9 SETTEMBRE 1943, AI GIARDINI DI POLA UNA STRAGE TRA ITALIANI

9 settembre 1943, ai Giardini di Pola una strage fra italiani  

A Pola, nel 70° anniversario della strage, lunedì 9 settembre è stata deposta una corona di fiori con duplice nastro tricolore (rosso-bianco-blu croato e verde-bianco-rosso italiano) presso la lapide che, sul muro di un edificio dei Giardini alla confluenza con le attuali vie Zagabria e Laginja, commemora i connazionali antifascisti polesi Giuliano Cicognani, Giuseppe Zahtila e Carlo Zuppini uccisi il 9 settembre 1943 durante una manifestazione anti-nazista. Dopo il minuto di silenzio ha preso la parola Livio Blašković, presidente della sezione locale dell’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti, promotrice come ogni anno della cerimonia. Hanno assistito fra gli altri il presidente della Regione Valter Flego, il vice-sindaco Fabrizio Radin ed esponenti dell’Ufficio dell’Amministrazione Statale e dell’Associazione dei Volontari della Guerra Patriottica.

L’equivoca lapide, collocata il 9 settembre 1945 dalla filo-jugoslava Unione Perseguitati Politici di Pola, riporta una duplice dicitura non del tutto collimante. La versione croata dice: «In questo luogo il 9 settembre 1943 furono falciati dal piombo fascista…». La versione italiana invece: «… trucidati dal piombo fascista per aver inneggiato alla libertà il 9 settembre 1943». Entrambe risultano fuorvianti, dato che il fascismo non esisteva più dal 25 luglio 1943 e le autorità italiane polesi erano ancora agli ordini del maresciallo Badoglio.

Della strage dei Giardini ha parlato Lino Vivoda su “L’Arena” di agosto a p. 7. Vediamo ora di approfondire la controversa vicenda, oggetto di speculazione ideologica titoista. Nel suo pregevole libro Pola Istria Fiume 1943-1945. L’agonia di un lembo d’Italia e la tragedia delle foibe (Mursia, 1993) l’esule polese Gaetano La Perna scrisse alle pp. 39-40:

 

Pressoché unica preoccupazione delle autorità militari fu quella della rigorosa applicazione della legge marziale. Avvenne così che, nelle prime ore del pomeriggio di quello stesso 9 settembre, una manifestazione politica non autorizzata fu dispersa dalla forza pubblica che dall’altezza di piazza Carli, in pieno centro cittadino, sparò sulla folla riunitasi ai “Giardini”. Il comizio era stato organizzato molto in fretta, nella tarda serata dell’8, nel corso di un incontro occasionale di alcuni comunisti, avvenuto in un’abitazione privata posta in Clivo Gionatasi n.15, e al quale, contrariamente a quanto sostenuto da qualcuno, pare non abbia partecipato il prof. Nicola De Simone, docente nel liceo cittadino. Dopo una notte tranquilla, nella mattinata del 9 in città venne fatta circolare la voce che nel pomeriggio ci sarebbe stato un comizio. Verso le 14, nella piazza del Mercato si radunarono gruppi di persone e gente affluita dal contado. L’assembramento venne più volte disperso dalla forza pubblica costituita da fanti di marina del Battaglione San Marco e carabinieri. La folla, allora, raggiunse per vie diverse il centro e qui avvenne la sparatoria. Tre furono i morti e dieci i feriti.

 

La Perna dunque non ricondusse la manifestazione al Comitato antifascista, il quale la mattina del 9 aveva invano chiesto all’ammiraglio Gustavo Strazzeri, comandante militare della piazzaforte, «l’intervento delle forze armate per la difesa della città e della provincia» dai tedeschi. Lo fece invece Ottavio Paoletich nel suo saggio Riflessioni sulla resistenza e il dopoguerra in Istria, in Quaderni del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, volume XV, 2003, alle pp. 97-98:

 

Immediatamente dopo la capitolazione, a Pola, Rovigno e Albona si costituiscono i cosiddetti Comitati di salute pubblica, organi antifascisti “pluriideali” che chiesero la collaborazione delle strutture militari nel caso di un’occupazione militare (sulla base del proclama Badoglio di opporsi all’invasione tedesca del territorio italiano). A Pola tale collaborazione venne respinta, e lo sciopero generale proclamato il giorno dopo (9 settembre 1943) si concluse tragicamente in un bagno di sangue (3 morti e 17 feriti). Questo è il primo fatto di sangue della resistenza dopo la capitolazione. Nella stragrande maggioranza si trattava di vecchi militanti del PCI appena dimessi dal carcere, come G. Zahtila, V. Svitich, G. Climan, A. Sanvincenti, ecc., i quali non furono falciati dal piombo del militarismo italiano, come descritto da coloro i quali non erano stati nemmeno presenti (anche se lo avessero voluto), bensì dalla polizia, come ebbero a dichiarare i feriti, indicandone pure i nomi. E’ difficile credere alle versioni ufficiali che indicano nei marinai al comando del capitano Casini i responsabili del fatto di sangue, quando quest’ultimo, assieme ad altri carabinieri e alla sua famiglia, si unirono più tardi ai partigiani.

