Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 771 – 16 Aprile 2011

250 - Il Piccolo 14/04/11 Fondi del Veneto per far rinascere Piemonte d'Istria (p.r.)

251 - Il Piccolo 12/04/11 Voto etnico degli italiani, la Consulta decide, In Croazia il diritto ormai acquisito viene messo in forse da ricorsi (am)

252 - Il Piccolo 13/04/11 Sul Carso sloveno 10mila firme contro le case agli italiani (Franco Babich)

253 - Il Piccolo 15/04/11 Lubiana non blocca il mercato delle case, Piero Camber: «Uno stop all'Euroregione» (Franco Babich)

254 – CDM Arcipelago Adriatico 14/04/11 Mariano Cherubini premiato a Gorizia (rtg)
255 - Avvenire 15/04/11 Libri scolastici di storia: Non si combatte la faziosità con la censura (Paolo Simoncelli)

256 - Vaccari news 15/04/11 Bruno Crevato Selvaggi e le terre orientali

257 - La Bussola quotidiana 12/04/11 Boscovich, fede e scienza alle radici dell'Europa (Massimo Introvigne)

258 – La Voce del Popolo 14/04/11 Cultura - Isole lussignane : Isole di Asinello e San Pietro, ricercare la giusta armonia tra ambiente e sostenibilità

259 - La Voce in più Dalmazia 09/04/11 Storia: la costruzione del porto di Antivari (Bar) e della linea ferroviaria dal mare fino a Virpazar (Mario Simonovich)

260 - Il Piccolo 09/04/011 L'euro "titino" sloveno divide anche Bruxelles (Mauro Manzin)

261 - Il Piccolo 12/04/11 Belgrado - Joska Broz: Il nipote di Tito difende l'epurazione partigiana (Stefano Giantin)

262 - Il Piccolo 12/04/11 Odilo Globocvnik : Quel nazista di Trieste che creò per il Reich Treblinka e altri orrori (Tristano Matta)

263 - Il Piccolo 09/04/11 Così si sparava sui fratelli a Sarajevo di Azra Nuhefendic (Alessandro Mezzena Lona)

264 - La Repubblica 10/04/11 La Grande Guerra di propaganda (Paolo Rumiz)

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250 - Il Piccolo 14/04/11 Fondi del Veneto per far rinascere Piemonte d'Istria

FONDI DEL VENETO PER FAR RINASCERE PIEMONTE D'ISTRIA

BUIE La Regione Veneto sta facendo molto per il recupero dell'antico borgo di Piemonte nel comune di Grisignana, ma sono necessari ulteriori sforzi per evitare il suo totale degrado. Questa in sintesi la conclusione emersa all'incontro in terra istriana di una delegazione della Regione Veneto con in testa l'Assessore alle finanze Roberto Ciambetti con il sindaco di Grisignana Rino Dunis e la vice presidente della Regione istriana Viviana Benussi. C'era anche il sindaco di Buie Edi Andreasic che ha ringraziato il Veneto per i contributi finanziari nel recupero del patrimonio culturale di questa cittadina istriana. Ricordiamo che negli ultimi 10 anni il Veneto ha erogato importanti finanziamenti tramite la Legge Beggiato per il restauro del municipio di Grisignana, della galleria cittadina e di Casa Corner. L'ultimo stanziamento, pari a ben 100.000 euro sarà impiegato per il recupero del Castello Contarini dell' XI secolo. I lavori inizieranno l'estate prossima. Però per mantenere in vita la pittoresca Piemonte (con soli 37 abitanti mentre un tempo ne aveva 2.000) ci vuole qualcosa di più, ha aggiunto Dunis, precisando che sarebbe indispensabile ristrutturare una ventina di costruzioni di epoca veneziana ora pericolanti, da includere poi nel circuito del turismo storico-culturale. (p.r.)

251 - Il Piccolo 12/04/11 Voto etnico degli italiani, la Consulta decide, In Croazia il diritto ormai acquisito viene messo in forse da ricorsi

Voto etnico degli italiani, la Consulta decide

In Croazia il diritto ormai acquisito viene messo in forse da ricorsi. Ma il deputato Radin è ottimista

FIUME Sancito in Croazia da Costituzione, legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali e legge elettorale, il diritto al doppio voto per le comunità nazionali minoritarie è da ieri al setaccio dei giudici della Consulta. L'importante diritto, ottenuto dopo una ventennale battaglia che ha visto in prima fila l'Unione italiana e il suo presidente e deputato al parlamento croato, Furio Radin, è stato messo in forse dalla denuncia di alcune associazioni non governative, che hanno da ridire su quanto assegnato alla minoranza serba, la più numerosa nel Paese e che può contare su tre seggi garantiti al Sabor. Spieghiamoci: il doppio suffragio, politico ed etnico, riguarda le minoranze il cui numero di appartenenti è inferiore

all'1,5 per cento della popolazione complessiva. Tale diritto dunque non riguarda la minoranza serba, mentre tutte le altre - tra cui quella italiana - ne potranno beneficiare. Sulla denuncia del Forum democratico serbo, dell'organizzazione Gong e del Comitato croato di Helsinki per i diritti dell' uomo (chiedono che anche ai serbi sia garantito il diritto al voto aggiuntivo) è stata dunque chiamata ad esprimersi la Corte costituzionale croata, che ieri ha avuto una prima audizione consultiva.

Molti sono stati i partecipanti a questa prima audizione, tra cui Radin, in qualità di presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani e delle minoranze nazionali, i ministri di Giustizia e amministrazione statale, il vicepresidente del governo con delega per i diritti minoritari, Slobodan Uzelac, e poi Milorad Pupovac, del gruppo parlamentare delle minoranze. «Prima della riunione ero moderatamente pessimista - così Radin - ora sono invece moderatamente ottimista. Dopo che il sottoscritto, Uzelac e Pupovac siamo stati ascoltati dai giudici costituzionali e lette le conclusioni sul doppio voto della Commissione di Venezia del Consiglio d'

Europa (che caldeggia questo diritto per le cosiddette piccole minoranze, nda), la presidente della Consulta, Jasna Omejec, ha concluso che servono altre consultazioni sulla materia. Una decisione della Corte costituzionale sul doppio suffragio, parole della Omejec, si avrà intorno al 15 luglio. A detta di Radin, e tenendo conto che alle politiche mancano pochi mesi, la Corte costituzionale non vorrà complicare la situazione optando per l'

anticostituzionalità del doppio voto. «Se lo facesse - ha aggiunto Radin - si arriverebbe al blocco del sistema politico in Croazia, non si terrebbero le parlamentari e dunque il prezzo da pagare sarebbe molto, troppo alto. Vi è poi la regola costituzionale che vieta ritocchi alle leggi elettorali nell'anno delle legislative. Purtroppo non mi fido, da noi tutto è possibile, anche che i costituzionalisti cambino le relative leggi nei prossimi mesi». Infine Radin ha ribadito che la domanda dell'elettorato italiano sul diritto al doppio voto rimane molto forte. «Se ho battagliato per 20 anni - questa la sua conclusione - pazienterò per altri sei mesi, credendo al dopp
io suffragio solo a elezioni concluse».

a.m.

252 - Il Piccolo 13/04/11 Sul Carso sloveno 10mila firme contro le case agli italiani

Sul Carso sloveno 10mila firme contro le case agli italiani

Petizione contro la vendita di immobili agli stranieri Pahor: «Fermiamoli, è una colonizzazione senza armi»

di Franco Babich

SESANA Oltre 10mila firme per fermare la «colonizzazione» italiana del Carso sloveno. A poche settimane dalla scadenza del termine ultimo entro il quale il governo di Lubiana può chiedere alla Commissione europea di poter attivare la clausola di tutela del mercato immobiliare e di limitare la vendita degli immobili agli stranieri (entro il 1.mo maggio), le Iniziative civiche per il Carso e per il Litorale sono tornate alla carica. Nel corso di un'assemblea pubblica a Sesana, hanno rinnovato il loro appello al governo affinchè tuteli il Carso. Altrimenti, hanno annunciato, invieranno una petizione a Bruxelles. Come detto, le firme a favore della limitazione della vendita di case agli stranieri superano quota 10mila. All'incontro è intervenuto ancora una volta lo scrittore triestino di nazionalità slovena Boris Pahor, che si è detto pronto a manifestare davanti al Parlamento di Lubiana. Sul Carso, a giudizio di Pahor, è in atto una «colonizzazione senza armi». Di questo passo, ha aggiunto l'anziano scrittore, tra quindici anni gli italiani chiederanno l'apertura di un asilo italiano a Postumia. Il principale oggetto degli strali dei partecipanti sono comunque le istituzioni slovene, che secondo loro non sono in grado di proteggere l'identità e il quadro demografico del Carso. Ad esempio a Corgnale (Lokev), nei pressi di Sesana, i cittadini italiani sono ufficialmente proprietari soltanto di 12 case, ma in effetti avrebbero acquistato ben 80 tra case e appartamenti. «La pressione degli stranieri che vogliono comprare casa - questa la tesi di fondo delle Iniziative civiche - ha di fatto stravolto il mercato e portato a un aumento sproporzionato dei prezzi, a danno delle giovani famiglie locali». Il gruppo di lavoro interministeriale costituito dall'esecutivo per studiare la situazione e proporre le possibili misure di intervento ha già concluso il suo lavoro. Il presidente del gruppo Rok Steblaj non si è sbilanciato all'assemblea di Sesana: all'esecutivo spetta prendere una decisione politica, non tecnica. «Nessuno dei Paesi dell'Unione europea - ha ricordato Steblaj - ha mai chiesto l'attivazione della clausola di tutela. Non abbiamo precedenti a cui riferirci».

