UN CASO DI COSCIENZA DI SILVIO MAZZAROLI

Un caso di coscienza
 
Il Piccolo”, in data 12 agosto 2013, ha pubblicato (pag. 8) tre articoli che non possono lasciarci indifferenti e che dovrebbero indurre tanti a riflettere e ad agire di conseguenza; pubblica altresì una foto che richiama alla memoria dei più anziani tra noi le terribili immagini delle riesumazioni dalle foibe dei nostri morti ed a me le scioccanti scene a cui ho assistito durante il mio impiego militare in Kossovo.
 
 I primi due articoli, a firma di Mauro Manzin, illustrano una volta di più (i fatti descrittivi sono da tempo noti in termini generali) come il territorio della vicina Slovenia sia, in virtù delle uccisioni di massa di «domobranci ma anche di gente comune che non voleva abbracciare la “buona novella” comunista» (categoria, quest’ultima, che ingloba, oltre ogni possibile dubbio, anche numerosi italiani) perpetrate dai partigiani di Tito dopo la fine della II GM, il più grande cimitero di “croci senza nome” oggi esistente nella UE. Infatti, una ricerca avviata nei primi anni ’90 ha portato all’identificazione di circa 600 fosse comuni, non tutte sin qui esplorate, che nascondono un numero imprecisato di cadaveri che assommerebbero a diverse decine di migliaia. In particolare, nella ex miniera di Huda jama (vicino Celje) sono già state riesumate 800 vittime ed altre 346 sono state individuate, ma si stima che in totale potrebbero essere 2.500 ed in un fossato anticarro lungo 900 m. a Tezno (vicino a Maribor) sono stati individuati 1.179 resti umani ma le stime parlano della presenza di oltre 15.000 corpi.
 
Di quanto precede i governi sloveni – come quello Bratušek (di centrosinistra) attualmente in carica – vanno da tempo prendendo coscienza e si dichiarano disposti a intraprendere qualche iniziativa anche se in loco molti temono che, per mancanza di coraggio, il tutto si possa risolvere in un nulla di fatto o in un qualche provvedimento, come l’erezione di un monumento a tutte le “Vittime delle guerre”, atto a tacitare le coscienze ma non certo illuminante in termini di verità storica di quanto effettivamente occorso nei terribili anni di mezzo del secolo scorso. Rimane il fatto che uno dei medici legali impegnato nelle riesumazioni nella Huda jama così si è espresso: «Ho visto tante cose nella mia carriera, ma quello che ho visto nella miniera ha sconvolto la mia coscienza». Una affermazione, la sua, che è molto di più di una implicita condanna per i crimini commessi da Tito e dai suoi più solerti seguaci.
 
In effetti, quanto va sempre più emergendo non solo in Slovenia (pure nella vicina Croazia si incomincia ad aprire gli occhi) dovrebbe turbare le coscienze di più di qualcuno, non solo oltre confine ma anche nella nostra pavida, faziosa e distratta Italia; in particolare, di tanti storici sfacciatamente di parte, di negazionisti e giustificazionisti in generale, di quanti acriticamente ancora plaudono all’ex dittatore jugoslavo, magari avendogli intitolato qualche via o piazza, e di coloro che gli hanno concesso alte onorificenze e di altri che a tutt’oggi si ostinano a non volergliele revocare. C’è infatti da chiedersi sino a quando costoro continueranno a pensare e credere che l’essere stato ritenuto per un certo lasso di tempo il salvatore/padre/padrone del proprio popolo possa assolverlo dai tanti ed efferati crimini commessi. Non è stato così per i suoi contemporanei Hitler, Mussolini, Stalin e, in tempi più recenti, per un Ceaucescu, tutti condannati dalla storia ed in larga misura dai loro stessi connazionali; perché mai non dovrebbe esserlo anche per Tito?
 
Illuminante in tal senso il terzo dei succitati articoli, laddove il giornalista Andrea Marsanich (di Radio Rijeka) rende noto che persino nell’ipernazionalista Croazia e da parte di taluni esponenti della stessa “destra” è in atto un processo di revisione dell’operato del “padre della Patria” Gen. Franjo Tudjman (in gioventù ufficiale di Tito e suo epigono militare e politico in età matura) al quale, attraverso denunce penali e cancellazione di vie a lui intitolate, vengono viepiù attribuite le vesti del criminale di guerra e quant’altro.
 
Anche alla luce di quanto precede non è, pertanto, affatto vero che la storia, specie se scritta con una sola mano, non può essere riscritta. A decretarne la “rivedibilità” dovrebbe essere la raggiunta maturità democratica, sempreché la stessa sia effettiva e non solo una sbandierata, opinabile e strumentale “darla a intendere”.
Silvio Mazzaroli

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