 

Lo storico triestino Roberto Spazzali nel suo libro Pola operaia (1856-1947), edito dal Circolo di cultura istro-veneta “Istria” nel 2010, ha smascherato l’operazione denigratoria jugoslava ai danni del comunista polese Edoardo Dorigo:

 

Era chiaro che fin dal 1941 le posizioni scioviniste dei comunisti croati non erano accettabili dai compagni italiani e in questo senso Edoardo Dorigo a Pola e Giulio Lelio Zustovich ad Albona si erano espressi, preoccupati per l’uso che era stato fatto dal Movimento Popolare di Liberazione come strumento per organizzare e indirizzare unilateralmente la lotta al fascismo sugli obiettivi annessionistici croati. Quali le accuse mosse contro Edoardo Dorigo? Secondo Giacomo Urbinz, egli era stato scelto per tenere il discorso al comizio organizzato il 9 settembre 1943 da un eterogeneo comitato che aveva pure deciso di ottenere l’evacuazione delle truppe tedesche da Pola e di organizzare la collaborazione, in caso di necessità, tra esercito e MPL. Ma alla manifestazione Dorigo non si presentava perché era stato appena arrestato dopo un colloquio con l’ammiraglio Strazzeri. Così il comitato decideva di spostare i partecipanti al raduno al bosco di Siana che in corteo cercarono di raggiungere trovando però la strada sbarrata ai Giardini dai militari italiani che aprirono il fuoco con le note tragiche conseguenze. Sempre secondo l’Urbinz il responsabile dell’eccidio era il capitano Casini ma l’intervento era stato provocato dallo stesso Dorigo: «c’era stato un delatore e questo aveva il nome di Edoardo Dorigo. Ancora una volta si era messo dalla parte del nemico e per servire questo nemico si era infiltrato nel nostro comitato. Il 9 settembre aveva incontrato l’onorevole De Berti in piazza Alighieri. Un breve confabulare e quindi il traditore si reca al comando della città dove viene ricevuto dall’ammiraglio, fascista sfegatato. Gli dice tutto sulla manifestazione e quindi recita l’ingenuo alibi: si fa arrestare. Termina così la sua attività durante il periodo bellico. Alla fine della guerra ritorna, libero, a Pola».

Ovviamente l’Urbinz non porta alcun elemento di prova alle sue gravi asserzioni e si lascia andare ad affermazioni piuttosto impegnative: Edoardo Dorigo non era mai stato comunista anche se aveva fatto parte della III Internazionale dopo il congresso di Livorno (1921); l’ostruzionismo di Dorigo aveva indebolito i comunisti a Pola e rallentata l’adesione al MPL, trovando nel suo disegno il sostegno di tale Mardemagni “agente provocatore” e Antonio Budicin “agente dell’OVRA”. In tal solco si muove pure Ljubo Drndić che rimarca e articola ulteriormente le insinuazioni: Dorigo è descritto come un rivoluzionario collegato al PCI, sostenitore di una lotta di classe avulsa dalla questione nazionale che lo aveva portato fin dal 1942 a non aderire, come pochi altri, al MPL. Tuttavia Edoardo Dorigo doveva essere particolarmente influente se a più riprese avevano cercato di convincerlo a collaborare con il MPL, collaborazione che aveva respinto dichiarando «che non hanno nulla in comune col marxismo-leninismo». Per cui, secondo Ljubo Drndić, vista la sua inerzia contro il fascismo «a noi comunisti si impose il compito di neutralizzare la linea di Dorigo, confermando nei fatti che l’unica finalità del Movimento di liberazione era la distruzione del comune nemico degli Italiani e degli Slavi: il fascismo…». Le posizioni di Dorigo e dello Zustovich rimanevano classiste perché ritenevano che la città e le miniere di Albona dovevano essere il fulcro dell’azione – sulla scorta dell’esperienza del 1920-21 e sulla base della teoria della prevalenza dell’insurrezione operaia su quella contadina – provocando aspre discussioni. I vecchi internazionalisti criticavano pure la scelta di “andare in bosco” piuttosto di continuare la lotta nei centri industriali. Malgrado un suo primo arresto, Dorigo continuava ad essere al centro delle polemiche più dure perché ritenuto responsabile della demolizione delle cellule comuniste a Pola e della cattura di altri antifascisti.

Eppure il 9 settembre, malgrado i sospetti e le accuse, veniva indicato come oratore ufficiale per la manifestazione. Se fosse stato così inaffidabile non avrebbero potuto scegliere un altro, oppure c’era la volontà di bruciarlo definitivamente sapendo che l’iniziativa sarebbe andata incontro a una prevedibile reazione dell’autorità militare italiana?

Sulla manifestazione del 9 settembre scriverà alla fine degli anni Ottanta Ottavio Paoletich osservando che in quella mattina Alfredo Stiglich – tutt’altro che opportunista – aveva confidato ad alcuni compagni il timore di più gravi conseguenze. D’altra parte l’arresto di Dorigo dimostrava invece che le autorità militari non intendevano collaborare e piuttosto applicare la legge marziale, qui come altrove.