253 - Il Piccolo 15/04/11 Lubiana non blocca il mercato delle case Ma spuntano limiti

Lubiana non blocca il mercato delle case Ma spuntano limiti

Sì alla tutela del Carso, no alla discriminazione dei cittadini italiani. Difficile acquistare terreni agricoli vicino al confine

di Franco Babich

LUBIANA Sì alla tutela del Carso, no alla discriminazione dei cittadini stranieri. Il governo sloveno ha varato ieri una serie di misure con le quali intende proteggere il patrimonio immobiliare e ambientale del Carso, ma nessuno di questi provvedimenti - ha spiegato il ministro della Giustizia Ales Zalar - sarà discriminatorio nei confronti degli stranieri. E' la risposta dell'esecutivo alla richiesta, avanzata dalle Iniziative civiche per il Carso e per il Litorale, di tutelare le case e i terreni dell'area carsica dalla presenza sempre più massiccia di acquirenti stranieri, in primo luogo italiani, che da alcuni anni a questa parte avrebbero stravolto il mercato immobiliare e starebbero ormai minacciando il quadro demografico e l'identità slovena del territorio. Sono previste misure di controllo ambientale e urbanistico più severe, un migliore coordinamento tra i piani territoriali locali e nazionali e la accelerazione del progetto per l'istituzione del Parco regionale del Carso. Al ministero dell'Ambiente è stato chiesto inoltre di preparare una relazione sull'attuazione del progetto transfrontaliero italo-sloveno Kras-Carso. Per quanto riguarda in particolare i terreni agricoli, Il Fondo nazionale per le superfici agricole avrà il diritto di prelazione in caso di vendita di questi appezzamenti nella fascia confinaria, che sarà estesa da 1,5 a 10 chilometri dal confine di stato. Queste misure, secondo il ministro Zalar, hanno tre obiettivi: contrastare futuri turbamenti o anomalie del mercato immobiliare nelle aree interessate, impedire qualsiasi azione o intervento nocivi per l'ambiente e rafforzare il coordinamento tra lo Stato e i comuni in materia di pianificazione ambientale. Non sono misure discriminatorie nei confronti dei cittadini stranieri. Non ci sarà dunque nessuna richiesta di attivare clausole restrittive di salvaguardia. Le iniziative civiche per il Carso e per il Litorale, che avevano denunciato i presunti squilibri sul mercato immobiliare causati dagli stranieri, e in particolare dai cittadini italiani, hanno accolto le misure del governo con una certa cautela: potranno andar bene, ma dipenderà' da come saranno attuate.

«Uno stop all'Euroregione»

PIERO CAMBER

Sull'ipotesi che il governo sloveno potesse attivare delle misure di tutela del mercato immobiliare discriminatorie nei confronti degli stranieri, il consigliere regionale del Pdl Piero Camber aveva presentato un'interpellanza alla Giunta regionale. «I cittadini italiani non devono essere discriminati. In caso contrario, le stesse condizioni andrebbero applicate ai cittadini sloveni in Italia e andrebbe sospeso il progetto dell'Euroregione».

254 – CDM Arcipelago Adriatico 14/04/11 Mariano Cherubini premiato a Gorizia

Mariano Cherubini premiato a Gorizia

Mariano Cherubini premiato a Gorizia. La cerimonia si è svolta a conclusione di un incontro tra il giornalista di Lussinpiccolo, collaboratore di lunga data de "La Voce del Popolo" e il Vice Presidente nazionale dell’ANVGD e presidente locale dell’ANVGD e della Lega Nazionale di Gorizia, Rodolfo Ziberna. Mariano Cherubini, che è anche presidente della giunta esecutiva della Comunità degli Italiani di Lussinpiccolo, era impegnato in una visita di cortesia in relazione al 150.mo anniversario dell’Unità d’Italia.

Nell’occasione Ziberna ha voluto ricordare la fondazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in anni in cui la sua funzione era quella di supportare gli esuli giuliano-dalmati in tutti gli aspetti del loro inserimento nella società italiana. Sono stati ricordati i presidenti di allora: Antonio Toto Cattalini, Lino Drabeni e Renzo de Vidovich e il loro impegno in campo associativo ma anche politico-governativo per esigere il rispetto dei diritti del loro popolo sparso. Momenti molto difficili in particolare per Gorizia che sessant’anni fa viveva tutto il disagio ed il peso di una città divisa dal confine Italo-Jugoslavo, dalla politica, da rapporti dettati dalla guerra fredda.

La consolazione – hanno convenuto Ziberna e Cherubini – che si tratti di memorie del passato, un bagaglio di esperienze che devono servire per migliorare il presente e aiutino a costruire, ora che le brutture sono state superate.

Con grande affetto, Ziberna ha poi ricordato che il presidente del Gruppo Giovanile Adriatico di esattamente cinquant’anni fa fosse proprio Mariano L. Cherubini al quale, con grande sorpresa del lussignano, il Presidente dell’ANVGD, al termine del cordiale incontro, ha voluto donare una "medaglia d’oro" quale tangibile riconoscimento dell’opera svolta in quegli anni.

Cherubini ha voluto sottolineare l’imprevedibilità dei corsi e ricorsi della vita che l’avevano portato dall’isola del Quarnero a Gorizia per poi farlo rientrare nella terra degli avi e finire per sentirsi "a casa" dove ci sono amici ad accoglierlo. (rtg)

255 - Avvenire 15/04/11 Libri scolastici di storia: Non si combatte la faziosità con la censura

sull'idea di un'inchiesta parlamentare sui libri di testo

Non si combatte la faziosità con la censura

Paolo Simoncelli

E dagli con l'intervento politico-legislativo per il controllo dei libri scolastici di storia (e perché non di letteratura o filosofia?)! È di pochi giorni fa l'invocazione da parte di 19 deputati Pdl d'una apposita Commissione d'inchiesta. È una questione che ricorre ciclicamente nelle nostre cronache politico-culturali, e che presenta due aspetti diversi. Primo: d'accordo, nelle nostre scuole vi sono libri di testo tendenziosi e non di rado faziosi; secondo: dunque prepariamo un monitorio "Elenco" (come fatto nel 1938 con i testi di autori ebrei)? Passiamo al testo unico per la scuola media? Evidentemente il rimedio non va; non si combatte la faziosità con la censura (neanche sotto spoglie diverse, tipo "verifica della correttezza/completezza dell'informazione"; a maggior ragione in un Paese come il nostro che dal dopoguerra ad oggi annovera ininterrotti e spesso ignorati casi di vero e proprio intervento censorio). Nel merito della vicenda, l'innesco polemico è offerto da giudizi su Berlusconi (come nel 2000 dai silenzi sulle foibe); ma si ha idea di quanti argomenti andrebbero riproposti a seguito del progresso degli studi ma che, non apparendo immediatamente "politicizzabili", non richiamano attenzione mediatica? Volendo se ne riparlerà. Il problema non è tuttavia solo italiano, né solo odierno. Si pensi allo sconvolgimento scolastico provocato dal radicale cambio di regimi in Germania in 25 anni: da Weimar al nazionalsocialismo alla democrazia di Adenauer e, dall'altra parte del Muro, nella Ddr di Pankov. Problema che torna oggi a seguito della fine dell'Urss: all'immediata reattività anticomunista ha fatto seguito una tendenza più nazionalista che recupera temi di antica matrice patriottica-sovietica; non certo negli Stati snazionalizzati dall'Urss come quelli baltici. Analogamente in Giappone: la "revisione" dei testi

scolastici nell'immediato dopoguerra cede ora a riconsiderazioni riduttive della "responsabilità" nazionale nell'origine del secondo conflitto e delle efferatezze nella condotta della guerra (e sui prigionieri di guerra). La «memoria condivisa» è solo un appello politicamente obbligato delle autorità istituzionali, ma è un mito scientificamente inaccettabile, fintanto che ci sarà libertà di ricerca e di pensiero (anche fazioso). E poi non dimentichiamo le critiche che hanno provocato le soluzioni imposte dall'intervento legislativo nel campo degli studi storici: diverse leggi francesi (leggi, non pareri o inchieste) tra il 1990 e il 2001 prevedono condanne contro la negazione della storicità di genocidi come quello ebraico e/o armeno. Ottime intenzioni, ma pericolosamente speculari: in Turchia a farsene evocatori si rischia l'accusa di denigrare l'identità nazionale, i libri di testo ne risentono nazionalisticamente. Ottime intenzioni, ma soggette al variare di maggioranze parlamentari e a forzature politico-culturali: in Francia, nel 2005, si è aggiunta la legge che prevede la valutazione positiva del colonialismo metropolitano in particolare in Nord Africa; necessario adeguare i testi scolastici? Pierre Nora guidò con l'associazione Libertàpour l'Histoire un coro di proteste e polemiche. Torniamo a noi: il problema sollevato dall'iniziativa parlamentare rileva la persistenza di un "mercato" culturale egemonizzato dalla sinistra (ma gli editori di quei contestati manuali appartengono a gruppi industriali di tutt'altro segno politico che dunque lucrano a destra da quel mercato). Ma soprattutto quella proposta rivela la debolezza, anzi l'assenza di una cultura alternativa cui la dirigenza politica di riferimento non ha dedicato spazio né tempo (ma "poltrone"), salvo lamentarsi e progettare rimedi ostativi. Una cultura vince solo se ha una propria forza intrinseca capace di esprimere qualcosa anche, anzi soprattutto in un contesto avverso e scorretto e (noiosamente) egemone.

