionali vallesi.

Dopo il rientro a Rovigno, la sera all’Hotel Eden sono state proiettate le fotografie delle opere esposte nella mostra Arte dell’Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dal V secolo ad oggi e il documentario Vedo rosso – Anni ’70 tra storia e memoria degli italiani d’Istria, prodotto nel 2012 dalla regista rovignese Sabrina Benussi e già proposto il 6 agosto (insieme a Italiani per scelta di Nevio Casadio con musiche di Mario Fragiacomo) presso la sede della CI nell’ambito del 13° Italian Film Festival di Rovigno. Ne è scaturito un dibattito. A seguire un gradevole intrattenimento con le Maldobrie e un piccolo varietà proposti da Tullio Svettini e Lucilia Pasquali.

La mattina di lunedì 16 tutti in duomo per la messa solenne in italiano, decisamente il momento più toccante di queste giornate. Quindi, a chiusura del raduno, il rientro in albergo per la riunione conviviale con i saluti agli ospiti, il pranzo, la consegna delle targhe di benemerenza, i discorsi e i canti. In serata “libera uscita”. Martedì mattina la ripartenza.

In parallelo al raduno si sono svolte numerose manifestazioni per la Giornata della Città: gare sportive, concerti (dove non è mancato l’apporto dei connazionali), il Festival Santa Eufemia Brass band, il 13° incontro dei cori da camera, azioni ecologiche, fiere, messe nella ricorrenza della santa patrona, rassegne di vini istriani, pigiature dell’uva, distribuzioni di pacchi dono e la seduta solenne del Consiglio municipale.

 
 
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