 

 

Marinai e finanzieri resistono ai tedeschi

 

Dopo l’armistizio finanzieri e marinai italiani di stanza nell’allora grande caserma oggi denominata “Karlo Rojc” resistettero per un’intera giornata ai tedeschi invasori finché questi non poterono disporre di mezzi soverchianti. Tale ignorato episodio della storia di Pola e d’Italia, che smentirebbe l’assoluta acquiescenza delle truppe italiane in città, è da collocarsi verosimilmente il 12 settembre 1943, ovvero il giorno successivo alla resa firmata la sera precedente dal comandante della piazzaforte militare amm. Gustavo Strazzeri, presenti il suo sottocapo di stato maggiore cap. di fregata Augusto Della Porta e le autorità civili. L’accordo dettato dal gen. Wilhelm Raapke prevedeva per le ore 15 dello stesso 12 settembre l’assunzione dei pieni poteri in città da parte del maggiore delle SS Hertlein. Strazzeri consegnò così agli ex alleati più di 30.000 militari italiani malgrado la persistente vantaggiosa sproporzione delle forze, non intaccata in modo troppo significativo dagli sbandamenti. L’evento resistenziale potrebbe tutt’al più datarsi la mattina e il pomeriggio dell’11 ed essersi concluso la sera solo dopo l’arrivo dei rinforzi motorizzati da Trieste, che cominciarono l’occupazione dei punti nevralgici. Gli ancora poco numerosi partigiani titoisti, che pure l’11 settembre avevano compiuto piccoli attacchi contro le forze italiane in città, si astennero dall’intervenire, in attesa che anche l’ultimo, nutritissimo presidio militare (e istituzionale) italiano in Istria si arrendesse ai tedeschi, così da costituire poi l’unica alternativa sul campo a questi ultimi.

L’eroico atto di coraggio e dignità nazionale attuato da ufficiali inferiori, sottufficiali e soldati italiani può essere interpretato come il rifiuto di una capitolazione disonorevole imposta dal loro comandante quando invece si sarebbe potuto e dovuto combattere. Il fatto riemerge ora dall’oblio dopo 70 anni esatti grazie a uno dei suoi protagonisti: l’allora sedicenne cannoniere puntatore scelto della Regia Marina Cesare Figliola, nato e tuttora residente in Molise. Lo ha intervistato Antonio Lanza, un luogotenente della Guardia di Finanza operativo anch’egli in Molise che da anni si è preso a cuore la causa giuliano-dalmata avviando ricerche sulla presenza dell’arma a Pola fra le due guerre. Pubblichiamo di seguito la sua intervista a Figliola, che getta luce su fatti e luoghi ingiustamente trascurati. Le immagini vengono pubblicate per gentile concessione dall’intervistato.

 

Pola, edificio Karlo Rojc. Nel periodo fra le due Guerre mondiali, la struttura ha ospitato sia la Regia Guardia di Finanza, sia la Regia Marina Italiana. La prima aveva sede in una porzione laterale dello stabile, mentre il Comando Scuole C.R.E.M. (Corpo Reali Equipaggi Marittimi) occupava certamente la parte frontale e, verosimilmente, anche tutta la restante parte dell’imponente fabbricato. Ciò, in ragione del considerevole numero di allievi frequentatori i diversi corsi di formazione.

Di contro, non ci sono dubbi che, nel cuore degli anni Venti, la zona laterale (munita di un accesso ad arco) abbia ospitato un Reparto di Istruzione della Regia Guardia di Finanza per poi diventare Comando territoriale di tipo ordinario nell’ultimo scorcio della presenza italiana in Istria: grossomodo dal 1934 in poi. Tuttavia, in un preciso momento della storia nazionale, certamente può parlarsi di “co-abitazione”.

Entriamo dei dettagli. La testimonianza è netta, chiara e documentata. Proviene dal Sig. Cesare Figliola, classe 1927, nato e residente a San Martino in Pensilis, in provincia di Campobasso, dove è Fiduciario dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci. Lo incontriamo nel suo studio, tra vecchie foto, cimeli e ricordi. Dobbiamo focalizzare i luoghi e, per prima cosa, gli mostriamo alcune immagini di quello che, attualmente, è l’edificio Karlo Rojc di Pola.

Quando è arrivato a Pola?

Mi sono arruolato a 16 anni nella Regia Marina Militare Italiana, previo apposito atto d’assenso di mio padre. Nei primi mesi del 1943 ho sostenuto e superato tutti i previsti iter procedurali connessi all’arruolamento. Sono giunto a Pola nel mese di giugno ed incorporato dal 1° luglio, in qualità di cannoniere puntatore scelto. Ero quindi un frequentatore di corso presso l’edificio di cui mi mostrate foto.

Cosa ricorda di quella caserma che, attualmente è l’edificio Karlo Rojc di Pola?