256 - Vaccari news 15/04/11 Bruno Crevato Selvaggi e le terre orientali

Notizie dall'Italia

Bruno Crevato-Selvaggi e le terre orientali

L'esperto figura nel Comitato permanente per la valorizzazione del patrimonio culturale veneto nell'Istria e nella Dalmazia. E la sua casa editrice…

Dopo l'incarico di progettare ed organizzare la mostra "Quel magnifico biennio 1859-1861", un altro compito prestigioso per Bruno Crevato-Selvaggi. Figura tra i membri del Comitato permanente per la valorizzazione del patrimonio culturale veneto nell'Istria e nella Dalmazia.

A firmare la deliberazione, pubblicata oggi sul "Bollettino ufficiale", è il presidente della stessa Regione Veneto, Luca Zaia. L'organismo è previsto dalla legge regionale n°15 del 1994 "Interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell'Istria e nella Dalmazia"; il suo compito è proporre alla Giunta le iniziative da inserire nel programma degli interventi nonché collaborare nel realizzare quelli decisi. Insieme ad altri cinque esperti, rappresenterà gli organismi associativi e le istituzioni di studio e di ricerca senza fini di lucro che si caratterizzano per iniziative di approfondimento della cultura istro-veneta e dalmata e dei problemi relativi alle minoranze linguistiche.

Il suo impegno nel settore si estrinseca anche attraverso altre attività. Di recente, la casa editrice che ha fondato, La musa Talìa, ha prodotto il volume "L'Italia e l'eredità austriaca 1919-1946" (536 pagine, 33,00 euro). Scritto da Dennison Rusinow nel 1969, non era mai stato tradotto dall'inglese sebbene venga ritenuto dalla co-curatrice della versione italiana, Marina Cattaruzza, "uno dei contributi più intelligenti e documentati alla problematica dei territori della Venezia Giulia sotto sovranità italiana".

257 - La Bussola quotidiana 12/04/11 Boscovich, fede e scienza alle radici dell'Europa

Boscovich, fede e scienza alle radici dell'Europa

di Massimo Introvigne

La Croazia – e le istituzioni scientifiche – celebrano nel 2011 «l’anno di Boscovich», nel secondo centenario della nascita di uno dei più grandi scienziati europei, Ruggero Giuseppe Boscovich (1711-1787), nato il 17 maggio 1711 a Dubrovnik (Ragusa), in Dalmazia. Fu considerato al suo tempo un uomo di scienza non meno illustre di Isaac Newton (1643-1727), e non è troppo malizioso pensare che la sua scomparsa da molti libri di storia sia dovuta al fatto che era un fervente cattolico e un padre gesuita, la cui sola esistenza smentisce il mito secondo cui la scienza del Settecento si affermò al di fuori e contro la Chiesa.

Ruggero Boscovich è figlio di un ricco e celebre mercante bosniaco, Nikola Boscovich (1642-1721), e della colta erede di una grande famiglia di mercanti italiani di origine bergamasca, Paola Bettera (1674-1777). Ruggero diventa gesuita insieme a uno dei suoi fratelli. Una sorella si fa suora e un altro fratello entra nell’Ordine Domenicano. Già da novizio a Roma, Ruggero rivela una straordinaria inclinazione per la fisica e l’astronomia, che non sfugge ai suoi superiori. I suoi studi sul transito del pianeta Mercurio, sull’aurora boreale, sulle irregolarità del campo gravitazionale hanno ispirato la scienza europea per diversi secoli. Nel 1742 è tra gli scienziati consultati da Papa Benedetto XIV (1675-1758) per trovare una soluzione al problema della cupola di San Pietro, la cui stabilità è in pericolo. La soluzione da lui proposta, quella di inserire nella cupola barre di ferro concentriche, è quella adottata dal Papa.

Nel 1745 Boscovich pubblica la sua prima opera importante, De Viribus Vivis, in cui cerca una via media tra le teorie di Newton e le obiezioni a Newton del filosofo Gottfried Wilhelm Leibnitz (1646-1716). Il libro mostra l’interesse di Boscovich per la filosofia della scienza e per una teoria unificata della natura, che fiorisce nell’opera principale del 1758 Theoria philosophiae naturalis redacta ad unicam legem virium in natura existentium. Questa teoria unificata ha al suo centro la nozione dell’atomo e i campi tensoriali. Alcune delle equazioni sviluppate da Boscovich si usano ancora oggi, e nel secolo successivo il fisico inglese Michael Faraday (1791-1867) riconoscerà molto apertamente il suo debito con lo scienziato gesuita per l’elaborazione della teoria dei campi elettromagnetici.

Onorato in Italia e in patria, Boscovich è nominato dalla Repubblica di Ragusa ambasciatore in Gran Bretagna in occasione di una crisi diplomatica. A Londra, nel 1760, è eletto membro della Royal Society, la più prestigiosa società scientifica del suo tempo, che lo incarica di una missione astronomica nell’Europa Orientale, nel corso della quale diventa membro anche dell’Accademia delle Scienze Russa. E tutto questo in anni di attività prodigiosa, rimanendo insieme professore all’Università di Pavia e direttore dell’Osservatorio di Brera a Milano.

Al culmine della gloria, Boscovich cade vittima della persecuzione contro i Gesuiti. La soppressione dell’ordine nel 1773 lo priva di tutte le cariche, e l’ostilità implacabile degli illuministi ne fa un fuggiasco di Paese in Paese. Accolto in Francia e naturalizzato cittadino francese dal re Luigi XVI (1754-1793), l’odio illuminista e le campagne anti-gesuitiche continuano a perseguirlo. Finisce per ritirarsi prima a Bassano e poi all’abbazia di Vallombrosa, in Toscana. Muore a Milano nel 1787, ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria Podone.

Questo grandissimo scienziato fu combattuto e perseguitato non solo perché era un gesuita, ma perché la sua teoria unificata della natura sostiene la perfetta compatibilità fra fede e scienza e la conferma attraverso lo studio dei misteri del mondo dell’esistenza di Dio autore della natura. Così ha ricordato Boscovich l’11 aprile Benedetto XVI, ricevendo l’ambasciatore della Croazia ed esprimendo la sua «soddisfazione» per le celebrazioni dell’Anno di Boscovich. «Questo gesuita – ha detto il Papa – era un fisico, un astronomo, un matematico, un architetto, un filosofo e un diplomatico. La sua esistenza dimostra la possibilità di fare vivere in armonia la scienza e la fede, il servizio alla patria e l’impegno nella Chiesa. Questo scienziato cristiano dice ai giovani che è possibile realizzare se stessi nella società di oggi e vivere felici pur essendo credenti».

Il Papa è partito dal ricordo di Boscovich per ricordare che, anche nella sua scienza, le radici dell’Europa sono cristiane. Alla Croazia che entra nell’Unione Europea Benedetto XVI ha detto che «non dovrà avere paura di rivendicare con determinazione il rispetto della propria storia e della propria identità religiosa e culturale. Tristi voci contestano con stupefacente regolarità la realtà delle radici religiose europee. È diventato di bon ton essere amnesici e dimenticare le evidenze storiche. Affermare che l’Europa non ha radici cristiane equivale a pretendere che un uomo possa vivere senza ossigeno e senza nutrimento». Anche il ricorso dei grandi scienziati europei che erano nello stesso tempo, come Boscovich, grandi cristiani ravviva la necessaria memoria delle radici cristiane dell’Europa.

258 – La Voce del Popolo 14/04/11 Cultura - Isole lussignane: Isole di Asinello e San Pietro, ricercare la giusta armonia tra ambiente e sostenibilità

Il prof. Francesco Vallerani nelle isole di Asinello e San Pietro
Ricercare la giusta armonia tra ambiente e sostenibilità

FIUME – Un gruppo di studenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la guida del geografo e docente universitario Francesco Vallerani, ha visitato di recente l’arcipelago lussiniano con l’obiettivo di estrapolare le peculiarità geografiche e antropologiche del luogo e di presentare dei possibili sbocchi finanziari. In altre parole, un laboratorio didattico inteso a creare un’armonia tra ambiente e sostenibilità. Per l’occasione abbiamo incontrato il professor Vallerani – figura eminente del movimento contro il consumo di suolo – per parlare del territorio e del suo smodato e irrazionale impiego.

"Il Laboratorio di Geografia, intitolato ‘Terrazzamenti e geografie marginali’, è un’iniziativa didattica organizzata dell’Università Cà Foscari di Venezia – esordisce Vallerani –, primo progetto del genere che ha interessato la zona della Regione litoraneo-montana. La finalità primaria è stata quella del lavoro sul campo, al fine di acquisire una peculiare metodologia di analisi ambientale e di raccolta di dati, incrociando i più consueti e consolidati procedimenti della diagnostica sul terreno praticati sia dalla geografia sia dall’antropologia.

In pratica, abbiamo visitato i paesaggi dell’abbandono, ossia le zone agricole e pastorali di una volta che hanno pagato la drastica diminuzione della presenza umana. L’attività è stata rivolta a un numero ristretto di studenti, circa 15, per non snaturare il carattere operativo del laboratorio. Il nostro campo di attività ha interessato l’arcipelago lussiniano, e precisamente le isole di Asinello (Ilovik) e San Pietro (Sveti Petar) per studi antropologici del posto, e analizzare la struttura dei terrazzamenti che consiste nell’organizzazione dell’agricoltura. Abbiamo promosso pure delle escursioni tematiche, per osservare la pastorizia, con le quali abbiamo visto come si fa la mungitura e come si preparano i formaggi, e abbiamo avuto interessanti discussioni con i coltivatori di vigneti e di olive, tutti ovviamente del posto".

Quali sono i fattori che hanno portato all’abbandono di queste terre?

"Sono per lo più fattori storici e geografici legati a questo particolare tipo di paesaggio insulare, nonché altri di ordine socioeconomico che ne hanno determinato l’abbandono. Sono dovuti alla rottura degli equilibri preindustriali che hanno stabilito una sorta di curva evolutiva, che va dal declino causato dall’emigrazione, dallo spopolamento, dalla crisi della sussistenza fino al fenomeno all’emigrazione di ritorno, con il recupero del patrimonio edificato tradizionale. In periodi più recenti va rilevato che c’è stato anche il consolidarsi di una rete di servizi per gli ospiti stagionali, che pongono tuttavia dei problemi per una armoniosa evoluzione della territorialità degli autoctoni. Allo stesso modo abbiamo discusso delle possibilità e strategie per una rivalutazione culturale ed economica della zona, e di come si può recuperare questo tipo di situazione".

Qual è il recupero per questa situazione?

"Il punto da cui avviare l’attività di recupero è quella dello sviluppo sostenibile, o meglio della territorialità alternativa ai consueti e devastanti esiti del pensiero unico economico. Gli studenti hanno colto le possibilità offerte dai territori marginali, per le quali hanno acquisito un’adeguata sensibilità esportabile in tutte le potenziali isole geografiche individuabili anche all’interno dei territori più compromessi e devastati. Per rilanciare una presenza stabile occorrono attività che interagiscano con il turismo. Organizzare anche attività turistica fuori stagione, per il semplice motivo che gli abitanti hanno bisogno di lavorare e di conseguenza i giovani restano.

In questo senso il laboratorio cafoscarino ha come scopo una infarinatura squisitamente formativa, volta a porre le basi per una duratura consuetudine didattica che possa fungere da valido esempio e stimolo presso altre istituzioni accademiche per assicurare una presenza in isola di ospiti anche in periodi meno frequentati dalla solita utenza turistica. L’obiettivo è di evitare il turismo di massa, che crea problemi al territorio, ma proporre una cosa più in armonia con l’attività locale. Da fare non solo in luglio e agosto, ma nel corso dell’anno intero, con un serio approccio al turismo sostenibile che non consuma il territorio".

Il laboratorio ha previsto anche il seminario itinerante "Urbanistica e portualità di Fiume"?

"Esatto. Prima di recarci nelle isole dell’arcipelago lussianiano abbiamo avuto il tempo per conoscere alcuni aspetti della città di Fiume e precisamente la Riva, la Cittavecchia, la Fiumara, il Corso e anche una parte di Sušak. Il tutto è stato coadiuvato dalla prospettiva storica del Trattato di Rapallo che, come sappiamo, tolse alla città la parte vitale del Porto Baross, condannandola così alla rovina finanziaria".

Con i risultati ottenuti che cosa intendente fare?

"Il desiderio è di realizzare una pubblicazione e di presentarla al pubblico. Anche nell’ambito del programma europeo di recupero delle piccole isole, in quanto l’Unione Europea si applica a difendere questi ambienti con poca popolazione e ricca di storia e tradizione. Inoltre, il nostro desiderio è di avviare un appuntamento fisso con altre università, magari, ed è auspicabile, con quelle croate".

Titta Poli

259 - La Voce in più Dalmazia 09/04/11 Storia: la costruzione del porto di Antivari (Bar) e della linea ferroviaria dal mare fino a Virpazar

ATTIVA PER CINQUANT'ANNI LA CONTESTATA LINEA COSTRUITA DAGLI ITALIANI

Storia: la costruzione del porto di Antivari (Bar) e della linea ferroviaria dal mare fino a Virpazar,

sul lago di Scutari, segna l'inizio dell'industrializzazione voluta da Nicola I Petrovic Njegos (2 - fine)

di Mario Simonovich

Iniziati ancor prima della firma del contratto con la Società di Antivari, nel 1906 i lavori alla linea ferroviaria erano in pieno corso e forse sarebbero progrediti ancor di più se, anziché emettere tempestivamente la legge sugli espropri dei terreni, le autorità montenegrine non si fossero concentrate a seguire e sostenere in tutti i dettagli i rapporti dei commissari, che da parte loro non lesinavano le critiche, specie in merito allo scadente trattamento della manodopera locale, che oggettivamente era molto al di sotto di quanto non si offra oggi, ma, si direbbe, in linea con il trattamento che veniva usualmente riservato ai lavoranti a quei tempi. Le critiche si appuntavano in particolare sugli alloggiamenti: in una casa di Pristran, si legge in uno di questi scritti, in luogo dei trenta in precedenza previsti, alloggiavano circa 200 operai con le famiglie. I soprastanti italiani erano accusati di eccessiva severità, le paghe erano basse e, si sosteneva, talvolta al di sotto del pattuito e la concorrenza dei lavoratori italiani massiccia, nonostante l'impegno degli esecutori a occupare persone del posto ovunque fosse possibile.

Una delle difficoltà più grosse, su cui Volpi e compagni, seppur chiamati in causa, erano comunque impotenti, era rappresentata dalle grandi variazioni nel numero degli operai di volta in volta necessari. Si arrivò a un tetto di mille, mentre non pochi se ne tornavano a casa perché respinti. Erano in ballo anche interessi strategici che difficilmente si possono comprendere qualora non si esca dai criteri del nostro tempo: le autorità di Cetinje erano esplicitamente deluse del fatto che qui non avesse trovato lavoro una parte molto più consistente della manovalanza locale disponibile. I cantieri della ferrovia, si pensava, avrebbero avuto come conseguenza diretta una significativa rarefazione del processo migratorio, cosa che a sua volta avrebbe avuto come conseguenza la presenza permanente sul territorio di un un certo numero di uomini da chiamare speditamente alle armi in caso di necessità. Timori fondati, avendo fra i vicini un impero turco palesemente in riflusso ma non inoffensivo. Dato che queste speranze mostrarono ben presto la loro infondatezza, si giunse a sospendere la concessione dei passaporti pur di dare, appunto, un taglio, all'emigrazione della parte più vigorosa e produttiva della popolazione.


Lavoratori sfruttati! No, troppo svogliati!


Nel 1906 scioperarono in due riprese tanto i costruttori della ferrovia che del porto, seguiti l'anno dopo dagli operai impegnati nella galleria. Quest'ultima agitazione, abilmente condotta da manodopera rimpatriata dagli Stati Uniti dove aveva acquisito notevole esperienza sindacale, ebbe pieno successo: temendo il dilagare del malcontento, i soprastanti italiani furono sostituiti da montenegrini e le paghe aumentate.


Non mancavano le critiche in senso contrario: gli imprenditori attribuivano alla manodopera locale un carente attaccamento al lavoro e un'incontenibile indisciplina, tanto da chiedere ripetutamente l'intervento dei gendarmi per assicurare l'ordine. Considerata oggi la questione, si può tranquillamente dire che di certo sul conflitto pesavano tanto da una parte i criteri di un capitalismo teso a spremere fino all'osso la manodopera quanto dall'altra il proverbiale lassismo presente in quelle contrade.


I lavori alla ferrovia proseguirono fra polemiche e conflitti, fino a che, il 26 settembre 1908 un telegramma della Compagnia non annunciò alfine al primo ministro Tomanovic l'arrivo della prima locomotiva da Antivari a Virpazar. Per festeggiare l'opera, qui i costruttori organizzarono una cerimonia a cui fu esposta l'immagine del principe e offerti cibo e bevande al popolo. Tutto si svolse però in tono minore, anche perché l'attenzione di Cetinje era rivolta alla politica estera: l'Austria stava per annettersi la Bosnia ed Erzegovina.