Si trattava di uno stabile molto grande, destinato ad accogliere centinaia di allievi di diverse specialità: cannonieri puntatori scelti e altre categorie. Ricordo che il fabbricato ospitava anche la Regia Guardia di Finanza: i Finanzieri avevano sede in una zona laterale, anche se, dai cortili interni, i due Comandi erano praticamente collegati ed accessibili. Ricordo perfettamente che, molto spesso, era consuetudine per Finanzieri e Marinai cercare rispettivi compaesani per portare saluti, notizie dai luoghi d’origine, scambiare qualche battuta nei momenti liberi.

Questo, un quadro di situazione preliminare e sommario concernente la logistica dell’edificio nell’estate del 1943. Arriviamo ora ai momenti drammatici dell’armistizio. 

Il testo diramato da Badoglio contemplava che «…ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». 

Una sorta di evidente timore traspare dal testo: quello di nominare la parola “Tedeschi”.

Sull’argomento, è illuminante il lavoro di Silvio Bertoldi – Apocalisse italiana, 8 settembre 1943: fine di una Nazione, dove, senza mezzi termini, le cose vengono chiamate con il loro nome: «Un testo ambiguo, non meno dell’annuncio del 25 luglio sulla continuazione della guerra. Attacchi da qualsiasi altra provenienza: quale? Forse gli attacchi possono venire dai briganti, o dai marziani, o da chissà chi, da chiunque, pur di non nominare i tedeschi? Basta non urtare la loro suscettibilità, chi vuole intendere intenda».

A Pola, Marinai e Finanzieri non ebbero né timori, né difficoltà di comprensione.

Andiamo avanti con l’intervista al Sig. Figliola.

Cosa è accaduto a Pola nelle ore dell’armistizio?

Dopo due giorni di assoluto silenzio e consegnati in reparto e senza franchigia o libera uscita, improvvisamente la mattina dell’11 o 12 settembre – non ricordo con precisione la data –, quasi in concomitanza dell’orario della “sveglia”, la nostra caserma è stata circondata dai Tedeschi. Gli allievi, per gran parte giovanissimi appena arruolati, erano inesperti, ma ognuno rimase disciplinatamente al suo posto. Eravamo pronti, come di consueto, per la cerimonia dell’alzabandiera, che veniva sempre eseguita nella grande piazza antistante l’edificio. Gli istruttori ed il personale più anziano raggiunsero immediatamente l’armeria per prelevare moschetti, bombe e quant’altro utile alla difesa. Ricordo che l’armeria era ubicata nella parte frontale dell’edificio, a piano terra, a sinistra entrando dalla porta principale.

Come è proseguita la giornata?

In brevissimo tempo, la piazza antistante l’edificio divenne teatro di duri scontri: prima da parte dei Marinai, poi Finanzieri e qualche unità del Regio Esercito; dall’altra parte i Tedeschi. Scontri cruenti, caratterizzati da episodi di autentico valore degli Italiani. Ricordo molti feriti, alcuni anche con gravissimi danni, da entrambe le parti. Per tutta la giornata dell’11 o del 12, i Tedeschi non sono stati in grado di espugnare l’edificio. Curavamo i feriti alla meglio, come potevamo: con le cassettine di pronto soccorso in dotazione. Successivamente, per fermare Marinai e Finanzieri, i Tedeschi fecero giungere sul posto alcuni mezzi blindati. A quel punto, la disparità delle forze in campo divenne schiacciante a loro favore, e fummo quindi costretti alla resa.

Cosa è accaduto successivamente?

Tutti gli Italiani reduci dagli scontri sono stati concentrati presso la vicina caserma Nazario Sauro, dove, prima dell’armistizio, aveva sede un Reggimento del Regio Esercito, se non vado errato alloggiava il 74° Fanteria. Ovviamente, l’intero edificio che ospitava i Comandi della Regia Marina e della Regia G. di F. (attuale Rojc – n.d.a.) è rimasto nella disponibilità dei Tedeschi. Successivamente, siamo stati suddivisi in vari gruppi, in base alla Forza Armata di provenienza, caricati sulla nave “Italia” e trasportati a Venezia. Da lì, con treno merci, il viaggio è proseguito verso un campo di concentramento in Germania, dove siamo giunti la sera del 22 settembre.

Torniamo agli scontri dell’11-12 settembre: in quella occasione, i partigiani Slavi, sono scesi in campo? Hanno assunto qualche posizione?

Non abbiamo visto nessun partigiano per contrastare i tedeschi sull’azione che avevamo intrapreso. Sull’argomento occorre fare una premessa. Ricordo che i partigiani titini molto spesso effettuavano atti di sabotaggio sulla linea di demarcazione Italia - Stato Indipendente di Croazia. Tant’è che il Comandante della Piazzaforte di Pola e tutti i collaboratori a lui vicini avevano istituito apposite pattuglie miste denominate “di emergenza” composte da appartenenti ad ogni Arma o Specialità. Queste pattuglie erano state particolarmente rafforzate proprio nel periodo luglio-agosto 1943. In occasione degli scontri avvenuti l’11-12 settembre di cui ho appena parlato, nessun aiuto è pervenuto dai partigiani Slavi.

A decenni di distanza, cosa ricorda di Pola?