L'atto di proclamazione, emesso solo dieci giorni dopo, suscitò anche in Montenegro veementi proteste a cui non furono estranei gli operai della ferrovia.
Iniziata sollecitamente la movimentazione dei treni, si provvide alla rifinitura degli impianti. Al capolinea di Antivari furono costruiti magazzini, il deposito locomotive e vagoni passeggeri, a Virpazar, all'altra estremità, l'officina riparazioni nonché un albergo con tanto di bagni e riscaldamento centrale, tale da suscitare parecchia meraviglia fra il popolino. Le merci trasportate passarono rapidamente dalle 250 tonn. annue dell'epoca precedente a 1000 già nei primi due anni d'attività della linea, tanto che si dovettero ordinare 20 carri merci, 5 carrozze passeggeri e 3 nuove locomotive in più del previsto. Una delle carrozze fu esclusa dal traffico normale per essere adattata a salone di lusso del principe Nikola (come a dire, i privilegi dei potenti...). Date le asperità del tracciato non fu facile trovare vaporiere che unissero a un'adeguata potenza un buon rapporto fra il peso e la portata. Si cominciò con motrici a due assi a cui, come allora in uso, furono dati i nomi di "Paganini", "Volpi" e "Marconi", per passare alla "Lovcen" a tre e pervenire già nel 1912 a macchine del tipo Mallet - costruite con la tecnologia più avanzata dell'epoca -munite di quattro cilindri, come testimoniato dalla "Sutorman". Il progresso era notevole perché il peso dei convogli poté passare da 33 a 45 tonn, ossia essere aumentato di oltre un terzo. Le nove stazioni erano collegate con rete telegrafica autonoma e il rifornimento d'acqua delle locomotive avveniva per mezzo di cinque serbatoi.


Commissari governativi: molto difficili i rapporti


I rapporti fra la Compagnia e Cetinje furono sempre difficili, come testimoniato anche dalle polemiche sul commissario governativo che ne controllava i conti e i bilanci. I commissari erano pagati dal governo, ma la Società era in obbligo di rimborsare le spese connesse alle missioni, ossia come si direbbe oggi, i fogli viaggio e fra la gente prevaleva l'idea che si potessero corrompere senza difficoltà. La carica era sempre affidata a membri del governo, talvolta addirittura al presidente. L'unico di rango più basso, il capitano Niko Jankovic, autore del maggior numero di rapporti critici - che quasi mai ebbero alcun seguito - fu sostituito all'improvviso e senza spiegazioni mentre si occupava di lavori al panfilo del principe.
Le critiche si appuntavano in particolare sulla lentezza con cui venivano inoltrati i carichi, a tutto danno di quelli di ditte italiane e sulla trascuretezza verso le merci, spesso lasciate a deperire al sole. Taluni deputati giunsero a chiedere ripetutamente la scissione unilaterale della consessione, ma presto si vide che, calcoli alla mano, l'indennizzo non sarebbe stato di quattro milioni di lire, come contenuto nei contratti, ma di sette, quanto gli investitori sostenevano d'aver speso. Contabilità truccata, fu la reazione - peraltro mai espressa ufficialmente - dell'altra parte.
La Compagnia poteva funzionare anche grazie al forte sostegno dell'Italia, per tramite della Banca commerciale, in cui Volpi godeva di una preminente posizione. Fin dal 1907 le era stato affidato il trasporto della posta ufficiale tanto per Virpazar che a oriente verso Scutari, ma i soldi in cassa erano sempre pochi. Due anni dopo, Tommaso Tittoni, ministro degli Esteri, s'impegnò di persona con il governo a stendere un nuovo contratto. Le sovvenzioni furono aumentate di 200 mila lire. Tre anni dopo, nel 1912 si arrivò una cifra annua di 520 mila lire a cui si aggiungeva la fornitura gratuita di carbone, lubrificanti e altri materiali da parte delle Ferrovie dello stato. Tale generosità derivava essenzialmente dalla considerazione che si trattasse di una linea vitale per gli interessi italiani, anche in funzione del contenimento delle velleità espansionistiche austriache. A sua volta Cetinje non aveva motivo di dolersi del conflitto in quanto le sue comunicazioni avevano raggiunto un livello insperato: già in quell'anno, scoppiata la prima guerra balcanica, le ferrovia e le strutture portuali di Antivari ebbero un ruolo di primo piano nello spostamento delle truppe e dei vettovagliamenti.


Gli impianti distrutti dalla flotta austroungarica


L'appagamento non fu di lunga durata. Il 28 luglio di due anni dopo scoppiava la prima guerra mondiale e l'8 agosto le granate della lotta autrougarica danneggiavano gravemente la stazione ferroviaria, la diga e i magazzini portuali e la centrale elettrica. Fortunatamente locomotive e vagoni furono salvati in quanto si era provveduto a disperderli nelle stazioni, lontano dal mare. I funzionari della Compagnia se ne andarono e la linea rimase inattiva fino a che non subentrò l'esercito d'occupazione che la usò per inoltrare uomini e armamenti verso il fronte di Salonicco. Volpi e compagni non rimasero inattivi, ma si ripresentarono nel 1918, appena finita la guerra, adoperandosi per il ripristino del traffico, ostacolato soprattuto dalla mancanza di locomotive, in quanto quelle prima in servizio erano state inviate dalle forze austriache d'occupazione in Ungheria e Cecoslovacchia.


Belgrado impone un taglio all'attività


I rapporti con il neocreato potere jugoslavo furono ancora peggiori rispetto a quelli con con Nikola che intanto, nel 1918, si era visto arrivare da Belgrado non la tanto agognata linea ferroviaria a scartamento normale, ma l'imposizione dell'esilio (morirà nel 1921 nella francese Antibes e le spoglie torneranno in patria solo nel 1989). Privata d'autorità della concessione alla navigazione sul lago di Scutari, con traferimento dei relativi impianti alla Zetska plovidba, la Compagnia di Antivari reagì interrompendo l'opera di completamento delle infrastrutture portuali. Le spese d'esercizio intanto aumentavano mentre i quantitativi di merce trasportata si mantenevano su livelli immutati, tanto che la linea venne considerata la meno remunerativa di tutto il neocreato stato jugoslavo. Nel 1922, in un clima reso arroventato dalle paghe molto più alte alla manodopera italiana, che occupava posti di maggior prestigio, vi fu una massiccia protesta sindacale che si concluse con l'accettazione dell'orario di lavoro di otto ore e un aumento delle remunerazioni del 20 per cento. Per ridurre le spese la circolazione fu rallentata e sempre più rarefatta, fino a ridursi a due convogli settimanali. Il potere dal canto suo faceva capire senza mezzi termini che la proprietà italiana delle linea fungeva da deterrente per qualsivoglia investimento nazionale lungo il percorso, ma non osò avocarla, un po' perché non voleva far precipitare i rapporti con la parte italiana e, nella stessa misura, perché non disponeva dei mezzi finanziari indispensabili per il riscatto.


Lenta e costosa ma non c'era altro


Si arrivò così alla seconda guerra mondiale nel corso della quale la ferrovia fu di grande utilità per il trasporto dei reparti partigiani. Il passaggio in mano jugoslava avvenne in base alla confisca decretata dalla Corte suprema del Montenegro il 18 maggio 1946. Di fronte a un valore complessivo della proprietà stimato pari a 10.831.198 dinari, fu riscontrato - non si riesce davvero a capire come - un debito della Compagnia di 1.996.363,20 dinari nei confronti della RPFJ. Traferiti per competenza al Ministero federale per i trasporti, gli impianti ferroviari e i rotabili passarono alle dipendenze dell'Amministrazione ferroviaria di Sarajevo.
Ferrovia superata e costosa, fu detto e ripetuto a tutti i livelli negli anni successvi. Ciononostante la linea costruita dagli italiani continuò ad essere usata per quasi altri quindici anni, per il semplice fatto che nulla si poteva fare per sostituirla. La circolazione venne definitivamente interotta nel 1959, quando entrò in funzione la nuova linea da Antivari a Podgorica, tronco finale della tanto agognata transbalcanica a scartamento normale che collega l'Adriatico al Danubio, e con la quale la distanza fra Antivari e Virpazar è scesa dai precedenti 43 a poco più di 20 chilometri.

260 - Il Piccolo 09/04/011 L'euro "titino" sloveno divide anche Bruxelles

L'euro "titino" sloveno divide anche Bruxelles

La questione della moneta con l'effige del comandante partigiano Stane-Rozman è stata sollevata dal centrodestra di Jansa: è un simbolo comunista

di Mauro Manzin

TRIESTE La moneta da due euro emessa dalla Banca di Slovenia con l'effige del comandante titino Franc-Rozman Stane diventa ora un problema internazionale. La polemica, infatti, sull'inadeguatezza di scegliere il leader partigiano, in più con la stella a cinque punte, quale soggetto commemorativo dei nuovi due euro dal palcoscenico nazionale è stata portata con grande risonanza su quello del Parlamento europeo da un comunicato del Partito democratico della Slovenia dell'ex premier Janez Jansa e appartenente al centrodestra. «La decisione del governo socialdemocratico sloveno - si legge - di commemorare un comandante comunista ha generato forti controversie di carattere ideologico e politico. Secondo concrete testimonianze - prosegue il documento inviato a tutti gli eurodeputati esclusi i tre sloveni di centrosinistra - il comandante Franc-Rozman Stane si è reso responsabile in tempo di guerra dell'uccisione di sessanta civili». La stella a cinque punte raffigurata nella moneta da due euro altro non è, per i democratici di Jansa, se non «il simbolo dei comunisti della Jugoslavia, un movimento rivoluzionario di cui Franc-Rozman Stane faceva parte». Essi ritengono che la nuova moneta onora la rivoluzione comunista che si è «sviluppata nel contesto nel movimento di liberazione nazionale ai tempi della Seconda guerra mondiale».