Un episodio resterà per sempre impresso nel mio cuore. Dopo la cattura da parte dei Tedeschi, nel mentre eravamo incolonnati per raggiungere il porto ed essere imbarcati per Venezia, le ragazze di Pola molto coraggiosamente superavano e sfidavano la reazione della scorta avvicinandosi sempre più ai militari incolonnati, rischiando la propria vita. Ad ognuno, chiedevano l’indirizzo del luogo d’origine: era loro intenzione mandare una lettera di rassicurazione alle nostre famiglie lontane. Io sono stato avvicinato da una ragazza di nome Maria; la giovane aveva un’età di 18-20 anni. Ho fornito il mio indirizzo di casa. Posso solo dire che dopo qualche tempo, al mio papà, a San Martino in Pensilis, è stata recapitata una lettera: «Suo figlio è vivo, stia tranquillo».

 

12 settembre: i polesani soccorrono i soldati italiani prigionieri

 

E’ risaputo che tanti polesani, malgrado le ristrettezze belliche, soccorsero generosamente i militari italiani resi prigionieri dai tedeschi. Ma pochi sanno come tale concreta solidarietà si organizzò spontaneamente diventando di massa. Un’edificante testimonianza in tal senso ci giunge dal vice-sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Tito Lucilio Sidari, che ha rielaborato i racconti della madre, allora incinta di lui. La data è quella del 12 settembre in Via Campomarzio e Piazza del Mercato.

Amelia anche oggi è nel suo negozio-laboratorio, come sempre. Anche ieri sera ha tagliato i capi che stamattina le sue provette signorine cuciranno e ricameranno, come sempre. Però… però è andata a letto meno tardi del solito; non può più lavorare fino alle tre, le quattro di mattina, come faceva fino a poche settimane fa. Ha ormai una pancia enorme, perché è nel nono mese di gravidanza, dopo sedici anni di vane speranze.

Anche oggi parla con la sorella Ita di mille dettagli, perché, nel periodo del parto, le lascerà la responsabilità del laboratorio; ma ci sono molte cose complicate, per far andare avanti il lavoro. Tra l’altro, la merce è ormai quella che è, da un bel pezzo: le scorte di lini e di organze finissime sono finite da tempo; ora arrivano dei misti-cotone, la seta è ormai mista con l’artificiale ed è già un miracolo che arrivi ancora; tutte le tensioni delle macchine da cucire devono venire ritarate continuamente; le calze per signora si rompono al solo guardarle; le riparazioni durano un’ora.

E poi le vendite si fanno con le tessere a punti. E’ una grande complicazione: oltre che col danaro, ogni cliente deve pagare con i “punti” staccati dalla tessera personale per il razionamento, la quale contiene punti di tipo differente, secondo i beni da acquistare: cibi, bevande, abbigliamento, scarpe e così via. Il commerciante deve esporre il prezzo in lire ed in punti; deve esigerli in pagamento; deve poi fare i suoi acquisti di merci o materie prime a sua volta pagando in lire ed in punti; deve tenere una contabilità doppia e sottostare, almeno a Pola, a controlli frequenti e rigidi. Ogni favoritismo sui punti si paga amaramente, anche se talvolta non si può fare a meno di chiudere un occhio.

Ma cosa volete che siano queste cose, in confronto con la guerra? Siamo nel 1943. Sino alla fine di luglio, i bollettini arrivavano ancora con qualche tono positivo e la gente ancora ci credeva. L’amico che in piena notte si azzardava ad ascoltare «Tun Tun Tun Tun! – Qui Radio Londra» sussurrava che le cose non erano per niente come si credeva; gli alleati facevano passi da gigante, i tedeschi cominciavano ad avere dei gravi rovesci, gli italiani avevano dei rovesci ancora più gravi.

Poi, cambio del governo e incertezze sempre più grandi. Notizie orrende cominciano a filtrare dall’interno dell’Istria: ben poco, in confronto con la realtà, che si era andata sviluppando sin dal 1941 e che va al di là di quello che una mente normale può immaginare; realtà che rimane in parte ignota alla popolazione della costa dell’Istria: occupazione militare del Regno di Jugoslavia, inizio della guerra partigiana, battaglie, imboscate, attentati, vendette, rappresaglie, rastrellamenti, torture, contro-rappresaglie, fucilazioni, impiccagioni, Cetnici, Ustascia, Domobranci, Comunisti... Quello che si viene a sapere è già mostruoso. Il peggio, per l’Istria, arriverà tra poco.

Siamo nel settembre 1943. La sera del giorno 8 la gente ascolta incredula la radio. Dopo l’annuncio dell’armistizio, del tutto inatteso, il messaggio continua:  «... ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Ciò risulta chiarissimo, ma non troppo, in una prospettiva storica; ma in quel momento è sibillino per i più. Ciascuno lo interpreta a modo suo, secondo le proprie convinzioni, le proprie speranze e secondo le proprie possibilità concrete di agire, se si trova in una posizione di responsabilità. Anche a Pola, come per tutto il resto d’Italia e oltremare, per i soldati e per le forze dell’ordine è una tragedia. Le direttive generali servono piuttosto poco. Mancano le direttive concrete su cosa fare, caso per caso. I comandi si rivolgono ai comandi superiori, i quali quasi sempre divengono irraggiungibili o non rispondono in modo coerente. Molti comandanti locali devono assumersi responsabilità che in circostanze normali non sarebbero autorizzati ad assumersi, sia verso i militari stessi, sia verso i civili. Come prima conclusione pratica, la massima parte dei reparti italiani di stanza a Pola, ad uno ad uno, vengono circondati dalle modeste ma determinatissime forze tedesche presenti e devono capitolare; intanto, vengono imprigionati, poi si deciderà.