Sempre i democratici sloveni hanno scritto inoltre che la maggior parte dei partiti di opposizione slovena così come la maggioranza della popolazione vede nell'emissione della nuova valuta una sorta di contraddizione in quanto proprio quei due euro dovevano rappresentare piuttosto i valori europei. L'eurodeputato dei liberaldemocratici (Lds,centrosinistra), Jelko Kacin sostiene invece che in base a un sondaggio commissionato dal quotidiano lubianese Delo il 53% degli interpellati ha definito giusta la decisione di scegliere quale soggetto commemorativo il comandante Franc-Rozman. «Il suo personale contributo - replica Kacin - alla vittoria sul fascismo e sul nazismo è profondamente legato a quelli che sono i valori fondanti dell'Europa del dopoguerra e dell'Unione europea».

I democratici di Jansa però rincarano la dose e nel comunicato condannano anche le scelte di intitolare nuove strade al maresciallo Josip Broz Tito «un dittatore comunista - viene definito - il quale è responsabile di più di un milione di morti durante la sua dittatura». Non viene risparmiato neppure l'attuale presidente sloveno Danilo Türk accusato «di aver consegnato un'onoreficenza alla fine del 2009 all'ex comandante della polizia segreta comunista Tomaz Ertl». Per Tito e comunisti, dunque, in Slovenia non è certo tempo di riabilitazione. La scomunica continua.

261 - Il Piccolo 12/04/11 Belgrado - Joska Broz: Il nipote di Tito difende l'epurazione partigiana

Il nipote di Tito difende l'epurazione partigiana

Joska Broz accusa: «Sono stati uccisi troppo pochi nemici del popolo» Proteste a Belgrado tra chi ricorda le stragi dei fedelissimi del Maresciallo

Dal nonno ha ricevuto solo una Prinz e un orologio Bulova

Josip «Joska» Broz (foto) vanta un curriculum eterogeneo. È stato boscaiolo, operaio, poliziotto, guardia del corpo del nonno. E suo accompagnatore prediletto durante le battute di caccia. Con orgoglio, dice di «essersi fatto da solo» come gli aveva consigliato Tito e di non aver ricevuto da lui alcun favoritismo, solo tre regali: una «Prinz», la prima macchina, un orologio «Bulova» e una doppietta. Oggi cerca di rastrellare i voti di chi rimpiange il Maresciallo, promettendo benessere e giustizia sociale a pensionati e disoccupati. Il suo partito conterebbe già 48.000 iscritti.

Tutti uniti ai comizi dietro l'effigie di Tito e allo slogan «da dove ti sei fermato tu, continuerò io». Magari rifondando la Jugoslavia. Un sogno a cui però neppure i più puri «jugonostalgici» serbi credono veramente.

di Stefano Giantin

BELGRADO Eliminare avversari ideologici e collaborazionisti dopo la Seconda guerra mondiale è stato legittimo. Unico problema, i titini «ne hanno uccisi troppo pochi». Parola di Joska Broz, nipote di Tito e discusso fondatore del nuovo partito comunista serbo. Durante un dibattito in Tv, Broz ha fatto sfoggio del suo becero repertorio da politico in cerca di visibilità. La scintilla è stata un'affermazione di un ospite in studio, Aleksandar Jugovic. Il vicepresidente del «Movimento serbo per il rinnovamento» di Vuk Draskovic, l'ex ministro degli Esteri sotto il governo Kostunica, aveva accennato alle «migliaia di civili e oppositori finiti in fosse comuni in Serbia dal 1944 al 1946», tra cui suo nonno. Broz non ci ha più visto e ha replicato che i partigiani «non hanno ucciso tutti quelli che se lo sarebbero meritato». Se lo avessero fatto, ha aggiunto indicando Jugovic, «lei non sarebbe qui». Broz da anni prova maldestramente a proporsi come una controfigura del nonno. Lo scivolone sui crimini compiuti in nome di Tito ha però suscitato sdegnate reazioni a Belgrado. Chi gli ha ricordato le fucilazioni sommarie dei cetnici fra le montagne della Serbia, chi la cacciata degli «svevi» del Danubio, minoranza tedesca colpevole di aver agito da «quinta colonna» dei nazisti in Jugoslavia. Si sarebbe potuto menzionare anche il massacro di Bleiburg: degli oltre 100.000 ustascia e sfollati croati in fuga verso l'Austria, appena 30-40.000 sfuggirono a un feroce pogrom durato 5 giorni. Per lo storico Rudolph Joseph Rummel, solo tra il '44 e il '45 sarebbero state 500.000 le vittime del terrore di Stato di Tito. Numeri più che sufficienti per screditare, se ce ne fosse stato bisogno, le tesi di Joska Broz. Ma più che in un'analisi storiografica sul dopoguerra jugoslavo, Broz sembra impegnato nell'accrescere, con ogni mezzo, il suo per ora limitato bacino di voti. Di recente è salito alla ribalta per aver promosso con gli ultranazionalisti radicali e il figlio minore di Vojislav Seselj una manifestazione di solidarietà a favore di Gheddafi, «amico del popolo serbo». Joska si è anche inserito nella nuova battaglia legale per la sostanziosa eredità del Maresciallo assieme agli altri nipoti e all'unico figlio di Tito ancora in vita. Ma soprattutto alla vedova Jovanka. Che, si mormora a Belgrado, non vede di buon'occhio le comparsate televisive e le incaute manovre politiche di Joska. Un aspirante Tito senza il suo carisma, che cerca di farsi eleggere in parlamento dai tanti nostalgici del nonno.

262 - Il Piccolo 12/04/11 Odilo Globocvnik : Quel nazista di Trieste che creò per il Reich Treblinka e altri orrori

Quel nazista di Trieste che creò per il Reich Treblinka e altri orrori

RITRATTO STORIA

ANTICIPAZIONE

Arriva nelle librerie una biografia-saggio edita da Beit dedicata a Odilo Globonik responsabile del lager della Risiera di San Sabba

L'amico personale di Heinrich Himmler Amico personale di Heinrich Himmler, Odilo Globocvnik è l'uomo che diresse l'operazione Reinhardt per il Terzo Reich costruendo i lager di Belzec, Sobibor e Treblinka dove venne ucciso un milione e mezzo di persone. Alla fine del 1943, quello che Himmler chiamava «il caro Globus» fu inviato nella città in cui era nato: Trieste. Dove prese forma la Risiera, unico campo di concentramento italiano. A lui è dedicato il libro "Il nazista di Trieste", pubblicato dalla casa editrice Beit (pagg. 368, euro 22) di Siegfried J. Pucher, con saggi di Tone Ferenc, Czeslaw Madajczyk, Tristano Matta, Dieter Pohl, Gitta Sereny, Karl Stuhlpfarrer, Bruno Wasser.


Dal libro "Il nazista di Trieste" di Siegfried J. Pucher pubblichiamo un ampio stralcio del saggio di Tristano Matta, per gentile concessione della casa editrice Beit

di TRISTANO MATTA

Giunto a Trieste il 23 settembre 1943, Globocnik riuscì a far trasferire al suo seguito buona parte del personale che aveva collaborato con lui a Lublino. Si trattava di un totale di circa 430 uomini, tra i quali gli appartenenti al suo staff personale, alle SS ed a vari organismi da lui stesso presieduti in Polonia quali la Volksdeutsche Mittelstelle (Ufficio di assistenza per i tedeschi etnici), il Rasse - und Siedlungshauptamt (Ufficio centrale della razza e del reinsediamento), l'rkfdv (Commissariato del Reich per il consolidamento della germanicità), e - soprattutto - 92 membri del contingente assegnato alla Aktion Reinhard, il progetto di sterminio degli ebrei del Governatorato generale, gli uomini che avevano gestito lo sterminio degli ebrei polacchi nei campi della morte sul fiume Bug (Belzec, Sobibór, Treblinka). Lo storico sloveno Tone Ferenc e Stefano Di Giusto hanno ricostruito per quanto possibile in modo analitico la struttura degli uffici e delle unità dipendenti dall'hsspf Globo>nik nel Litorale adriatico. Essa era organizzata e gestita da un comando centrale che ricalcava la struttura tipica dei comandi militari, diviso in varie sezioni (operazioni, rifornimenti, informazioni, comunicazioni, intendenza, ideologia, ecc.).

Accanto a queste, furono inoltre costituite delle sezioni speciali, tra le quali spiccava in particolare quella responsabile del settore propaganda Aktion Adria, che aveva il compito di organizzare le diverse forme di propaganda nella Zona d'operazioni e di pubblicare i giornali nazisti locali (il quotidiano «Deutsche Adria Zeitung», la rivista «Adria Illustrierte»). Sezione che tuttavia estendeva il suo operato anche all'attività di repressione antipartigiana e di informazione, com'è attestato dalla pubblicazione da parte di un collaboratore della stessa, Hanns Schneider-Bosgard, del manuale di controguerriglia Bandenkampf in der Operationszone Adriatisches Küstenland, per il quale lo stesso Globo>nik scrisse la prefazione, manuale che è un documento fondamentale per comprendere le strategie della lotta antipartigiana, ma anche per cogliere gli aspetti più rilevanti dell'analisi nazista dei problemi politici, economici e nazionali del territorio.