Per i civili, la vita quotidiana non cambia molto: le ristrettezze ci sono e rimangono; ogni giorno occorre arrabattarsi per tirare avanti. Però ora si aggiunge un’incertezza sempre crescente, la paura che da un giorno all’altro i rifornimenti vengano a mancare del tutto. I pochi che credono nella forza dell’esercito tedesco pensano che tutto migliorerà gradualmente; tutti gli altri hanno la certezza che tutto peggiorerà sempre più e molto velocemente.

Amelia parla con Ita quasi tutta la mattina; ripassano l’argomento “punti”; vedono quali corredi da sposa sono in fase di ultimazione, per i prossimi giorni; sembra incredibile, ma persino in piena guerra la gente si sposa e cerca un po’ di felicità anche in mezzo ai ricami e ai merletti e chiede che tutto sia pronto per il suo giorno più bello.

«Bene; vado a cercare un po’ di verdura qui al Mercato, quella si trova sempre. Poi vado su a casa a far da mangiare. Ciao, Ita; ci vediamo verso le tre. Arrivederci, signorine!» – «Ciao, Amelia». – «Arrivederci, signora!» rispondono in coro le lavoranti. Le vogliono tutte bene. Elvira, la più simpatica, che salterà su una mina e perderà una gamba; Gianna, la bellissima, sempre seria seria; Nerina, che interpreterà la figura di un angelo in uno dei prossimi tristi Natali; e tante altre. Per molti anni, dopo la guerra, dopo l’esodo, fin quasi a quando diventeranno vecchie, verranno a trovare la loro “signora” o le scriveranno cercando compagnia, conforto, consigli, raccontandole i loro problemi e le loro gioie.

Amelia esce dal negozio, in pieno sole; fa caldissimo, come se fosse ancora piena estate. La pancia pesa, ma ne è molto fiera. Si avvia verso il Mercato Coperto, che è a quattro passi da Via Campomarzio. Come d’abitudine, getta un’occhiata alla vecchia casa Sidari, là di fronte. Gente che va e che viene, la vita è apparentemente normale. Ma che cos’è quella scena in mezzo alla strada? E’ una scena confusa ed improbabile, ma si comprende in un lampo che rappresenta qualcosa di grave. Un uomo con la barba di tre giorni, vestito con la divisa di ufficiale dell’esercito italiano, sta piantato in mezzo alla strada; davanti a lui due soldati italiani tengono spalancato un sacco di iuta e si guardano intorno, come timorosi. L’uomo ha gli occhi arrossati, le mostrine strappate via, guarda ed apostrofa i passanti con aria severa e cerca di fermarli, senza successo. Amelia si avvicina: «Cosa c’è?» – «C’è, signora, che io sono un ufficiale italiano! Sto chiedendo del pane per i nostri soldati, che stanno morendo di fame!» – «Cosa?!…» – «Siamo stati fatti prigionieri dai tedeschi, che ci hanno chiusi nei baraccamenti oltre il porto. Ci tengono lì chiusi, senza cibo. I ragazzi non mangiano da tre giorni. Oggi hanno permesso che io e questi due… Signora, cosa fa?». 

Amelia sta svenendo e sta scivolando a terra. I due militari mollano il sacco e cercano di sorreggere lei, altri passanti accorrono e la aiutano a sdraiarsi a terra. L’ufficiale si china su di lei preoccupato, ma subito, appena toccata terra, Amelia si rialza. L’adrenalina ha il sopravvento; ella si drizza in tutta la sua piccola statura, si guarda intorno, oltre le teste della gente che ha cominciato ad assieparsi, e con voce stentorea chiama: «Signor Baldini! Signor Romano, venga qui, ho bisogno di lei!».

Il commerciante, che è anche amico, ha il negozio lì a due passi; si è affacciato sulla porta, sentendo l’insolito vociare della gente, che ormai sta diventando una piccola folla. Ode il richiamo di Amelia ed accorre, facendosi largo, pensando di doverla difendere da un’aggressione. Ma invece: «Signor Baldini! Questo ufficiale sta raccogliendo da mangiare per i nostri soldati prigionieri. Diamoci da fare! Io vendo tela, lei vende casalinghi, ma conosciamo tutti i negozianti qui intorno». – «Giusto, signora, mi associo; cosa facciamo?» – «Come cosa facciamo? Tiriamo fuori i soldi e i punti e andiamo nei negozi di commestibili, che tirino fuori anche loro tutto quello che hanno! e poi in Mercato, lo stesso!».

L’ufficiale, rincuorato ma ancora incredulo, segue i due capi-banda, insieme con i due soldati e con una piccola coda di passanti. I due dapprima tornano nei rispettivi negozi a svaligiare i propri cassetti, poi vanno nei negozi di tutta la via a spiegare cosa sta accadendo. Trovano alcuni colleghi entusiasti di contribuire, altri titubanti, ma nessuno osa dire di no alla signora Sidari ed alla sua pancia. I negozi di alimentari, già spesso teatro di scene pietose, sono un po’ più duri da espugnare; ai padroni non viene chiesto un particolare contributo, se non vogliono, ma che tirino fuori le scorte, anche quelle “che non ci sono”, per far fronte all’emergenza. Tutti aderiscono, per amore o per forza. Soldi e punti cambiano di mano. Poi lo stesso al Mercato Coperto.

Ben presto l’ufficiale deve farsi prestare un carretto. Poi ringrazia commosso, saluta militarmente e si incammina verso i baraccamenti, con i suoi due soldati che spingono il carretto stracolmo.

Una goccia nel mare.

Tito Lucilio Sidari

 

I nazisti massacrano 26 detenuti politici evasi

 

Poco si parla di una orribile strage compiuta dai nazisti appena impadronitisi di Pola. Ne furono vittime 26 detenuti politici italiani evasi dalle carceri cittadine approfittando del trapasso dei poteri. In base ai ricordi di Amelia Sidari, l’eccidio, con successiva pubblica esposizione di alcuni dei cadaveri, avvenne il 13 settembre 1943. Così racconta quel giorno il figlio, Tito Lucilio Sidari, rielaborando la testimonianza della defunta madre.

 

Con la bella auto del Garage Miramar, di Mario e Pino Petronio, sono andati a fare un giro fuori città Silvio, Amelia e suo fratello Pino. Non è una gita, perché in realtà sono andati a cercare di comperare della carne e altri cibi, nei paesini dei dintorni: Promontore, Medolino, Lisniàn, Sissano, Giadreschi.

Hanno mancato l’obiettivo principale, che era quello di trovare della carne fresca, però a Promontore non si sono fatti sfuggire due bei pesci grandi così, offerti da un pescatore ad un prezzo ragionevole, e poi pesci più piccoli in quantità. A Giadreschi hanno potuto ottenere dell’olio e parecchie uova. Insomma, non è stato un viaggio inutile. Fatte le parti per le due famiglie, hanno preso la via del ritorno. E’ ormai quasi il tramonto.

Solo il giorno prima Amelia ha avuto la ventura di fare la colletta di cibo per i militari italiani prigionieri ed è ancora un po’ scossa. Ma ogni giorno la situazione peggiora; i tedeschi presidiano alcuni punti della città e dei dintorni; ma si sentono in trappola, perché i partigiani jugoslavi hanno occupato tutta l’Istria, tranne Pola, Fiume e Trieste, già a cominciare dal giorno 9, il giorno dopo l’armistizio. E’ stata un’avanzata-lampo che ha dell’incredibile, anche se molti partigiani erano già in luogo ed hanno fatto presto ad armarsi e a coordinarsi fra loro. Inutile chiedersi come hanno fatto ad essere così pronti, gli jugoslavi: sono stati avvertiti con un certo anticipo dagli alleati, sulla base dei preliminari segreti di armistizio che duravano da molti giorni (come si saprà in seguito) e sulla quasi certezza, che avevano gli alleati, che quella sarebbe stata la volta buona. Inoltre, a negoziati ormai conclusi, era stato fatto credere ai negoziatori italiani che l’annuncio sarebbe stato dato il 12 settembre, ma poi tutto era precipitato: truppe e cittadinanza italiana stanno appunto scontando, fra l’altro, anche le conseguenze di quella infausta anticipazione di tempi.

Amelia, Silvio e Pino hanno sentito, fra le tante altre notizie che circolano in città, scambiate sottovoce, che vi è stata un’evasione in massa dalle carceri: sono evasi parecchi detenuti politici e, vista la situazione, non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche porta fosse stata lasciata aperta per misericordia. Con loro sono evasi anche alcuni detenuti comuni. Poi, però, è cominciata la caccia. Ma i nostri tre non sanno come è andata a finire, la caccia.

Pino guida la sua grande Lancia tranquillamente, con la solita perizia. Si avvicina ormai alla città, lungo quella Via Medolino così bella e rettilinea, alberata sui due lati. Amelia e Silvio sono sul sedile posteriore. Amelia non vede l’ora di arrivare a casa, è un po’ stanca, la pancia si fa sentire. Ad un certo punto Pino ha un’esclamazione soffocata, che attira l’attenzione di Silvio, lo fa guardare avanti e trasalire.

Mentre Pino accelera, Silvio improvvisamente loquacissimo dice ad Amelia di guardare verso sinistra e quasi la costringe a voltarsi:  “Guarda, Amelia! Guarda di là, che meraviglia! Vedi il tramonto, che bei colori fa sulle nuvole. Ma no, guarda di là ti dico! Tu non esci mai dal negozio, stavolta guarda, perbacco! Non hai mai visto colori così belli… Là, girati indietro, là c’è Valdebecco e l’antenna della radio, sulla nostra campagna. Guarda, guarda ancora!...».