La sezione più tristemente nota tra quelle speciali dipendenti dal comando di Globo>nik, fu tuttavia senza dubbio l'Abteilung R (Sezione R), altrimenti indicata come Einheit R o Aktion R (Unità o Azione R) formata dagli uomini provenienti dall'Aktion Reinhardt conclusa in Polonia. Tale sezione era incaricata della identificazione e della cattura degli ebrei della regione, del sequestro dei loro beni e della loro deportazione nei campi di sterminio polacchi, nonché della partecipazione alle attività di repressione della resistenza. Centro di attività di tale reparto, il cui comando ebbe poi sede a Trieste in un primo tempo in via Murat, poi in via Giustinelli in uno stabile requisito a una famiglia ebraica, fu il Polizeihaftlager creato nella Risiera di San Sabba. Il più importante tra i collaboratori di Globonik a Trieste fu probabilmente l'SS-Sturmbannführer Ernst Lerch, carinziano, amico di vecchia data fin dai tempi delle attività clandestine naziste in Austria, e già braccio destro di Globo>nik a Lublino. In qualità di responsabile dello staff privato dell'hsspf, Lerch coordinò le attività di tutti gli organismi dipendenti, svolgendo di fatto i compiti di un capo di stato maggiore.

Secondo Tone Ferenc la sua figura era a Trieste "addirittura più importante di alcuni ufficiali delle SS che erano più alti di lui in grado". Se Odilo Globonik fu, in base alle sue caratteristiche - come sostiene Joseph Poprzecny - lo strumento ideale nelle mani di Himmler per guidare la brutale politica di repressione nell'ozak, non c'è dubbio che Christian Wirth, Dietrich Allers e gli altri uomini dell'Abteilung R, ne costituirono i collaboratori più conseguenti e scrupolosi, sul terreno del disprezzo per la vita umana e della gelida e burocratica applicazione, al di là di ogni scrupolo morale, delle direttive di Vernichtung loro indirizzate.

Dal punto di vista formale la Risiera di San Sabba è definibile come un Polizeihaftlager, cioè un campo di detenzione di polizia e questa è la denominazione con cui esso è indicato nell'Indice provvisorio dei campi di concentramento della Croce Rossa Internazionale. Si trattava - e questo è il primo punto da rilevare - di un lager di tipo particolare, che funzionava come campo "misto", presentando quindi una complessità che va tenuta ben presente. Esso era, infatti, utilizzato come centro di raccolta per la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio di Auschwitz, prima, e di Ravensbruck, poi, e quindi da questo punto di vista fungeva prevalentemente da campo di transito, con le eccezioni che vedremo più avanti. Allo stesso tempo la Risiera funzionava come campo di detenzione e di polizia per l'imprigionamento, la tortura, l'eliminazione di esponenti della Resistenza, quindi di partigiani catturati, ma anche di ostaggi civili.

Per questa ultima finalità il lager venne dotato anche di un forno crematorio per l'incenerimento dei cadaveri delle vittime, ottenuto mediante la trasformazione dell'impianto precedente dell'essiccatoio dei cereali,63 secondo il progetto realizzato dal "capomastro itinerante della T4"64 Erwin Lambert, l'esperto delle SS che aveva lavorato in precedenza nella costruzione delle camere a gas di Hartheim, Hadamar, Treblinka e Sobibór. È questa presenza del forno crematorio a far sì che la Risiera costituisca un unicum in Italia, differenziandola dagli altri lager di Fossoli, Bolzano, Borgo San Dalmazzo, che ebbero prevalenti e quasi esclusive funzioni di transito, anche se non mancarono di verificarsi brutalità ed uccisioni di detenuti.

La Risiera può essere considerata un luogo tipico del sistema di terrore creato dagli occupatori nazisti per realizzare nel corso del conflitto il loro disegno molteplice che mirava oltre alla cosiddetta "soluzione finale" della questione ebraica, da una parte, alla punizione spietata dei ribelli (dei Banditen, come venivano definiti) e, dall'altra, allo sfruttamento sistematico e violento della popolazione civile (mediante la rapine delle risorse economiche e lo sfruttamento del lavoro coatto). (...)

263 - Il Piccolo 09/04/11 Così si sparava sui fratelli a Sarajevo di Azra Nuhefendic

Così si sparava sui fratelli a Sarajevo

La fine dell'unità voluta da Tito e l'orrore della guerra raccontati da Azra Nuhefendic

Quel treno viaggia e non sa dove va

«La linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo venne interrotta all'inizio della guerra in Bosnia. Dopo diciotto anni è partito di nuovo il treno che collegava le due città. La locomotiva ha trainato tre vagoni con solo quindici passeggeri. La breve composizione del convoglio rispecchia la situazione politica, cioè la divisione in atto nel Paese: un vagone delle ferrovie della Republika Srpska, uno di quelle della federazione della Bosnia Erzegovina e il terzo appartenente alle ferrovie della Serbia». Comincia così il racconto "Il treno" di Azra Nuhefendic, che nel 2010 ha vinto a Vienna il Premio di giornalismo "Writing for Cee". Un testo che racconta, prendendo spunto dal ripristino della linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo, il presente dell'ex Jugoslavia. Un tempo confuso, che la porta ad annotare: «Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate».


Ma i criminali hanno cambiato solo maschera

di Alessandro Mezzena Lona

I mostri hanno cambiato solo maschera. Camminano per le strade come se non avessero ammazzato nessuno. Guardano negli occhi le donne che hanno violentato. Non abbassano lo sguardo se incrociano le madri di quei ragazzi che hanno eliminato come fossero creature immonde. A volte è a loro che le vittime della guerra nei Balcani si devono rivolgere per ottenere giustizia. O per vedere riconosciuti i propri diritti. Gattopardi, camaleonti, voltagabbana pullulano nell'ex Jugoslavia. E Azra Nuhefendic non si stanca di ripeterlo nel suo libro, bello e perturbante, "Le stelle che stanno giù", pubblicato da Edizioni Spartaco (pagg. 143, euro 12). Perché anche se i Balcani hanno ritrovato la pace, anche se si è placato, apparentemente, l'odio etnico tra popoli che Tito aveva voluto fratelli, sotto la cenere covano ancora tizzoni ardenti. Che l'Europa, il mondo fa finta di non vedere. E allora tocca a voci coraggiose come quella di Azra Nuhefendic, giornalista di origine bosniaca che ha vinto importanti premi, non smettere di attirare l'attenzione sull'ex Jugoslavia. Muovendosi tra il passato e il presente. Evocando i ricordi di una guerra intrisa di orrori, che ha portato a galla gli istinti peggiori di popoli che possono vantare una storia, una cultura, una capacità di convivenza tutt'altro che acerbe. Le immagini del padre, che rischiò di finire a Goli Otok e venne poi travolto dalla ferocia della guerra sul finire del secondo millennio, di un'infanzia felice, delle tante amicizie spazzate via dall'insorgere della violenza etnica, del calvario di Sarajevo e dei musulmani di Bosnia, aprono la strada, nei diciotto capitoli del libro, a una lucida lettura della recente storia dell'ex Jugoslavia. Che non concede sconti a nessuno, neanche agli intellettuali sempre pronti a saltare sul carro del più forte. Che non regala illusioni. Perché l'orizzonte è ancora velato dalla nebbia dell'incertezza.


Da "Le stelle che stanno giù" di Azra Nuhefendic pubblichiamo la prima parte de "L'amico americano", per gentile concessione delle Edizioni Spartaco. di AZRA NUHEFENDIC

La nuova Ambasciata Americana a Sarajevo è stata costruita nel posto più bello e più centrale della città. Subito accanto al monumento del presidente Tito. Sono sicura che Tito, se fosse vivo, non avrebbe niente in contrario sui nuovi inquilini. Con gli americani lui aveva fatto pace già all'inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, subito dopo la rottura con l'Unione Sovietica avvenuta nel 1948. Tito ha rifiutato di sottomettere la Jugoslavia al potere del Komintern, un ente internazionale che riuniva i partiti comunisti. Il niet di Tito a Mosca provocò un terremoto nel blocco dei Paesi comunisti, applausi in Occidente e una bufera in Jugoslavia. I comunisti jugoslavi, educati ad ammirare e ad accettare senza dubbio alcuno tutto quello che proveniva dall'Unione Sovietica, di punto in bianco si trovarono davanti al dilemma: la madre Russia o la Jugoslavia. Quelli che non furono abbastanza veloci a cambiare il concetto vigente, finirono a Goli otok, l'Isola Nuda o Calva - una prigione, un gulag jugoslavo. Resta un mistero famigliare il perché mio papà non fosse finito su quell'isola. Lui fu un accanito russofilo. In più, pare che avesse difficoltà ad amare gli uni senza odiare gli altri. Non sopportava proprio niente che provenisse dal mondo capitalista, America in testa. Tutto, compresa la lingua inglese, per lui era pericoloso, una mera propaganda e in quanto tale andava evitato. Parlava francese e tedesco, mentre a noi fu proibito di guardare la TV, figurarsi poi i film in lingua inglese. Alle prime battute urlava e immediatamente ordinava: "spegni!". Già negli anni Sessanta da noi erano apparsi i primi film e altri programmi tv americani. Molto popolare era il serial tv "Bonanza". Una specie di "cowboy-soap opera", che per noi fu una vera scoperta, dopo la lagna dei film sugli invincibili partigiani. Ricordo ancora quel programma, certo non per la sua bellezza, ma per i due schiaffi guadagnati grazie a "Bonanza". Protestai perché il papà non mi permetteva di guardarlo. In dispetto gli avevo girato le spalle piangendo disperatamente. Lui si sentì offeso e "zum" mi stampò due ceffoni. La sua convinzione ideologica ci costò molto denaro. A scuola studiavo, ovviamente, la lingua russa. Ma presto ci siamo accorti che senza l'inglese non si va lontano, a prescindere dalla professione. Cosi, dapprima i miei genitori, ma dopo anch' io pagavamo di tasca propria le lezioni private d'inglese. Tutto in silenzio e senza che mai, da parte di mio papà, ufficialmente venisse riabilitata la lingua inglese. Con gli anni la sua avversione nei confronti della lingua inglese e, in genere, del mondo occidentale andò scemando, ma la Russia, con tutti gli annessi e connessi non perse mai il primato. O quasi! Durante l'ultima guerra, mio papà rimase a Grbavica, un quartiere di Sarajevo occupato dai paramilitari nazionalisti serbi. Sia il papà che i suoi vecchi compagni, indifferentemente se serbi, croati o bosniaci, si sentivano offesi, traditi e umiliati dal comportamento dei nazionalisti che, come usava dire, "puntavano le armi contro i propri fratelli". Poco prima che Sarajevo fosse riunificata, a Grbavica arrivarono i soldati russi inquadrarti nelle forze internazionali. Il mio papà li aspettava come liberatori, come i giusti che avrebbero finalmente messo tutto in ordine. Ma i batjuska, i "compagni" erano arrivati tenendo le tre dita in alto, il segno che facevano i paramilitari serbi o qualsiasi altro criminale venuto a rubare, a molestare o a uccidere.