Amelia non si capacita di come il marito, sempre taciturno, si scaldi tanto per uno spettacolo sì bellissimo, ma che loro due insieme hanno ammirato tante volte dai colli e dalle spiagge, e del perché si sia messo quasi di traverso nell’auto, tra lei e i sedili anteriori, per farla guardare indietro. E poi Pino sta correndo come un pazzo! in un lampo è già arrivato in città; frena fortemente lungo la discesa che porta verso la piazza del Mercato. Guarda fisso davanti a sé, come un automa, e non dice una parola.

Così Amelia non ha visto cosa c’era sugli alberi dell’altro lato di Via Medolino, a quell’ora del tramonto del 13 settembre 1943.

Tito Lucilio Sidari

 

Sugli alberi lungo la via Medolino... erano appesi alcuni dei detenuti politici che erano fuggiti dalle carceri approfittando del subentro dei militari tedeschi a quelli italiani nella sorveglianza. Silvio Sidari volle risparmiare alla moglie incinta quella raccapricciante visione. La vicenda è stata ben ricostruita dallo storico connazionale Luciano Giuricin alle pagine 56 e 57 del suo saggio Il Settembre ’43 in Istria e a Fiume, pubblicato sui “Quaderni” del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, vol. XI, 1997:

 

In quel periodo si verificò a Pola un altro tragico evento: la drammatica fuga dei prigionieri politici dalle carceri polesi. La città dell’Arena, durante tutto il periodo della dittatura fascista, era diventata uno dei maggiori centri di segregazione e smistamenti dei nemici del regime. Dopo la caduta del fascismo solamente pochi carcerati furono rilasciati, cosicché con la capitolazione dell’Italia, complici le stesse autorità militari italiane, la stragrande maggioranza dei prigionieri, per l’esattezza 832 persone, furono consegnati in mano ai tedeschi. Vista l’intenzione delle autorità di non cedere alle pressioni dei carcerati di venir liberati, furono subito predisposti dei piani di fuga. L’occasione propizia si presentò al momento del trapasso dei poteri militari tra italiani e tedeschi, quando l’azione di controllo delle guardie carcerarie e militari si era alquanto allentata. La fuga avvenne al primo pomeriggio del 14 settembre, quando venne ritirato l’intero distaccamento di soldati italiani di guardia alle carceri. In breve tempo i carcerieri presenti furono immobilizzati ed ebbe inizio una fuga generale. Le poche guardie in attività, tra cui anche alcuni soldati tedeschi, incominciarono a sparare sui primi fuggitivi, mentre molti ritardatari furono costretti a ritornare precipitosamente nelle proprie celle. Per coloro che riuscirono a scappare venne organizzata una vera e propria caccia all’uomo. Subito fuori dalle carceri caddero morti sei prigionieri e diversi altri rimasero feriti. Tutte le vie dei dintorni furono bloccate. Sulla strada per Medolino furono uccisi altri tre fuggitivi. I tedeschi riuscirono a catturare almeno 25 carcerati, 17 dei quali furono fucilati, oppure impiccati o bruciati vivi nei pressi di Fasana; altri a Montegrande. A conclusione della spettacolare fuga riuscirono a conquistare la libertà solamente 173 prigionieri, i quali continuarono la lotta nelle file partigiane.

 

Secondo Giuricin l’evasione e l’eccidio sarebbero dunque avvenuti il 14 settembre. Un altro storico connazionale, Ottavio Paoletich, alle pagine 98 e 99 del suo saggio Riflessioni sulla resistenza e il dopoguerra in Istria, pubblicato nei “Quaderni” del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, vol. XV, 2003, parla invece del 16:

 

Dopo l’occupazione tedesca di Pola, il 16 settembre 1943 si registrò l’evasione in massa dal carcere cittadino; questa non fu organizzata, come si sostiene, dal Movimento di liberazione, ma furono i secondini ad aprire le celle, e le sentinelle alle garitte spararono in aria quando i carcerati erano già usciti. Da parte tedesca iniziò la caccia all’uomo; alcuni vennero catturati sulla via Medolino (esiste la targa ricordo), altri nelle vicinanze di Fasana; nei paesi circostanti alla città (Medolino, Lisignano, Sissano) ebbe inizio il rastrellamento. Il 17 settembre ci fu lo scontro a fuoco con un gruppo di insorti della città e dei paesi circostanti, a cui si unirono i militari del Forte San Daniel (storicamente è il primo scontro sul territorio polese).

 

Lo storico triestino Roberto Spazzali, a pagina 180 del suo libro Pola operaia (1856-1947), edito dal Circolo di cultura istro-veneta “Istria”, Trieste 2010, deplora il disonesto tentativo della storiografia titina di affibbiare anche in tal caso delle responsabilità al comunista internazionalista polese Edoardo Dorigo:

 

Anche sull’episodio dell’evasione di 200 detenuti su 832 dalle carceri di Pola, Edoardo Dorigo viene chiamato in causa. A detta di Ljubo Drndić, il solito atteggiamento opportunistico provocò il rinvio dell’azione quando ormai la città era in mano ai tedeschi. 

 

 

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