264 - La Repubblica 10/04/11 La Grande Guerra di propaganda

La Grande Guerra di propaganda

PAOLO RUMIZ

TRIESTE

All´inizio erano solo fogli di brigata ciclostilati, fu dopo Caporetto che tutto cambiò. Per risollevare il morale delle truppe, e rispondere colpo su colpo alla "controinformazione" austriaca, per la prima volta il fronte italiano venne raccontato con meno retorica e più colore dai migliori umoristi, disegnatori e poeti del Paese: De Chirico, Malaparte, Ungaretti. Nacquero allora riviste come "La tradotta" o "la Ghirba". Ora esposte in una mostra a Genova
Le lettere d´amore tra il fante Arcibaldo Dalla Daga e la bella Teresina Dal Fodero
Mai esposte prima le testate che il nemico diffondeva oltre la linea del Piave con gli aerei
A Trieste ai tempi dell´asilo passavo ore stupende nella soffitta della nonna tra mucchi di cose dimenticate. Ci stavo come un topo nel formaggio, e fu lì che scoprii l´esistenza della guerra. Accadde quando vennero fuori gli scarponi chiodati con cui nonno Ferruccio, in divisa austriaca, era tornato dal fronte russo in Galizia. Da allora mi misi a cercare febbrilmente, come un archeologo in una tomba assiro-babilonese. In quella ricerca, il secondo conflitto mondiale non aveva lasciato traccia, non fosse per un elmetto della Wehrmacht con un´indecifrabile scritta in pennello bianco: "Jatoj".
Il fantasma che usciva dai cassettoni e dagli armadi era sempre lo stesso: la Grande Guerra. Di quello c´erano immagini. Non foto, ma disegni e caricature. Il meglio erano due risme di una rivista in lingua tedesca a caratteri gotici. Portava il nome di Muskete, "il moschetto" ed era stampata a Vienna. Lo scontro più sanguinoso del secolo vi appariva come un fumettone per adolescenti. La trincea asburgica era uno spazio di allegre scorribande, dove le cucine fumavano sempre, mentre il nemico italiano era magro e scalcagnato, una banda di polli da infilzare allo spiedo. Impossibile non parteggiare per gli austriaci.
Poi accadde che in un armadio, accanto a una scorta di nocino e cotognate coperta di ragnatele, venissero fuori cartoline con disegni a colori di parte italiana. Favolose, un vero tesoro. Le ricordo come fosse ieri. C´era scritto La Tradotta, con accanto la firma dell´autore, Antonio Rubino. Una aveva per titolo "Sul Piave piove", e mostrava una pirotecnia di granate sul fiume, contro le trincee austriache piene di uomini dai nasi a patata, le bocche aperte e la divisa grigia. Un´altra era "L´offensiva della sete", con fanti italiani che con gli scarponi schiacciano i "crucchi" in un pantano pieno di allegri ranocchi.
Confuso, andai dalla nonna a chiederle per chi parteggiare, austriaci o italiani. La vecchia spiegò pazientemente che Trieste era un luogo speciale. Il nonno aveva fatto la guerra con gli austriaci, ma suo fratello era scappato dall´altra parte per far vincere l´Italia. Anche per questo, disse, dopo il ´18 erano piovute nel sottotetto scartoffie di entrambe le parti in conflitto. Concluse che la trincea era una porcheria e quei disegni non dicevano il vero. Fui ovviamente deluso, perché da bambini si ha bisogno del buono e del cattivo. Da allora la soffitta mi interessò meno, finché mi dimenticai di quelle meraviglie di carta. Le quali, al primo trasloco, finirono inevitabilmente al macero o dal robivecchi.
Solo più tardi ho capito il senso della propaganda e imparato a decrittarne la grafica. Ed ecco che davanti alle mostre sul tema, come quella sui giornali di trincea in apertura dal 14 al 17 aprile al Palazzo Ducale di Genova nell´ambito della serie "Storia in piazza", mi si apre un doppio viaggio nel tempo: nell´infanzia e nella Grande Guerra. Curata da Francesco Maggi, originariamente filatelico, la rassegna porta in luce un´iconografia rivoluzionaria per l´Italia di allora (vedi www.giornaliditrincea.it). È quella che esplode dopo Caporetto, quando il sadico Cadorna viene mandato a casa e il nuovo comandante in capo Armando Diaz ordina di rialzare il morale delle truppe con la diffusione di giornali da prima linea, sotto il coordinamento di uno speciale ufficio dello stato maggiore.
Fino a quel momento la guerra per parte italiana esprime poco: fogli ciclostilati di brigata, come La Baionetta o La marmitta, ristretti - spiega Mario Isnenghi, tra i pochi ad avere frugato criticamente in questo angolo della storia nazionale - a una dimensione di «intrattenimento goliardico», minimali come illustrazioni e per addetti ai lavori. Nell´inverno del ´18 cambia tutto, nascono giornali nuovi, irrompe il colore, il linguaggio diventa meno retorico, i migliori disegnatori e umoristi del Paese si mobilitano. È l´adeguamento alla pubblicistica che gli alleati - Francia, Inghilterra, Stati Uniti - hanno già messo in campo.
Ed ecco La Tradotta, con i disegni di Antonio Rubino ed Enrico Simoni, e la rubrica delle lettere del soldato Baldoria alla sua fidanzata, a cura dell´inviato del Corriere Bernardo Fraccaroli. Ecco Ardengo Soffici che fonda La Ghirba e chiama a disegnare Giorgio De Chirico; è il più salace dei giornali di trincea, con la corrispondenza fra il fante «quasi ardito ex piantone» Arcibaldo Dalla Daga e la bella, di nome ovviamente Teresina, e di cognome, pensate un po´, Dal Fodero. Il motto di Soffici è «La guerra è amara, addolciamola con l´allegria». Sul Montello appaiono i disegni del futurista Mario Sironi; sul Sempre avanti delle truppe italiane in Francia, scrivono Giuseppe Ungaretti e Curzio Malaparte.
Mai esposti prima, a Genova compaiono anche i giornali di controinformazione in lingua italiana che il nemico diffonde oltre la linea del Piave con gli aerei o le "Friedengranate", le granate (inoffensive) della pace. Ci sono La domenica della Gazzetta, che propaganda l´inesistente dolce vita dei prigionieri italiani in Austria, o il foglio La Giberna con la triste istoria dei profughi dall´Istria e Dalmazia che finiscono, si scrive, in un´Italia alla fame.
L´Austria, che non aveva un Cadorna capace di irritare anche la stampa del proprio Paese (vedi nel 1915 la polemica col direttore del Corriere Albertini) era partita in anticipo coi periodici di guerra, in tutte le dieci lingue dell´impero. Prima fu la conversione bellica di settimanali come l´Interessante Blatt o il mitico Muskete con le caricature di Fritz Schoenpflug, poi vennero i giornali di trincea, come il Vilàglapia in ungherese o l´Unsere Krieger, che ha in prima pagina lo stemma di Turchia, Germania e Bulgaria accanto all´aquila austriaca.
Roberto Todero, che anche sul terreno è uno dei più attenti ricercatori di cose della Grande Guerra attorno a Trieste e Gorizia, un giorno ha trovato in una grotta del Carso un´armonica a bocca asburgica avvolta in una copia del giornale Militarzeitung. «Era lì da novant´anni - dice - ma sembrava appena deposta dal suo proprietario. Ne so anche il nome, perché sul foglio c´erano prove a inchiostro della sua firma. Briciole di umanità perduta che ti fanno sentire quella guerra tremendamente vicina».

A cura di Stefano Bombardieri

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